Gen 18 2018

VITTORIO EMANUELE II…FIGLIO DI UN MACELLAIO…

 

IL VITTORIONE

 

 

 

I Savoia potrebbero incazzarsi nel leggere i nostri resoconti di una storia finalmente diversa da quella propinataci dai vari regimi; di una cosa però possono andare orgogliosi: Vittorio Emanuele II non era un Savoia ma, come ci fa sapere Massimo D’Azeglio “… il suo vero padre era un macellaio di Porta Romana a Firenze …” .
Infatti Vittorio Emanuele II era figlio spurio sostituito al vero Vittorio Emanuele quando il vero erede subì ustioni mortali a Poggio Imperiale nel Settembre 1822 .
A Napoli, Vittorio Emanuele II sarebbe stato chiamato “ figlie ‘e zoccola”.
A pag. 11 del libro “Vittorio Emanuele II” di Pier Francesco Gasparetto leggiamo quanto segue:

“Proprio a Poggio Imperiale il piccolo Vittorio corre il primo rischio serio della sua vita. Rischia di finire bruciato vivo nella culla. I fatti, secondo il rapporto del caporale Minutti, vivacizzato da un uso personalissimo della lingua e della punteggiatura e indirizzato ‘All’Illustrissimo Signor Commissario del Quartiere Santo Spirito’, si svolsero in questo modo: “La sera del sedici stante verso le undici e mezzo, la Baglia di Sua Altezza Imperiale e Reale il Principe di Carignano, essendo nel suo appartamento, e volendo con il lume ammazzare le zanzare gli prese fuoco lo zanzariere; ed il vestito che aveva ancora indosso, volendo salvare il Bambino che era in letto acese ancora il medesimo alle grida della medesima accorse delle Cameriste, e altre persone di servizio, e spensero il fuoco, essendo rimasto nel letto mezzo materasso, e la Baglia si dice che stia in pericolo ti vita, stante di essersi bruciata sotto. Che è quanto”.

 

Continua a leggere”VITTORIO EMANUELE II…FIGLIO DI UN MACELLAIO…”


Nov 22 2017

LUIGI BERTAGNA: L’ULTIMO «RAGAZZO DELLA FOLGORE» RACCONTA LE BATTAGLIE DI EL ALAMEIN

Foto d’epoca del caporale Maggiore dei paracadutisti Luigi Bertagna

Il tesserino militare di Luigi Bertagna all’età di vent’anni

 

 

STORIA. Il reduce veronese d’Africa era del famoso 5° Battaglione; oltre a lui un altro sopravvissuto risiede in Friuli. Luigi Bertagna, 88 anni: «Si combatteva anche contro mosche, pidocchi e dissenteria»

 

È un ragazzo di 88 anni: ragazzo, perché Luigi Bertagna – classe 1922 – conserva lo spirito del «folgorino» che combatté eroicamente a El Alamein, tra il luglio e il novembre del 1942.

Dal 1986 – dopo esser stato direttore del parco-giardino Sigurtà, a Valeggio – vive a Verona, ed è uno dei due «leoni della Folgore» (ma preferisce «ragazzi», come li chiamavano pure i tedeschi e gli inglesi) reduci ancora viventi del 5° Battaglione, 15ma Compagnia di quella divisione che – come ricordò Paolo Caccia Dominioni – fu all’epicentro del grande ciclone bellico, e il cui sacrificio è stato alto.

L’altro reduce vivente del 5° Battaglione è Pino di Giusto (vive a Pordenone, e il Comune gli ha conferito recentemente la cittadinanza onoraria); del 9° Battaglione, invece, è vivente soltanto il generale Marcello Berloffa.

 

Luigi Bertagna – una memoria eccezionale – ricorda commosso quegli anni, mostrandoci nel contempo una straordinaria documentazione che testimonia la vita di un ragazzo senza dubbio avventurosa. Soprattutto dal 1942 al 1945, fra prima linea prigionia e fughe dai campi concentramento.

