Mar 06 2017

VERONA – IL QUARTIERE DI SAN ZENO IN ETÀ ROMANA

Basilica  di San  Zeno,  restauri  2010 

 

 

L’ individuazione del significato primario rivestito dal quartiere di S. Zeno nel panorama della romanità di Verona era già compiuta da Felice Feliciano attorno al 1463, quando dedicava all’amico Andrea Mantegna la sua silloge di iscrizioni latine (Verona, Bibl. Capitolare, Cod. CLXIX), che, prendendo le mosse da Verona, inizia elencando una ventina di epigrafi riunite attorno a S. Zeno e S. Procolo.

 

Questa larga presenza di materiale epigrafico nella zona trova la sua motivazione nel fatto che qui si estendeva la più grande necropoli della città romana. Le aree cimiteriali erano allora frazionate all’esterno della cinta urbana lungo le principali vie pubbliche. Così attorno a Verona abbiamo la presenza sicura di aree cimiteriali non solo a S. Zeno ma anche alla Trinità, presso la strada Claudia Augusta Padana diretta a sud, verso Ostiglia. Una terza necropoli era quella fra S. Nazaro e via XX Settembre, lungo l’importante strada romana nota come via Postumia, vero asse longitudinale della regione padana ed asse generatore dell’assetto viario di Verona romana. Anche la necropoli di S. Zeno, fedele a questa regola, si sviluppò lungo la via Gallica, diretta verso Brescia e Bergamo. Una necropoli minore è attestata nella zona di S. Giovanni in Valle.

 

In età paleocristiana presero forma nuove aree cimiteriali di più modesta consistenza, come quella attorno a  S. Elena, cioè in area urbana, e quelle di S. Stefano e di S. Pietro in Castello.

 

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Mar 05 2017

VERONA – FEBBRAIO 2007: L’ADIGE RESTITUISCE DUE ANTICHI LEONI DI PIETRA ROMANI

I leoni in pietra

 

 

Scoperta durante i lavori di manutenzione idrica. Sono leoni in pietra che affioravano dall’acqua

 

Erano lì, proprio a pelo d’acqua, i due leoni di pietra ritrovati ieri mattina nell’ansa dell’Adige tra ponte Scaligero e ponte del Risorgimento.

 

Sono riemersi per caso, durante i lavori di manutenzione idrica del fiume. Due bellissimi esemplari, un maschio e una femmina seduti sulle zampe, con la bocca spalancata tanto da mettere in bella mostra i canini in segno di difesa. Due reperti antichi, a prima vista, probabilmente risalenti all’epoca romana. Ben conservati, almeno la femmina, che fatta eccezione per la zampa destra mancante, mantiene integro il suo aspetto fiero.

 

Il maschio ha subito maggiormente l’usura dell’acqua, che ha eroso la parte anteriore, lasciandolo invece privo di espressione. Nicola Scala era alla guida del suo escavatore idraulico come tutte le mattine, per proseguire i lavori di risagomatura dell’alveo, iniziati una quindicina di giorni fa dal Genio Civile di Verona. Quando tra i detriti portati dal fiume e depositati nel tempo verso l’argine, ha intravisto subito la sagoma di un leone e accanto, il blocco di pietra del secondo.

 

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Mar 04 2017

VERONA. LA NECROPOLI PALEOCRISTIANA DI PIAZZA CORRUBBIO

Girava l’anno 2010

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il libero ricercatore Alberto Solinas: «Quelle tombe, l’anello mancante della nostra storia»

 

 

VERONA – Il sottosuolo di piazza Corrubbio nasconde una vastissima necropoli «che racconta 450 anni di storia veronese».

Mentre stanno per iniziare i lavori veri e propri per realizzare il parcheggio sotterraneo, pur con nuovi ritardi (vedi articolo sopra), c’è chi non si stanca di richiamare l’attenzione su quello che gli scavi hanno finora portato in superficie. E su quello che ancora potrebbe emergere.

 

Alberto Solinas, archeologo autodidatta che conosce molto bene la storia di Verona, sostiene che «bastava poco» per indovinare cosa celasse il sottosuolo della piazza.

«Già il monaco Onofrio Panvino nella sua Antiquita Veronenses nel 1648 scrisse che dal cimitero di San Procolo proviene il sarcofago in pietra di rosso di San Ambrogio di C. Gavio, della famiglia dei Gavi dell’arco», ricorda.

