Gen 21 2019

LA STELE VENETICA DI ISOLA VICENTINA….ANCA ISOLA ’NTE ’A PREISTORIA

Stele di Isola Vicentina

 

 

Da Isola Vicentina (VI)

 

La xe stà proprio ’n avenimento stòrico sta scoperta; a no xe da tuti i dì tirar sù da soto tera na pria de tanti sècoi fà, co su scrito ’n po’ de ’a so storia. ’Lora, tornando indrìo ’tel tenpo, serchemo de saèrghene na s-cianta de pi.

 

Sirca diesemila ani fà, la nostra rejon veneta la jera ’ncora prijoniera rento na enorme grosta de giasso (Era Glaciale) ma pinpian, grassie a l’aiuto de ’n caldo e umido ventesèo, el giasso ga scumissià desfarse, provocando ’n cataclisma che ga roersà sotosora le montagne, canbiàndoghe parfin la facia a l’imensa pianura e fasendo sì che se formasse coline, lagheti e na distesa palude de sassi e paltan che faséa védare na desolassion che solo i raji del sole faséa ’ncora slúsare.

Xe passà i ani, xe passà i sècoli e soto ’a magia de ’a man del mistero xe sorta la vita, mace de fili de erba, maciuni de piantine carghe de foje e fiuri, e le montagnole xe deventà boscheti indóe ga catà rifujo animài come camossi, stanbechi e caprioli.

 

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Gen 11 2019

SI È SPENTO L’ARCHEOLOGO ANGLO-VERONESE PETER HUDSON

8  GENNAIO 2018, Ci rattrista l’improvvisa scomparsa del collega Peter Hudson, figura di riferimento non solo per l’archeologia urbana. Esprimiamo le nostre condoglianze ai familiari. I funerali si terranno alle 15,15, sabato 12 gennaio nella sala evangelica presso il cimitero monumentale di Verona.

SAP società archeologica srl.

 

Peter Hudson in foto del 2002

 

 

E’ MORTO  ALL’OSPEDALE DI NEGRAR L’ARCHEOLOGO INGLESE, MA VERONESE DI ADOZIONE, PETER HUDSON.

 

8  GENNAIO 2018 –  Si è spento all’ospedale di Negrar l’archeologo inglese, ma veronese di adozione, Peter Hudson, nato a Manchester il 26 settembre 1954. Ne ha dato notizia su Twitter la Soprintendenza di Verona: «A lui si devono tutte le maggiori conoscenze sull’altomedioevo veronese. La Soprintendenza lo ricorda come uomo di grande cultura e conoscenza archeologica e come persona e di notevoli vedute e umanità».

Peter Hudson, per citare alcuni dei suoi molteplici interventi, ha diretto gli scavi nel Cortile del Tribunale, ha lavorato agli scavi scaligeri, ha diretto gli scavi archeologici durante i lavori del sottopasso di Porta Palio, in occasione dei Mondiali ’90, e poi la Postumia in corso Cavour.

 

IL LUTTO. IL RICORDO DELL’ARCHEOLOGO CHE SI È SPENTO A 64 ANNI: È STATO IL PROTAGONISTA DELLE PIÙ IMPORTANTI CAMPAGNE DI SCAVO TRA GLI ANNI OTTANTA E NOVANTA IN CITTÀ

 

L’inglese che ci ha fatto scoprire Verona

 

Peter Hudson, nato a Manchester, si era stabilito qui dopo aver lavorato per Porta Palio, la via Postumia, il cortile del Tribunale

  

 

 

Peter Hudson fotografato nel 1997 al lavoro negli scavi di via Mazzini 

 

Alto, barba e capelli rossi, mani grandi da portiere: era inconfondibile Peter Hudson da Manchester, l’archeologo inglese che ha fatto scoprire Verona ai veronesi guidando le più importanti campagne di scavo in città tra gli anni Ottanta e Novanta insieme con la sovrintendente di allora Giuliana Cavalieri Manasse.

 

Se n’è andato in poche settimane all’età di 64 anni (come anticipato ieri da L’Arena), lasciando la compagna Gabriella e il figlio Thomas, all’ospedale di Negrar dove era ricoverato da alcuni giorni e lasciando una enorme mole di ricordi e di testimonianze in chi ha vissuto con lui quella stagione che il suo amico e collega Simon Thompson, pure lui di Manchester, compagno di studi di Peter, che come tanti altri inglesi ha scelto di stabilirsi nella nostra città, chiama «periodo d’oro».