 

Continua a leggere”LUIGI BERTAGNA: L’ULTIMO «RAGAZZO DELLA FOLGORE» RACCONTA LE BATTAGLIE DI EL ALAMEIN”


Nov 20 2017

L’INNO DI MAMELI? NON È L’INNO DELLA REPUBBLICA ITALIANA, MA QUELLO DEI MASSONI

 

 

di Ignazio Coppola

 

Tratto da I Nuovi Vespri

 

Vi siete mai chiesti perché il nostro inno nazionale inizia con la parola “fratelli” ? E, su questo vi siete mai data una risposta? A tal proposito vale bene ricordare che l’inno di Mameli non è mai stato l’inno ufficiale della Repubblica italiana, bensì un inno ufficioso o, per meglio dire “precario” come, del resto, lo è la maggior parte di tutto ciò che avviene in questo nostro Paese. A ben vedere, per quanto infatti diremo, il “precario” e ufficioso inno di Mameli si può definire a buon diritto l’inno che la massoneria impose alle nascente Repubblica italiana nel lontano 1946 in sostituzione della “marcia reale” che aveva caratterizzato il precedente periodo monarco-fascista.

 

 

“Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta”: queste infatti sono le prime parole dell’inno di Mameli. Un inno, come si intuisce, di chiara connotazione massonica, musicato da Michele Novaro e scritto nell’autunno del 1847 dal “fratello” Goffredo Mameli (al quale, a riprova della sua appartenenza e devozione ai liberi muratori, sarà poi dedicata a futura memoria una loggia) che, non a caso e da buon “framassone”, lo fa iniziare con la sintomatica e significativa parola “Fratelli”.

 

Un inno scritto dal “fratello” Goffredo Mameli nel 1848 e riproposto un secolo dopo, il 12 ottobre 1946, da un altro “fratello”, il ministro delle guerra dell’allora governo De Gasperi, il repubblicano Cipriano Facchinetti, da sempre ai vertice della massoneria, con la carica di Primo sorvegliante nel Consiglio dell’Ordine del Grande Oriente d’Italia e affiliato alla loggia “Eugenio Chiesa”.

 

Continua a leggere”L’INNO DI MAMELI? NON È L’INNO DELLA REPUBBLICA ITALIANA, MA QUELLO DEI MASSONI”


Ott 26 2017

CAPORETTO VISTA DA UN “NEMICO” FURLAN

La storia vista da un soldato friulano dell’esercito Austro-Ungarico

 

Di Millo Bozzolan – ottobre 25, 2017

 

Gli austro-tedeschi a Udine

 

 

Chi vi propone l’articolo, cioè io,  non ha nessuna nostalgia per “el paròn” austriaco, allo stesso modo in cui non ama l’annessione italiana. Anche se tra le due disgrazie, la prima forse era la meno peggio.  Ma certamente è interessante leggere un pezzetto di storia, cioè lo sfondamento di Caporetto, anche dal punto di vista del “nemico”. Specie se il “nemico” è in realtà un fratello friulano.

“Batae di Cjaurêt”

 

Guido Marizza e la pagnotta.”

 

Arriva l’ottobre del ’17 e le truppe italiane sul fronte dell’Isonzo vengono sbaragliate. Per gli Austro-Tedeschi è la battaglia di Flitsch-Tolmein (Plezzo-Tolmino), per gli Italiani è la disfatta di Caporetto.

 

A Caporetto (Kobarid in sloveno, Karfreit in tedesco) la popolazione slovena si precipita festante in strada a salutare i liberatori germanici. Tarcento era stata saccheggiata dai soldati italiani in ritirata ma le truppe austriache ristabiliscono l’ordine.

 

A Udine quasi tutti gli abitanti sono fuggiti, influenzati dalla propaganda secondo cui i Tedeschi (che il giornale “Il popolo d’Italia” descriveva come dediti al cannibalismo) avrebbero assassinato tutti indistintamente. Dappertutto scene di saccheggio, vetrine sfondate, civili uccisi, soldati italiani ubriachi fradici: il nemico in fuga ha depredato la sua stessa città, dopo che i vincoli disciplinari si sono sciolti.