Tanto era il materiale funebre proveniente da San  Zeno: nel 1820 Da Persico vi aveva individuato il cimitero monumentale romano, mentre l’allora direttore del museo archeologico Lanfranco Franzini (era il 1986) propose un nuovo museo lapidario nell’abbazia restaurata.

 

Qual è il collegamento con piazza Corrubbio?

«Lì – spiega Solinas – sono apparse le fondamenta dei monumenti funebri romani, riutilizzati dai cristiani per costruire le loro tombe».

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Feb 25 2017

SARCOFAGO ROMANO DI C. GAVIO . – VERONA – CHIESA SAN ZENO

Sarcofago  di C. Gavio

 

 

IN COEMITERIO S.PROCULI..

 

C . GAVIO . C . F . QVI

VIXIT . ANN . XIIII .  M . X

C · GAVIVS .  MENODORVS •

FILIO . PIISSIMO . PATER  

INFELlX . AEQVIVS .

ENIM . FVERAT ·VOS

HOC . MIHI . FECISSE

ET · SIBI

 

  Trascrizione   di  Panvinivs  anno 1648

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Feb 19 2017

GINEVRA SEREGO DEGLI ALIGHERI E VIRGINIO ORSINI. UNA DELLE PIU’ DRAMMATICHE E CRUDELI STORIE D’AMORE

Category: Persone e personaggi,Verona storia e artegiorgio @ 10:19

Sono stata solo una lacrima nel vento

 

Il castello di Illasi

 

 

Castello di Illasi di Verona: Girolamo II  Pompei, uomo d’armi della Serenissima, nel 1591 sposa la contessa Ginevra Serego degli Alighieri, figlia  di Angela Giusti e del conte Pier Alvise  Serego discendente diretto del sommo poeta Dante Alighieri.

 

Purtroppo lo spirito da don Rodrigo, di manzoniana memoria, faceva, del Girolamo, più a suo agio in campagne d’armi contro i turchi che fra le mura domestiche e lasciava, non curante, la giovane  Ginevra “ad amirar le stelle”.

 

Le pulsioni d’amore del governatore di Verona Virginio Orsini, ospite assiduo del feudo d’Illasi, fecero a poco a poco breccia nell’intimo di Ginevra, suggellando una travolgente passione.

Malgrado la fedele complicità  del servitore di Ginevra, il fedele Gregorio Griffo, il loro amore  non passò inosservato, tanto che, nel dicembre 1592,  al ritorno da una delle sue  missioni guerresche, il Girolamo ne fu prontamente informato. Abituato a combattere contro i turchi, sistemò la questione a suo modo.

 

Girolamo chiamò subito Ginevra a rispondere sulle voci di quel rapporto da amanti, ed ella stessa, dando in mano la spada al marito perché la uccidesse, confessò l’infedeltà.

Girolamo fece subito chiamare il Griffo  per confermare  la versione.

Il Griffo fu costretto a confessare e venne ucciso a pugnalate: fin sulla strada «si sentì il sassinamento et una voce che disse “o Jesu”… et il Conte lo fece strapegar nel brolo fuori della corte…».

 

Epilogo della vicenda fu la morte dell’amante Virginio Orsini che riuscito a fuggire a Roma, fu in seguito catturato dalle truppe  pontificie e venne poi decapitato per “questioni politiche”.

 

L’uccisione del Griffo non passo’  comunque  inosservata, tanto che la  Serenissima decise di indagare sulla questione.

Ginevra e  Girolamo vennero coinvolti in un lungo processo, ma, visti gli scarsi risultati inquisitori, la confessione fatta da Ginevra stessa al marito, le deposizioni del fratello della contessa, Brunoro Serego, di Francesco Pompei e di altri testimoni, e le inevitabili ingerenze  politiche, venne messa una pesante pietra sopra sull’ intera vicenda.

 

La giovane Ginevra, oramai segregata nel castello, scomparve misteriosamente dalla scena non più in là di tre anni dall’omicidio del Griffo, poco prima dell’autunno 1595, quando i nobili vicentini Stefano e Leonoro Gualdo, due fratelli della contessa Lucrezia Gualdo, varcarono la soglia del palazzo Pompei in Illasi, per offrire, con la promessa di una cospicua dote, la mano di  sposa della propria sorella al “condottier di gente ed armi della repubblica veneta”.

 

Di lei non si seppe piu’ nulla, ma nella valle d’Illasi le grida portate dal vento sussurravan  voci che ella, la bellissima Ginevra, fosse morta d’inedia, murata viva in una segreta del castello.

