Feb 23 2017

SPQR. SENATUS POPULUSQUE ROMANUS

 

 

SPQR, acronimo del latino Senatus PopulusQue Romanus.

In italiano “Il Senato e il popolo romano”.  

Racchiude in sé le figure che rappresentano il potere della Repubblica romana: il Senato e il popolo, cioè le due classi dei patrizi e dei plebei che erano a fondamento dello Stato romano.

 

Significati “ironici”

 

Il personaggio dei fumetti Obelix, creato da René Goscinny e Albert Uderzo, interpreta umoristicamente l’acronimo come Sono Pazzi Questi Romani!

 

Un’altra storpiatura comica di SPQR è nel film S.P.Q.R. 2000 e ½ anni fa, in cui Massimo Boldi esclama, inseguito da soldati romani: “Sono Porci Questi Romani!”

 

Sono Porci Questi Romani!” è stata ripresa anche da Umberto Bossi, che naturalmente ha fatto arrabbiare i  “SPQR”  de Roma.

 

Battute  irriverenti, ma niente in confronto a quello che già gli antichi pensavano di Roma e delle nefaste conseguenze del suo imperialismo.

 

Sallustio e Tacito ci hanno lasciato pagine molto critiche nei riguardi di Roma, che ci spingono a riflettere sulla situazione politica del nostro tempo, per certe analogie molto simili  col passato.

 

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Gen 11 2017

INTERVISTA ALL’ARCHEOLOGA PREISTORICA VERONESE LAURA LONGO

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Laura Longo durante una campagna di scavo

 

 

La Dottoressa Laura Longo  (nata a Verona nel 1961)    è qualificata come archeologo preistorico e svolge la professione di Conservatore di Preistoria presso il Museo di Storia Naturale di Verona. La abbiamo intervistata per voi.

 

Qual’è stato il suo percorso formativo?

 

Laurea in Scienze Naturali presso l’Università di Ferrara, Master in Archeologia all’University College di Londra, un primo Dottorato in Antropologia presso l’Università di Bologna, Master in Tecnologia Preistorica e Archeologia Sperimentale, presso l’Accademia delle Scienze di S. Pietroburgo, un secondo Dottorato in Sc. Della Terra e Preistoria presso l’Università di Siena.

 

E il suo percorso professionale?

 

Post-doc all’Università di Milano e presso la Southern Methodist University di Dallas; Borsista UE progetti FP3 e FP4 per 3 anni (in varie sedi europee, Valbonne, Tarragona, Atene, Lisbona), e dal 1998 Conservatore di Preistoria al Museo di Storia Naturale di Verona.

 

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Dic 18 2016

L’ELMO DI SCIPIO? SOTTO IL CEMENTO ARMATO

Liternum, in totale abbandono e minacciato dagli abusi il parco corrispondente alla tomba dell’«Africano»

 

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Gli scavi di Liternum (Lago Patria, Napoli). Una parte, corrispondente all’antica dimora di Scipione l’Africano, è finita sotto una costruzione situata a ridosso della zona tutelata dalla Soprintendenza

 

 

NAPOLI – «Ingrata patria non avrai le mie ossa».

La leggenda narra che queste siano le parole scolpite sull’epigrafe voluta da Scipione l’Africano sulla tomba, sepolta nel territorio di Giugliano, in provincia di Napoli. A causa di un diverbio con i tribuni della plebe in seguito al quale fu accusato di «peculato» per aver sottratto alle casse dello Stato ben 500 talenti ricevuti dal re di Siria Antioco III, il generale romano fu costretto a vivere i suoi ultimi giorni nella città di Liternum. Scipione, famoso per la celebre sconfitta inferta ad Annibale nella battaglia di Zama, lega da allora inesorabilmente la sua memoria a questi luoghi.

