Gen 17 2018

I SAVOIA ERANO FRANCESI, NON PIEMONTESI

 

 

 

 

I Savoia erano francesi, non piemontesi

 

 

Di Gianni Cecchinato gennaio 08, 2018

 

 

Mi permetto far conoscere un brano estratto da una risposta di Carlo Candiani a Claudio Sacilotto su FaceBook riguardo la lettera di Ettore Beggiato inviata al giornalista Aldo Cazzullo (già al centro di critiche e polemiche sul <venetismo> ospitate tempo fa sulle pagine di “Dal Veneto al Mondo”).

 

Il Premio Nobel Mario Vargas Llosa afferma, nell’intervista rilasciata al giornalista, che in Italia le Regioni non esistono, allora Beggiato si pone la domanda, “se non esistono le Regioni, un Veneto cosa avrebbe in comune con un Tirolese o con un Sardo o con un Siciliano o con uno della Val d’Aosta. Niente se non fosse per una lingua (imposta)”.

 

La risposta di Cazzullo scatena interventi che esulano un po’ dalla natura dell’idea di Beggiato. Mi sono piaciute le risposte di Carlo Candiani che meritano essere riprese per ricordare a quei Veneti, che non conoscono nel dettaglio certi retroscena che portarono all’Unità d’Italia passando per i referendum truffa o per le deportazioni. Purtroppo la storia che ci è stata insegnata, l’hanno scritta i Savoia ad unità avvenuta sia perché erano i vincitori sia perché dovevano nascondere il loro operato per rafforzare la conquista della penisola.

 

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Dic 17 2017

IPAZIA DI ALESSANDRIA

 

Ipazia da Alessandria d’Egitto (nata fra il 355 e il 370 – morta 8 marzo 415 dopo Cristo)

 

Di Donato Barone

 

– premessa

 

Ho conosciuto Ipazia attraverso l’opera fondamentale di L. RussoLa rivoluzione dimenticata”. A pag. 30 Russo dedica alla donna poche righe:

 

“La fine della scienza antica si pone a volte nel 415, anno in cui la figlia di Teone, anche lei matematica (aveva scritto commenti ad Apollonio, Tolomeo e Diofanto) fu linciata ad Alessandria da una folla di cristiani fanatici per motivi religiosi” [1]

 

Nell’opera il nome di Ipazia ricorre più volte, ma certamente non è una delle protagoniste del lavoro di Russo. Per conoscere Ipazia bisogna leggere il testo di S. RoncheyIpazia: la vera storia” [2] in cui la storica e bizantinista delinea uno stupendo ritratto della matematica, scienziata e filosofa alessandrina.

 

Chi era Ipazia?

 

Le fonti sono unanimi, ma per ora soffermiamoci sulla prima, ovvero il Suda o Suida. Si tratta di un’opera enciclopedica pubblicata a Bisanzio nel X secolo in cui, tra l’altro, si cita Damascio, un filosofo neo-platonico vissuto tra il 480 ed il 550 ed ultimo scolarca  dell’Accademia di Atene, che parla di Ipazia nella Vita di Isidoro. Isidoro, maestro di Damascio ed ultimo sacerdote del Serapeo di Alessandria,  venne a conoscenza della vicenda di Ipazia attraverso il racconto di due sacerdoti alessandrini a lei contemporanei. [3] Le vicende di cui parla Damascio, pertanto, gli erano state trasmesse da Isidoro. Considerando che Damascio era pagano ed esponente della scuola neoplatonica di cui Ipazia era stata insigne rappresentante in Alessandria, non deve stupire se il suo racconto appaia un po’ agiografico. Secondo Damascio Ipazia nacque ad Alessandria, dove fu allevata ed istruita dal padre. La giovane non fu appagata dagli insegnamenti scientifici e matematici paterni e cominciò a studiare la filosofia, di cui divenne padrona. Indossando il mantello del filosofo (riservato agli uomini, ma lei non era molto ligia alle regole) si recava al centro della città e qui commentava pubblicamente le opere di Platone, Aristotele ed altri filosofi.  Scrive Damascio che ella

