Gen 24 2018

LA VANVERA

Category: Monade satira e rattatuje,Veneto e dintornigiorgio @ 00:16

 

 

Tratto da Merdasser di Maurizio Bastianetto 

 

 

E’ lo strumento che ha dato origine al modo di dire :”Parlare a Vanvera” che nel suo vero significato quindi  non vuol dire altro che “Parlare col Culo”. 

 

Sia  nello Spettacolo che nel Libro, viene dato grande risalto (durante la trattazione degli “Odori dell’Umanità”), ai vari oggetti, sistemi  e tentativi  inventati dall’uomo per mitigare e camuffare  gli effetti dei Meteorismi, alias Flatus Ventris, alias Ventosità Anali, alias Scorregge.

Ma prima di arrivare alla Vanvera  altri oggetti furono inventati dall’Umanità. 

 

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Gen 17 2018

I SAVOIA ERANO FRANCESI, NON PIEMONTESI

 

 

 

 

I Savoia erano francesi, non piemontesi

 

 

Di Gianni Cecchinato gennaio 08, 2018

 

 

Mi permetto far conoscere un brano estratto da una risposta di Carlo Candiani a Claudio Sacilotto su FaceBook riguardo la lettera di Ettore Beggiato inviata al giornalista Aldo Cazzullo (già al centro di critiche e polemiche sul <venetismo> ospitate tempo fa sulle pagine di “Dal Veneto al Mondo”).

 

Il Premio Nobel Mario Vargas Llosa afferma, nell’intervista rilasciata al giornalista, che in Italia le Regioni non esistono, allora Beggiato si pone la domanda, “se non esistono le Regioni, un Veneto cosa avrebbe in comune con un Tirolese o con un Sardo o con un Siciliano o con uno della Val d’Aosta. Niente se non fosse per una lingua (imposta)”.

 

La risposta di Cazzullo scatena interventi che esulano un po’ dalla natura dell’idea di Beggiato. Mi sono piaciute le risposte di Carlo Candiani che meritano essere riprese per ricordare a quei Veneti, che non conoscono nel dettaglio certi retroscena che portarono all’Unità d’Italia passando per i referendum truffa o per le deportazioni. Purtroppo la storia che ci è stata insegnata, l’hanno scritta i Savoia ad unità avvenuta sia perché erano i vincitori sia perché dovevano nascondere il loro operato per rafforzare la conquista della penisola.

 

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Dic 31 2017

SABINO ACQUAVIVA … L’EUROPA UNITA PUÒ NASCERE DALLA LIGA VENETA

Sabino Acquaviva

 

 

Il 29 dicembre del 2015 fa moriva a Padova Sabino Acquaviva, sociologo, docente universitario, già preside di Scienze politiche al Bò; ero uno dei pochi presenti ai Suoi funerali e fin d’allora ho avuto l’impressione, e continuo ad averla, che sia la città che l’università siano restìe a tributargli quei riconoscimenti che meriterebbe, probabilmente è ancora penalizzato da quel modo di fare schivo e mite che ne caratterizzava il tratto.


E allora vorrei riproporre una articolo che uscì sul Mattino il 6/8/1983, pochi mesi dopo il sorprendente successo della Liga Veneta alle elezioni politiche del maggio ’83, quando i commenti dei commentatori e intellettuali vari erano improntati a una superficialità e a una cialtroneria impressionanti: il prof. Acquaviva, invece, cercava di capire cosa c’era sotto quel voto, sotto quel messaggio che ancor oggi continua, dalla Catalunya alla Corsica, ad essere importante in tante parti d’Europa e che ci dimostra quanto avanti, profetico direi, fosse il prof. Sabino Acquaviva.

 

Ettore Beggiato 

 

 

L’EUROPA UNITA PUÒ NASCERE DALLA LIGA  VENETA 

 

In questi giorni ho ricevuto una lettera tassata, credo perché affrancata con alcuni francobolli sovrastampati, con scritte diverse: “nathion veneta”, “poste venete”, “territori autonomi dei veneti”.
Io, europeista convinto fautore degli “Stati Uniti d’Europa”, dovrei sentirmi lontano da chi parla di “nazione veneta”: dovrei pensare a tutto questo come a un’espressione di un passato senza ritorno. 
Che può aver da spartire una cultura europeista, moderna, che guarda alla Comunità europea come il nocciolo dell’Europa unita, con dei regionalisti ?