 

Di essa rimase solo il profilo di una bambina che le sopravvisse la figlia  Faustina,  che, crescendo nel ricordo di una madre che si era “suicidata”, ne ridisegnava e ricordava sempre di piu’ le belle fattezze.

 

Suo padre il 27 febbraio 1604, ne costituiva la dote monacale ed ella  il 5 aprile 1605, accompagnata da  un corteo di autorità religiose, civili e militari, varcava, come Sposa di Cristo, la porta del   convento di Santa Caterina da Siena in Contrada San Nazzaro di Verona,  prendendo il nome di  Suor Lucrezia, in ricordo dalla sua matrigna, la contessa  Lucrezia Gualdo, la quale, per procura del marito assente, perché relegato dalla Serenissima dal 26 gennaio 1601 in quel di Zara per scontarvi un bando di  cinque anni per essere il mandante di due omicidi, ratificava e confermava le donazioni al convento di Santa Caterina da Siena, compresi i beni della defunta madre contessa Ginevra Serego degli Alighieri.

 

Padrino della cerimonia, fu il conte Giordano Serego, fratello di Pier Alvise e figlio di Marco Antonio, nonno di Faustina.

 

Testimoni della monacazione furono il capitano Gio. Batta de Turchi dell’ Isolo di Sotto, della contrada stessa dei Pompei, e il notaio Ottavio de’ Magnini.

Nelle  veci di vicario generale  il canonico del Vescovado di Verona, Florio Pindemonte.

 

Le porte si aprono alla presenza del Padre Costantino Gandini, priore del monastero di S. Anastasia.

 

Gli esaminatori della professa, tutti suoi consanguinei, un rappresentante per ciascun ramo: il conte Gio. Batta Pompei di Francesco, il nobile Alessandro di Federico, e il conte Adriano figli del suddetto Gio. Batta.

 

L’atto venne sanzionato da Marcantonio “Fomalenus  judex ordinarius ad officium Draconis Palatii, iuris Comuniis Veronae sub preatura M. D. Julij Contareno dignis.mi Potestatis Veronae et eius districtus pro Seren. Duc…”

 

Pubblicato in Arengo il 28 maggio 1605 da Bernardino Fracanzano notaio “deputatus ad conciones”. 

 

 

IL RITROVAMENTO DI GINEVRA

 

 

Agli inizi dell’900, nel corso di alcuni lavori di restauro, venne abbattuta una parete nelle segrete del castello e si scoprì lo scheletro, ancora incatenato, di una giovane donna: rivelazione di come si fosse effettivamente conclusa la vicenda.

 

Le ossa, il piccolo teschio e le  tre catene, di varie  lunghezze ad anelli sottili oblunghi e sferici,  serrate ai tre lati di un piccolo triangolo di ferro, furono raccolti dal conte Antonio Pompei e custoditi in un’ urna di vetro posta in una camera buia dell’ala del palazzo  Pompei di Illasi, fatto costruire dal conte Girolamo II, marito di Ginevra, nel 1615.

 

Per tutti si trattò della rivelazione conclusiva della  storia del conte Girolamo II Pompei e della sua sposa Ginevra.

La loro attuale collocazione non è una buia o angusta stanza qualsiasi, ma la luminosa sacrestia della cappella di villa Pompei-Sagramoso.

 

 

IL MISTERO DI ILLASI: IL DELITTO CHE COINVOLSE GINEVRA SEREGO ALIGHIERI, DISCENDENTE DI DANTE. VERONA 1592

 

 

Sul finire del 1592 un enorme scandalo scosse la città di Verona. Il governatore Virginio Orsini era fuggito dalla città la notte del 20 dicembre, come un ladro, per evitare la feroce vendetta del conte Girolamo Pompei di Illasi.

Il conte lo accusava di aver stuprato, la notte del 22 novembre, nel loro palazzo di Verona, la giovane moglie Ginevra. Ginevra Serego Alighieri, discendente di Dante Alighieri e giovane sposa del conte Girolamo Pompei, quello stesso dicembre 1592 fu accusata dell’omicidio di Gregorio Griffo, sua guardia del corpo e uomo d’armi fidatissimo del conte suo marito.

Secondo la versione ufficiale, era stato proprio il Griffo a far entrare Virginio Orsini nella camera della contessa, in cambio di denaro. Ginevra poi, sempre secondo la versione ufficiale, lo aveva ucciso pugnalandolo ben quindici volte perché causa della sua rovina e perdita dell’onore.