Ebbene, oggi, quegli stessi luoghi sono stati dimenticati e abbandonati: vi insiste un parco archeologico decisamente poco valorizzato e minacciato di tanto in tanto dagli abusi: la costa del giuglianese e quella di Castel Volturno, nel Casertano, sono tra le più disastrate d’Italia dal punto di vista del cemento selvaggio.

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Dic 03 2016

ZAHI HAWASS, L’ULTIMO FARAONE D’EGITTO

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Zahi Hawass

 

 

Per conto dello Spiegel, Matthias Schulz traccia un interessante quadro sulla personalità di Zahi Hawass, il segretario generale del Consiglio supremo delle antichità egizie.

 

Sono le 5 di mattina e Zahi Hawass entra nel suo SUV, diretto a una conferenza stampa nell’Oasi di Bahariya.  Le strade del Cairo sono ancora vuote e bisogna affrettarsi per evitare il traffico mattutino.  Hawass ha già avuto un infarto e da allora fuma solo pipe ad acqua. Riferendosi all’autista, dice: “Se rallenta, lo licenzio”.

 

Gli piace chiamare i suoi oppositori “stronzi”, ma nessuno ha problemi col suo carattere. In realtà egli gode di una sorta di licenza che gli permette di essere volgare e arrabbiato e le regole le definisce lui stesso. Lui è il protettore finale di tutti i monumenti del paese.

 

Con un abbigliamento che ricorda Indiana Jones,  Hawass è famoso nel mondo grazie alla presenza costante in TV. È lui stesso a spiegare senza esitazioni il suo narcisismo. Sull’incontro con Obama lo scorso giugno, Hawass rivela: “Gli dissi che George Lucas venne qui per scoprire perchè il mio capello è diventato più famoso di quello di Harrison Ford”. Oppure, quando gli venne mostrata l’impaginazione del suo ultimo libro, commentò: “Ok, ma dovete stampare il mio nome in caratteri più grandi”. E infine: “Non sono solo famoso negli Stati Uniti, ma anche in Giappone e, per la verità, ovunque”.

 

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Nov 30 2016

ERMANNO OLMI: «IO, VENETO NEL DNA FIGLIO DELLA SERENISSIMA»

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Ermanno Olmi

 

 

La 34esima edizione del «12 Apostoli» a Gramellini conferisce il riconoscimento per l’arte al maestro-regista

 

Scomparsi Mario Rigoni Stern e Andrea Zanzotto, viene naturale affibbiare ad Ermanno Olmi – regista di indimenticati capolavori come L’Albero degli Zoccoli e La Leggenda del Santo Bevitore – l’etichetta di più autentico interprete vivente della civiltà contadina.

Lo scrittore di Asiago (dove lo stesso Olmi vive) e il poeta di Pieve di Soligo sono stati per giunta suoi amici. «Due testimoni che hanno tenuto accesi dei lumicini, coscienti che nell’esagerato fulgore delle metropoli non sarebbero stati notati. Ma quei lumicini, quando quelle luci arroganti si spengono per qualche causa straordinaria, splendono di luce propria», dice Olmi. Ma dei due, il regista non si sente certo l’erede. «No, non facciamo questi accostamenti. Ognuno ha il proprio sentiero, anche se possono tutti essere orientati verso un unico ideale traguardo».

I passi mossi lungo questo sentiero gli sono valsi riconoscimenti importanti: la Palma d’Oro a Cannes, il Leone d’Oro alla carriera a Venezia. Oggi, Ermanno Olmi verrà insignito di un altro premio, meno famoso, ma a lui graditissimo: il «12 Apostoli», giunto alla 34esima edizione, ideato dallo chef dell’omonimo ristorante veronese, Giorgio Gioco.

 

Un premio atipico, assegnato in una riunione conviviale a tavola con i giurati.

«Il titolo 12 Apostoli è di per sé una seduzione – dice Olmi – Soprattutto è il piacere di incontrare molti cari amici, sederci a tavola, chiacchierare insieme serenamente senza il supporto di ideologia e religione. Cercare conforto nella speranza è un bel modo di dare significato alla convivialità».