 

“Fu giusta e casta e rimase sempre vergine. Lei era così bella e ben fatta che uno dei suoi studenti si innamorò di lei, non fu capace di controllarsi e le mostrò apertamente la sua infatuazione. Alcuni narrano che Ipazia lo guarì dalla sua afflizione con l’aiuto della musica. Ma la storia della musica è inventata. In realtà lei raggruppò stracci che erano stati macchiati durante il suo periodo e li mostrò a lui come un segno della sua sporca discesa e disse, “Questo è ciò che tu ami, giovanotto, e non è bello!”. Alla brutta vista fu così colpito dalla vergogna e dallo stupore che esperimentò un cambiamento del cuore e diventò un uomo migliore.” [4]

 

 

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Dic 14 2017

SCHIAVITÙ BIANCA NEGLI STATI BARBARESCHI

Category: Dominio Potere e Violenza,Islam,Storia e dintornigiorgio @ 13:40

 

 

La Schiavitù Bianca negli Stati Barbareschi (c.d. schiavismo bianco) fu un fenomeno che conobbe il suo apice fra XVI e XVIII, con il consolidarsi di entità statuali basate quasi esclusivamente sulla cattura ed il commercio di schiavi.

 

Qualche anno fa ho scritto un articolo sullo Schiavismo Islamico, in particolare sulla tratta e sulle rotte sahariane delle carovane degli schiavisti arabi, ma ho solo accennato alla questione dei milioni di europei che, nel corso dei secoli, caddero in mano a questi ultimi.

 

Il testo su cui sto lavorando si intitola White Slavery in the Barbary States (1853) di Charles Sumner, uno dei senatori più importanti nella storia degli USA. Repubblicano e collaboratore di Abraham Lincoln, Sumner era un convinto abolizionista e, in tutta la sua opera, paragona la schiavitù dei neri negli Stati Uniti meridionali con quella dei bianchi nei territori nordafricani.

 

A volte il parallelo è ardito, altre volte sensato, ma in ogni caso stimolò (e stimola tuttora) una riflessione storica, politica e sociale sul concetto di schiavitù.

 

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Dic 12 2017

ISLAM E SCHIAVISMO: UNA STORIA DIMENTICATA

Category: Dominio Potere e Violenza,Islam,Storia e dintornigiorgio @ 00:09

 

 

Il rapporto tra Islam e Schiavismo, cui numerosi storici avevano dedicato diversi volumi nei secoli scorsi, non ha riscosso grande interesse nelle ultime decadi.

 

Una storia dimenticata.

 

Sovrastata dall’immagine da imbarcazioni ricolme di subshariani che attraversano l’Atlantico per riversare il loro carico nelle piantagioni americane. Eppure parliamo di una storia molto più lunga, di un sistema che è andato avanti per più di mille anni (circa tredici secoli), sul quale la storiografia recente ha preferito indagare in modo superficiale pur essendoci una mole di informazioni incredibilmente vasta.

 

Quale che sia il motivo di questo improvviso scarso interesse per la questione – il senso di colpa per il commercio di schiavi operato dagli europei, la continua necessità di piegare la storia agli interessi politici, il perpetuarsi del mito del buon selvaggio ecc.- è necessario superarlo.

 

Il traffico di schiavi sahariani e sub-sahariani attraverso il Nilo era già piuttosto sviluppato in epoca romana. Una volta preso il loro posto in nord-africa, i musulmani lo migliorarono. L’uso delle piste del Sahara aumentò l’afflusso di schiavi anche dalle regioni dell’africa occidentale e, mano a mano che l’Islam estendeva i suoi confini, il limite dei territori “Dar El Islam” (i cui abitanti si erano sottomessi all’Islam) si spinse sempre più a sud. I territori al di fuori del “Dar el Islam”, detti “Dar el Harb”, erano, almeno in linea teorica, i soli dai quali i musulmani potessero prendere i loro schiavi.