Peter Hudson, una laurea in archeologia all’università di Lancaster, ha avuto meriti enormi: grazie a lui, a un inglese che amava il calcio e il cricket, sono state riportate alla luce le pagine più interessanti del passato di Verona, chiudendo definitivamente l’era degli scavi fatti con le ruspe per sostituirli con campagne di scavo certosine, da quelle romane a quelle altomedievali, con pennello e pazienza.

 

 

 

1991: Peter Hudson con Giuliana Cavalieri Manasse nell’area di scavi per il sottopasso di Porta Palio

 

«Negli anni Ottanta e Novanta eravamo in pochi ad occuparci di archeologia in quel modo», racconta Simon Thompson, compagno di scuola, collega di tante avventure archeologiche di Peter Hudson. «Peter arrivò in Italia cominciando da alcuni lavori di scavo a Pavia, poi si trasferì a Verona per gli scavi condotti dalla soprintendente Cavalieri Manasse. Cominciò alla Rocca di Rivoli. Poi si spostò in città per gli scavi del Cortile del Tribunale, ora Scavi Scaligeri, insieme con l’architetto Libero Cecchini e fu un apripista nel Nord Italia».

Con quegli interventi di recupero archeologico infatti si aprì, spiega Thompson, una nuova epoca: «Cambiò completamente il metodo di lavoro perché si cominciò a lavorare in modo stratigrafico, nel rispetto delle varie epoche, sotto la direzione degli esperti. Si chiuse il periodo delle ruspe che scavavano tutto e degli operai che buttavano via qualunque cosa. Questo fu uno dei suoi grandi contributi all’archeologia: il metodo stratigrafico».

 

Peter Hudson non si sposterà più da Verona e dal suo centro storico. «Dopo il cortile del Tribunale, lavorammo insieme per gli scavi del Campidoglio cittadino, sotto Palazzo Maffei e Corte Sgarzerie dove ora gli scavi sono visitabili».

 

Arrivarono i Mondiali di calcio del 1990 e gli scavi dei sottopassi in circonvallazione. «Ricordo la campagna di scavo per il sottopasso di Porta Palio con la soprintendente Cavalieri Manasse. Vennero trovati tantissimi resti medievali e tombe. Per non parlare poi del lastricato della via Postumia, riportato alla luce sotto corso Cavour».

 

1999:  Peter Hudson   al lavoro sulla   Postumia in corso Cavour 

 

Che cosa resta di tutto questo? «È stato trovato tantissimo materiale interessante e prezioso, di epoca romana e medievale; servirebbe ora per la città il museo archeologico nazionale, ma non si riesce ad andare avanti, è ancora fermo».Una Verona che rischia di dimenticare queste pagine della sua storia e i suoi protagonisti. «Io spero che la città trovi il modo di ricordare il lavoro prezioso di Peter Hudson. Lui non era solo un archeologo da campo ma un vero studioso, un grande appassionato del periodo Longobardo e altomedievale, si immergeva negli studi in biblioteca, cercava e studiava documenti, ceramiche, testimonianze. Ha dato un contributo enorme alla storia di Verona e del Nord Italia. Il modo migliore per ricordarlo sarebbe riaprire in suo onore gli Scavi Scaligeri, con il suo nome, una foto. E magari la cittadinanza onoraria alla memoria….».

 

 

LA «CAMPAGNA DI RIVOLI». NEL 1978 SULLA ROCCA COMINCIÒ L’AVVENTURA VERONESE DELLO STUDIOSO

 

Il giovane Peter con gli amici alla riscoperta del Castello

 

Banterla: «Fu “adottato” dalla gente e tanti giovani diedero un aiuto»

 

Un legame speciale unisce Peter Hudson e Rivoli. Proprio qui, infatti, a partire dal 1978 l’archeologo anglo veronese diresse la campagna di scavi ai resti del castello medievale sulla Rocca a picco sulla Chiusa su incarico della pro loco del paese. E qui fece le sue prime, importanti scoperte.

 

«A Rivoli ebbe inizio il brillante percorso scientifico di Hudson, che divenne uno dei più importanti ricercatori di archeologia medievale e urbana, fino ad allora non molto considerata in Italia per il “primato” dell’archeologia classica» svela l’amico Gino Banterla, allora presidente della pro loco e oggi consigliere comunale. «Me lo aveva indicato il suo professore all’università di Lancaster, Hugo Blake, con cui si laureò in archeologia medievale. Da allora diventammo amici».