Da Venezia fu inviato a Verona l’avogadore Marco Querini, che con molta difficoltà riuscì ad interrogare Ginevra. Non le cavò nulla di bocca, se non la versione dei fatti che ormai tutti conoscevano. Dopo di che di lei non si seppe più nulla.

Una leggenda vuole che sia stata murata viva nel castello di Illasi.

 

Più di dieci anni fa ritrovai nell’Archivio di Stato di Venezia le carte originali del processo, e la loro attenta lettura hanno svelato un’altra verità. Una verità così pericolosa che segnò tragicamente il destino di Ginevra consegnandola alla morte e all’infamia nel tempo.

Ginevra Serego Alighieri era figlia di Pieralvise Serego Alighieri, figlio a sua volta di Marcantonio Serego e Ginevra Alighieri. La madre era una discendente di Dante Alighieri, o meglio del di lui figlio Pietro, giudice, che fu podestà di Treviso, dove morì e fu sepolto il 21 aprile 1364.

 

Il patrimonio della famiglia Serego Alighieri era notevole. Una perizia del 1563 parla di una stima di 74.177 ducati. Parecchi miliardi di euro odierni.

I Serego erano gente d’armi, derivavano da un’antica stirpe militare che, però nel Cinquecento aveva ormai contorni mitici e sfumati.

 

Girolamo Pompei detto il Malanchino  

 

Il matrimonio di Ginevra con Girolamo Pompei fu pensato nell’ottica tutta politica di legarsi ai nuovi condottieri fedelissimi della Repubblica di San Marco.

 

I Pompei si erano stabiliti a Illasi nel corso del XV secolo, e la Repubblica aveva concesso loro la piena giurisdizione. Ginevra e Girolamo si erano sposati nel 1584, lei doveva avere tra i quindici e i sedici anni, lui ne aveva già ventotto.

 

Da subito il matrimonio tra i due non funzionò, sia per la differenza d’età, sia per la diversa estrazione e provenienza famigliare. A ciò si aggiunse il fatto che Ginevra non riuscì subito ad avere dei figli. Rimase incinta dopo che erano ormai trascorsi cinque anni dal matrimonio e partorì una figlia, Faustina. Il marito le aveva messo accanto la sorella Suordamor, per farle compagnia, visto che era sua coetanea, e la servetta Agnolina anch’essa della stessa età di Ginevra. Ma, soprattutto, le aveva assegnato come guardia del corpo un suo fidatissimo uomo d’arme, Gregorio Griffo con il quale il conte Girolamo era cresciuto come un fratello. Fu un errore fatale.

 

La solitudine e la continua vicinanza favorì la nascita di un sentimento d’amore tra la contessa Ginevra e la sua guardia del corpo. Gregorio Griffo doveva essere un oggetto di desiderio molto ambito dalle donne del castello di Illasi, sempre sole e annoiate. E malgrado tutte le precauzioni, la relazione tra la contessa e Gregorio non passò inosservata. Se ne accorse per prima proprio la servetta personale di Ginevra, Agnolina, che scoprì i due amanti insieme a letto, a Verona, nella camera di lei.

 

Secondo la versione ufficiale riportata in processo, Agnolina avrebbe confidato il suo pesante segreto a Suordamor, che, a questo punto, presa da furiosa gelosia e forse anche lei innamorata di Gregorio, confessò tutto alla sorella Caterina che la portò via subito dal castello di Illasi, rivelando il tradimento al conte Girolamo Pompei e segnando così per sempre il destino dei due amanti, che inevitabilmente avrebbero dovuto essere uccisi.

 

Ma come uccidere i due amanti senza segnare l’onore di casa Pompei?

Girolamo Pompei non avrebbe mai potuto ammettere di essere stato tradito da un suo uomo d’armi, che, per quanto di famiglia, era sempre un suo sottoposto. Sarebbe stato per lui disonorevole. Così fu architettato un diabolico piano.

 

Infatti, in quel periodo era governatore di Verona Virginio Orsini, un narciso che correva dietro a tutte le belle donne della città, e pare che avesse fatto numerose avances anche alla bella Ginevra. Fu messa in giro la voce che proprio Orsini avesse stuprato nel palazzo di Verona la contessa Ginevra, e che il tramite di questo turpe atto fosse stato proprio Gregorio Griffo. Fu proprio lui la prima vittima di Girolamo Pompei. Con gran pompa fu prelevato nella sua casa di Illasi, trasportato su al castello e in una stanza assassinato dal conte tradito e dai suoi bravi. In seguito, Girolamo Pompei costrinse Ginevra ad accusarsi dell’atroce delitto del suo amante.

