Ago 16 2019

DUCATI E ZECCHINI D’ORO DELLA REPUBBLICA DI VENEZIA

Category: Veneto e dintornigiorgio @ 00:24

 

REPUBBLICA DI VENEZIA

 

Ducati e Zecchini d’oro 1280 – 1797

 

Ducato d’oro di Giovanni Dandolo

 

Nel 1284, il Maggior Consiglio di Venezia emise un decreto che ordinava le coniazioni di “Ducati d’oro fino del valore di 18 grossi d’argento ciascuno”.
Il grosso d’argento (Matapane) era, fino all’anno del decreto, la moneta veneziana più diffusa e accettata anche oltre i confini dello stato.

 

Il Ducato ebbe un grandissimo successo e fu imitato da numerose zecche dell’Europa orientale, in Grecia ed in Asia.

Si ritiene che la zecca di Venezia poteva coniare ogni anno da 1.500 a 2.000 chili di Ducati (poi chiamati zecchini), e non di rado riusciva a possedere il 15% di tutto l’oro presente sul globo. Sul diritto di queste monete posiamo osservare San Marco nimbato stante a destra mentre è in atto di consegnare un vessillo con la scritta DVX in verticale al Doge inginocchiato verso sinistra, con corno ed abiti dogali.

La leggenda è: SM VENET(I) (in verticale) a sinistra, ed il nome abbreviato del doge a destra.

 

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Ago 15 2019

ACCADDE OGGI 15 AGOSTO 1863 – ENTRA IN VIGORE LA LEGGE PICCA CHE AUTORIZZA DI FATTO LA LICENZA DI AMMAZZARCI

 

 

L’ultima aberrante legge che decretò la fine del fenomeno del brigantaggio, vero e strenuo atto di ribellione e patriottismo soppresso nel sangue nella maniera più violenta mai vista.
Eh, amara riflessione: tanto che “eravamo felici” della dittatura monarchica sabauda italiana che, pensa te ci vollero anni di sangue, guerriglia, dolore, violenza e violazione dei più elementari diritti umana, per arrenderci. Onore ad ogni singola vittima. E tante ce ne furono. Grazie “fratellini” d’Italia. 
La legge 15 agosto 1863, n. 1409 che riguardava la procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Province infette e della renitenza alla leva, altrimenti detta LEGGE PICA dal nome del suo promotore, IL DEPUTATO ABRUZZESE GIUSEPPE PICA – fu una legge emanata dal neonato Regno Italiano Sabaudo in beffa agli articoli 24 e 71 dello Statuto Albertino che garantivano il principio di uguaglianza di tutti i sudditi dinanzi alla legge e la garanzia di un giudice.

Le pene, anche per un semplice sospetto, andavano dalla fucilazione ai lavori forzati a vita, ad anni di carcere, con attenuanti per chi si fosse consegnato o avesse collaborato con la giustizia.

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Ago 12 2019

L’EGEMONIA DI SINISTRA HA CREATO UN DESERTO E L’HA CHIAMATO CULTURA

Category: Cultura e dintorni,Società e politicagiorgio @ 21:35

Antonio Gramsci

 

 

L’intellettuale organico ha dissolto concetti, valori e modelli positivi lasciando la società in balia del conformismo e della volgarità

 

La tesi di fondo è nota: la conquista del consenso politico e sociale passa attraverso la conquista culturale della società.

Poi fu Togliatti che, alla caduta del fascismo, provò su strada il disegno gramsciano e conquistò gruppi di intellettuali, spesso ex fascisti, case editrici e luoghi cruciali della cultura. Ma il suo progetto non bucò nella società che aveva ancora contrappesi forti, dalle parrocchie all’influenza americana, dai grandi mezzi di comunicazione come la Rai in mano al potere democristiano ai media in cui prevaleva l’evasione.

La vera svolta avviene col ’68: l’egemonia culturale non si identifica più col Pci, che pure resta il maggiore impresario, ma si sparge nell’arcipelago radicale di sinistra. Quell’egemonia si fa pervasiva, conquista linguaggi e profili, raggiunge la scuola e l’università, il cinema e il teatro, pervade le arti, i media e le redazioni.

 

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Ago 09 2019

NEL 1975 A BOLOGNA IL CC DEL PCI (ENRICO BERLINGUER, GIORGIO NAPOLITANO, MASSIMO D’ALEMA, ANTONIO BASSOLINO, ARMANDO COSSUTTA)

Nuon Chea,  numero due di Pol Pot

 

L’11 aprile del 1975 il comitato centrale del Partito comunista italiano(Enrico Berlinguer, Giorgio Napolitano, Massimo D’Alema, Antonio Bassolino, Armando Cossutta ed altri)stilò uno storico comunicato a sostegno dei khmer rossi cambogiani, simbolo della resistenza contro gli Stati Uniti: “Ogni democratico, ogni comunista, sia, come sempre e più di sempre, al loro fianco“.