Il segno distintivo di quegli scavi fu la grande partecipazione della popolazione locale e gli studiosi inglesi furono “adottati” dalla gente. A tal punto che l’esperienza della campagna medievale alla Rocca è ancora viva nella memoria collettiva, a Rivoli. «Hudson conquistò la simpatia della gente con il suo carattere espansivo e ironico» continua Banterla. «Al gruppo di archeologi inglesi si affiancarono alcuni volontari rivolesi e le donne si diedero da fare per garantire a tutti un buon pasto ogni giorno».

Gli scavi condotti dall’esperto archeologo misero bene in rilievo l’importanza strategica di quel castello, in cui nell’Ottocento venne ambientato il romanzo storico di Osvaldo Perini “La Castellana di Rivoli”, e portarono alla luce una serie di manufatti che furono poi oggetto di una mostra.

 

«Quei reperti, che non si sa bene dove siano finiti, nei progetti del Comitato Rivoli ’97 avrebbero dovuto costituire una sezione medievale di un grande museo del territorio da istituire al Forte» conclude Banterla. E rivela: «Con Peter ne avevamo parlato più volte. Purtroppo non c’è stato il tempo di realizzare insieme a lui quel sogno».

Negli anni Settanta la pro loco di Rivoli, guidata da Banterla insieme a Dario Testi e Giorgio Zerbini, era una realtà giovane, battagliera e all’avanguardia sotto molti aspetti. Chiedeva un rinnovamento e promuoveva iniziative culturali di valorizzazione sia delle testimonianze storiche, archeologiche e monumentali sia dei prodotti locali. Combatté anche dure battaglie per difendere il territorio dalle lottizzazioni selvagge, dall’apertura indiscriminata di cave e dagli insediamenti industriali.

 

Fonte: srs di MAURIZIO BATTISTA, da L’Arena di Verona del 10 gennaio 2018

 

 

PETER JOHN HUDSON, L’ARCHEOLOGO CHE AVEVA VERONA NEL CUORE

 

Foto in alto: Peter John Hudson a Verona con alcuni suoi giovani collaboratori (Paola Fresco).

 

CON LUI I VERONESI PERDONO UN TESTIMONE IMPORTANTE DELL’EVOLUZIONE DELLA CITTÀ DALLA SUA FONDAZIONE, UN INNOVATORE DELLA TECNICA DI SCAVO STRATIGRAFICO, CHE SI POI SI È DIFFUSA IN TUTTA ITALIA.

 

Una dedizione indefessa al lavoro di scavo archeologico e un approfondito studio della storia della nostra città: ecco i tratti distintivi della figura dell’archeologo Peter John Hudson che ci ha lasciato improvvisamente martedì 8 gennaio. L’archeologo inglese, nato a Manchester il 26 settembre 1954, era arrivato a Verona nel 1981, per dedicarsi con uno straordinario lavoro agli Scavi Scaligeri dell’ex tribunale, purtroppo oggi chiusi al pubblico. Si trattò del primo scavo urbano così esteso fatto in una città italiana con l’utilizzo del metodo stratigrafico: circa 1500 metri quadrati per una profondità di 3,5 m. che hanno attestato l’evoluzione della storia di Verona dal suo primo insediamento romano nell’ansa del fiume, intorno al 48 a.C., fino al periodo scaligero. Ciò che colpiva in lui era la capacità di sintesi e di interpretazione del dato archeologico che sapeva collocare e datare con grande competenza.

 

Nel ’90 entra, come socio fondatore e direttore tecnico, nella cooperativa veronese Multiartacquisendo l’importante commessa del sottopasso di Porta Palio, al quale parteciparono anche vari studenti inglesi. Quindi a Povegliano diresse lo scavo della Madonna dell’Uva Secca da cui emersero tombe pre-romane e longobarde, lavorando sempre in collaborazione con la direttrice del nucleo operativo della Soprintendenza del Veneto Giuliana Cavalieri Manasse.