 

Nella città abbandonata molti soldati italiani vanno saccheggiando e appiccando incendi. In tutti i villaggi la popolazione friulana saluta cordialmente i soldati germanici, fiduciosa nel fatto che la loro impressionante vittoria avrebbe presto condotto alla pace.

 

Continua a leggere”CAPORETTO VISTA DA UN “NEMICO” FURLAN”


Ago 11 2017

GARIBALDI, BEZZECCA. QUELLA VITTORIA PATRIOTTARDA DECANTATA DAGLI ITALIANI

Giuseppe Garibaldi a cavallo, campagna del trentino (Giulio Carlin)

 

 

La retorica patriottarda italiota pretende di far passare come una vittoria strepitosa quanto è accaduto a Bezzecca (Tn) il 21/7/1866 protagonista il “nostro”, anzi il “loro” Giuseppe Garibaldi. 
Sentiamo come descrive l’episodio Gilberto Oneto sul suo “L’iperitaliano”, pagina 212 :  
“Il 13 luglio Garibaldi è a Storo, diretto alla Val Chiese. Il 16 viene respinto da Cimego. Occupa il forte di Ampola e, poi, il paese di Bezzecca. Qui il 21 luglio viene attaccato da Kuhn (generale austriaco n.d.a.), che mette in fuga i garibaldini. Garibaldi riesce a fatica a riorganizzare i suoi reparti, evitando una rotta disastrosa grazie soprattutto al fatto che gli avversari sono a corto di uomini e che si contentano dell’obiettivo raggiunto di rallentare l’avanzata nemica.
Quella che viene descritta come la sola vittoria italiana della guerra, in realtà è stata una beffa giocata da 4.000 austriaci discesi arditamente da alcuni passaggi scoscesi a 8-10.000 garibaldini. Garibaldi ha pagato questa vittoria mediatica con la perdita di 2.382 uomini contro 188 austriaci.
Il 10 agosto La Marmora lo toglie d’impaccio inviandogli l’ordine di rientrare. Garibaldi risponde con un laconico telegramma che è diventato un sacro orpello del patriottismo italiano. “Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco”. Avrebbe fatto meglio ad aggiungere. “Meno male!”. A Trento non sarebbe mai arrivato: sono troppe le sue perdite, troppe forte è la difesa guidata dal generale Kuhn.”

 

Continua a leggere”GARIBALDI, BEZZECCA. QUELLA VITTORIA PATRIOTTARDA DECANTATA DAGLI ITALIANI”


Giu 21 2017

IUS SOLI? I ROMANI NON SAPEVANO COSA FOSSE. COSÌ SI DIVENTAVA CITTADINI NELL’URBE

Foro Augusteo  

 

 

Di Adriano Scianca – 15 giugno 2017

 

Roma, 15 giugno – Non c’è marchetta all’immigrazione che non tiri in ballo Roma, la “aperta”, “tollerante”, “colorata” Roma, contrapposta alla chiusura delle polis greche.

 

È vero che, a differenza di queste ultime, l’Urbe non conobbe mai mito dell’autoctonia. Da qui a farne l’antesignana della società multirazziale ce ne passa.

 

Proprio il dibattito sullo ius soli è, a questo riguardo, interessante. Come si diventava cittadino, a Roma? Ha scritto Eva Cantarella (pur aggiungendo in seguito le frasi di prassi sui romani come campioni dell’assimilazione): “Back to the Romans, quindi, torniamo ai romani. Per i quali la soluzione era chiara: la cittadinanza si acquistava iure sanguinis.

 

Come scriveva il giurista Gaio, nel II secolo d. C., nel suo celebre manuale di Istituzioni, erano cittadini romani i figli legittimi di un cittadino, ovvero quelli naturali di una cittadina. La regola, infatti, voleva che i figli nati da un matrimonio legittimo seguissero la condizione del padre al momento del concepimento, e che quelli nati fuori del matrimonio seguissero la condizione della madre al momento della nascita”.