Non è facile iscrivere la personalità di Olmi all’interno di categorie precise. Lui stesso si diverte a sfuggire ai confini, anche geografici.

Provate a chiedergli se, visti i suoi natali, si senta lombardo.

«Assolutamente no – dice lui – molti credono che io sia nato a Milano, ma in realtà sono di Bergamo. E per me Bergamo non è Lombardia: sono rimasto fermo al Manzoni, quando chi stava al di qua dell’Adda era nel territorio della Serenissima. Non a caso sulla porta della mia Bergamo c’è il Leone di San Marco ».

Quindi Olmi non è un veneto d’adozione, ma un veneto nel dna?

«Non mi sono mai distaccato da una territorialità che non dico vorrei contrapporre a quella della Padania – risponde – ma che mi porta a ritenermi un veneto saldo nella mia convinzione di appartenere alla Serenissima. Sono un grande ammiratore della Venezia del 1500, una capitale universale di un mondo che già viveva una sorta di globalizzazione, con i mercanti veneti che nobilitavano la loro professione, erano portatori della cultura veneta nel mondo e importatori delle culture del mondo nel Veneto».

 

Non c’è nessuna contraddizione tra l’ammirazione (e forse la nostalgia) per la città delle città, quella New York del sedicesimo secolo che era Venezia, e l’amore e la sensibilità per il mondo contadino, per le sue tradizioni e i suoi valori oggi a rischio d’estinzione.

«Mio padre era ferroviere e tre anni ci trasferimmo a Treviglio, nella periferia di Milano – racconta – La mia formazione risente così di due mondi diversi ed è stata una grande opportunità: sono vissuto da un lato con l’odore delle macchine, che mio padre aveva addosso quando tornava dal lavoro, e con i buoni odori della stalla, degli orti e delle stagioni che ritrovavo ogni volta che tornavo a Bergamo, dalla nonna materna ».

Si ritiene parte di una generazione fortunata, Olmi:

«Lo ricordavo una sera con Umberto Eco: siamo vissuti in una collocazione temporale straordinaria, a cavallo tra la fine dell’800 e l’era spaziale. Questa fortuna si riflette sulla capacità di giudicare meglio il presente».

Lungi dal cercare rifugio nel passato, Olmi è in effetti un instancabile narratore del presente. Nel suo ultimo film, Il Villaggio di Cartone, racconta di un gruppo di extracomunitari senza permesso di soggiorno che trovano rifugio in una chiesa in via di dismissione, con l’aiuto del vecchio parroco. Potrebbe succedere, chissà, in qualche angolo remoto della campagna veneta, di quelli dove l’antico paesaggio è stato via via snaturato, quando non violentato, dalla modernità.

 

«Il tratto comune è il mancato rispetto della terra, come luogo indispensabile alla nostra sopravvivenza. Non potremo mai sostituire i frutti della natura con quelli di una natura violentata dalle tecnologie e dalle alchimie che fanno dell’agricoltura una sorta di prodotto industriale. Vorrei suggerire una considerazione di Borges: non credo più nel progresso, che sia un progresso?».

Coerentemente il maestro Olmi, quando siede a tavola, come farà oggi al 12 Apostoli di Verona, non ricerca cibi manipolati e sofisticati.

«Il mio pasto ideale è frugale e genuino: vorrei che un pomodoro fosse un pomodoro, che la pasta fosse di una farina degna – dice – Mi stanno a cuore piatti ingenui ma di alto valore immaginativo, come il pancotto, che le nostre povere nonne preparavano con le croste di pane e di formaggio, magari una cipolla, per farne uno dei piatti più squisiti della cucina naturale ».