 

Attorno al XII-XIII secolo, la zona del “Dar el Harb” era ormai coincidente con la “Bilad es Sudan”, ovvero la “Terra dei Neri”. Una fonte di schiavi quasi illimitata.

 

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Nov 15 2017

L’AMERICA È STATA SCOPERTA DAI FRATELLI ZEN, VENEZIANI, NEL 1390

Category: Storia e dintorni,Storia moderna e revisionismogiorgio @ 00:18

 

 

Il nostro giro delle isole si arricchisce di un viaggio davvero unico, quello narrato da Andrea Di Robilant nel suo libro Irresistibile Nord, che mi ha raccontato un pomeriggio in un bar di Monteverde. Un viaggio che comincia nel 1300, anzi ancora prima nell’anno Mille, e in cui c’è una mappa misteriosa, degli indigeni cannibali, delle isole che non esistono e, tra l’altro, l’inconsapevole scoperta dell’America.

 

 

Intervista ad Andrea Di Robilant

 

 

Stavo nella Biblioteca Marciana, a Venezia, quando è entrato un turista americano in calzoni corti, maglietta e cappellino che era sceso da una delle navi crociera che solcano il canale della Giudecca. Si aggirava con un foglietto di carta, perciò mi sono alzato per aiutarlo. Lui mi ha dato il foglietto con su scritti due nomi “Nicolò e Antonio Zen” che a me non mi significavano niente. Lui allora mi ha detto: “Sa, nel paesino da cui provengo, nel Connecticut, lo sappiamo tutti che Nicolò e Antonio Zen hanno scoperto l’America nel 1390”. Io l’ho guardato strano e ho pensato: “Certo da queste navi crociera scende di tutto”. Ho tirato fuori un libro dagli scaffali, ho trovato un palazzo Zen, perché lui voleva farsi fotografare davanti al Palazzo Zen prima di tornare al suo paese. Così l’ho mandato a palazzo Zen. 

 

Sennonché qualche giorno più tardi, mentre camminavo in tutt’altra zona della città, passo davanti a un palazzo e vedo una lapide dove c’è scritto: “Qui vissero Nicolò e Antonio Zen, navigatori arditi che solcarono il nord Atlantico eccetera, eccetera”. Allora mi sono detto: “Porca miseria, l’ho mandato nel posto sbagliato!”

 

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Set 18 2017

MORTO STANISLAV PETROV, L’EROE DIMENTICATO CHE SALVÒ IL MONDO DALL’APOCALISSE NUCLEARE

Aveva 78 anni. Durante la Guerra Fredda, il 26 settembre 1983, non si fidò del sistema di difesa sovietico per cui missili atomici lanciati dagli Usa erano in arrivo: «Ero un analista, ero certo che si trattasse di un errore». Non fu premiato ma richiamato

 

di Fabrizio Dragosei

 

Stanislav Petrov

 

 

L’uomo che ha salvato il mondo è morto come è vissuto: nell’anonimato, senza riconoscimenti o quasi, in un misero appartamento di una cittadina satellite di Mosca. Per mesi, anzi, nessuno ne ha saputo nulla e la notizia è trapelata solo ora perché qualcuno l’ha cercato nell’anniversario di quel 26 settembre 1983. Fu allora che il tenente colonnello Stanislav Petrov (morto a 78 anni) decise che i segnali che arrivavano dai radar intercettori erano sbagliati, nonostante i tecnici giurassero il contrario. 

 

Non era vero che gli Stati Uniti avevano lanciato decine di missili termonucleari contro l’Unione Sovietica; lui non seguì la procedura, non avvertì il Cremlino che avrebbe avuto meno di quindici minuti per decidere di reagire, facendo partire bombe atomiche dirette verso l’America e l’Europa. In quei pochi minuti che seguirono l’allarme dato a mezzanotte e quindici minuti, Petrov salvò il pianeta dall’olocausto nucleare. 