 

1988:  Gli scavi davanti a Porta Borsari 

 

Tra il 1997 e il 1999, durante gli scavi Agsm in via Mazzini, fu il protagonista della scoperta delle mura che Gallieno costruì nel 265 d.C. intorno all’Arena affinché non rimanesse baluardo nelle mani dei barbari: nell’area della farmacia Due Campane egli scoprì il tratto che le collegava all’allineamento di via Alberto Mario. Emersero tra gli altri i resti di una bella scalinata di un tempio che fu demolito per far spazio alle mura. L’anno dopo fu la volta degli scavi in Corso Cavour dove mise in luce, in tutta la sua maestosità, la via Postumia che denominò “autostrada dell’antichità” larga 14 m fino ai 16 m dell’area di Castelvecchio.

 

Fu poi la volta di Palazzo Maffei e quindi della Basilica romana in fondo a via Mazzini, dove oggi un tratto di pavimentazione più scuro ricorda la presenza dell’abside sottostante, solo per citare i suoi lavori più eclatanti. I problemi burocratici che incontrava sugli scavi e che ne ostacolavano il lavoro affliggevano il suo cuore di leone appassionato, dalla criniera fulva e dalla corporatura imponente, sempre pronto all’azione: alla città rimane l’esempio della sua figura dal carattere sensibile, umile e generoso, e tutti i dati storici che sono stati raccolti ed elaborati grazie al suo amore profondo per l’archeologia.

 

Con lui Verona perde un testimone importante dell’evoluzione della città dalla sua fondazione, un innovatore della tecnica di scavo stratigrafico, che da Verona poi si è diffusa in tutta Italia. A lui il mondo accademico, che poco frequentava per la sua predilezione al lavoro sul campo, deve molto.

 

Giulia Cortella

 

Fonte: Srs di Giulia Cortella  da Verona -in, del  10 gennaio 2019-01-10

Link: https://www.verona-in.it/2019/01/10/peter-john-hudson-larcheologo-che-aveva-verona-nel-cuore/?fbclid=IwAR2tfuhCDdr4hBioXuUnVW2Gr_FQfcGUzqQpeaKf8V66EtJBTIYtFCAs2IE

 

 


Nov 19 2017

GERUSALEMME: RITROVATO UN’ANTICO STABILIMENTO TERMALE ROMANO

 

 

Ritrovato a Gerusalemme uno stabilimento termale romano.

Questa scoperta mostra con sorpresa che l’accampamento romano fosse stato molto più esteso di quanto si pensasse.

 

Sono state ritrovate diversi corredi intatti compreso anche le piastrelle che portavano incise lo stemma della Decima legione che distrusse il secondo tempio di Gerusalemme.

 

Questa scoperta aiuterà a capire i confini della vecchia Gerusalemme.

 

Il ritrovamento del marchio della Decima Legione, inciso sia sulle tegole del tetto sia nei mattoni di fango gettato in opera, ci indica che furono direttamente i soldati romani a costruire l’intera struttura.

 

Sembrerebbe che il bagno pubblico sia stato utilizzato dagli stessi soldati che presidiarono quei luoghi e furono gli artefici della repressione della rivolta di Bar Kokhba nel 135 d.c.

Le strutture rinvenuto comprendono una serie di vasche intonacate nel fianco di una piscina e della pavimentazione bianca a mosaico.

 

Centinaia di piastrelle di terra cotta che erano collocate sul tetto sono state ritrovate sul pavimento della piscina, dimostrando che la stessa era provvista di una copertura.

 

Le piastrelle di questi bagni sono timbrate con i simboli LEG X FR (legione Decima “Fretensis” ).

 

La città romana di cui questo bagno faceva parte era chiamata Aelia Capitolina e la sua completa comprensione servirà per determinare come le vecchie mura di Gerusalemme erano disposte.

 

Fonte: http://edition.cnn.com/ (novembre 2010)

Fonte: da antikitera del 23 novembre 2010

Limk: http://www.antikitera.net/news.asp?ID=9522&TAG=Antichi%20Romani&page=12

 


Nov 08 2017

GLI SCIVOLI DELLE DONNE E IL RITO DI FERTILITÀ

 

Il sito di Bard all’incirca all’Età del Rame (metà IV – fine III millennio a.C.). Per quanto riguarda gli scivoli, questi appartengono ad un’epoca successiva, dal momento che hanno parzialmente cancellato le figure a cui sono sovrapposti.

 

 

Un rito di fertilità è un rituale religioso che rimette in scena un atto sessuale o un processo riproduttivo. Già nelle pitture rupestri erano rappresentati animali in procinto di accoppiarsi. Tale raffigurazione la possiamo considerare come un rito di fertilità magica. Queste ritualità avevano lo scopo di assicurare la fecondità della terra o di un gruppo di donne. 
Inizialmente il culto della fertilità era legato alla Grande Madre, generatrice e portatrice di fecondità. L’uomo primitivo rappresentava la Madre come una donna formosa con il ventre marcato per simboleggiare la fertilità.

