gen 30 2012

CONCETTI E PRINCIPI DI DON ALBERTO BENEDETTI

Don Alberto Benedetti

Concetti e principi di don ALBERTO BENEDETTI, prete di Shere’ (Ceredo)  di Sant’Anna del Faedo, paese  dell’altopiano  della Lessinia, in provincia  di Verona.

CONCETTI MORALI

Ama il creatore

Ama la terra

Lavora gratuitamente

Conta su quello che hai e sii povero

Ama qualcuno che se non se lo merita

CONCETTI CIVILI

Non ti fidare del governo di nessun governo

Abbraccia gli essere umani del tuo rapporto con ciascuno di loro riponi la tua speranza politica

Maledeto co l’omo che a la matina  ’l sa quel che a la sera 1′a’ ciapa’ = (maledetto l’uomo che al mattino sa quello che  prederà alla sera)

Vendere poco e comperare meno = autosufficienza.

Non comperare roba venuta da lontano.

Non produrre cose che possano essere esportate lontano.

Non produrre cose che possano essere trasformate in simboli monetari.

Se te laore per ti, te rende per tri = ( se lavori per te, rendi per tre)

La roba risparmia’, l’e’ la prima guadagna’.

Non progredire, ma vivere.

Studiare molto piante e animali, compresi i bipedi implumi; più sul terreno che sui libri.

Esercita molti giochi inventati da te o dai tuoi vicini per favorire la crescita culturale.

Evita come un diavolo qualunque sport. Sono drogature dei capitalisti per rubare i soldi ai salariati, e aumentare la degradazione dell’ energia. Anche lo sport è una guerra fatta per impinguare i capitalisti.

Se un musso el magna la paia for dal basto, se resta senza musso e senza basto.

Non prendere soldi in prestito; se hai risparmiato soldi, non prestarli alle banche e agli amici.

I fiti i magna i driti = se fai debiti presto resterai senza il tuo capitale.

Non pestare sul terreno senza necessità perché uccidi un essere vivente e lavori alla distruzione di tutti i viventi.

Approva nella natura quello che non capisci e loda quella speranza perché ciò che l’uomo non ha razionalizzato non ha distrutto

Fai le domande che non hanno risposta

Investe nel millennio

Pianta castagnari

.

Fonte: pensieri e vita di Don Alberto Benedetti, prete della montagna veronese (28 aprile 1911- 15 agosto 1997)


gen 26 2012

CHIESA DI SAN GIACOMO DEL GRIGLIANO: EVENTI STORICI SUCCESSIVI

Category: Chiesa veronese,Verona storia e artegiorgio @ 00:05

L’abside della Chiesa di San Giacomo

Cap. V

GLI EVENTI STORICI SUCCESSIVI

Nelle pagine di questo capitolo storico conclusivo esamineremo i fatti più significativi che hanno caratterizzato la storia della chiesa di S. Giacomo del Grigliano, dall’inizio del XV secolo ai nostri giorni.

Come si è detto, in precedenza, l’8 maggio del 1413, il Comune di Verona affidò le opere esistenti sul Grigliano ai Monaci Benedettini di S. Giustina di Padova. Sotto la guida di questi religiosi, in breve tempo, il luogo raggiunse una prosperità insperata e la chiesa ricevette importanti migliorie. Questo avvenne anche in virtù delle rendite di S. Giacomo di Tomba,  di cui i Monaci godevano dal loro arrivo sul Grigliano(1).

Nel 1432 al Santuario di S. Giacomo fu annessa la chiesa di Lepia, situata nei pressi di Vago di Lavagno, in seguito alla soppressione del Monastero delle suore di S. Giuliano che l’avevano in custodia, ritiratesi a Monza(2).  Nel 1438 fu nominato priore fr. Apollonio di Mantova e nel 1440 Giuliano da Ferrara(3).

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gen 25 2012

CHIESA DI SAN GIACOMO DEL GRIGLIANO: LE VICENDE DI FILIPPO DA LAVAGNO

Category: Chiesa veronese,Verona storia e artegiorgio @ 01:49

San Giacomo; affresco inizio XV,   Martino da Verona

Cap. IV

LE VICENDE DI FILIPPO DA LAVAGNO

Prima di continuare la narrazione degli eventi successivi all’arrivo dei Monaci Benedettini sul colle del Grigliano, ritorniamo indietro nel tempo e prendiamo in considerazione, brevemente, i fatti legati a Filippo da Lavagno, lo scopritore delle reliquie, avvenuti tra la fine del 1396 e la metà del 1397.

In seguito alla fortunata scoperta delle spoglie del Santo, che come si ricorda avvenne il 24 maggio del 1395, Filippo fu soprannominato Felice e fu oggetto di stima e di venerazione da parte di tutti(1), ma poco dopo la sorte del contadino mutò. Infatti, a causa di un omicidio e del tentato furto delle reliquie, fu arrestato ed impiccato dal Podestà di Verona. Vediamo ora, con l’ausilio delle testimonianze fornite da alcuni storici veronesi, lo svolgimento dei fatti.

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gen 24 2012

LA COSTRUZIONE DELLA CHIESA DI SAN GIACOMO AL MONTE GRIGLIANO DI VAGO DI LAVAGNO

Category: Chiesa veronese,Verona storia e artegiorgio @ 00:02

Chiesa di San Giacomo

Cap. III

LA COSTRUZIONE DELLA CHIESA

La notizia della scoperta delle reliquie dell’ Apostolo si diffuse rapidamente nelle zone limitrofe e nella provincia veronese, suscitando entusiasmo e fanatismo nella popolazione. In breve tempo giunsero dalle città e dai paesi circostanti numerosi pellegrini per vedere e venerare l’urna con le famose spoglie rinvenute da Filippo da Lavagno(1).