 

I suoi superiori, quando poi si chiarì che si era trattato di un errore del sistema, non lo premiarono. Il colonnello, anzi, ricevette un richiamo per non aver seguito la procedura standard e la sua storia è rimasta segreta fino al crollo dell’Unione Sovietica. Ma anche dopo, in Russia non si è quasi mai parlato di Petrov. Il colonnello ha ricevuto qualche riconoscimento all’estero, ma nulla in patria. 

 

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Lug 31 2017

TERRA PIATTA? IUS PRIMAE NOCTIS? FALSITÀ CONTRO IL MEDIOEVO

Category: Storia e dintorni,Storia moderna e revisionismogiorgio @ 00:09

 

 

Lentamente tutte le bufale sui cosiddetti “secoli bui”, ovvero il Medioevo, stanno crollando grazie all’onestà intellettuale di molti storici.

 

Per quanto riguarda l‘”Inquisizione medioevale“, ad esempio, è stato dimostrato che in realtà il fenomeno si diffuse nel Rinascimento e maggiormente in ambito protestante anzi, lo storico Christopher Black ha osservato che quella romana era decisamente “meno oscura di quanto si pensi”, anzi fu più umana e con poche condanne.

 

In questi giorni ha voluto smontare ancora una volta la leggenda dei “secoli bui” lo storico Alessandro Barbero, ordinario di Storia Medievale presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale.

 Scrivendo su “La Stampa” ha osservato accennando a George Orwell: «Al popolo si insegna che nel brutto, lontano passato esistevano creature malvage chiamate i capitalisti, che opprimevano il popolo con le pretese più infami. Il procedimento immaginato da Orwell, creare un’immagine tenebrosa del passato allo scopo di esaltare il presente, è stato praticato davvero in Europa, dal Rinascimento fino all’Ottocento: vittima designata, il Medioevo. Umanisti e artisti rinascimentali orgogliosi della loro nuova cultura, riformatori del XVIII secolo in lotta contro il feudalesimo, positivisti dell’Ottocento intenti a celebrare il progresso e combattere la superstizione, si sono trovati tutti d’accordo a dipingere con le tinte più nere il millennio medievale. Sono nate così alcune istantanee, chiamiamole così, che tutti visualizziamo facilmente, tanto sono inseparabili dall’immagine popolare del Medioevo».

 

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Giu 07 2017

FRA PAOLO SARPI E LA CONTESA PER L’INTERDETTO: GIUSNATURALISMO CONTRO INQUISIZIONE

Paolo Sarpi 

 

 

di SANDRINO SPERI

 

La contesa per l’Interdetto, sostanzialmente  una scomunica erga omnes a tutto il territorio della Serenissima, fu una contesa diplomatica, ma si andò assai vicini allo scontro armato fra Venezia e Papato: correva l’anno 1606.

 

Due i principali antagonisti: il papato, che sarebbe forse più opportuno chiamare Curia Romana (curarum genitrix a cruore nata) e la Serenissima Repubblica che scelse come teologo e consultore di stato fra Paolo Sarpi eruditissimo veneto, amico di Galilei, in tutte le consulte  sempre pronto a trovare le argomentazioni giuridiche, spesso sottilissime e i precedenti storici.

Bisogna ricordare che si viveva in un periodo piuttosto tormentato  della storia europea: il Concilio di Trento non aveva risolto, ma piuttosto accentuato le rivalità fra cattolici e protestanti, anzi la nascita dell’Inquisizione, dell’indice dei libri proibiti, e della compagnia di Gesù avevano alzato il livello di scontro che scoppierà puntuale pochi anni più tardi e per trent’anni, dal 1618 al 1648 infiammerà tutta l’Europa.