Giorgio Gioco, conoscendone i gusti, preparerà oggi per Olmi un piatto che, già dal nome, è tutto un programma: la zuppa del contadino dalle maniche arrotolate. Una definizione che ben si addice a questo veneto-bergamasco di 80 anni, amante della campagna, che ancora ama sporcarsi le mani con il suo arnese preferito, la macchina da presa.

 

Alessio Corazza

 

Fonte: da il Corriere del Veneto it, del 22 novembre 2011

Link: http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cultura_e_tempolibero/2011/22-novembre-2011/olmi-io-veneto-dna-figlio-serenissima-1902261558910.shtml

 


Nov 22 2016

L’ANTIFILOSOFIA DELLA STORIA DI KARL MARX

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Karl Marx

 

 

Di Raffaele Ventura

 

“Il faut une exposition, un noeud et un dénouement dans une histoire, comme dans une tragédie.”  Voltaire

 

Marx senza fine

 

Uccidere la Storia. Porre fine alla fine.

Se Karl Marx ha inteso un senso al suo cammino filosofico, era nient’altro che questo. Un cammino che partiva da Hegel, certo – ma per scappare il più lontano possibile. Lasciare lì morto il padre crudele che l’ha cresciuto a cinghiate di metafisica, e mai più tornare sul luogo del delitto.

 

Ma sul luogo del delitto si torna continuamente. E la cosa peggiore è che quando sulla scena arrivano i testimoni, nessuno crede alla confessione, mista di orrore e fierezza. – Si, l’ho ucciso io! – Ma no, si calmi, lei è sotto shock, non ricorda, ha fatto il possibile, ma ora è troppo tardi: Hegel è morto. – Certo che si, l’ho ucciso io! – Suvvia, se ne vada, lei intralcia le indagini. Questo è un lavoro da professionisti. E pensano: dovevano fare fuori anche lei. – Guardate almeno, le mie mani lorde del suo sangue, e guardate come l’ho rovesciato, con la testa in giù. [1] – La testa in giù? E loro tranquillamente: ma certo, per la circolazione. Un uomo rovesciato resta pur sempre lo stesso uomo.[2] – Lo stesso uomo, si; però morto.

 

Alcuni furono così commossi dalla vicenda che dedicarono la vita a dimostrare l’innocenza di Karl Marx, e l’amorevole cura con la quale aveva accudito il padre morente, tenendo viva la fiamma della dialettica hegeliana. Presero il nome di marxisti. Marx aveva scritto il Capitale pensando a loro: aveva scritto un tomo bello grosso, così che fosse doloroso da ricevere sui denti. Ma era davvero troppo grosso, e si faceva fatica ad armeggiarlo. Sicché i marxisti restarono integri, fecero la rivoluzione, e aspettarono con fiducia la fine della Storia – la fine che avrebbe “ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza”, come da lettera ai Corinzi. Marx aveva fondato scientificamente il cristianesimo paolino! Oggettivamente dimostrato il mito del progresso! La fiamma della dialettica hegeliana era in buone mani.

 

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Ott 06 2016

L’ETIMOLOGIA DEL LATINO AMARE

Category: Cultura e dintornigiorgio @ 00:01

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Il latino amare, coi derivati amicus e amoenus, fu per lungo tempo ritenuto di origine indoeuropea: l’Indogermanisches etymologisches Wörterbuch del Pokorny, che riassume le ricerche dei migliori indoeuropeisti apparse fino alla metà del secolo appena trascorso, lo deriva dubitativamente dalla radice *am(m)a ~ *ami «madre», ma riporta al tempo stesso l’opinione di Paul Kretschmer che invece la voce possa essere etrusca. (1)

 

Ritengo che ormai difficilmente si possa sfuggire a quest’ultima ipotesi, sulla scorta dei fondamentali studi etruschi di Massimo Pittau. (2) Ai quali aggiungo qualche osservazione mia.