 

A piazza Maggiore a Bologna il Pci organizzò una oceanica manifestazione e l’oratore principale fu proprio Massimo D’Alema, segretario nazionale della Fgci.

 L’Unità manda degli inviati in Cambogia a seguito della grande manifestazione di Bologna, per raccontare la “straordinaria rivoluzione comunista” dei khmer rossi.

Quando i telegiornali Rai cominciano a trasmettere qualche brandello di verità raccontando gli orrori di Pol Pot e dei suoi pazzi seguaci (la cui narrazione più emotivamente trascinante resta il film “Urla nel silenzio” di quel Roland Joffèche due anni dopo sarà il regista di “Mission”) l’Unità titola in prima pagina: “I falsari della tv“. I telegiornali della Rai che dicono la verità vengono additati come “esibizione di parzialità e menzogna“.

 

Il documento del Pci e la manifestazione dalemiana dell’aprile 1975 a Bologna furono organizzati per celebrare la conquista da parte dei khmer rossi della capitale cambogiana, Phnom Penh, avvenuta il 10 marzo 1975.

Qual era il cuore del messaggio rivoluzionario dei comunisti cambogiani, che tanto infiammava i cuori di quelli italiani?

Un concetto semplice: tutto è dello Stato, niente appartiene alla persona.

E quando i khmer rossi dicono tutto, intendono tutto. Lo Stato è tutto, la rivoluzione che lo incarna è tutto.

 

Il primo elemento da disarticolare per i khmer rossi è la famiglia: i bambini sono dello Stato.

Le madri venivano immediatamente separate dai neonati, per legge. I figli venivano incoraggiati a denunciare i comportamenti “controrivoluzionari” dei genitori, determinandone la deportazione nei campi di lavoro forzato o direttamente l’eliminazione fisica.

In appena quattro anni, tra il 1975 e il 1979, il comunismo di Pol Pot arrivò così ad eliminare due milioni di persone, un quarto dell’intera popolazione cambogiana.

Vennero uccisi per primi tutti i monaci, gli “intellettuali” (bastava portare gli occhiali per essere considerati tali), gli artisti, poi anche gli ingegneri, i medici, tutti gli studenti.

 

Il genocidio cambogiano è il più grave genocidio della storia umana per numero di morti rapportati alla popolazione colpita eppure nessuno dei manifestanti di Bologna dell’aprile 1975, nessuno dei firmatari del documento dell’11 aprile, nessuno dei giornalisti dell’Unità si è mai scusato.

 

Il 3 agosto 2019  è morto Nuon Chea, l’ormai 93enne numero due di Pol Pot, condannato per genocidio solo nel 2014. Con lui se ne va l’Himmler o il Goering di quel regime che fu peggio del nazismo.

In Cambogia ora è premier Hun Sen, viene anche lui dalla militanza khmer, quindi ha vietato ogni ulteriore indagine sul periodo del genocidio cambogiano.

 

Scrivo queste righe per far sapere a chi non sa, per non dimenticare, perché qualcuno si vergogni di quel 1975 a Bologna che ancora oggi non ha saputo rinnegare.

E per quanto paradossale possa sembrare, Bibbiano non è lontana da Phnom Penh.

 

Rodo Rodos

 

Fonte: srs di GIANNI CECCHINATO·MARTEDÌ 6 AGOSTO 2019·

 

 


Ago 05 2019

L’ANTICA PATAVIUM ROMANA SOTTO AL PEDROCCHI

 

Nel 1764, davanti all’ormai diroccata chiesa di S. Giobbe, sul lato nord della Piazzetta Pedrocchi, a 4 – 4,5 m di profondità, fu rinvenuto un lastricato in trachite insieme ad un fusto di colonna, non scanalato, in marmo grigio, che servì poi, l’anno dopo, di sostegno al leone di S. Marco della Serenissima in Piazza dei Signori, e ad un blocco cilindrico di colonna in marmo rosso.

Così nel 1812 alla stessa profondità, demolita la chiesa, durante gli scavi effettuati dal Noale, si trovò un altro resto di colonna, col suo plinto inserito nel pavimento.

Nel 1888 si rinvennero altri frammenti architettonici ed un altro fusto scanalato; mentre, ancor prima, nel 1877, sempre alla stessa profondità, si era notato un altro resto di lastricato, con colonne scanalate e decorate ed altre di misure minori, sfaccettate o lisce.

