Apr 19 2017

IL VERO NOME DI GESÙ

 

 

 

È probabilmente la persona più conosciuta al mondo. Parliamo di Gesù. Ma chi era davvero Gesù? Su di lui si pensa di sapere molto. Ma qual era la sua vera identità? Era un visionario?, un personaggio mitico non esistito veramente?, solo un uomo?, un profeta?, un rivoluzionario?, era Dio fattosi uomo?, era una potente creatura spirituale con una esistenza preumana?

 

   La Bibbia ci dice chi fu veramente questo “Gesù”. C’è molto da scoprire, ma occorre mettere da parte le nozioni religiose date per certe e indagare invece le Sacre Scritture. Si faranno allora scoperte sorprendenti. Si scoprirà – tanto per cominciare – che “Gesù” non è il suo vero nome.

 

   Il nome Gesù è la traslitterazione in italiano del nome greco Ỉησοῦς [Iesùs]. Il cosiddetto Nuovo Testamento fu scritto in greco (meglio sarebbe chiamare questa parte della Bibbia Scritture Greche). Il nome Iesùs è quindi la traduzione greca del suo vero nome ebraico, dato che egli era un ebreo. Sappiamo il suo nome ebraico? Sì.

 

   Abbiamo, per così dire, un eccezionale dizionario biblico ebraico-greco. Si tratta della versione greca del cosiddetto Vecchio testamento (meglio sarebbe chiamarlo Scritture Ebraiche) chiamata Settanta (LXX). Questa traduzione delle Scritture Ebraiche fu iniziata nel terzo secolo prima della nostra èra da una settantina di dotti ebrei; fu terminata nel secondo secolo prima della nostra èra, forse verso il 150 a. E .V.. Le citazioni che le Scritture Greche fanno delle Scritture Ebraiche sono tratte proprio da questa versione della Settanta. Gli apostoli e i discepoli del primo secolo usarono questa versione della Bibbia.

 

   Il nome greco Iesùs (Ỉησοῦς) si trova nella Settanta? Sì.

 

   Ad esempio, lo troviamo nel libro del profeta Giosuè, capitolo 1, verso 1. Il versetto dice: “Dopo la morte di Mosè, servo dell’Eterno, avvenne che l’Eterno parlò a Giosuè, figlio di Nun” (ND). “Giosuè” è la traduzione italiana del nome ebraico che la Settanta traduce in greco come Ỉησοῦς (Iesùs). E quale era il nome originale ebraico che i traduttori della Settanta tradussero con Ỉησοῦς (Iesùs)? Il nome è

 

יהושע (Yehoshùa)

 

   Abbiamo quindi Yehoshùa tradotto in greco Iesùs e in italiano Giosuè. Ma allora come si arrivò a Gesù?

L’errore fu quello di tradurre la traduzione: invece di tradurre dall’ebraico, si tradusse dal greco (tradotto a sua volta dall’ebraico) attraverso il tardo latino Iesus. Si vennero così a creare delle incoerenze: lo stesso nome (Yehoshùa) è reso in italiano sia con Giosuè che con Gesù.

Così, ad esempio, in Ebrei 4:8 (TNM) si legge: “Se Giosuè [nel testo originale greco: Ỉησοῦς, Iesùs] li avesse condotti in un luogo di riposo”, mentre – poco dopo, nello stesso capitolo! – in Ebrei 4:14 (TNM) si legge: “Gesù [nel testo originale greco: Ỉησοῦν, Iesùn, qui al caso accusativo], il figlio di Dio”. Parrebbe trattarsi di due persone con nomi diversi, ma in verità sono due persone diverse con lo stesso nome. È una vera e propria incoerenza: lo stesso identico nome viene tradotto “Giosuè” e, poco dopo – nello stesso capitolo -, “Gesù”.

 

   Yehoshùa (Iesùs, in greco) non era un nome particolare. Questo nome non era affatto insolito al tempo dei fatti evangelici. Lo storico ebreo Giuseppe Flavio (1° secolo della nostra era), menziona una dozzina di personaggi (non biblici) con questo nome. Il nome ricorre anche nei libri apocrifi (chiamati deuterocanonici dalla Chiesa Cattolica) ovvero quegli scritti ebraici che non entrarono a far parte del canone delle ispirate Sacre Scritture.

Nella Bibbia, il nome greco Iesùs compare, oltre che in Eb 4:8 già considerato, in Atti 7:45 riferito ancora a Giosuè, il condottiero del popolo di Israele dopo la morte di Mosè. Anche un collaboratore dell’apostolo Paolo si chiamava Iesùs (Col 4:11). C’è anche un Iesùs antenato di Cristo (Lc3:27). E altri ancora. Iesùs, dunque, è la traduzione greca di Yehoshùa.