Innanzitutto, cerchiamo di accertare il significato originario delle voci latine, per quanto ci è possibile: Plauto, vissuto tra il 250 a.C. circa e il 184, ci dà tu mea amoena «tu, mia delizia» (= “tu, amore mio”), quod amas «la tua innamorata» (= “quella che ami”), amare corde inter se «amarsi di cuore (tra di loro)».(3) Il semantema originario dovette quindi, con ogni probabilità, essere proprio AMARE.

 

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Set 06 2016

LA LINGUA EGIZIANA

Category: Bibbia ed Egitto,Cultura e dintornigiorgio @ 06:44

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Pietra di Roseta esposta al British Museum

 

LA NASCITA

 

L’invenzione della scrittura egiziana, è avvenuta intorno al 3200 a.C. fu uno degli eventi più importanti nella storia dell’antico Egitto.

La lingua egiziana ha avuto, nel corso del tempo, tre modi differenti di scrittura:  geroglifica, ieratica, demotica. A questi tre modi di scrivere si deve aggiungere quello utilizzato per esprimere la lingua copta, che era la lingua egiziana al tempo del cristianesimo.

 

GEROGLIFICA

 

 GEROGLIFICA

 

E’ la scrittura egiziana per eccellenza, quella che tutti conosciamo. Il suo nome è derivato dal greco e significa “sacri segni incisi”.

I primi geroglifici risalgono all’era predinastica, mentre gli ultimi sono stati tracciati a File nel 394 d.C. in piena epoca cristiana.

Probabilmente all’inizio si trattava di una forma di scrittura ideografica.

I segni e i disegni erano comunque poco adatti per indicare cose o concetti astratti: come verità, libertà, inganno, fede, vita, grandezza, infedeltà, pensiero, in genere molti concetti erano difficili da esprimere.

Per rimediare a ciò, nel corso di parecchi secoli, gli egiziani modificarono la loro scrittura  dando anche ad ogni figura il valore di un suono, come noi ne diamo uno alle lettere dell’alfabeto.

Questo tipo di scrittura era usata soprattutto per uso ufficiale e monumentale e quindi la troviamo diffusamente su templi e tombe.

 

IERATICA

 

 Scrittura ieratica su papiro

 

Accanto alla scrittura geroglifica ne esisteva un’altra, chiamata dai greci ieratica (= sacra); questa però aveva nulla di sacro.

Questo tipo di scrittura è stato introdotto per semplificare il modo di scrivere dei geroglifici. Si può considerare lo ieratico il corsivo della scrittura geroglifica.  Non differisce dalla scrittura classica se non per il fatto che viene sacrificato l’aspetto pittografico alla velocità di scrittura. Ad ogni segno geroglifico corrisponde un segno ieratico e viceversa ed è quindi facile passare da un testo all’altro.

Lo ieratico, essendo più sbrigativo, era quindi usato in tutti i testi, per tutto ciò che non doveva esser inciso su pietra, né avere carattere ufficiale mentre la scrittura geroglifica era usata, come detto, per scopi epigrafici e monumentali.

Lo ieratico, infine, era il tipo di scrittura che si imparava per prima nelle scuole degli scribi: i caratteri geroglifici veniva insegnati solo dopo che gli alunni si erano impadroniti dello ieratico.

 

 DEMOTICA

 

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Questo tipo di scrittura, che significa “popolare”, fu introdotto da Psammetico I (26esima dinastia, VII seccolo a.C. ) per semplificare ulteriormente la scrittura ieratica: si tratta del corsivo del corsivo e fu  in uso fino alla fine dell’impero romano

A differenza dello ieratico, però, non ha un rapporto uno ad uno con i geroglifici: i singoli segni demotici corrispondono a più geroglifici legati insieme per essere scritti con un solo tratto di penna.

Era la lingua tardo-egizia adottata dai cristiani abitanti in Egitto che non amavano usare il greco perché da essi considerata “lingua dei pagani”. In scrittura demotica si conservano moltissime traduzioni di testi sacri.