Tutto ciò fece dunque pensare all’esistenza di un altro colonnato. Inoltre durante i lavori del Caffè si rinvennero altre due basi, con parti inferiori di colonne a 5 m di profondità. Si calcolarono pertanto tre colonne distanti rispettivamente 4,03 m.

Tutto lasciò supporre l’esistenza di un tempio databile ad età flavio-traianea (periodo tra Domiziano e Nerva). che fu distrutto da un incendio (tracce di cenere furono rinvenute durante gli scavi) ed in seguito risistemato in età adrianea.

 

Fonte: (da “Padova e il suo territorio nell’antichità” di R. Mambella)

 


Ago 04 2019

CAMILLERI CHOC: “LA CAPACITÀ SEDUTTIVA DELLE DONNE È MASSIMA A 2 ANNI”

Category: Monolandia,Persone e personaggigiorgio @ 22:31

Andrea Camilleri

 

di Daniele Dell’Orco, in Letteratura, del 10 Dic 2014, 15:02

La puntata di Che tempo che fa del 15 novembre scorso è passata forse un po’ troppo sottotraccia. L’ospite d’eccezione, Andrea Camilleri, era in collegamento oltre che per disquisire sulle origini del mito di Montalbano, anche per presentare il suo libro “Donne”, edito da Rizzoli. Tra gli applausi scroscianti del pubblico a far da contorno agli interventi del guru della scrittura italiana, Fabio Fazio ha pensato bene di chiedere allo scrittore siciliano “Se lei fosse una donna come le piacerebbe essere?”

Camilleri, dall’alto dei suoi quasi novant’anni ha replicato, cito testualmente: “Vorrei essere una bambina di 2 anni. A due anni le donne raggiungono il massimo della loro bellezza e della loro capacità seduttiva. E’ una seduzione straordinaria per la loro potenza e nello stesso tempo come innocenza. Perderanno il resto della loro vita per ritrovare quel momento, invano”.

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Ago 03 2019

Giovanni Feo

Category: Cultura e dintorni,Persone e personaggigiorgio @ 18:31

 

Giovanni Feo

 

Domenica 16 Giugno 2019  si è spento  Giovanni Feo, un maestro, un amico.
Giovanni era nato De Feo nel 1949 a Roma, da madre greca e padre pugliese. Risiedeva da più di 40 anni a Pitigliano dove lo avevano portato la sua passione per gli etruschi e la loro cultura. Da li ha esplorato incessantemente il territorio mostrando una non comune connessione con esso, che gli ha permesso di scoprire e riscoprire luoghi e manufatti ancestrali, spesso trovando spiegazioni d’uso non approvate dall’archeologia accademica. Ha sempre condiviso attivamente la sua conoscenza con seminari, conferenze, escursioni e ci ha lasciato una grande quantità di guide e libri sulle sue scoperte, di cui ricordiamo per tutte Poggio Rota, una sorta di Stonehenge italiana, megaliti tufacei di epoca precedente agli etruschi che presentano troppi allineamenti astronomici e territoriali per essere casuali.

 

Studioso della tradizione andina, è tra i soci fondatori dell’associazione Tawantin. Incontra, verso la fine degli anni ’90, Don Juan Nuñez del Prado, docente di antropologia dell’università di Cuzco, da cui riceve l’iniziazione al quarto livello della tradizione.
Le connessioni e le similitudini singolari che riscontra tra la civiltà etrusca e quella delle Ande del Perù, daranno luogo a seminari itineranti volti all’evoluzione delle coscienze attraverso la riscoperta delle radici storico culturali delle nostre tradizioni.
Aveva una personalità non comune, una visione e un approccio al di fuori dei consueti paradigmi.

Questo suo essere fuori dall’ordinario gli permetteva di “sentire” il territorio e leggerlo con una acutezza rara, riconoscendo segni di mani antiche quasi mai immediatamente visibili ai più.
Ruvido e imperscrutabile, sempre fedele a se stesso, non era geloso delle sue conoscenze e delle sue scoperte che condivideva con naturalezza e generosità.
Sicuramente ci mancherà la sua visione fuori dal coro e il suo essere talmente antico da essere modernissimo, suo malgrado.

 

Cristina Neri

 

Fonte: srs di Cristina Neri, da NextMag del 20 giugno 2019

Link: https://www.nextmag.it/addio-a-giovanni-feo-lo-studioso-che-ha-fatto-progredire-larcheologia-lontano-dallaccademia/?fbclid=IwAR1P4oljIlLhP4ws34M1kBo5alka2SRNDxvwR–wodbsV7hW_XW9yW-lcKs

 

 

 

Bellissimo articolo di Luca Federici uscito sul mensile Nuovo Corriere del Tufo.