 

Nel frattempo, la famiglia Pompei aveva in segreto avvertito il governatore Orsini di fuggire al più presto per salvarsi la vita, visto che Girolamo Pompei avrebbe dovuto vendicarsi su di lui per lo stupro della moglie.

In effetti, Orsini fuggì prima a Mantova poi a Venezia, denunciando sempre, anche davanti al senato della Repubblica, la sua innocenza ed estraneità ai fatti. Ginevra fu costretta anche a firmare una confessione pubblica nel castello di Illasi, probabilmente temendo per il destino della sua unica figlia Faustina.

Depose in processo, davanti all’avogadore inviato da Venezia, poi sparì per sempre dalla storia, nessuno seppe più nulla di lei.

 

Nel 1596 Girolamo Pompei si risposò con Lucrezia Gualdo di Vicenza, ricchissima. Da lei ebbe ben sei figli maschi.

Faustina, la figlia avuta da Ginevra, fu rinchiusa nel convento di Santa Caterina da Siena in San Nazzaro in Verona, prese il nome di suor Lucrezia ed ereditò i beni della madre.

 

 


Feb 15 2017

IL RITMO PIPINIANO O VERSUS DE VERONA

 

Iconografia-Rateriana

 

 

SOMMARIO.

– Prime pubblicazioni – I codici di Lobbes e di Rimini – Edizioni recenti – Autore – Epoca – Partizione del Ritmo – Sua importanza – Testo dei «Versus de Verona ».

 

Per la storia della chiesa veronese è di sommo interesse un  carme latino della fine del secolo VIII, o del principio del secolo IX, detto Ritmo Pipiniano, in alcuni codici Versus de Verona, in altri De laudibus Veronae. Una parte di esso fu pubblicato sulla fine del secolo XVI dal nostro storico Dalla Corte (1); più tardi fu pubblicato intiero, ma molto scorretto da Mabillon (2), indi da Muratori (3). Ma erano pubblicazioni molto imperfette: il merito d’averci procurato una pubblicazione abbastanza esatta fu del nostro Scipione Maffei.

 

Quando il nostro vescovo Raterio dal vescovado di Verona si ritirò nel monastero di Lobbes nel Belgio, portò con sè alcuni manoscritti preziosi per la storia della nostra chiesa; tra questi un codice contenente il carme in lode di Verona col titolo Versus de Verona. Il nostro Maffei nel 1736 si recò a Lobbes per aver notizie di Raterio e dei codici rateriani (4); ma non vi trovò l’abate Teodolfo: lo trovò più tardi a Bruxelles, e per mezzo di lui, oltre molti aneddoti veronesi, potè aver una copia del codice dei Versus de Verona accertata per conforme all’originale con postilla dello stesso abate Teodolfo.

Questa copia apparve ben presto ancor più preziosa, quando per la soppressione di quel monastero nel 1793 andò smarrito il codice originale. Secondo quella copia, che ora si trova nella nostra biblioteca Capitolare (5), il Maffei pubblicò il carme (6); e quella pubblicazione die’ tosto causa ad alcune dispute tra gli eruditi.

 

Più tardi il carme fu nuovamente pubblicato da Biancolini dietro un codice che si trovava presso ai Celestini di Rimini e fu scritto da Peregrinus De Peregrinis sulla fine del secolo XV (7): una copia di esso, come accennava il Biancolini, si trovava presso il canonico Muselli arciprete della cattedrale. Anche questo codice dei Celestini differisce non poco da quelli pubblicati antecedentemente: noi non tenteremo di cercare qual codice meglio corrisponda all’originale; questione di poca utilità ed insolubile: soltanto accenneremo ad alcune varianti di maggior rilievo storico. Recentemente dietro ispezione di altri codici, con nuove varianti e secondo diversi principi di apprezzamento fu pubblicato da due eruditi tedeschi, Dümmler (8) e Traube (9).