 

Continua a leggere”IUS SOLI? I ROMANI NON SAPEVANO COSA FOSSE. COSÌ SI DIVENTAVA CITTADINI NELL’URBE”


Giu 14 2017

L’UNITA’ CHE HA SEPOLTO I VALORI UNIVERSALI DELLA CIVILTA’ ITALIANA

Category: Italia storia e dintornigiorgio @ 01:26

 

FEDOR DOSTOEVSKIJ SULL’UNITA’ D’ITALIA.

 

Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale.
I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale.

 

Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour?

 

È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, […] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine.

 

Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!”

 

 

Fonte: Fëdor Michajlovic’ Dostoevskij, Diario di uno scrittore, ed. it. a cura di Ettore Lo Gatto, Sansoni, Firenze 1981, 1877, Maggio-Giugno, capitolo secondo, pp. 925-926

 


Apr 30 2017

DON DOMENICO MERCANTE, IL PRETE FUCILATO DAI TEDESCHI IL 27 APRILE 1945 –

Don Domenico Mercante 

 

 

IL 27 APRILE 2017, 72° ANNIVERSARIO DALLA MORTE DI DON DOMENICO MERCANTE – GIAZZA (LJETZAN) –

 

 

RICOSTRUZIONE STORICA DEI FATTI

 

Nelle ultime giornate dell’aprile 1945, a Giazza nell’alta Valle d’Illasi, c’era, ad ogni ora, gente sulla piazza che osservava il passaggio di reparti tedeschi in fuga verso i valichi alpini. Con l’appoggio di massicce incursioni aeree che frantumavano sotto una valanga di ferro e di fuoco ogni resistenza le colonne corazzate americane e inglesi, superato il Po, dilagavano ora in Lombardia. È il momento del crollo definitivo del fronte tedesco, e chi può, fugge verso il Nord.
Il 27 aprile, di buon mattino, è in marcia verso Giazza una compagnia germanica di circa cento uomini formata, in prevalenza, di paracadutisti e carristi e da alcuni elementi delle SS. È bene armata e vuole raggiungere Passo Pertica per scendere ad Ala, in Val d’Adige.

 

Una formazione partigiana, nascosta nella zona, intende fermarla alle porte di Giazza e disarmarla. Avvertito che in questo modo un grave pericolo incombe sul paese, il parroco di Giazza, don Domenico Mercante, accompagnato da un brigadiere della milizia forestale, si fa incontro ai due gruppi, per convincere i partigiani a non provocare i tedeschi in ritirata e per invitare i tedeschi a non fare del male alla pacifica popolazione. In testa alla compagnia vi sono due ufficiali che ascoltano i due “parlamentari” senza tuttavia dare alcun peso alle loro spiegazioni. A conoscenza che nella zona operano partigiani, obbligano i due a mettersi in cammino davanti ai soldati per farsi scudo con loro contro un improvviso attacco nemico. In particolare tengono d’occhio don Mercante, ostaggio prezioso che può assicurare loro via libera.

 

Continua a leggere”DON DOMENICO MERCANTE, IL PRETE FUCILATO DAI TEDESCHI IL 27 APRILE 1945 –”


Mar 20 2017

RISORGIMENTO… LE RADICI DELLA VERGOGNA

 

 

Il Risorgimento: uno stupro. Un atto violento, arbitrario, malcondotto, che ha generato i mostri che oggi attanagliano il nostro paese. Un atto vergognoso che ha generato vergogna.

Il grido di dolore di un’Italia fatta nascere con la forza. Di un’Italia costruita sull’oblio delle identità e delle tradizioni, contro la sua natura e la sua volontà. Il grido di dolore di una grande nazione “idea universale capace di riunire il mondo”, che si è fatta piccolo stato. Il grido di dolore di un’Italia che vuole risorgere.

 

L’Italia è una nazione? O è vera la celebre espressione irrisoria del Metternich che la riduceva piuttosto a mera “espressione geografica”?

 

Il senso del nostro paese è indubbiamente cambiato dopo che, poco più di 150 anni fa, lo si è voluto ad ogni costo far diventare uno stato unitario. È cambiato, ma non come forse ci si aspettava. L’espressione del Metternich a ben guardare è più adatta all’Italia di oggi che non a quella di ieri.