La figura del nostro carissimo Giovanni è descritta perfettamente da un occhio, da una penna e da un cuore molto attenti.

 

L’EREDITÀ DI GIOVANNI FEO

 

 
Realtà oscure, un tempo impenetrabili, vengono oggi sempre più sondate, dopo essere state sistematicamente rimosse..
Giovanni Feo non è mai stato tipo da compromessi, portatore di luce e di ombre, di una conoscenza iniziatica attenta alle sensazioni più che ai dogmi.

Giovanni Feo è morto il 16 giugno 2019 dopo una malattia che negli ultimi mesi lo aveva costretto a un ritiro forzato al Pantagnone, un borgo rurale nascosto tra le sue amate colline del Fiora. Giovanni se ne è andato, e a noi rimane il dolore della perdita fisica, materiale, che tuttavia è nulla rispetto all’enorme eredità che ci ha lasciato.

Nella sua lunga ricerca è stato capace di guardare all’antico, all’arcano con occhi nuovi. E’ riuscito a ricostruire le origini della civiltà mediterranea basandosi sui miti, sulle leggende,sulla toponomastica.

Spesso è stato accusato di fanta archeologia, in particolare per la sua ferma presa di posizione sull’ubicazione del Fanum Voltumnae.
Paradossalmente ad aver provato a ridicolizzarlo sono stati proprio quegli accademici che ancora paventano convinzioni ridicole e tuttavia ormai accettate. La questione Orvietana è una favola per bambini, mentre Bolsena è chiaramente l’identificazione più evidente. Collegare Orvieto con Volsinii è stata forse la massima rappresentazione del modo di pensare moderno.

Nessuna attenzione alla toponomastica, ai miti, alle connotazioni geografiche. Basti pensare all’isola Bisentina, un’area sacra estesa, fatta di eremi, edifici sacri e votivi, in particolare la“malta papale”, un pozzo profondo scavato sotto il monte Tabor (che in ebraico significa ombelico).

Ed è questo che rappresentava, l’ombelico del mondo, il centro dal quale si irradiavano le dodici lucumonie degli etruschi, il punto dove la divinità del cielo toccava quella delle acque.

Bolsena è Volsinii, lo dice il nome, lo dicono i chilometri di imponenti mura etrusche che circondavano la cittadina lacustre, i numerosi templi, ma soprattutto lo sostengono i numerosi corsi d’acqua, le foreste lussureggianti che la circondano e l’attività tellurica presente in tutto il lago e soprattutto sotto il tempio di Turan.

Senza contare che agli eruditi sfugge un  particolare, ovvero la possibile e probabile concezione che la divinità sia stata identificata e rappresentata proprio dal lago stesso. Ma certe cose i baroni dell’archeologia non riusciranno mai ad accettarle.

 La scoperta del vasto tempio su Monte Landro ha offerto il tassello mancante, quello di un’area sacrale di dimensioni estese, perfettamente allineata con il lago e la volta celeste. Qualcuno ha provato anche a definirlo il vero Fanum Voltumnae, ma probabilmente ha rappresentato solo uno dei templi che sorgevano intorno all’area sacrale del lago.
Gli archeologi come al solito hanno provato a minimizzare, datando il tempio al III secolo, ma Giovanni Feo si è opposto tanto da riuscire a far accettare la tesi che sia stato in realtà risalente al V secolo.

Un popolo che non conosce a pieno le proprie origini difficilmente riuscirà a liberarsi completamente dai dogmi e dal controllo dall’alto. In particolare l’italiano, un popolo magmatico, tellurico, geniale e al contempo manipolabile meriterebbe di avere un quadro più definito delle proprie  origini, invece nei libri di storia scolastici troviamo un misero capitolo sugli etruschi e ancor meno sulle popolazioni italiche dell’età del bronzo.

Non si fa menzione ai Pelasgi e ai mitici popoli del mare, alla civiltà della Dea Madre e alla cultura matriarcale, al diluvio universale, ad Atlantide, agli Shardana e ai Giganti. Anche per questo l’Italia è stata sottomessa da numerose potenze straniere e resta ancora schiava dei dogmi della più grande religione monoteista della modernità.

Giovanni Feo non ha fatto altro che rileggere i miti non come storie da cantori di corte, piuttosto come importanti informazioni a nostra disposizione, come realtà. Del resto Heinrich Schliemann, che era tutto meno che un archeologo è stato di fatto il padre dell’archeologia moderna. IL suo grande merito fu di scoprire la mitica città di Troia rileggendo semplicemente l’Iliade di Omero.