 

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Nov 13 2017

DOPO CAPORETTO: LE PROFUGHE E LA POVERTA’

Category: Storia moderna e revisionismo,Veneto e dintornigiorgio @ 00:22

 

 

Di Gianni Cecchinato

 

Con lo scoppio della guerra e la chiamata alle armi di mariti, fratelli e padri parecchie donne dovettero inventarsi il ruolo di capo-famiglia, ruolo a cui non erano preparate. Quelle residenti nelle zone di guerra dovettero migrare in altre regioni affrontando esperienze nuove e difficili, soprattutto quando finirono nelle regioni del centro-sud.

 

 

– Si instaurava così un circolo vizioso, come narra una profuga friulana giunta a Cerignola (FG): “… fuggita dal mio caro paesello, durante l’invasione nemica, senza aver potuto portare con me neppure il necessario per cambiarmi, fui menata qui, in questa città delle Puglie […]. Qui non si può avere neppure l’acqua per lavarsi e devo pagarla a caro prezzo, diffalcando la spesa dall’esigua paga di lire due al giorno. Con l’enorme crescente rincaro dei viveri devo pensare a tutto con sole due lire; né posso andare in cerca di decorosa occupazione, vergognandomi di uscire dal mio ricovero così malandata e indecentemente vestita.” 

(Daniele Ceschin, “La condizione delle donne profughe e dei bambini dopo Caporetto”, in “DEP-Deportate, Esuli, Profughe, Rivista Telematica di studi sulla memoria femminile”, n. 1, 2004, p. 28). .. >

 

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Nov 09 2017

QUANDO I VENETI EMIGRAVANO IN SLAVONIA….! UN PEZZO DI STORIA DA NON DIMENTICARE.

Category: Storia moderna e revisionismo,Veneto e dintornigiorgio @ 15:05

Processione dei Veneti della Slavonia attorno al 1925

 

 

Sarajevo, siamo a cena a metà strada fra il ponte dove scoppiò la prima guerra mondiale e il mercato dove il “secolo breve” celebrò l’ultima follia europea; siamo in otto e stiamo studiando il percorso del giorno dopo che ci porterà a Zagabria quando nella carta geografica lungo l’autostrada vedo scritto Kutina …”ma qua ghe xe i veneti” esclamai al che Dejan serbo-veneto che ci fece la guida per una settimana disse “si, par ti ghe xe veneti dapartuto…”
Mi sono attaccato al telefono e con poche chiamate ho stabilito il contatto giusto per il giorno dopo, l’appuntamento era proprio a Kutina nella sede dell’associazione.
Cosi’ siamo stati accolti dal “patriarca” della comunità Antun Di Gallo, che parla ancora un bellunese straordinario con le caratteristiche interdentali, dalla figlia Marieta che ha raccolto il testimone e che non parla il bellunese del padre ma un perfetto italiano (molto meglio del mio, anche se non ci vuole molto…) e da un’altra giovane ragazza Mirela Bartoluci; la sede della comunità è spaziosa, luminosa, operativa, i contatti con il Veneto e in modo particolare con il Bellunese piuttosto frequenti, anche perché durante e alla fine della guerra nella ex Jugoslavia diverse famiglie sono rientrate nel Veneto e nel Friuli, ancora più frequenti sono i contatti con l’Istria.
Ero già stato in zona nel lontano 1993 come assessore regionale alla solidarietà internazionale e mi trovai in una situazione drammatica: le nostre comunità della Slavonia erano proprio lungo il confine fra Croazia e Jugoslavia ed erano state particolarmente coinvolte, ci furono una ventina di morti fra la “nostra” gente; per fortuna la guerra è solo un brutto ricordo e in tutta la zona lo sviluppo è stato quanto mai veloce e efficace.

 

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Nov 05 2017

VICENZA MEDIOEVALE

Category: Storia e arte,Veneto e dintornigiorgio @ 17:47

La PIANTA ANGELICA è una grande pianta prospettica della città di Vicenza, realizzata in epoca rinascimentale e conservata presso la Biblioteca Angelica di Roma, da cui prende il nome. Si rifà alle vedute di città in voga nel Cinquecento, in primis quella di Venezia realizzata da Jacopo de’ Barbari nel 1500.