 

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Mag 07 2017

LA PIETRA DELLO SCANDALO – ECCO L’ANTICA E SORPRENDENTE ORIGINE DI QUESTA DIFFUSISSIMA ESPRESSIONE.

La pietra dello scandalo presente nella Loggia del Mercato Nuovo, a Firenze (popolarmente è conosciuta come la Loggia del Porcellino)

 

 

LA PIETRA DELLO SCANDALO: SIGNIFICATO

 

Spesso usiamo, o sentiamo, l’espressione “ESSERE LA PIETRA DELLO SCANDALO”: perché, da cosa nasce e cosa c’entra la pietra?

 

Nell’antica Roma, i debitori insolventi ed i falliti dovevano subire una forte e pubblica umiliazione.

 

Questa pratica, con valore legale, era così chiamata “labonorum cessio culo nudo super lapidem” (cessione delle proprietà con sedere nudo sopra la pietra).

 

 

In quella circostanza, i commercianti disonesti, i debitori o falliti, venivano esposti ad una pubblica umiliazione.   Dovevano pronunciare apertamente, ed urlando, la seguente frase: “cedo bona” o “cedo bonis

Essa consisteva nel fatto che, davanti a tutti, per tre volte, l’interessato doveva gridare il: “cedo bona”, ossia “cedo le mie proprietà”,   ossia alla cosiddetta “cessione dei beni, a natiche denudate, sopra una pietra”, mentre si sedeva con violenza, e con le vesti alzate, sulla pietra, con su scolpito un leone, che a Roma era davanti al Campidoglio, tutto ciò di fronte ad una folla che lo scherniva….

 

L’origine di questa espressione, ancor oggi molto in uso, è quindi questa esposizione al pubblico ludibrio in forma altamente sconveniente ed alquanto ridicola. Ciò fatto i creditori però non potevano più rivalersi sul debitore se non sui beni ceduti.

 

Eppure l’esser costretti a questa forte pubblica umiliazione era in realtà un notevole miglioramento voluto da Giulio Cesare, che rimpiazzò una delle Leggi delle XII tavole che permettevano ai creditori addirittura di uccidere il debitore o ridurlo in schiavitù, secondo l’istituto della “manus iniectio” che assoggettava il debitore che, a quel punto, era completamente alla mercé del creditore.

 

Questa usanza si diffuse in tutti i territori governati da Roma e durò molto a lungo… anche dopo la fine dell’Impero.

 

Da essa poi sembra anche che sia nata l’altra espressione, anch’essa diffusissima e popolare, “che culo” in riferimento ad un grosso colpo di fortuna.

 

 

PS

 

Mi immagino, cosa sarebbe questa pietra se fosse in uso ai giorni nostri…minimo avrebbe un usura tale… da dover essere sempre velocemente ripristinata…

In prima fila, con le terga a nudo,…i nostri cari politici…

Speriamo che possa ritornare in auge

 


Mag 06 2017

I CAZARI, EBREI DELLE STEPPE, E LA QUESTIONE DELL’ORIGINE DEGLI ASHKENAZITI.

Category: Popoli e nazioni,Storia e dintornigiorgio @ 00:40

 


P R I M A    P A R T E   :   LA VICENDA STORICA DEI CAZARI

 

“In Cazaria pecore, miele ed Ebrei si trovano in grande abbondanza”.

 

Ce lo dice Al-Muqaddasi, geografo arabo del X secolo nella sua “Descrizione per la conoscenza delle regioni”, parlando di una regione, a nord del Caucaso, estranea a qualsiasi girovogare nomadico degli Ebrei storici, e di un popolo, i Cazari, la cui lingua e cultura turche rendono improponibile qualsiasi apparentamento etnico con essi, tribù perdute comprese, stavolta davvero inutilizzabili per eventuali operazioni di equilibrismo etnico-geografico.