Molti nel mondo dell’archeologia considerano ancora i miti come semplici invenzioni letterarie, ed è qui il loro limite, che poi rappresenta il limite del nostro mondo attuale: capitalistico, pratico, del tutto e subito, dove non basarsi su prove certe significa cadere immediatamente nella fantascienza.

Il mito, specialmente nel mondo Ellenico veniva usato per rimarcare il sovrapporsi del pantheon divinatorio maschile su quello antico matriarcale che risiedeva in tutta Europa. Perseo che uccide la Gorgone Medusa non è solo un invenzione letteraria, bensì una celebrazione della vittoria del nuovo mondo su quello vecchio, che meritava di essere ricordata in eterno.

In Italia le streghe, le sibille, e taumaturghe per secoli sono state torturate, mutilate e messe al rogo solo perché perseveravano nel perpetrare il culto della Dea. E in questo risiede il doppio inganno del cristianesimo, aver chiesto scusa (con qualche secolo di ritardo) per un fanatismo religioso che in realtà non c’è mai stato. La caccia alle streghe ha rappresentato una operazione di annientamento sistematico del culto matriarcale, rimasto fino ad allora sempre forte in Italia, nonostante mille anni di Roma e altri 500 di cristianesimo.

Sta proprio qui l’eredità di Giovanni Feo, aver mostrato la strada verso la consapevolezza che sia esistita una solo grande Dea che legava i popoli del Mediterraneo (e forse di tutto il mondo).  

Ma chiaramente sono troppi gli accademici e gli eruditi a non accettare che la Dea abbia potuto assumere nomi diversi nei vari ceppi dei popoli del mare: Afrodite, Venere, Iside, Athena, Tanit, Uni e Turan, Thetis, Neith, Anantha.

Giovanni Feo dopo anni di ricerca sul campo ha scoperto quella che è stata definita la Sthonenge italiana, e l’ha fatto consultando le carte dell’IGM, l’istituto geografico militare. Rimase incuriosito dal  nome riportato sulla carta, Poggio Rota, sembrava rimandare alla ruota della vita, alle 12 lucumonie, all’agrimensura, ovvero la scienza segreta etrusca di dividere i territori, di mettere cippi ai margini delle aree sacre.

Ma la scoperta sensazionale di Poggio Rota è che non è etrusca, bensì molto più antica, è la prova più evidente della forte presenza degli antichi popoli del mare che risalendo i fiumi Fiora, Marta e Albegna hanno costruito e scavato le loro testimonianze sacrali.

Esistevano altri circoli megalitici tra le colline del Fiora, in particolare quello che risiedeva da millenni sull’area sacrale di Crostoletto del Lamone, ruspato dai proprietari per  paura di un esproprio, ma questa è un’altra storia.

L’ultima resistenza del popolo Etrusco all’invasione romana è avvenuta proprio nei loro boschi sacri, nello strenuo tentativo di difendere i loro segreti più preziosi, consegnati dagli Aruspici all’oblio eterno: i libri acherontici, l’etrusca disciplina, la geomanzia o geografia Sacra.

Non avremo mai testi materiali dai quali determinare la sacralità del mondo antico  italico, ma in questo Giovanni Feo ha aperto la strada, attivare le sensazioni, ascoltare i silenzi dei siti megalitici, collegare gli indizi, cercare la verità nella nuda pietra, osservare con occhi iniziatici le coppelle nel tufo, trovare i moti lunari nelle vasche votive, osservare l’alba del solstizio dai puntatori tra i massi ciclopici, avvertire costantemente la sensazione che siamo tutti figli di una grande madre e che c’è qualcosa che unisce tutti gli elementi presenti sul pianeta.

Non scorderò mai gli incontri con Giovanni, le giornate d’estate a Sorgenti della Nova, le incursioni al Voltone sotto monte Becco e al lago di Mezzano, la passione con la quale riusciva a tramandare le sue conoscenze, l’acume e la determinazione nel sostenere tesi audaci, la massima disponibilità nell’accompagnare chiunque, anche dei perfetti sconosciuti, sui sentieri dell’Etruria rupestre, magica, mistica.

L’augurio più grande che posso fargli è che il suo spirito si trasformi in energia e che possa tornare presto su questa terra.
Fonte: srs di Luca Federici, da il Nuovo Corriere del Tufo  del 7 agosto 2019.

Link: http://www.nctufo.it/leredita-di-giovanni-feo/

 

 

 


Lug 30 2019

PFAS, TUTTI SAPEVANO. NESSUNO È INTERVENUTO

 

 

Un corposo rapporto dei Noe accusa la giunta provinciale di Vicenza della leghista Manuela Dal Lago di non essere intervenuta per fermare l’avvelenamento delle acque.