 

L’Italia dei piccoli stati e delle sue molte capitali primeggiava per cultura, arte, mecenatismo. Era formata da tanti centri vitali, indipendenti, custodi di tradizioni antiche e diversissime tra loro. E poteva essere definita una nazione, quantomeno in virtù di una dimensione culturale e religiosa che le veniva universalmente riconosciuta.

 

Gli italiani non hanno mai avvertito un orgoglio nazionale inteso in senso politico. Velleità espansionistiche, brama di potere non erano aspirazioni diffuse, perché «l’unica cosa che li interessava era quello che avrebbe potuto dar loro un certo valore agli occhi degli altri, quello che avrebbe conferito loro un significato universale» spiegava il filosofo Vladimir Solovev nella sua opera La giustificazione del bene. E Dostoevskij, riconoscendo all’Italia un ruolo di grande nazione culturale, denunciava come, dopo l’opera unificatrice di Cavour, un «piccolo regno di second’ordine» avesse preso il posto di una grande «idea universale capace di riunire il mondo».

 

Continua a leggere”RISORGIMENTO… LE RADICI DELLA VERGOGNA”


Mar 08 2017

ANGELINA ROMANO, LA BRIGANTESSA DI 9 ANNI FUCILATA DAGLI ITALIANI

Category: Italia storia e dintorni,Regno delle Due Siciliegiorgio @ 00:22

 

 

 

di ETTORE BEGGIATO

 

Nel giorno della donna mi sembra giusto ricordare ANGELINA ROMANO di anni 9, di Castellammare del Golfo (Trapani) barbaramente ammazzata dai liberatori del Regio Esercito Italiano il 3 gennaio 1862.

 

Era passato solo qualche mese dalla proclamazione del Regno d’Italia quando furono emanate delle disposizioni che obbligavano alla coscrizione (naja) tutti i giovani nati a partire dal  1840 per una durata di 6 (sei) anni e così la folla inferocita scese in piazza nell’ex Regno delle Due Sicilie.

 

 

A Castellammare del Golfo il 2 gennaio 1862 la folla assaltò il Commissariato di leva in aiuto del quale fu mobilitato un battaglione dei Regi Bersaglieri; la folla si disperse ma in sei furono catturati e fucilati, fra di loro il prete del paese, don Benedetto Palermo di 43 anni.

 

Alla fine dell’esecuzione nella piazza del paese si sentì piangere una bambina, Angelina Romano; ha appena nove anni ed è terrorizzata come può essere una bambina della sua età che ha assistito a tanta malvagità, a tanta violenza. Ma la legge dei conquistatori venuti da lontano  non ammette né pietà né deroghe e la piccola Angelina viene messa al muro e giustiziata: doveva essere proprio una temibile brigantessa.

 

Angelina Romano

 

Peccato che di Angelina  non ci sia traccia né nella “storia” ufficiale di quella repubblica italiana che è l’erede legittima di chi si macchiò di tanti eccidi,  né nella “storia” del movimento femminista che evidentemente deve ricordare e omaggiare altre donne più “in linea” con la storia  italiana.

 

 

Ma per fortuna c’è anche chi, come il comune di Lamezia Terme  si è ricordato dell’eccidio di Angelina Romano e Le ha recentemente dedicato una via, sostituendo  la precedente intitolazione  al generale Cialdini proprio il   protagonista di tanti e tanti eccidi compiuti dal Regio Esercito Italiano  nel meridione.  E sarebbe bene ricordare la piccola Angelina sui banchi di scuola, quella scuola che Lei non ha potuto frequentare.

 

Ettore Beggiato

 

Fonte: srs di Ettore Beggiato, da miglioverde del 7 marzo 2017

Link: http://www.miglioverde.eu/angelina-romano-la-brigantessa-di-9-anni-fucilata-dagli-italiani/

 


Gen 15 2017

BATTAGLIA DI CUSTOZZA, 26 GIUGNO 1866: L’ULTIMA VITTORIA DELLL’ESERCITO AUSTRO-VENETO

Custoza-battaglia-1866.1200

 

 

16 GIUGNO – La Prussia dichiara guerra all’Austria e passa la frontiera.

In contemporanea dovrebbero muoversi anche gli italiani, almeno così era stato concordato in un sommario piano strategico.