 

   In ebraico il nome è perciò Yehoshùa. Se parliamo in greco lo traduciamo Iesùs, ma se parliamo in italiano lo traduciamo Giosuè.

C’è da dire però che l’uso di tradurre i nomi propri fu una pratica che non viene più attuata ai nostri giorni. Ad esempio, decenni fa si diceva Nuova York, ma ora si usa il nome originale: New York. Così, diciamo William Shakespeare e non Guglielmo. Diciamo Victor Hugo e non Vittorio. Diciamo James Joyce e non Giacomo. D’altra parte, se una persona si chiama Francesca, si volterebbe se sentisse chiamare Françoise? Allo stesso modo, una donna francese di nome Françoise non si volterebbe di certo se fosse chiamata Francesca. Meglio sarebbe chiamare ciascuno con il suo nome, quello in cui si riconosce. Comunque, in caso di traduzione, occorre tradurre dall’originale e non da una traduzione.

 

   Il Cristo si chiamava allora Yehoshùa?

Non esattamente. Alla sua epoca (primo secolo della nostra èra), il nome era abbreviato e pronunciato Yeshùa. Anche nelle Scritture Ebraiche troviamo il nome Yeshùa (יֵשׁוּעַ), ad esempio in Esd 2:2, dove stranamente è tradotto “Iesua”. È proprio sotto questa forma che la letteratura ebraica del suo tempo parla di lui. In questa letteratura ebraica egli è chiamato a volte anche Yeshu, che era quasi sicuramente la pronuncia galilaica del suo nome (è infatti dalla pronuncia galilaica che Pietro viene riconosciuto al momento dell’arresto di Cristo, come notato in Mt 26:73). Il suo nome proprio, quello vero, era dunque Yeshùa (ישוע).

 

   “E tu lo chiamerai Iesùn [testo originale greco: Ỉησοῦν, Iesùn, qui al caso accusativo], poiché egli salverà il suo popolo” (Mt 1:21, testo greco). Nei testi ebraici J1-14,16-18,22 di Matteo compare ישוע (Yeshùa).

 

   Da notare è la motivazione che l’angelo di Dio adduce perché gli sia messo quel nome: “E tu lo chiamerai Yeshùa poiché egli salverà il suo popolo” (Dia). Perché quel bambino non avrebbe potuto chiamarsi – ad esempio – Beniamino o Simone o con un altro nome e salvare ugualmente il suo popolo? Doveva essere chiamato proprio Yeshùa e così salvare il suo popolo. Questo fatto, incomprensibile nella versione greca o nelle traduzioni in altre lingue, assume il suo valore pieno nel gioco di parole tutto musicale del testo ebraico:

 

וקראת את־שמו ישוע כי הוא יושיע את־עמו

 

vekarata et-shmò yeshùa ki yoshia et-amò

 

lo chiamerai Yèshùa poiché egli salverà il suo popolo

 

   Ecco allora che la seconda parte della frase (“poiché egli salverà il suo popolo”) diventa l’effettiva interpretazione del nome. Yeshùa significa infatti “Yah salverà”, essendo Yah l’abbreviazione del nome di Dio (abbreviazione che compare per la prima volta nella Bibbia in Es 15:2: “Yah [יה] è mia forza”) e shùa, derivazione di yeshuàh (ישועה) che significa “salvezza”.

 

   Va evidenziato qui il significato che i nomi avevano nella mentalità semitica e quindi nella Bibbia. Non è lo stesso significato che noi attribuiamo ad un nome.

Per gli ebrei il nome costituiva la realtà della persona, il suo carattere, il suo destino. Cambiare nome ad una persona significava cambiare il suo programma di vita (così riguardo a Simone, il cui nome Yeshùa cambia in Pietro – Gv 1:42).

Questo simbolismo legato al nome si trova continuamente nella Bibbia, e ne viene data la motivazione introducendola con un “poiché” o un “perché” o un “perciò” o espressioni simili.

Ad esempio, quando Dio cambia nome ad Abramo, capostipite degli ebrei, attribuendogli il nuovo nome di Abraamo, gli viene detto: “Perché di sicuro ti farò padre [in ebraico אב, abpadre] di una folla di nazioni [in ebraico עם, ampopolo]” (Gn 17:5, TNM).

Così in Genesi 30:6, quando Rachele dice che Dio le ha fatto giustizia concedendole un figlio, è detto: “Perciò ella lo chiamò Dan [che significa giudice]”.