 

Lo sapevano. Lo sapevano tutti e non hanno fatto niente. Non hanno fatto niente anche se, per scongiurare il più devastante caso di inquinamento della falda acquifera dell’intera Europa, sarebbe bastato applicare la legge! 350 mila persone – ed è una stima per difetto – avvelenate dai Pfas, gli acidi perfluoro alchilici utilizzati dalla Miteni per produrre rivestimenti impermeabili. 350 mila uomini, donne e bambini avvelenati grazie al silenzio complice delle autorità che avevano il compito di difendere la loro salute.

 

Per almeno 13 anni, l’Arpav la giunta provinciale di Vicenza hanno deliberatamente ignorato tutte le prove della contaminazione. Hanno fatto finta di non vedere per non dover intervenire nonostante fossero evidentissimi i segnali dell’ “incremento nella contaminazione da benzotrifluoruri, sintesi o sottoprodotti derivati dall’attività della Miteni”, come si legge nel documento di monitoraggio ambientale chiamato Giada avviato sin dal 2003 dall’Ufficio ambiente della provincia di Treviso.

 

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Lug 29 2019

LE RAPIDE DEL TICINO

Pombia-Ticino Cartina-1850

 

 

Questo Capitolo porta a stabilire come fosse il fiume Ticino in età etrusca, per costituire un indizio sostenibile alla tesi dell’identificazione del sito di Melpum con l’attuale Pombia.

 

La tesi poggia molto sul fatto che Melpum dovesse avere un porto fluviale per risalire le rapide, e dunque con questa parte dello studio, cerco di dimostrare che detto porto ci fu veramente, perché se il fiume non avesse avuto percorso e quote adeguate, molte delle mie ipotesi cadrebbero.

 

Per evitare di leggere un capitolo noioso, a chi non è interessato all’idraulica fluviale, concludo qui in anticipo che in età etrusca, la rapida del Ticino copriva un dislivello di 20 metri su 2 chilometri, quindi era ripidissima ed invalicabile con le imbarcazioni. Nell’ottocento invece, prima della costruzione delle attuali dighe, la rapida è divenuta alta 30 metri, ma sul percorso di 10 chilometri, per cui divenne meno ripida di quella antica e perciò si è potuta navigare (parzialmente).

 

Il comportamento del fiume

 

Per capire cosa determina lo scorrimento dell’acqua di un fiume, su un territorio composto da sabbia e ghiaia, come sono fatte le colline (morene glaciali) che chiudono a sud il Lago Maggiore, possiamo osservare come si comporta la battigia di una spiaggia al variare della forza delle onde marine.

 

Durante una grossa mareggiata, il mare asporta completamente la spiaggia mettendo a nudo le rocce e trascinando sul fondo tutti i detriti di sabbia e ghiaia. Nei mari aperti (fetch 1000 km) la velocità delle onde è circa metà della velocità del vento che le forma, pertanto con una buriana da 80 Km/h arrivano onde alla velocità di 40 Km/h. Si noti che la velocità di 36 Km/h equivale a 10 metri al secondo, e questo dato è da ricordare perché è una velocità critica di logoramento più volte citata in questo testo.

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Lug 26 2019

ADDIO A GIOVANNI TODESCO, LO SCOPRITORE DEL DINOSAURO «CIRO»

Addio a Giovanni Todesco, lo scopritore di «Ciro», il baby dinosauro italiano.

 

Si è spento ieri a 72 anni, nell’abbraccio della sua famiglia, il paleontologo dilettante che nel novembre del 1980, nel Beneventano, recuperò da una cava la lastra che per milioni di anni era stata la «cuccia» dello Scipionyx Samniticus.

 

Fu questo il nome che il mondo scientifico attribuì a quella che è stata definita come la scoperta paleontologica del Novecento e che è avvenuta grazie alla passione di un tecnico calzaturiero in vacanza nel Sannio assieme alla sua famiglia.

 

La moglie Giovanna, i figli Valeria e Alessio, lo hanno accompagnato mano nella mano nel suo ultimo chilometro, quello di una lunga e difficile «maratona» di malattia, dopo «una vita di emozioni e sorprese» come diceva lui, come accadeva le domeniche di tanti anni fa, passate a «cavar sassi» di qua e di là per il gusto di scoprire il tesoro che millenni di storia ci avevano custodito dentro. 