 

17 GIUGNO – La Marmora lascia Firenze dopo che si è incontrato con Cialdini, per portarsi sul Mincio a compiere il primo attacco diversivo.

 

18 GIUGNO – Lo Stato Maggiore che ha già preparato la dichiarazione di guerra e la sta consegnando all’Austria, viene fermato dal Re. La vuole ritardare di due giorni. I Prussiani non capiscono perché.

 

Continua a leggere”BATTAGLIA DI CUSTOZZA, 26 GIUGNO 1866: L’ULTIMA VITTORIA DELLL’ESERCITO AUSTRO-VENETO”


Dic 15 2016

10 GIUGNO 1940: LA DICHIARAZIONE DI GUERRA DI BENITO MUSSOLINI

benito-mussolini-dichiarazione-guerra-720

Benito Mussolini, 10 giugno 1940

 

 

Riporto il testo integrale dell’annuncio della dichiarazione di guerra fatta da Benito Mussolini  il 10 giugno 1940.

 

Sempre assistiamo allo stralcio iniziale e finale di tale discorso.  Chi legge attentamente può capire anche le motivazioni date a questa decisione, che affrontano le grandi tematiche dello sfruttamento dei ricchi sui poveri. Spesso il  testo del discorso non è mai riportato integralmente, proprio per far in maniera che non si possa capire.

 

Benito Mussolini, annuncia al popolo acclamante di aver dichiarato guerra alla Gran Bretagna e alla Francia.  In mezzo alle promesse di futura vittoria, abbonda in Piazza Venezia l’esaltazione di una folla eccitata.   Questa decisione segnerà la fine del fascismo in una tragedia immane conclusa con una guerra fratricida: fra macerie e sangue.

Il fascismo fu in ogni  caso una vera rivoluzione,  ma come disse Giustino Fortunato,  anche una rivelazione, la rivelazione del carattere servile e ottuso del popolo italiano.

 

 

 

Combattenti di terra, di mare e dell’aria.

 

Camicie nere della rivoluzione e delle legioni.

 

Uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania.

 

Ascoltate! (Acclamazioni)

 

Continua a leggere”10 GIUGNO 1940: LA DICHIARAZIONE DI GUERRA DI BENITO MUSSOLINI”


Dic 02 2016

SUD ARRETRATO ANCHE PRIMA DELL’UNITÀ. IL RISORGIMENTO È UNA MITOLOGIA DA SFATARE!

Category: Italia storia e dintorni,Regno delle Due Siciliegiorgio @ 05:06

 

nord-sud1

 

 

di ROMANO BRACALINI

 

Un lettore di origini calabresi, Franco Scarola, residente in Brasile, scrive a Mario Cervi del Giornale che i suoi genitori furono costretti a lasciare la loro terra che, essendo “nelle mani degli antichi i baroni”, dava poche speranze di vita. Terre, scrive ancora il lettore, in cui vigeva il feudalesimo, i contadini non contavano nulla ed erano costretti all’emigrazione, mentre l’Europa era avviata verso la modernità.

La lettera si chiude con la domanda: perché mai personaggi come Garibaldi, Vittorio Emanuele II, Cavour e Mazzini, i cui nomi si trovano nelle principali piazze e vie d’Italia, sono onorati dal popolo che da loro è stato sfruttato e massacrato?

Finalmente un lettore meridionale che non ci rifila la solita solfa di un Sud prospero e ricco prima che venissero i “piemontesi” a depredarlo. Non può essere né evoluto né ricco un paese rimasto feudale fino al 1860 e dove l’economia era basata sul latifondo.

Del resto una monarchia vincente come quella sabauda non poteva non glorificare nelle piazze gli uomini che si erano battuti per la causa italiana. Perfino Mazzini, condannato due volte a morte in contumacia dai Savoia, entrò nel Pantheon degli eroi.