 

 

di Andrea Kozlovic

 

[saggio di Andrea Kozlovic con l’avvertenza che era già stato pubblicato nel numero 2 di Storia Vicentina del giugno/luglio 1994] 

 

 

Vicenza, municipium di diritto romano dal 49 a.C., fu, durante i secoli d’oro dell’impero, piccola città della X^ Regio Venetia et Histria, ricca però per industrie, commerci, agricoltura. Testimonianza di questa opulenza, legata anche al fatto che la città era attraversata dalla via Postumia, la presenza di un acquedotto della lunghezza di più chilometri ed i cui resti sono ancora visibili poco lontano dalla città, in contrà Lobia, di un grande teatro, di ricchi mosaici pavimentali, di iscrizioni a carattere pubblico e privato. Ma anche Vicenza romana, i cui termini andavano all’incirca dall’attuale Porta Castello all’altura di Santa Corona e dalla fine di contrà Porti, dove inizia la bassura di Pusterla, a ponte San Paolo, verrà colpita come il resto dell’impero dalla crisi del IV-V secolo. Nel 451 d.C. la città verrà a trovarsi lungo l’itinerario di Attila, subendo, come molte altre città dell’Italia nord-orientale, un saccheggio che la tradizione ricorda tremendo. Vicenza farà parte poi, dopo la fine dell’impero romano d’occidente, del regno gotico e puntualmente la tradizione ricorda una visita di Teodorico alla città dove nel teatro romano di Berga concedeva contributi per il restauro di edifici in rovina.

 

 

Del successivo, breve, periodo bizantino seguito alla guerra greco-gotica, a Vicenza non rimangono tracce. Solamente un’iscrizione, nella basilica di San Felice, ricorda un ufficiale di nome Johannes, originario della lontana Armenia e che morì nella città berica in epoca imprecisata attorno alla metà del VI secolo. Secondo quanto scrive Paolo Diacono, i Longobardi – sotto la guida di re Alboino – lasciarono la Pannonia il 2 aprile del 568, lunedì di Pasqua – diretti in Italia. Forum Julii, l’odierna Cividale, Cèneda e Treviso furono le prime città conquistate; fu poi la volta di Vicenza che divenne così il quarto ducato della provincia longobarda di Austria che comprendeva l’Italia nord orientale con centro principale Verona.

 

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Nov 03 2017

VENETO: PIÙ CHE L’AUTONOMIA, HA VINTO SAN MARCO

 

 

di Stefano Lorenzetto 

 

Non ha vinto l’autonomia. Ha vinto la Serenissima. È un’altra cosa. Mai il referendum avrebbe potuto assumere in Lombardia lo spessore plebiscitario registrato in Veneto. Che cos’hanno a che vedere le valli orobiche e camune con Milano? Niente. E infatti le percentuali dei votanti lombardi differiscono nettamente da quelle, ridotte a valori omeopatici, degli elettori ambrosiani. I quali sono rappresentati da un sindaco, Giuseppe Sala, che ha preferito snobbare la consultazione e svegliarsi sotto il cielo di Parigi, al contrario del governatore Luca Zaia, che alle 7 meno un quarto, mentre faceva ancora buio, si è presentato al seggio del suo paesello per dare il buon esempio.
Il Veneto intero ha invece tutto a che vedere con Venezia. La città di San Marco è sua madre. Lo stesso dicasi di Bergamo e Brescia, i cui centri storici ancora traboccano di leoni marciani scolpiti nella pietra. Fino al 1797, fino all’Adda, era Repubblica veneta. La più longeva che sia mai esistita. Motto ufficiale: “Viva San Marco!”. Durata 1100 anni. Affogata nel sangue da un ladrone il cui nome faceva rima con Napoleone, saccheggiatore di opere d’arte (dalle Nozze di Cana del Veronese alla Cena in Emmaus del Tiziano, fatevi un giro al Louvre) e di molto altro (40 milioni di lire oro dell’epoca, depositate nella Zecca della Serenissima, pari, al valore di oggi, alla metà del debito pubblico italiano).
Se non siete mai approdati a Venezia dalla parte giusta, dal mare, dalla bocca di porto di San Nicoletto, e non vi ha preso uno struggimento, un magone, un’inspiegabile voglia di piangere vedendo in lontananza il campanile di San Marco e il Palazzo Ducale che brillano nell’oro del tramonto, lasciate perdere queste righe: non fanno per voi.