 

Fonte: srs di Paola Dalli Cani, da  L’arena di Verona del 26 luglio 2019

Link: https://www.larena.it/territori/est/val-d-alpone/addio-a-todesco-lo-scopritore-del-dinosauro-ciro-1.7508198

 

 

SI È SPENTO IL VERONESE GIOVANNI TODESCO, SCOPRITORE DEL «PRIMO DINOSAURO ITALIANO»

 

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Lug 25 2019

PREMESSA ALLA TESI DI MELPUM

Category: Archeologia e paleontologia,Storia e dintornigiorgio @ 21:48

Ortelius, 1624, Italia Gallica sive Gallia Cisalpina ex conatibus. Dettaglio. Nella parte centrale dell’immagine ingrandita si può vedere l’indicazione Melpum

 

 

Tengo ad evidenziare che questo Testo, articolato in più capitoli, non espone un qualcosa che è stato trovato, ma l’opinione su come si possa trovarlo, secondo un metodo deduttivo, che conoscendolo, può essere applicato a qualunque ricerca, perché segue logiche precise e solitamente funzionanti.

 

Il problema della ricerca archeologica sta nell’essere autorizzati a farla, e perciò un privato che non lo è, può ugualmente individuare Siti archeologici, con queste analisi che consentono di indirizzare Prospezioni Strumentali preventive, da cui poi si attiveranno veri scavi autorizzati.

 

Nei capitoli precedenti, relativi al Viaggio di Annibale, è stato esemplificato come l’analisi dettagliata di un testo, produce un assemblaggio di indizi, che per confronto con la carta geografica e l’esplorazione territoriale, consente una serie di conferme ed esclusioni, che, con la comune logica ipotetico-deduttiva, porta a scoprire realtà che non sono state citate dai testi storici, o sono state distorte o mentite, così che si possa ricostruire come fu la vera storia.

 

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Lug 22 2019

L’ANALISI DEI DATI DI MELPUM

Category: Archeologia e paleontologia,Storia e dintornigiorgio @ 09:26

 

 

 

Come già visto in precedenza, la prima operazione dell’indagine è di raccogliere tutti i dati disponibili per analizzare significati, motivazioni, tempi degli eventi, luoghi della Padania nord- occidentale, per individuare quale può essere l’ubicazione di Melpum.

 

Tito Livio scrive che le invasioni galliche cominciarono alla fine del VII sec.a.C. con l’arrivo dei Biturigesdi Bellovesus,e continuarono fino al IV sec.a.C.; però l’archeologia ha corretto che vi furono prima solo immigrazioni pacifiche con integrazione di Celti, e solo nel 4° secolo a.C. vi fu una invasione.

 

La grande ondata invasionistica che distrusse Melpumnel 396 a.C., e poi tutte le città etrusco-padane, fu quella delle tribù Galliche deiBiturgi, Edui, Arverni, Ambarri, Carnuti, Aulerci, Senoni, Cenomani, Boi, che fecero fuggire i precedenti Leponzinelle valli alpine dell’Ossola e Canton Ticino, spinsero gli Orobie Camunisui monti loro vicini, nonché cacciarono liguri, umbried etruschi, dalla sponda sud del Po’ all’Interno dell’Appennino. Solo gli Insubriseppero respingere i Galli, conservando il loro dominio sulle colline del Verbano, Ceresio e Lario. La grande massa di gente nuova cambiò il lessico padano, e l’archeologia ha classificato questa nuova Cultura come il tipo La Tène.

 

Quando giunsero i Romani nel 3° sec.a.C. trovarono Galli ovunque e diedero nome di Gallia Cisalpina a tutta la Padania, riservando i nomi dei predecessori ai loro monti (Alpi Leponzie, Retiche, Orobie, ecc.).

 

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Lug 19 2019

GLI INDIZI DI MELPUM

Category: Archeologia e paleontologia,Storia e dintornigiorgio @ 21:41

 

Siamo giunti al capitolo principale che indica come fare il riconoscimento archeologico di un sito insospettato, ma questa spiegazione non regge da sola, se non si seguono prima le indicazioni dei capitoli precedenti, e perciò li riepilogo per chi apre questa pagina senza aver già visto le altre.

 

Disegno n. 1 di Pombia reaiizzato nel 1994, per evidenziare meglio le caratteristiche. Si noti che il “Roggione” (a metà disegno sulla destra) non è un torrentello ma è il fosso che si è scavato il deflusso continuo delle acque della cloaca etrusca, che è stata tagliata dai romani quando hanno fatto il canalone che separa il Castrum

 

1° indizio: Le Fonti Storiche:

 

Livio scrive che nel IV sec.a.C. i Galli vinsero gli Etruschi sul Ticino, quindi è lì che si deve cercare, con una buona carta geografica, per valutare i possibili percorsi etruschi sul Ticino.

Mi documento su tutti i testi storici possibili, per sapere come può essere fatto ciò che vado cercando.