 

A partire dal VIII millennio prima della nascita di Cristo si assiste alla proliferazione di raffigurazioni femminili legate al culto della fertilità. Il passo successivo è legato all’acquisizione del valore miracoloso della roccia. In questo contesto si inserisce lo studio legato agli scivoli della fertilità, massi utilizzati dalle donne che desideravano procreare.

Perché le pietre? Per la coscienza religiosa dell’uomo primitivo, la durezza, la ruvidità e la permanenza della materia sono una rivelazione del divino. La pietra è, rimane sempre se stessa, perdura nel tempo e colpisce. Ancora prima di afferrarla per colpire, l’uomo urta contro la pietra, non necessariamente con il corpo, ma per lo meno con lo sguardo. In questo modo ne constata la durezza, la ruvidità e la potenza. La pietra gli rivela qualcosa che trascende la precarietà dell’esistenza umana. 

 

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Ott 30 2017

QUESTI DENTI TROVATI IN GERMANIA POTRANNO RISCRIVERE LA STORIA

Category: Archeologia e paleontologia,Natura e scienzagiorgio @ 22:23

 

 

 

Una scoperta di 9, 7 milioni di anni ha lasciato stupefatti una squadra di scienziati tedeschi. I denti sembrano appartenere a una specie che si conosceva solo in Africa tipo “LUCY” ma 4/5 milioni di anni dopo.

Un team di archeologi tedeschi ha scoperto una serie di denti nell’antico fiume del Reno, ha annunciato Mercoledì il Museo di Storia Naturale di Mainz.

 

I denti non sembrano appartenere a nessuna specie scoperta in Europa o in Asia. Essi appartengono maggiormente a quelli appartenenti agli scheletri iniziali di ominidi di Lucy (Australopithecus afarensis) e Ardi (Ardipithecus ramidus), scoperti in Etiopia.

 

Ma questi nuovi denti, trovati nella città tedesca di Eppelsheim, vicino a Mainz, sono di almeno 4 milioni di anni più vecchi degli scheletri africani. Dopo questo ritrovamento gli scienziati erano talmente perplessi che hanno aspettato quasi un anno prima di decidersi a pubblicare questa notizia.

 

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Mar 21 2017

I DINOSAURI DEL PASUBIO RIDISEGNANO LA GEOGRAFIA GIURASSICA DELL’ITALIA

Category: Archeologia e paleontologia,Natura e scienzagiorgio @ 10:21

Una delle  orme ritrovate  nella galleria

 

 

Il ritrovamento di tre orme di dinosauro all’interno della galleria del Monte Buso, nel massiccio del Pasubio,  rivoluziona la paleogeografia italiana. Lì non dovevano stare: nel periodo Giurassico, quel territorio si ipotizzava sommerso. Ma c’è di più: la “piattaforma di Trento” apparteneva all’Eurasia e non al continente africano.

 

Durante l’esplorazione della galleria passante del Monte Buso, nel massiccio del Pasubio (scavata dagli austriaci durante la prima guerra mondiale per collegare le retrovie alla prima linea), Marco Avanzini – conservatore responsabile della sezione di geologia del Museo tridentino di scienze naturali e noto esperto di icnologia, la disciplina che studia le orme fossili – ha individuato tre orme di dinosauro che riscrivono la storia antica della penisola italiana.

 

Seguendo le ricostruzioni paleogeografiche, basate su dati geologici e stratigrafici, l’Italia del Giurassico (il periodo che va da 200 a 160 milioni di anni fa) era considerata perlopiù un territorio sommerso, dove al massimo erano presenti basse distese fangose a pelo d’acqua. Nel 1990, la scoperta di tracce di dinosauri ai Lavini di Marco, nel Trentino meridionale, fa vacillare questa ipotesi. I ritrovamenti successivi, avvenuti in un’ampia area compresa tra la Valle dell’Adige e il Feltrino, provano che il territorio denominato dai geologi “Piattaforma di Trento” nel Giurassico inferiore (200-190 milioni di anni fa) era costituito in gran parte da terre emerse. Lo sprofondamento previsto dai modelli tradizionali era avvenuto più tardi (nel Giurassico superiore, 160 milioni di anni fa).