 

Continua a leggere”SUD ARRETRATO ANCHE PRIMA DELL’UNITÀ. IL RISORGIMENTO È UNA MITOLOGIA DA SFATARE!”


Nov 13 2016

ITALIANI BRAVA GENTE?

boca-italiani-brava-gente

L’ultimo libro di Angelo Del Boca

 

 

IL FALSO MITO  DEGLI “ITALIANI BRAVA GENTE” CRIMINI ED IMPRESE DELITTUOSE DEGLI ITALIANI IN PATRIA E ALL’ESTERO IN 150 ANNI DI STORIA NAZIONALE

 

Gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi”. Questa è solo una delle tante testimonianze raccolte durante l’occupazione delle truppe italiane in Slovenia, tra l’aprile del 1941 ed il settembre del 1943. Era contenuta in un rapporto “riservatissimo” di un funzionario civile indirizzato all’alto commissario per la provincia di Lubiana. Nell’arco appena di due anni, nel solo territorio di Lubiana, furono almeno 1000 gli ostaggi fucilati dall’esercito italiano, 8000 le persone eliminate, 3000 le case incendiate e 800 i villaggi completamente devastati, 35.000 i deportati in Italia nei campi di concentramento, tra loro moltissime donne e bambini. Nel solo lager di Arbe perirono di fame in più di 4500. Sono le cifre spaventose e crudeli di un tentata “bonifica etnica” che ha visto protagonista il nostro paese, documentata da Angelo Del Boca nel suo ultimo libro “Italiani, Brava gente?” (Neri Pozza Editore, 318 pagine, 16 euro).

 

Continua a leggere”ITALIANI BRAVA GENTE?”


Nov 12 2016

ETIOPIA: ITALIANI, GENTE NON TANTO BRAVA

morti-etiopi-ammassati-attacco-graziani-1937

Morti etiopi ammassati dopo l’attacco di Graziani

 

 

Nel monastero di Debre Libanos, dove sessantotto anni fa gli uomini del maresciallo Graziani massacrarono a sangue freddo forse duemila fra monaci e pellegrini per vendetta.

 

Di Emiliano Bos

 

Debre Libanos. Inerpicarsi nella stagione delle piogge sui monti Entoto, alle spalle di Addis Abeba, è come essere catapultati in una cartolina delle Highland scozzesi. Cielo plumbeo e un caleidoscopio di tonalità di verde. Abbandonate le ultime baracche della capitale, la strada si attorciglia in tornanti, porta a un valico che spalanca gli altipiani dello Scioà, culla degli imperatori d’Etiopia.  All’alba, una teoria infinita di donne, adolescenti e anziane – a piedi nudi – scende in senso opposto verso la città. Sulla testa, il fardello di fascine di legna: moneta di scambio dell’economia informale al mercato di Addis Abeba, distante ancora un’ora di cammino.  Qualche chilometro più in là ci si rende conto dell’interminabile salita che queste sherpa etiopi hanno percorso insieme ai loro muli prima di svalicare in discesa verso la capitale. Lo stradone ora s’allarga: l’antica direttrice – che conduce ai santuari ortodossi a nord del Paese e alla valle del Nilo – porta le cicatrici del periodo coloniale. Conduce a uno dei luoghi della memoria più tristi dell’occupazione fascista tra il 1935 e il `41: il monastero di Debre Libanos, dove un numero ancora imprecisato di monaci, diaconi e pellegrini – di certo oltre 1.400, probabilmente più di 2.000 – venne massacrato per rappresaglia all’attentato cui scampò nel 1937 ad Addis Abeba il maresciallo Rodolfo Graziani, Viceré d’Etiopia.

 

«La pagina più odiosa del colonialismo italiano»,  la bolla Angelo Del Boca, storico e giornalista, studioso di quel periodo.

 

Cento km d’asfalto

 

Continua a leggere”ETIOPIA: ITALIANI, GENTE NON TANTO BRAVA”


Pagina successiva »