 

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Feb 14 2017

VERONA. CHIESA DI SAN LORENZO, UNO SCRIGNO DEL MEDIOEVO

Category: Chiesa veronese,Verona storia e artegiorgio @ 00:08

Facciata della chiesa di san Lorenzo

 

 

VERONA CORSO CAVOUR. Di origini antichissime, la chiesa è un patrimonio architettonico che affonda le sue radici nel quinto secolo e si snoda in una storia millenaria. San Lorenzo, uno scrigno del Medioevo. Dai matronei ai capitelli, ci sono tanti motivi per visitare questo gioiello d’arte che conserva tracce romane e longobarde

Ci sono mille motivi per andare a visitare la chiesa di San Lorenzo, in corso Cavour: i matronei (cioè gli ambienti sopraelevati sulle navate, riservati alle donne), il transetto esteso su due campate, le cinque absidi tutte nella stessa direzione, i capitelli con le aquile. E poi quella penombra animata dall’effetto dei colori dei mattoni, dei ciottoli e del tufo dei suoi muri.

Ma ce n’è uno su tutti: le torri cilindriche della facciata con, all’interno, le scale di accesso ai matronei. Le torri scalari costituiscono una soluzione architettonica di origine romana, ma è rarissima in Italia. Anzi si tratterebbe di uno dei pochissimi esempi di influenza nordica, nella tradizione padana. Per entrare a San Lorenzo, si passa sotto un arco a sesto acuto, costruito nel 1476, in piena Rinascenza, sormontato dalla statua del santo, con una graticola in mano. Qui si è in un cortile, ricco di reperti antichi, che dà direttamente sull’ingresso laterale. Del resto, la chiesa è stata edificata nel XII secolo, usando materiale di spoglio.

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Feb 13 2017

VERONA. IL BATTISTERO DI SAN GIOVANNI IN FONTE, DOVE SI RISOLVEVANO LE CONTESE

Category: Chiesa veronese,Verona storia e artegiorgio @ 07:16

Battistero di San Giovanni in Fonte

 

 

TESORO NASCOSTO. La pianta di San Giovanni in Fonte, accanto alla Cattedrale, è a tre navate, ognuna termina in un’abside che sporge verso il cortile del Vescovado. Nel «giudizio di Dio» le parti sostenevano prove di forza e coraggio. L’edificio restaurato e riaperto al culto cinque anni fa

È tra gli edifici sacri più importanti del cristianesimo veronese, ma è il capolavoro posto nel luogo più nascosto che ci sia a Verona e, per questo, è poco noto alla maggior parte dei veronesi.

Stiamo parlando della chiesa di San Giovanni in Fonte, che è il battistero della Cattedrale. Sono nascosti perfino i suoi due accessi: la porta sottostante l’organo, nella navata sinistra del Duomo, attraverso il cosiddetto atrio di Santa Maria Matricolare, oppure il piccolo cancello tra l’abside esterna della Cattedrale e il palazzo vescovile, in piazzetta Vescovado.

Il Battistero di San Giovanni in Fonte è citato solamente nel 837, in una notizia che racconta di una contesa tra i canonici e i cittadini, per la suddivisione degli oneri di rifacimento e manutenzione delle mura veronesi: vinsero i primi, con un giudizio di Dio, effettuato «nella chiesa di San Giovanni Battista presso il Duomo».

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Feb 12 2017

VERONA. QUANDO A PONTE GARIBALDI TASSAVANO ANCHE I PEDONI

Category: Verona storia e artegiorgio @ 01:33

Ponte Garibaldi negli anni Trenta con le statue dei «strachi»

 

 

COSTRUZIONE D’AVANGUARDIA. Per tenere il conto degli incassi, gli addetti alla riscossione mettevano in un recipiente un fagiolo per ogni palanchetta incassata

I più giovani, per risparmiare, si portavano a spalle l’un l’altro Ma c’era chi sceglieva di fare il giro passando da Ponte Pietra

 

Perché inserire il notissimo ponte Garibaldi, che collega il centro storico con il quartiere di Borgo Trento, nella «Verona nascosta»? Decisamente per la sua curiosa storia che è ignorata da gran parte dei veronesi. Il ponte fu la sintesi dell’ingegneria in ferro più futuristica e di un sistema di conteggio con i fagioli, che sembrerebbe riportare alla preistoria.