 

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Feb 28 2017

ARCHEOBUONI E GLI STUDIOSI INDIPENDENTI

 

Perché? La stampa e i media conoscono   solo gli studi degli archeobuoni, mentre la gente preferisce gli studiosi indipendenti

 

Gli ARCHEOBUONI, prima DERIDONO, poi COPIANO, poi sono glorificati dalla STAMPA che aveva ignorato le scoperte e le innovazioni degli STUDIOSI INDIPENDENTI.

 

Quante scoperte si possono attribuire alla archeologia ufficiale?

Forse l’uno per cento e non manco sicuro che essi non si siano appropriati di qualcosa scoperto da altri.

Da BELZONI a SCHLIEMANN, ai moderni SITCHIN, a Robert Bauval e più recentemente alle scoperte di Leonardo Melis… vedere la città sulla Jara, il coccio scritto di Pozzomaggiore, la piramide a gradoni .. la sua opera omnia sui POPOLI DEL MARE e i SHARDANA, di cui scrive e discute da 40 anni ….

 

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Feb 09 2017

LA MALEDIZIONE DI TUTANKHAMON

 

 

Da quasi un secolo ormai aleggia un alone sinistro intorno al nome del faraone-bambino Tutankhamon. Da quando infatti Howard Carter ne scoprì la tomba – ufficialmente il 27 novembre 1922 – le persone più informate riguardo ai dettagli del ritrovamento morirono tutte, inspiegabilmente, nell’arco di pochi anni.

 

Circa cinque mesi dopo la scoperta della tomba il finanziatore dell’impresa, Lord Carnarvon, venne punto da una zanzara su una guancia. In seguito a questo banale incidente, le sue condizioni di salute peggiorarono fino a condurlo alla morte per setticemia.

 

Toccò poi al fratellastro di Lord Carnarvon, Aubrey Herbert, che morì inspiegabilmente, nel 1923, a seguito di una semplice estrazione dentale.

 

L’archeologo canadese La Fleur, giunto in Egitto nell’aprile 1923 – in perfetto stato di salute – per aiutare Carter nei suoi lavori, moriva appena qualche settimana dopo per una misteriosa malattia 

 

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Gen 30 2017

SIAMO TUTTI UN PO’ NEANDERTHALIANI

Category: Archeologia e paleontologia,Natura e scienzagiorgio @ 00:14

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Lo schema che spiega come (e dove) i geni del Neanderthal sopravvivono in noi ancora oggi 

 

 

Un team internazionale di scienziati ha sequenziato il genoma dell’uomo di Neanderthal e lo ha confrontato con quello di 5 persone provenienti da diverse parti del mondo. Scoprendo così che sapiens e Neanderthal si sono incrociati.

 

L’uomo di Neanderthal, estinto circa 30 mila anni fa, “vive” dentro di noi: tutti gli uomini moderni, a eccezione degli africani, hanno infatti nel proprio Dna dal 1 al 4 % del suo patrimonio genetico. In altre parole, ci furono incroci fra Homo sapiens e uomo di Neanderthal. Grazie ad antiche coppie miste i geni dei Neanderthal hanno potuto così sopravvivere.

 

È uno dei dati più sorprendenti emersi da una ricerca scientifica che per se stessa non ha precedenti: gli studiosi del Max Planck Institute for Evolutionary Antropology di Lipsia hanno annunciato di avere sequenziato per la prima volta il patrimonio genetico dell’uomo di Neandherthal.

 

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Gen 24 2017

FUMANE DI VERONA, GROTTA SOLINAS: RIVENIMENTO DI UN DENTE DI 40MILA ANNI FA. ERA DELL’UOMO DI NEANDERTHAL

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Il frammento di dente trovato nella grotta Solinas di Fumane

 

 

L’ultimo rinvenimento negli scavi nella grotta è ora allo studio degli esperti delle università di Torino e Ferrara.  È un rarissimo frammento di premolare con una marcata usura dello smalto che fornisce nuove ipotesi per le ricerche

 

Gli scavi alla Grotta di Fumane hanno portato alla scoperta di un dente appartenuto a uno degli ultimi uomini di Neanderthal vissuto tra i 40 e i 50mila anni fa.