 

COPTA

 

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Questo tipo di scrittura fu introdotta probabilmente tra il II e il III secolo dopo Cristo per potere scrivere in egiziano le Sacre Scritture dopo la diffusione in Egitto del Cristianesimo. Essa è basata sull’alfabeto greco con l’aggiunta di sette segni speciali derivati dal demotico, necessari per rendere i suoni dell’antico egiziano. Particolare importante la scrittura copta comprende anche le vocali che invece erano assenti nella lingua geroglifica. Tale lingua e scrittura è stata utilizzata fino a qualche decennio fa nelle cerimonie religiose della Chiesa Monofisista etiopica.

Il termine Copto deriva dalla corruzione del nome “Egitto” che deriva a sua volta dalle parole egiziane “HT KA PTAH” (tempio dello spirito di Ptah), uno dei nomi della città di Menfi. Gli antichi egizi chiamavano invece la loro Terra con vari nomi tra cui il più comune era “KHMT” (Terra nera).

 


Ago 05 2016

IL GALATEO

Category: Cultura e dintorni,ZZZ Senza categoriagiorgio @ 00:08

 

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GALATEO DEL FIDANZAMENTO

 

Il giorno del fidanzamento è quello in cui due cuori si promettono di vivere l’un per l’altro e di questa promessa fanno partecipi genitori, amici e parenti.

 

Dopo aver fissato il giorno:

 

  • si offre un tè, o un pranzo
  • al mattino il fidanzato manda alla ragazza un mazzo di fiori, meglio se bianchi
  • lui le offre l’anello di fidanzamento. Lei non lo toglierà più se non per sostituirlo con l’anello nuziale (perché anche l’anello di fidanzamento si porta all’anulare sinistro)
  • al pranzo, il posto d’onore compete ai fidanzati. Di fronte a loro, i genitori di lei, che hanno, rispettivamente, alla loro destra e sinistra, padre e madre di lui
  • alla fine del pranzo si fa un brindisi per augurio ai fidanzati
  • secondo alcune usanze i genitori di lui regalano un collier d’oro alla futura nuora
  • dopo una settimana i genitori del fidanzato restituiscono il pranzo ai genitori della fidanzata, invitando i parenti e gli amici che desiderano
  • nell’occasione di quel pranzo, la fidanzata ricambia il regalo donando un orologio, un telefonino, un anello o un bracciale al proprio fidanzato
  • Per il ristorante, si scelga quello con tutti i comfort: aria condizionata, terrazze, giardini, animazione bambini, efficienza del personale
  • le foto con i parenti verranno fatte prima del pranzo, perché così nessuno sarà in disordine
  • la torta nuziale verrà tagliata dalle mani congiunte degli sposi; la prima fetta sarà offerta dalla sposa ai genitori e ai testimoni, le seguenti saranno a cura del personale del ristorante
  • per la musica in sala, attenzione al volume troppo alto, potrebbe dar fastidio agli invitati
  • le bomboniere sceglietele di limonges o di argento, per un tocco di lusso, altrimenti di porcellana inglese o di cristallo, per risparmiare. Potrete donare le bomboniere anche soltanto ai testimoni, e agli altri invitati i confetti
  • Al brindisi, se uno di voi due è astemio, parteciperà ugualmente, limitandosi ad appoggiare solo sulle labbra il bicchiere. Inoltre non fate toccare fra di loro i bicchieri, ma fateli solo sfiorare. Le parole “cin cin” assolutamente da non dire.