 

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Feb 04 2017

VERONA VIA PESCETTI: RINVENUTO L’OSSO CHE PUÒ RISOLVERE IL GIALLO DELLO SCHELETRO

Girava l’anno 2010

 

Verona 11/08/2010 cronaca nera vedute di via Pescetti photo Giorgio Marchiori foto per Pignatti

Uno scorcio di via Pescetti, in Valdonega (FOTO MARCHORI)

 

 

Il  ritrovamento in Borgo Tento. Il ricordo di un ingegnere della Valdonega: negli anni Sessanta, all’epoca ragazzino, giocava tra i resti di guerrieri longobardi Rinvenuto l’osso che può risolvere il giallo. Durante un nuovo sopralluogo rinvenuta un’altra parte dello scheletro. Ora la Sovrintendenza attende l’esame del medico legale

 

Un altro sopralluogo, alla ricerca del famoso osso lungo, che è spuntato ieri dalla cantina di via Pescetti e così ci si può finalmente mettere l’animo in pace e cercare di datare lo scheletro della Valdonega, che resta l’argomento prediletto dell’estate.

 

Il pm Francesco Rombaldoni, titolare dell’inchiesta ha sottolineato al dirigente della squadra Mobile Gian Paolo Trevisi, che il fascicolo resta aperto fino a quando medicina legale non avrà datato il reperto. Ma se si confermasse il sospetto di un osso storico, probabilmente di epoca longobarda, la procura e la squadra mobile uscirebbero dalla vicenda.

 

Il ritrovamento di qualche giorno fa ha riportato alla memoria di un ex abitante della zona un avvenimento che potrebbe essere ricondotto agli anni Sessanta.

 

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Feb 03 2017

VERONA 1909. IL DIRETTORE DE L’ARENA ALFREDO FOSSI DISPERSO CON IL PALLONE AEREOSTATICO

Category: Verona storia e artegiorgio @ 08:34

Girava l’anno 1909

 

cesare lombroso

Lombroso era nato a Verona  nel 1835EndFragment

 

 

Anno 1909. Il direttore de L’Arena Alfredo Fossi  disperso con il pallone, sfiorata la tragedia sull’aeromobile atterrato sopra Recoaro. Luigi Messedaglia batte Todeschini nelle elezioni.  Muore Cesare Lombroso e si suicida Riccardo Lotze.

 

Il  1909 è per Verona ricco di avvenimenti. I primi giorni dell’anno sono segnati dalle tragiche notizie che arrivano da Messina, dove negli ultimi giorni del 1908 un terremoto ha raso al suolo la città e provocato 80 mila morti. La città si dà da fare per raccogliere fondi da destinare alla popolazione colpita. Una fabbrica di cera dona mille candele. Il 2 gennaio don Giuseppe Chiot, Giuseppe Cazzarolli e Giulio Canella a nome della Caritas cittadina si recano in Sicilia per consegnare dei fondi.

 

L’8 febbraio L’Arena pubblica il Manifesto del Futurismo di Marinetti.

Anticipa perfino Le Figarò, che pubblicherà il Manifesto «solo» il 20 febbraio, data che secondo gli storici segna il battesimo ufficiale del movimento letterario.

 

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Gen 22 2017

L’APOCALISSE VERONESE DEL 3 GENNAIO 1117. IL PRIMO TERREMOTO CHE FU MISURATO

Quell’apocalisse nove secoli fa. Con i suoi 9 gradi Mercalli seminò morte da Cividale a Milano, da Bergamo a Pisa

 

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di Gian Antonio Stella

 

 

«Fu il terremoto assai terribile. Per cui crollarono molte chiese coi campanili, e innumerevoli case e torri e castelli e moltissimi edifici, sia antichi che nuovi; per il quale anche i monti con le rupi crollarono e devastarono e in molti luoghi la terra si aprì ed emanava acque solfuree…»

 

La scossa

La cronaca degli Annales Venetici breves offre un’immagine nitida di cosa fu lo spaventoso scossone del 3 gennaio 1117. Nove secoli fa. «Fu il più antico evento sismico del mondo per il quale si abbia un quadro dei danni tale da consentire oggi di stimarne l’area epicentrale e la magnitudo con tecniche analitiche rigorose, le stesse usate per analizzare terremoti di secoli più vicini», spiega Emanuela Guidoboni, tra i promotori del convegno di oggi all’Istituto Veneto di Venezia sul tema «Novecento anni dal più grande terremoto dell’Italia Settentrionale».

 

L’area padana

Fu così devastante quel cataclisma, coi suoi 9 gradi di intensità della scala Mercalli-Cancani-Sieberg e «una magnitudo calcolata, a partire dal quadro complessivo del danneggiamento, tra 6.5 e 6.9» (quello in Friuli del 1976 fu di «appena» il 6,4 e ogni aumento di 0,2 punti di magnitudo corrisponde al raddoppio della potenza) da seminare morte e rovine il tutta l’area padana, da Cividale a Milano, da Bergamo a Pisa.