E così per Lia che, concependo un figlio, dice: “Questa volta ringrazierò il Signore”; e il testo spiega: “Per questo lo chiamò Giuda [Yehudàh, che significa egli sia ringraziato]”. – Gn 29:35.

 

   Il nome del Cristo, il Messia, fu dunque Yeshùa. Nel nostro linguaggio moderno potremmo dire: un nome che era tutto un programma. Esso significa infatti “Yah [Dio] è salvezza”.

 

   Il “Gesù” che ci è stato trasmesso dalle religioni cosiddette “cristiane” ha ben poco a che vedere con l’ebreo Yeshùa. Occorre riscoprire tutta la sua vera identità, iniziando a chiamarlo col suo vero nome: Yeshùa.

 

   Nel caso di Yeshùa la traduzione italiana corretta sarebbe Giosuè, tuttavia questo genererebbe confusione (data l’ormai universale accettazione del nome inesatto “Gesù”); ripristinare il nome originale ebraico pare quindi la scelta corretta, tanto più che Yeshùa è proprio il nome con cui suoi contemporanei lo chiamavano.

 

Per una mente che ha l’orecchio abituato a nomi come GesùPietroGiovanniSauloMatteoLucaMaria, eccetera, può sembrare surrealistico udire i nomi veri corrispondenti: Yeshùa, Kefa, Yokhanàn, Shaùl, Matài, Lukàs, Miryàm. Eppure, a ben pensarci, non è invece surrealistico evocare personaggi storici le cui vere identità sono state falsate dalle figure religiose dipinte dalla religione?

 

 

Per una mente che ha l’orecchio abituato a nomi come 

GesùPietroGiovanniSauloMatteoLucaMaria, eccetera, può sembrare surrealistico udire i nomi veri corrispondenti: Yeshùa, Kefa, Yokhanàn, Shaùl, Matài, Lukàs, Miryàm. Eppure, a ben pensarci, non è invece surrealistico evocare personaggi storici le cui vere identità sono state falsate dalle figure religiose dipinte dalla religione?

 

 

Fonte: da Biblistica.it

Link: http://www.biblistica.it/wordpress/?page_id=3091

 


Apr 06 2017

VANGELO DI NICODEMO DETTO ANCHE ATTI DI PILATO – PASSIONE E RISURREZIONE DI GESU’

Category: Libri e fonti,Religioni e rasie,Ultimo Apostologiorgio @ 00:04

 

Cristo e Nicodemo in un dipinto di Crijn Volmarijn

  

 

Memorie di Nicodemo

  

(data: IV secolo). In varie versioni sia copte e
sirine.



 

Il Vangelo di Nicodemo è un vangelo apocrifo con attribuzione pseudoepigrafa a Nicodemo, discepolo di Gesù. Datato al II secolo, è scritto in greco. Similmente agli altri vangeli della passione (Vangelo di Gamaliele, Vangelo di Pietro) descrive la passione di Gesù discolpando Pilato.

Fa parte del cosiddetto Ciclo di Pilato, una serie di scritti apocrifi più o meno antichi centrati sulla figura di Pilato (primi 10 capitoli).

Il testo risulta composto da tre sezioni originariamente indipendenti:

 

 

Incomincia la narrazione di Nicodemo, e la storia della Passione del nostro Signore Iesù Cristo; cioè il Passio di Nicodemo.

 

TESTI

 

 

VANGELO DI NICODEMO  
DETTO ANCHE ATTI DI PILATO 

 


Recensione greca “A” **

 

PROLOGO

 

Io Anania, protettore (1), ufficiale pretoriano, versato nella legge, avvicinatomi con cuore fedele alle sacre Scritture riconobbi che Gesù Cristo è il nostro Signore, e fui riconosciuto degno del santo battesimo.

 

Indagando sulle memorie dei fatti accaduti in quel periodo a proposito del padrone nostro Gesù Cristo e su quanto fu divulgato per scritto dagli Ebrei su Ponzio Pilato, trovai queste memorie scritte in lingua ebraica e, per volontà di Dio, le tradussi in lingua greca affinché ne possano prendere conoscenza tutti coloro che invocano il nome di nostro Signore Gesù Cristo: era l’anno diciassettesimo del regno del signore nostro Flavio Teodosio e il quinto del nobilissimo Flavio Valentiniano, l’indizione nona (2).

 

Voi tutti dunque che leggete e copiate questo, in altri libri, pensate a me e pregate per me, affinché Dio abbia misericordia di me e perdoni i peccati che ho commesso contro di lui.

 

Pace ai lettori e salute a tutti quanti udranno e ai loro domestici: Amen.