 

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Ott 26 2017

CAPORETTO VISTA DA UN “NEMICO” FURLAN

La storia vista da un soldato friulano dell’esercito Austro-Ungarico

 

Di Millo Bozzolan – ottobre 25, 2017

 

Gli austro-tedeschi a Udine

 

 

Chi vi propone l’articolo, cioè io,  non ha nessuna nostalgia per “el paròn” austriaco, allo stesso modo in cui non ama l’annessione italiana. Anche se tra le due disgrazie, la prima forse era la meno peggio.  Ma certamente è interessante leggere un pezzetto di storia, cioè lo sfondamento di Caporetto, anche dal punto di vista del “nemico”. Specie se il “nemico” è in realtà un fratello friulano.

“Batae di Cjaurêt”

 

Guido Marizza e la pagnotta.”

 

Arriva l’ottobre del ’17 e le truppe italiane sul fronte dell’Isonzo vengono sbaragliate. Per gli Austro-Tedeschi è la battaglia di Flitsch-Tolmein (Plezzo-Tolmino), per gli Italiani è la disfatta di Caporetto.

 

A Caporetto (Kobarid in sloveno, Karfreit in tedesco) la popolazione slovena si precipita festante in strada a salutare i liberatori germanici. Tarcento era stata saccheggiata dai soldati italiani in ritirata ma le truppe austriache ristabiliscono l’ordine.

 

A Udine quasi tutti gli abitanti sono fuggiti, influenzati dalla propaganda secondo cui i Tedeschi (che il giornale “Il popolo d’Italia” descriveva come dediti al cannibalismo) avrebbero assassinato tutti indistintamente. Dappertutto scene di saccheggio, vetrine sfondate, civili uccisi, soldati italiani ubriachi fradici: il nemico in fuga ha depredato la sua stessa città, dopo che i vincoli disciplinari si sono sciolti.

 

Nella città abbandonata molti soldati italiani vanno saccheggiando e appiccando incendi. In tutti i villaggi la popolazione friulana saluta cordialmente i soldati germanici, fiduciosa nel fatto che la loro impressionante vittoria avrebbe presto condotto alla pace.

 

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Ott 23 2017

VENETO LIBERO

Category: Venetismo,Veneto e dintornigiorgio @ 10:55


Ott 19 2017

LA PRIGIONE INVISIBILE ITALIANA

Oneto: le idee sono punite come fossero dinamite. La prigione “invisibile” in cui viviamo

 

In un memorabile articolo Gilberto Oneto descrive la situazione in cui si trovano a vivere veneti e lombardi, paragonati a quegli uccelli che, ormai condizionati, non provamo neanche più ad uscire dalla gabbia a portellino aperto. E del resto, quando ci si provassero, la musica cambia, come ora sta succedendo in Catalogna, con i primi arresti e il plauso neanche tanto sottaciuto, della élite burocratica finanziaria europea. Consiglio la lettura. Oneto non c’è più ma le sue idee vivono ancora. 

 

 

Gli Indipendentisti – ovvero le Idee punite come fossero dinamite. La prigione “invisibile” italiana. E quella, ormai visibile, spagnola. 

 

 

Ci sono due modi per tenere la gente in prigione ed evitare che se la squagli: costruire mura solidissime e munirle di inferriate triple, oppure convincerla che sta benissimo dov’è e che fuori starebbe peggio. Le sbarre di metallo hanno il difetto (in tempi di buonismo e di politically correct) di essere evidenti e identificabili, di poter essere stigmatizzate su manifesti e fotografie. Le sbarre psicologiche non si vedono, non si possono fotografare, non ci si può appendere o impiccare, si possono sempre negare, si può sostenere che sono frutto di autoconvincimento o di propaganda avversaria. Ma sono in definitiva anche le più solide e subdole, sono difficili da segare e non si sa esattamente quale spazi delimitino: alla fine riducono alla condizione di certi uccelli che se ne restano in gabbia anche quando le porte vengono aperte.

 

L’Italia è una prigione di questo genere: a nessuno viene impedito di uscire fisicamente e (soprattutto) di entrare, ci si può lamentare e organizzare per cambiare le cose all’interno. Si può proporre di cambiarle anche radicalmente ma non si possono toccare i muri: si può rinnovare l’arredamento, ma le pareti vanno lasciate come sono.