Va poi detto che nel X secolo gli Arabi si avvantaggiano di conoscenze ormai inaccessibili per gli Europei, per esempio sanno che nel VI secolo, prima dell’islamizzazione, lo Yemen è stato governato da una dinastia non di etnia giudaica, ma che adottò l’ebraismo come religione di stato, e che anche in Etiopia l’ebraismo fu più volte, durante il primo millennio della sua cristianizzazione, sul punto di sostituire il cristianesimo come religione di stato, e forse per qualche tempo vi riuscì pure, sebbene la cosa sia stata poi abilmente occultata dalle fonti abissine cristiane. Quindi, in un musulmano del X secolo non destava alcuna particolare meraviglia ritrovare sul trono di un regno importante una dinastia che professava la religione ebraica.

 

Un altro validissimo testimone del X secolo ci viene in aiuto, nientemeno che un imperatore  bizantino, e non tra i meno illustri. Nel “De caerimoniis aulae byzantinae” il dottissimo, benché alquanto pedante, Costantino VII Porfirogenito (913-959) ci dice che, se per le missive al papa di Roma ed all’imperatore d’Occidente bastava un sigillo d’oro del valore di due solidi, per quelle al kakhan cazaro ne occorreva uno da tre solidi, a testimonianza del peso diplomatico del regno cazaro (e questo benché nel X secolo fosse ormai, come vedremo più avanti, in pieno declino).

 

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Mar 28 2017

VENEZIA CACCIA I GESUITI, PER CONSIGLIO DI FRA’ PAOLO SARPI

 

Paolo Sarpi 

 

 

Di Simonetta Dondi dall’Orologio

 

Venezia fin dalla sua fondazione aveva sempre difeso la sua indipendenza non solo politica ma anche religiosa; in particolare rifiutando la giurisdizione di Roma e del Papato.

 

Difatti i rapporti tra la Repubblica di Venezia e la Chiesa di Roma furono spesso travagliati.

 

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Mar 17 2017

10 FATTI SULLE DONNE SPARTANE

Category: Storia e dintornigiorgio @ 00:12

Lena Headey nel film 300

 

 

Le donne spartane godevano di una serie di diritti che le loro “sorelle” ateniesi non avevano. L’eccezionale sistema sociale di Sparta, completamente incentrato sulla formazione militare, offriva alle loro donne un livello di libertà e di responsabilità non comune nel mondo classico: come generatrici di bambini, erano vitali per rifornire le file di un esercito che subiva quasi continuamente perdite. Con tanti uomini costantemente in guerra, esse erano cruciali per il funzionamento delle famiglie e della comunità in generale. Tuttavia, le donne spartane erano anche sottoposte a brutali e umilianti riti. Il loro glorioso compito nella vita era quello di sostenere la potenza militare della polis, o di morire provandoci.

 

Il giornalista Malcolm Jack racconta 10 fatti sulle donne spartane.

 

  1. Erano cittadine di Sparta.

 

Diversamente dai Perieci, un gruppo autonomo di abitanti liberi di Sparta, o dagli Iloti, essenzialmente degli schiavi di proprietà dello Stato, le donne di Sparta erano considerate Spartiati, cioè cittadine a pieno titolo. Erano esenti dal lavoro manuale, potevano possedere la terra, accumulare ricchezza e avevano diritto a un’istruzione.

 

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Feb 23 2017

SPQR. SENATUS POPULUSQUE ROMANUS

 

 

SPQR, acronimo del latino Senatus PopulusQue Romanus.

In italiano “Il Senato e il popolo romano”.  

Racchiude in sé le figure che rappresentano il potere della Repubblica romana: il Senato e il popolo, cioè le due classi dei patrizi e dei plebei che erano a fondamento dello Stato romano.

 

Significati “ironici”

 

Il personaggio dei fumetti Obelix, creato da René Goscinny e Albert Uderzo, interpreta umoristicamente l’acronimo come Sono Pazzi Questi Romani!

 

Un’altra storpiatura comica di SPQR è nel film S.P.Q.R. 2000 e ½ anni fa, in cui Massimo Boldi esclama, inseguito da soldati romani: “Sono Porci Questi Romani!”