 

Nell’anno quindicesimo del regno di Tiberio Cesare (3), imperatore dei Romani, l’anno diciannovesimo della dominazione di Erode, figlio di Erode, re della Galilea, nell’ottavo giorno (4) prima delle calende di aprile e cioè il venticinquesimo giorno del mese di marzo, sotto il consolato di Rufo e Rubellione, il quarto anno dell’olimpiade duecentodue, mentre era sommo sacerdote degli Ebrei Giuseppe, figlio di Caifa.

 

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Apr 03 2017

IL VANGELO DI PIETRO

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San Pietro – Verona,  Chiesa di Santo Stefano 

 

 

Tradizione del Vangelo di Pietro

 

L’esistenza del Vangelo di Pietro è attestata diverse volte nella letteratura cristiana antica, ma in tutti i casi meno uno il testo non è citato né se ne racconta l’origine.

 

Origene (185250) cita il Vangelo di Pietro in una sola occasione, nella sua vasta produzione. Racconta infatti l’opinione di alcuni, secondo i quali i fratelli di Gesù erano figli di Giuseppe avuti da una prima moglie, allo scopo di sostenere la dottrina della verginità perpetua di Maria.[1] Il fatto che Origene faccia riferimento al Vangelo di Pietro «o [al] Libro di Giacomo» fa ritenere ad alcuni studiosi moderni che non conoscesse il Vangelo di Pietro di prima mano;[2] altri ritengono che il riferimento al «Libro di Giacomo» sia invece da intendere come un riferimento al Protovangelo di Giacomo.[3]

 

Nella sua Storia ecclesiasticaEusebio di Cesarea, scrivendo dopo il 324, riporta la storia di Serapione, vescovo di Antiochia dal 190 al 203.[4] Eusebio riproduce un brano di un’opera di Serapione (forse una lettera) intitolata Sul cosiddetto Vangelo di Pietro e indirizzata alla comunità di Rhossos, non lontana da Antiochia, nella quale il vescovo ricorda di aver visitato la comunità cristiana che adottava quel vangelo e, pur negando che il suo vero autore potesse essere l’apostolo Pietro, aveva consentito che lo si leggesse, essendo conforme alla linea ortodossa prevalente. Tempo dopo, Serapione venne informato che in realtà quel vangelo «celava un’eresia», che egli sembra attribuire a un certo Marciano,[5] e che lui aveva individuato col docetismo. Serapione riferisce di aver letto con attenzione il vangelo e di aver avuto modo «di ritrovarvi, insieme a gran parte della vera dottrina del Salvatore, anche alcune aggiunte, che abbiamo altresì sottoposto alla vostra attenzione».[6]

 

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Ott 11 2016

IL SECONDO TRATTATO DEL GRANDE SETH

cristo-749

 

 

Il Secondo trattato del grande Set è uno scritto apocrifo di matrice gnostica ritrovato nel settimo dei codici di Nag Hammâdi. È noto in particolare per contenere la teoria secondo la quale non fu crocifisso Gesù ma Simone di Cirene, ripresa poi dall’Islam.

 

L’ORIGINE ED IL CRISTO

 

La grandezza perfetta riposa nell’ineffabile luce, nella verità della madre del tutto.

 

Io sono colui che è perfetto; poiché sono unito a tutta la grandezza dello spirito – che è nostro compagno, e un compagno simile a lui non esiste – dopo ch’io pronunciai una discorso a gloria del Padre nostro.

 

E voi tutti siete giunti a me a motivo di questo discorso. A causa della sua bontà, la parola che è in lui ci ha dotato di un pensiero intramontabile. La sua bontà è schiavitù, poiché «noi moriremo con Cristo», dotati di un intramontabile e incontaminato pensiero. Il segno dell’acqua é un miracolo incomprensibile: di esso non si può parlare. Questa parola deve essere pronunciata da noi. Io sono colui che è in voi, e voi siete in me come il Padre è in me e in voi.

 

Col cuore puro dissi agli altri esseri celesti preesistenti: Convochiamo una chiesa! Visitiamo la Sua creazione! Mandiamo in essa qualcuno, così come Dio visitò le ennoiai che si trovano nelle regioni inferiori. Allorché pronunciai queste parole davanti all’intera folla della numerosa chiesa della esultante grandezza, tutta la casa del Padre della verità se ne rallegrò. È poiché sono uno di loro, della loro sfera, che diedi consiglio in merito alle ennoiai emanate dallo spirito incontaminato, cioè in relazione alla discesa sull’acqua, nelle regioni inferiori. Tutti ebbero un’unica ennoiai quella che procede dall’Uno. Designarono me, perché io ero pronto.

 

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