 

 

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Giu 02 2016

LINGUA VENETA: TUTTI O QUASI I MODI DI DIRE IN VENEZIANO

Category: Cultura e dintorni,Libri e fonti,Veneto e dintornigiorgio @ 00:03

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1- Ma no ti gà na casa ciò?! : frase ideata da un simpatico signore di bassa statura proveniente dalle campagne vicine a Venezia; venditore di piante che, dice, provengono dalle sue terre. Invita la gente a comprarle facendogli notare che, se hanno una casa di loro proprietà o in affitto, devono per forza abbellirla con una delle sue piante. A Venezia si usa dire questa frase in molti casi: per salutare un caro amico, per dirgli come va, per dirgli che sarebbe ora di finire di lavorare e che sarebbe ora che tornasse a casa. La si usa anche in stadio contro i tifosi della squadra avversaria. Una piccola aggiunta: mi è data notizia che questa frase non sarebbe propria del signore di bassa statura ma plagiata. Un edicolante in campo della Guerra, vicino a San Marco, lo redarguiva in questo modo gridando appunto “ma no ti gà na casa, cio?” per invitarlo a andare via dalla zona in modo da non rompere i coglioni con le sue proposte di acquisto.

 

2Oii! : a Venezia lo dicono tutti. Dal gondoliere che avvisa la sua presenza all’ incrocio di un rio (variante: “Aooe!“), alla persona che vuole fare baruffa, come saluto ad un amico caro e a quello che sta per arrabbiarsi.

 

3Andemo vedere cossa fa el marco. Si usa per congedarsi da qualcuno dicendo una frase buttata là ma con un doppio significato: andiamo a vedere (in un ufficio cambio) quanto viene valutato il marco tedesco (adesso non più usato per l’uso dell’euro) ma allo stesso tempo, scherzosamente, si vuol anche dire di andare a vedere cosa fa l’amante (il “marco”) a tua moglie.

 

4Sìe ore ea cresse, sìe ea càea. Ogni sei ore l’acqua entra dal mare alla laguna per poi ritornarci. Questa è una frase che viene detta a chi, per esempio, si arrabbia perché a lui va tutto storto: lo si consola dicendogli che per quanto gli vada male prima o dopo sicuramente gli andrà bene. Per lo stesso motivo per chi si gongola troppo della sua fortuna.

 

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Mag 31 2016

LONDRA: IL 2 FEBBRAIO 2010 MORIVA DONALD WISEMAN, RE DELL’ARCHEOLOGIA BIBLICA

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Donald Wiseman

 

Morto a 91 anni, lavorò pure con la scrittrice Agatha Christie Approfondì i collegamenti tra gli scavi e l’Antico Testamento

 

Il 02 febbraio 2010, lo storico e linguista britannico Donald Wiseman, gigante dell’archeologia biblica, è morto a Londra all’età di 91 anni (era nato il 25 ottobre 1918).   Studioso delle lingue e dell’archeologia del Medio Oriente, assirologo di fama internazionale, sostenuto dalle sue profonde convinzioni cristiane Wiseman approfondì i collegamenti tra le scoperte archeologiche e l’Antico Testamento.

 

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Feb 01 2016

NAPOLI. LO SFASCIO DELLA BIBLIOTECA DI VICO: L’ANTICA BIBLIOTECA GIROLAMINI

Category: Cronaca e notizie,Cultura e dintornigiorgio @ 00:03

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Marino Massimo De Caro all´interno della biblioteca Girolamini di Napoli (FOTO PINDE)

 

I LIBRI SPARITI DELLA BIBLIOTECA DI VICO. IL DOTTORE SENZA LAUREA E I LIBRI SPARITI. NAPOLI, APPELLO DI DUEMILA INTELLETTUALI CONTRO IL DIRETTORE MARINO MASSIMO DE CARO SEDICENTE PRINCIPE E SENZA LAUREA

 

Aprile 2012

 

Affidereste una delle biblioteche più ricche d’ Italia cioè del mondo, piena di tesori inestimabili, a un sedicente principe dottore che non è principe e non è laureato?

 

È successo: il «nobiluomo» “Marino Massimo De Caro” ha in mano, col benestare ministeriale, la biblioteca napoletana dei Girolamini. Quella di Giovan Battista Vico. E il giorno stesso in cui usciva sui giornali l’ allarme di centinaia di studiosi si è precipitato a denunciare il furto di un sacco di libri.