 

Si tratta di un rarissimo frammento di dente umano, un premolare, trovato nei cosiddetti livelli Uluzziani, nello strato A3, che presenta una marcata usura dello smalto e dei solchi verticali. Questo dimostra che i neanderthaliani usavano molto la bocca e i denti per rompere e strappare, oltre che per mangiare. Il dente è ora allo studio del professor Giacomo Giacobini dell’Università di Torino e di Marco Peresani dell’Università di Ferrara, che ha proprio in questi giorni aperto la campagna di scavi per l’anno 2010.

 

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Gen 18 2017

LE OSSA FOSSILI: UNA DIFFICILE CONSERVAZIONE

Category: Archeologia e paleontologia,Natura e scienzagiorgio @ 00:07

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Tecnico di laboratorio

 

 

Secondo una recente ricerca le ossa fossili andrebbero conservate refrigerate ed in condizioni di sterilità per evitare di contaminarne il DNA. Le procedure tradizionali di scavo e conservazione potrebbero avere causato danni irreparabili al materiale sin qui raccolto.

 

D’ora in poi i ricercatori impegnati negli scavi dei reperti fossili dovranno imparare a comportarsi come gli investigatori della Scientifica.

 

Questo è quanto emerge da un recente articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Americana PNAS.

 

Fino ad ora le ossa fossili erano manipolate da una quantità di persone, lavate collettivamente in ampie vasche, ripulite e spazzolate, e perfino lucidate con speciali vernici, prima di essere esposte nelle teche dei musei.

 

Queste procedure potrebbero aver causato danni irrimediabili ai reperti fin qui raccolti.

 

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Gen 17 2017

L’UOMO DI NEANDERTHAL IN TERRA PADANA: INTERVISTA A LAURA LONGO CONSERVATORE DI PREISTORIA DEL MUSEO DI STORIA NATURALE DI VERONA

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L’occipitale  neandertaliano  del riparo Mezzena.

 

 

La Dottoressa Laura Longo, Conservatore di Preistoria del Museo di Storia Naturale di Verona, è la coordinatrice delle ricerche sui Neandertaliani e gli Uomini anatomicamente moderni (H. sapiens) convissuti in terra padana per circa 3/5000 anni. La abbiamo intervistata per voi.

 

Quando l’uomo di Neanderthal si stabilì in terra padana?

 

Abbiamo notizie della presenza neandertaliana nel nord Italia a partire da almeno 150.000 anni fa, forse anche un po’ prima.

 

Cosa attirò i Neandertaliani, e poi gli Uomini anatomicamente moderni (H. sapiens), sui monti veneti?

 

I Monti Lessini, i Berici, gli Euganei e le prealpi venete più in generale, sono disposti in modo che il sole li illumina e riscalda durante tutto l’arco della giornata. E durante i periodi glaciali questo aspetto non era certo da sottovalutare. Poi sono ricchi di strati calcarei in cui il carsismo ha scavato grotte e ripari, che sono i naturali ricoveri dei gruppi umani preistorici. Sono tutte aree ricche di selce, la roccia a frattura concoide che l’uomo preistorico ha sempre usato per costruire i propri strumenti. Sono zone ricche di acqua e quindi attiravano gli animali che diventavano facile preda dei cacciatori e raccoglitori preistorici. Insomma i monti veneti erano una specie di paradiso per Neandertaliani e Uomini anatomicamente moderni.

 

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Gen 11 2017

INTERVISTA ALL’ARCHEOLOGA PREISTORICA VERONESE LAURA LONGO

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Laura Longo durante una campagna di scavo

 

 

La Dottoressa Laura Longo  (nata a Verona nel 1961)    è qualificata come archeologo preistorico e svolge la professione di Conservatore di Preistoria presso il Museo di Storia Naturale di Verona. La abbiamo intervistata per voi.

 

Qual’è stato il suo percorso formativo?

 

Laurea in Scienze Naturali presso l’Università di Ferrara, Master in Archeologia all’University College di Londra, un primo Dottorato in Antropologia presso l’Università di Bologna, Master in Tecnologia Preistorica e Archeologia Sperimentale, presso l’Accademia delle Scienze di S. Pietroburgo, un secondo Dottorato in Sc. Della Terra e Preistoria presso l’Università di Siena.

 

E il suo percorso professionale?

 

Post-doc all’Università di Milano e presso la Southern Methodist University di Dallas; Borsista UE progetti FP3 e FP4 per 3 anni (in varie sedi europee, Valbonne, Tarragona, Atene, Lisbona), e dal 1998 Conservatore di Preistoria al Museo di Storia Naturale di Verona.