 

Nuove porte e finestre incorrono nei rigori del Codice Rocco che difende con scrupolo la sacralità e l’intangibilità dei muri dell’unità nazionale, e della prigione. Nel creare argomenti per convincere i carcerati di non esserlo sono stati abilissimi e hanno saputo percorrere anche strade diverse e creative: una volta si attaccavano ai sentimentalismi patriottici (De Amicis è stato un grande carceriere), alle catarsi belliche (anche Cadorna lo è stato) e ai turgori nazionalistici (Mussolini e Franco sono stati perfetti). 

 

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Lug 01 2017

LA LEGGENDA DELLA MARE DE SAN PIERO

Category: Cultura e dintorni,Lessinia,Veneto e dintornigiorgio @ 21:36

La leggenda della mare de san Pietro è una storia veneta. Avendo compiuto molto peccati in vita viene mandata all’inferno

 

 

 

Mia nonna quando ero piccola per farmi stare buona mi raccontava spesso la storia della “mare de San Piero” una leggenda popolare molto interessante.

 

Si narra che la madre di San Pietro era una vecchia cattiva e avara che nella sua vita aveva commesso molti peccati e per questo era finita all’inferno.
San Pietro volendo salvare la madre dalle terribili punizioni che le venivano inflitte supplicò il Signore di perdonarla. Mosso a compassione gli diede una corda in modo da poter portare sua madre in Paradiso.
Una volta aggrappata alla corda, però, la vecchia iniziò a farsi scherno delle altre anime che decisero allora di aggrapparsi a lei per andare anche loro in Paradiso. Cercando inutilmente di liberarsi e di salire in cielo lei sola la corda non resse e si spezzò.
“E ora i dise che par tradission oto dì prima e oto dì dopo de San Piero i’a manda in libera ussita, el Signor la manda in tera oto giorni” ( Milani, Marisa, Streghe, morti ed esseri fantastici nel Veneto, p.318) nei quali le combina di tutti i colori portando temporali e danneggiando gli uomini.

 

Nella storia di mia nonna questa leggenda si coloriva di dettaglia, la veste bianca, il suo arrivo dal campo in cerca di bambini da portare con sè all’inferno.

 

Una leggenda popolare che ormai non viene più raccontata ma che è importante ricordare. 

 

Fonte: da La cultura online del 5 febbraio 2015

Link: http://laculturaonline.altervista.org/la-leggenda-della-mare-de-san-piero/

 


Giu 11 2017

LA VENETIA INCATENATA, NEL 1884, ALTRO CHE GIUBILO!

Category: Storia e arte,Veneto e dintornigiorgio @ 00:12

VENEZIA INCATENATA ” opera marmorea dello scultore Enrico Pazzi realizzata nel 1884 per la famiglia Rasponi di Ravenna.

 

 

La Serenissima Repubblica è rappresentata da una donna fiera con il seno scoperto che mestamente accarezza la criniera del leone di San Marco di cui medita e attende il ruggito del risveglio per il ritorno alla libertà e sovranità dello Stato Veneto.

 

La donna ha la caviglia destra incatenata simbolo della prigionia sofferta ( altro che giubilo per il plebiscito farsa del 22.10.1866) con lo Stato italiano….

 

Lo stesso artista profeticamente così descriveva la sua opera: “la sua potenza passata, l’attuale oppressione e miseria, l’aspettazione della sua riscossa ” !!!!

 

Io voglio vivere !

 

 

Fonte: dal veneto al mondo

Link: https://dalvenetoalmondoblog.blogspot.it

 


Giu 08 2017

FOSCOLO, IL TRADITORE PENTITO E L’INDIPENDENZA VENETA PERDUTA

Category: Veneto e dintornigiorgio @ 00:19

Ugo Foscolo

 

 

Foscolo e i rimorsi per la fine di Venezia.

 

Di quest’uomo l’Italia unita ho fatto un monumento nazionale, ma di lui, cosa dobbiamo pensare noi Veneti? Egli stesso si vergognò dei suoi comportamenti, e cioè del SUO tradimento verso della Patria veneta. Meglio che sulla sua figura scenda l’oblio eterno.

Ecco quanto scrive Giovanni Distefano (veneziano d’adozione) nel suo lavoro “Atlante storico della Serenissima”:
Quella fine, “senza un fremito di ribellione, dopo un millennio di storia gloriosa e superba” impone di cercarne le cause. La generazione di coloro che c’erano, come Foscolo, considera quel crollo come un vero e proprio tradimento di Bonaparte. “Il sacrificio della nostra Patria è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia“. 