 

Sono Porci Questi Romani!” è stata ripresa anche da Umberto Bossi, che naturalmente ha fatto arrabbiare i  “SPQR”  de Roma.

 

Battute  irriverenti, ma niente in confronto a quello che già gli antichi pensavano di Roma e delle nefaste conseguenze del suo imperialismo.

 

Sallustio e Tacito ci hanno lasciato pagine molto critiche nei riguardi di Roma, che ci spingono a riflettere sulla situazione politica del nostro tempo, per certe analogie molto simili  col passato.

 

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Feb 06 2017

MAROCCHINATE. GLI ITALIANI ASPETTAVANO I LIBERATORI MA ARRIVÒ L’INFERNO

Category: Storia e dintorni,Storia moderna e revisionismogiorgio @ 00:20

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L’Abbazia benedettina di Cassino sotto bombardamento

 

 

di Sergio Sagnotti

 

La riluttanza e la scarsa memoria del nostro paese, dedita soprattutto ad una sorta di invidia esterofila dei miti altrui, ci fa dimenticare che di martiri, ma soprattutto di eroi, lo stivale ne ha avuti e forse anche più di tutti gli altri paesi dai più ammirati ed invidiati.

 

Nella nostra nazione sono avvenuti olocausti annegati nell’indifferenza della storiografia per 60 anni e non ancora approfonditi del tutto come le Foibe, il massacro dei bimbi di Gorla e le famose “marocchinate”,  gente comune, colpevole solamente di trovarsi al momento sbagliato nella propria casa, mentre erano in atto pulizie etniche, saccheggi, violenze e stupri di ogni genere, compiuti sotto bandiere e vessilli di “liberazione”.

 

Nel Febbraio del 1944 gli alleati bombardarono l’abbazia di Montecassino, causando la morte di centinaia di civili; raso al suolo il monastero si passò alle cittadine limitrofe e ciò portò alla completa distruzione delle città sottostanti il monastero, Cassino appunto e altri centri urbani rurali del luogo; la stima delle vittime in questa operazione fu di circa 50.000 militari e 10.000 civili.

 

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Gen 31 2017

LE FLOTTE DELL’ANTICO MEDITERRANEO DISTRUSSERO LE FORESTE CAUSANDO ALLUVIONI E MALARIA

Category: Geografia e ambiente,Storia e dintornigiorgio @ 10:34

nave-romana

Nave romana

 

 

Mano a mano che le vicende della prima guerra punica (264-241 a. C.) andavano persuadendo i romani che non sarebbero mai riusciti a domare la città rivale, se non infliggendole una decisiva sconfitta sul mare, essi posero mano alla costruzione di alcune gigantesche flotte da guerra, in un tempo straordinariamente breve.

 

Fino a quel momento, i romani non avevano che delle triremi da commercio e da sbarco, mentre i cartaginesi possedevano delle poderose quinqueremi da guerra. Alcuni  storici latini ci informano che Roma riuscì a costruire una intera flotta composta da 100 quinqueremi e 20 triremi, sul modello cartaginese (una nave nemica era stata gettata sulla costa calabrese dalla tempesta), in soli 60 giorni. Se si pensa che una simile flotta richiedeva l’opera di non meno di 30.000 rematori esperti (che, secondo la testimonianza di Polibio, dovettero essere addestrati a terra, dato che le navi erano ancora in allestimento), si può comprendere quale prezzo fu imposto al manto boschivo degli Appennini centro-meridionali per realizzare una simile opera. Migliaia e migliaia di alberi d’alto fusto dovettero essere abbattuti per la costruzione degli scafi, dei ponti, delle alberature e dei remi, oltre che per i corvi, i rostri, le catapulte, ecc.; e un grandissimo numero di pini e di abeti subirono la stessa sorte, per fornire la resina con la quale calafatare gli scafi, in modo da renderli impermeabili all’acqua.

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