 

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Gen 10 2017

OMINIDI A ISERNIA LA PINETA E…FORSE…UNA CAPANNA

Category: Archeologia e paleontologia,Natura e scienzagiorgio @ 00:21

OMINIDI A ISERNIA LA PINETA E…FORSE…UNA CAPANNA

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Isernia la pineta, il paleoauolo. In questo fotografia, tra le ossa e i sassi, si vede una forma circolare senza nessun oggetto. Negli scavi archeologici è la classica impronta lasciata da una buca dove era infisso un palo

 

 

Verona 25 giugno 2010

 

Oggi sono passato da Alberto   Solinas per avere alcune informazioni sulla Postumia a Verona. Prima del congedo  Alberto mi blocca e mi dice: Lo sai della “capanna” di Isernia la pineta, beh sto vedendo che non sono più il solo a pensare ad una possibile  costruzione eseguita dall’uomo.  Ho recuperato un libro della Giunti editore, scritto da  Alberto Salza,  (Ominidi uomini e ambienti di tre milioni di anni fa) che propone un’ipotesi di:  Isernia come un atto deliberato dell’uomo.

Ti ho estrapolato  alcune pagine.

 

PALEOSUOLO

 

(…) Ciò che apparve ai ricercatori valse la scommessa: migliaia di ossa di  animali mescolate a centinaia di utensili. I reperti sono così numerosi e ammucchiati che spesso si corre il rischio di danneggiarne uno mentre se ne scava un altro. La prima cosa che salta agli occhi, già sul terreno, ma ancor più osservando il rilievo delle prime superfici del paleosuolo portato alla luce (pochi metri quadrati, rispetto alla totalità del sito), è la non casualità della disposizione di ossa, sassi e utensili. Isernia appare come un atto deliberato dell’uomo, e non  come effetto di forze casuali, quali si possono riscontrare nei “mucchi idraulici” dovuti all’ acqua di torrenti sufficientemente impetuosi da trasportare per grandi distanze anche ossa di pachidermi.

 

Bisogna comunque dire che anche quest’ipotesi è stata recentemente formulata, e occorrerà attendere i risultati di sofisticati esperimenti di tafonomia prima di poter trarre conclusioni definitive.

Esistono però dei fatti, a Isernia, piuttosto singolari. Qualunque sia stata la forza che ha ammassato ossa e utensili (cerchiamo di non essere troppo antropocentrici) bisogna dire che lo ha fatto in “modo differenziale”, come direbbero gli specialisti. Ha, cioè, selezionato solo alcune parti degli animali e non ha agito su tutto lo scheletro.

 

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Gen 08 2017

EMMANUEL ANATI: IL MONTE SINAI È AD HAR KARKOM. HO TUTTE LE PROVE

Category: Archeologia e paleontologia,Bibbia ed Egittogiorgio @ 00:25

emmanuel-anati

L’archeologo Emmanuel Anati

 

 

Dove si trova realmente il Monte Sinai? In quale luogo Mosé ricevette le tavole della legge del decalogo?

 

Emmanuel Anati, che è stato ospite del festival biblico, non ha dubbi: il Monte Sinai non è, come suggerisce la tradizione, il rilievo su cui sorge il monastero di Santa Caterina, ma è la montagna di zafferano, la montagna gialla dell’Har Karkom. In due libri, editi da Edizioni Messaggero Padova, ha esposto i risultati portati alla luce da spedizioni italiane nel deserto del Negev, in Israele.

 

Proprio qui, ad Har Karkom, le ricerche di Anati hanno messo in luce una montagna sacra con altari, santuari ed altri luoghi di culto circondata da innumerevoli insediamenti riferibili all’età del bronzo, nel cuore del deserto dell’Esodo. Per la prima volta, ricerche in cui convergono archeologia, antropologia culturale, sociologia e topografia all’esegesi teologico-biblica, portano prove archeologiche concrete in accordo con il Pentateuco biblico. La Bibbia, rapportata anche a elementi di letteratura extra-biblica, smette dunque di essere mito e diventa storia.

 

Professor Anati, cosa l’ha portato alla scelta di diventare archeologo?

 

È stato il caso. Quando ho fatto la maturità, mio padre, che era architetto, mi ha iscritto a ingegneria. Dopo tre settimane sono scappato: ho frequentato corsi di geografia, scienze umane, storia e infine archeologia orientale. In realtà non faccio solo l’archeologo: mi interesso in generale alle scienze dell’uomo.

 

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