 

Così esordisce il Foscolo nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis, sintetizzando tutto il suo risentimento (e la sua vergogna per aver aderito alla Municipalità, aggiungo io) nei confronti del Bonaparte, non più “liberatore”, ma autore dell’infame trattato di Campoformido. 
Caro Foscolo, hai ragione, se fosse per me, cancellerei tutti i segni che ti ricordano, come il nome tuo dato a molte scuole venete, e ti toglierei pure nelle antologie scolastiche, tanto ormai non ti legge più nessuno. 

 

Aggiungo che nelle scuole venete non insegnano che volevi incendiare la nostra Capitale, per non consegnarla all’Austria, quando, negli ultimi drammatici giorni dell’infame cessione, eri esponente della Municipalità veneziana. Per fortuna il generale plenipotenziario occupante non ti diede retta, si limitò a rubare il rimanente, prendendoti per matto, prima di consegnare un guscio vuoto all’austriaco.

 

Fonte: dal venetonelmondo del 7 giugno 2017

Link: https://dalvenetoalmondoblog.blogspot.it/2017/06/foscolo-il-traditore-pentito-e.html?spref=fb

 

 


Giu 07 2017

FRA PAOLO SARPI E LA CONTESA PER L’INTERDETTO: GIUSNATURALISMO CONTRO INQUISIZIONE

Paolo Sarpi 

 

 

di SANDRINO SPERI

 

La contesa per l’Interdetto, sostanzialmente  una scomunica erga omnes a tutto il territorio della Serenissima, fu una contesa diplomatica, ma si andò assai vicini allo scontro armato fra Venezia e Papato: correva l’anno 1606.

 

Due i principali antagonisti: il papato, che sarebbe forse più opportuno chiamare Curia Romana (curarum genitrix a cruore nata) e la Serenissima Repubblica che scelse come teologo e consultore di stato fra Paolo Sarpi eruditissimo veneto, amico di Galilei, in tutte le consulte  sempre pronto a trovare le argomentazioni giuridiche, spesso sottilissime e i precedenti storici.

Bisogna ricordare che si viveva in un periodo piuttosto tormentato  della storia europea: il Concilio di Trento non aveva risolto, ma piuttosto accentuato le rivalità fra cattolici e protestanti, anzi la nascita dell’Inquisizione, dell’indice dei libri proibiti, e della compagnia di Gesù avevano alzato il livello di scontro che scoppierà puntuale pochi anni più tardi e per trent’anni, dal 1618 al 1648 infiammerà tutta l’Europa.

 

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Giu 05 2017

SAN MARCO, L’EVANGELISTA CHE NON MISE MAI PIEDE A ROMA

Category: Chiesa Cattolica,Venetismo,Veneto e dintornigiorgio @ 00:15

 

 

di Giuseppe Gullino

 

San Marco, si badi, fu l’unico Evangelista che non mise mai piede a Roma: quando i Veneti si scelsero un protettore, lo vollero Santo sì, ma che tra il Tevere e le acque salse avesse preferito queste ultime.

 

Tra S. Pietro e S. Marco, i Veneti -peraltro cattolicissimi, come testimoniano le chiese e i campanili che abbelliscono il paesaggio – scelsero sempre San Marco, che a Venezia fu sempre più popolare di Gesù Cristo: Nualtri prima semo venexiani, e dopo cristiani, rispose nel 1580 il Doge Nicolò da Ponte al Nunzio apostolico.

E la dimostrazione sarebbe giunta pochi anni dopo, quando i gesuiti furono espulsi per 50 anni (1606-1657) da tutti i dominii veneti, per aver disobbedito agli ordini del Senato, durante l’interdetto sarpiano.

 

Furono radunati pressappoco dove ora sorge la stazione ferroviaria e imbarcati su un Burchio; quando la barca si staccò dalla riva, il padre provinciale fece il segno della croce per benedire la folla che assisteva silenziosa, dalla quale si alzò allora un grido: Andé in malora!

 

Fonte: dal Veneto al mondo del 17 maggio 2017

Link: https://dalvenetoalmondoblog.blogspot.it/2017/05/san-marcolevangelista-che-non-mise-mai.html?spref=fb

 


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