 

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Gen 20 2017

VERONA: A PIAZZA CORRUBIO DOPO LE TOMBE ORA SPUNTA UN’ABSIDE

Girava l’estate 2010

 

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L’abside di  Piazza Corrubio

(p.s.g.: che sarebbe quello della prima chiesa di Verona, quella di San Zeno)

 

 

VERONA – Nuove cartucce da sparare per il comitato di San Zeno che controlla costantemente gli scavi di piazza Corrubbio.

In superficie è emerso un nuovo ritrovamento sul quale gli archeologici hanno già a lungo lavorato, mettendo ora completamente in luce i resti di una struttura absidata, in muri di grossi ciottoli di fiume, probabilmente la base di una tomba monumentale o di una piccola chiesa, nella parte dello scavo vicina alla pasticceria sotto la quale era già stata trovata  un’altra struttura simile. Le mura sono circondate da altre sepolture non in semplici coppi di cotto, come tante altre ritrovate (sono circa duecento le tombe emerse fino a questo momento), ma in pietra di Prun.

 

Si tratta; come in tutti gli altri ritrovamenti di piazza Corrubbio di una struttura di cui resta appunto solo la base  perché  come in altre occasioni ha spiegato la Soprintendenza ai Beni Archeologici, tutta la necropoli si trova ad un livello molto superficiale tanto da essere stata in passato profondamente danneggiata e completamente tagliata in superficie.  Ma se questo è visibile ad occhio nudo, ciò che il comitato contesta, sostenuto da Alberto Solinas, appassionato conoscitore di archeologia e di storia veronese, è appunto la decisione di fermare gli scavi ad un livello così superficiale.

 

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Gen 16 2017

LA CAMPANA DEL FIGAR DELLA CHIESA DI SAN ZENO DI VERONA

Category: Chiesa veronese,Verona storia e artegiorgio @ 00:11

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La campana del figar

 

 

La prima campana era suonata per i temporali e veniva chiamata “ dal figar” poiché, sotto di lei, nella cella campanaria, cresceva una pianta di fico.

Di forma ottagonale, è sempre stata attribuita, per errata interpretazione di un documento, all’undicesimo secolo, ma, recentemente, un team di esperti europei ha convenuto che il pezzo potrebbe tranquillamente risalire al VIII-X secolo.

Ci troviamo, quindi di fronte ad una delle più antiche campane della cristianità, se non la più vecchia in assoluto tra quelle fuse in bronzo ad oggi integre e funzionali.

Benché ancora oggi in ottima salute, non si trova più sul campanile ma nel museo dell’abazia. Un meritato riposo dopo circa 12 secoli di servizio!

 

 


Dic 26 2016

IMMAGINE DEL CRISTO DI SAN GIORGIO IN BRAIDA

Category: Chiesa veronese,Verona storia e artegiorgio @ 00:18

NOTIZIE STORICHE DELLA IMMAGINE DEL CRISTO CHE SI VENERA NELLA CHIESA DI S. GIORGIO IN BRAIDA

 

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Il Cristo Benedicente della Chiesa di San Giorgio in Braida

 

Questa narrazione è tratta da un antiche originali testimonianze risalenti alla fine del 1800. Ora l’immagine di Cristo si trova nella chiesa di San Giorgio. I prodigi compiuti dal Cristo Crucifero sono ricordati da 140 tavolette, dovute alla devozione popolare Le stesse sono state recentemente restaurate e collocate in opportune bacheche. Per numero di pezzi la collezione di S. Giorgio è seconda solo a quella della Madonna della Corona.

 

“Alla infinita Sapienza e bontà di Dio piacque fin dal principio del mondo manifestarsi all’uomo per mezzo dei miracoli, affinché lo avesse con più viva fede a riconoscere e confessare per suo Creatore. Ora siccome tra i prodigi da Dio operati nella sua Chiesa, ve n’ha un gran numero che si attiene al culto delle sante Immagini, ragion vuole che dove alcuna di coteste Immagini sia per tal modo venuta in grande  venerazione, non se ne lasci perire col tempo la memoria, ma se ne tramandino alla posterità. Tale si è la miracolosa Immagine del CRISTO, di cui s’intende ora a tessere un succinto ragguaglio.

 

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