 

2° indizio: L’analisi Stradale:

 

La carta geografica indica strade, che non c’erano, ma rispecchiano itinerari fondamentali, valuto distanze tra punti salienti, alture, valichi alpini, laghi, guadi, confluenza di fiumi, incroci tra gli itinerari fondamentali. Con la logica delle probabilità ed esclusioni, stringo il cerchio su poche aree possibili.

 

4° indizio: Riconoscimento del Sito sulla Carta Geografica

 

Con le idee chiare di come deve essere fatto il sito cercato, esploro una carta geografica molto dettagliata (IGM), per identificare un’area che corrisponda alle caratteristiche cercate; in prima battuta se ne trovano due o tre, ma stringendo l’analisi sui dettagli, si scopre che esiste soltanto un punto in cui coincidono tutti i connotati cercati. Mi documento come è la località attuale e organizzo una visita.

 

5° indizio: Riconoscimento del Sito sul posto

 

L’esplorazione del luogo rivela una serie di dettagli geografici, urbanistici, tradizioni, toponimi, che qui vado a confrontare con l’idea di come deve essere fatto il sito cercato, e focalizzo quanto può coincidere e quanto può escludere; si tiene conto di tutto, anche il trascurabile o l’inverosimile.

Il disegno n° 1 allegato mostra la pianta di Pombia, è tratto fedelmente in scala, dalla Carta IGM, che non allego perché troppo complicata dai dettagli, mentre qui serve una chiara visione d’assieme, che consenta di accompagnare le descrizioni della località.

 

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Lug 09 2019

PROSPERO ALPINI , IL VENETO CHE SCOPRI’…. IL CAFFE’

 

 

Il 21 settembre 1580 il botanico Prospero Alpini, scienziato nato a Marostica, parte per un viaggio di quattro anni in Egitto, al seguito dell’ambasciatore della Repubblica Veneta al Cairo, N.H. Giorgio Emo.

Durante le sue ricerche raccoglie i materiali per due suoi libri, pieni di illustrazioni: il “De Plantis Aegypti liber” ed il “De Medicina Aegyptorum”; le sue scoperte parlano, tra l’altro, della pianta del caffè e dell’uso locale di tostarne i semi. “Turchi e Arabi con questi semi, chiamati ‘bon’, o ‘ban’, preparano un decotto assai diffuso che essi bevono al posto del vino.

Questo decotto è venduto nelle pubbliche bettole, come da noi il vino”. Spiega che lo bevono caldo, a sorsi, soprattutto le donne contro i dolori mestruali.

 

La scoperta apre la strada all’introduzione del caffè in Europa, a partire da Venezia dove   apre a metà Settecento  il  “Caffè Florian” (in origine “Alla Venezia trionfante”), e frequentato tra gli altri da Carlo Goldoni.

Morì a Padova nel 1617.

 

Fonte:  da Veneto Storia

Link: https://www.venetostoria.com

 


Lug 07 2019

TUTTO QUELLO CHE PIERCAMILLO DAVIGO DIREBBE SE AL POSTO DELLE TOGHE CI FOSSERO I POLITICI

 

 

Nello scandalo Csm fa rumore il silenzio dell’ex pm

 

di Ermes Antonucci

 

Roma. Mentre la bufera sulle nomine al Consiglio superiore della magistratura si estende, chiamando in causa ora anche il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio (membro di diritto del Csm e titolare dell’esercizio del potere disciplinare), c’è un dato, piuttosto passato inosservato, che continua a sorprendere: il silenzio tombale sulla vicenda da parte dell’ex pm di Mani pulite Piercamillo Davigo, oggi componente del Csm. Proprio lui che da oltre venticinque anni ci ha abituati a continui interventi pubblici su giornali e tv dal taglio moraleggiante, per denunciare il diffuso malaffare nella classe dirigente ogni qualvolta vi fosse uno scandalo di corruzione e per celebrare la superiorità etica della magistratura, ora tace di fronte a una delle più gravi crisi giudiziarie ed etiche mai vissute dall’organo di autogoverno della magistratura.

 

Eppure, se si ricordano le bordate lanciate dall’ex pm in passato sulla corruzione della classe dirigente, si capisce che oggi di cose da dire il “vero” Davigo ne avrebbe eccome. E a spiegare il suo silenzio non basta il fatto che in questo momento egli faccia parte della commissione disciplinare del Csm chiamata a valutare il comportamento dei consiglieri coinvolti nello scandalo, visto che nell’esternare le sue opinioni l’ex pm si è sempre giustificato sostenendo di parlare in termini generali e mai di casi specifici.

 

Così, se al posto delle toghe lo scandalo riguardasse esponenti politici, probabilmente Davigo sarebbe in televisione a dirci che “non esistono innocenti, ma solo colpevoli non ancora scoperti” e che quindi dovremmo considerare gli indagati come già colpevoli.

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