 

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Gen 25 2016

IL GIURAMENTO DI IPPOCRATE

Category: Cultura e dintorni,Persone e personaggigiorgio @ 04:08

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Ippocrate di Coo (o Cos, o Kos) (in greco antico ʽΙπποκράτης), traslitterato in Hippokrátēs; Coo, 460 a.C. circa – Larissa, 377 a.C.

 

 

Attualmente i medici non son tenuti ad uno specifico giuramento prima di intraprendere la loro professione.

Quasi a livello “nostalgico” si recita una versione “moderna” del giuramento del fondatore del codice deontologico della classe medica IPPOCRATE appunto.

E’ utile a volte rinfrescarci la memoria.

 

GIURAMENTO ANTICO, L’ORIGINALE GRECO:

 

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Gen 21 2016

PSICOLOGIA DELLA VITTORIA: AGLI ESSERI UMANI, PER UN ISTINTO ASSOLUTAMENTE NATURALE, PIACE VINCERE

Category: Cultura e dintorni,Dominio Potere e Violenzagiorgio @ 07:25

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Avete mai osservato con attenzione l’espressione, i gesti, la postura di un atleta che esce vittorioso da una gara?

 

Di un ciclista che taglia per primo, in volata, la linea bianca del traguardo, bruciando tutti i rivali nello sprint; o di due giocatrici di beach volley che hanno vinto la partita; o dei componenti di una squadra di calcio che conquistano l’oro ai Mondiali?

 

Per chi abbia praticato uno sport nella propria vita, non c’è bisogno di osservare il viso degli altri, perché sa bene quali sensazioni si provano, o almeno ci si immagina di provare, in quegli istanti in cui il tempo sembra fermarsi e il mondo interro pare volersi inchinare davanti alla forza, alla bravura e alla determinazione del campione vittorioso.

Bello, semplicemente: è qualcosa di esaltante, di glorioso, di incomparabile; qualcosa che fa battere il cuore all’impazzata per la gioia del risultato raggiunto.

 

 

Ora, il cortese lettore vada a sfogliare una enciclopedia illustrata della seconda guerra mondiale (o della prima, se preferisce, o magari di quella del Vietnam) e provi a soffermarsi sulle fotografie che ritraggono un reggimento di fanteria al ritorno dal fronte, dopo una guerra vittoriosa, mentre si affaccia dai finestrini della tradotta militare; o del pilota di un aereo da caccia che è appena rientrato alla base, magari dopo aver abbattuto un apparecchio nemico; o, ancora, dell’equipaggio di una nave da guerra che rientra in porto dopo la distruzione della squadra nemica.

 

Ebbene: su quei volti, in quei gesti, in quelle posture del corpo, non sarà difficile ravvisare impressionanti analogie con quelli degli atleti che hanno appena  concluso una prestazione sportiva e si abbandonano al tripudio della vittoria.

Terribile.

 

Sono analogie che fanno riflettere, che lasciano pensosi.

 

Agli esseri umani, per un istinto assolutamente naturale, piace vincere.

 

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Mar 28 2015

DÌ TUTTO IL BENE POSSIBILE DEGLI ALTRI, E SE NON PUOI PARLARNE BENE, NON PARLARNE

Category: Cultura e dintornigiorgio @ 00:23

 

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Parlare male degli altri ci procura un sottile, perverso piacere: per questo il gossip ha tanta presa. Parlarne bene ci annoia. O ci infastidisce. Come se abbassare gli altri innalzasse noi. E innalzarli ci abbassasse.

  

Una persona ti fa mille favori. E uno sgarro. Cosa ti ricorderai per sempre? Lo sgarro. Dimenticando i favori. Un filantropo finisce coinvolto in uno scandalo. Anche se viene prosciolto, cosa resterà per sempre nell’opinione pubblica? La memoria del fango. Ci viene spontaneo notare il male, più che il bene. Negli altri.

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