La venerazione per il Santo crebbe soprattutto nei mesi successivi alla scoperta, prova ne sia il fatto che molti devoti facevano elemosine e offrivano doni votivi a S. Giacomo, per la cui intercessione, come riferiscono alcuni storici, si operavano molti miracoli(2).

La grande moltitudine di fedeli che si recava sul Monte Grigliano, la devozione sincera che vi era per il Santo, i miracoli che qui sarebbero avvenuti, manifestarono l’opportunità che sul colle si costruisse una chiesa, in onore delle venerate reliquie, come sostiene Bonaventura Tondi(3).

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gen 22 2012

IL MONTE GRIGLIANO E L’ANTICA CHIESA DI SAN GIACOMO (S.TI JACOBI DE GRIGLIANO)

Category: Chiesa veronese,Verona storia e artegiorgio @ 00:05

La Chiesa di San Giacomo sul monte Garigliano a Vago di Lavagno di Verona

Cap. I

IL MONTE GRIGLIANO E L’ANTICA CHIESA DI S. GIACOMO

Se si percorre la strada statale che conduce a Vicenza o l’autostrada Serenissima, diretta a Venezia, tra S. Martino Buon Albergo e Vago di Lavagno, si nota un’altura che sorge verso sinistra in una posizione dominante sulla pianura.

Drappeggiata da alberi dalla folta chioma e da file di cipressi austeri, tale collina è coronata da una suggestiva villa in stile archiacuto e da una maestosa chiesa con un agile campanile. L’altura, pur non essendo molto elevata, è denominata Monte Grigliano e la chiesa che vi sorge è il Santuario di S. Giacomo con annessa la villa Milani.

Il Monte Grigliano assume molteplici denominazioni nei documenti storici veronesi(1) ed è perciò difficile formulare delle interpretazioni in rapporto alla sua derivazione etimologica(2),

Considerando queste denominazioni nel loro significato, non è da respingere la derivazione da «grezzo» (incolto) o «griso» (grigio), secondo il dialetto veronese.  Infatti, è certo che il Monte Grigliano fosse di questo aspetto già dal tempo della sua formazione cenozoica per il colore della materia calcarea e tufacea di cui è costituito, diversamente dalle colline circostanti di S. Briccio e Mezzane, composte in prevalenza di lava vulcanica e di basalto nero.  Inoltre, risulta greggio ed incolto fin dai primi documenti del 1200 e da altri di epoche successive(3), e per molti anni ancora le sue caratteristiche rimasero immutate, come si nota in un atto di donazione del 30 maggio 1390(4), dove il colle anzidetto è denominato una pezza di terra «costivam et garbam »(5).

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gen 06 2012

FRATEL VITTORINO FACCIA: PROFETA DELLA SPERANZA SULLE ORME DI DON CALABRIA

Fratel Vittorino Vaccia ( val di sole febbraio 1980)

FRATEL VITTORINO FACCIA: PROFETA DELLA SPERANZA SULLE ORME DI DON CALABRIA

Mons.Fausto Rossi

PREFAZIONE

Eravamo nella cappella dell’antica chiesa di San Giacomo con i sacerdoti del Vicariato di San Bonifacio per un ritiro spirituale.

Mangiavamo con i religiosi dell’Opera di Don Calabria. Per caso mi trovai seduto a pranzo vicino a fratel Vittorino.

Mi spiego che non era un sacerdote, ma un fratello laico, che aveva fatto solo la terza elementare, ma che era diventato il figlio prediletto di don Calabria …

Poi continuo la sua presentazione raccontandomi che ora viveva nella casetta vicino alla portineria, all’inizio della salita che conduce alla casa di San Giacomo, e qui riceveva ogni giorno dalle 20 alle 30 persone che gli volevano parlare dei loro problemi e aspettavano un suo consiglio. “Venga a vedere se non ci crede … ” concluse lo straordinario fratello.

Cosi una mattina decido di presentarmi anch’io a San Giacomo di Vago (Verona). Si sta celebrando e fratel Vittorino in veste bianca legge le letture della Messa.

Dopo la Comunione, espone il Santissimo Sacramento come se si trattasse di una delle grandi solennità dell’anno liturgico celebrate dalla Chiesa. Lo incensa e di seguito, in processione, scende alcune scalette per accedere nella stanza di sotto dove indirizza l’incenso verso le statue della Madonna, di San Giuseppe e di San Michele Arcangelo. Infine passa ad incensare tutti i presenti dicendo: “Anche a voi desidero farlo perché avendo ricevuto il SS. Sacramento siete diventati la Casa di Dio … “. In me quelle Parole, quel profumo e quelle azioni così fervorose producono una strana impressione: mi sembra di essere già lassù nella Casa di Dio … Un canto e poi si passa nell’ampio corridoio dove riceviamo il biglietto numerato per poter essere ricevuti dal fratello.

Chi entra nello studio prega, riceve consigli, a volte e rimandato a pregare dinanzi a Gesù Eucarestia ed alla Madonna, infine e benedetto con il crocifisso di don Calabria. In ogni modo tutti escono confortati.

Quando arriva il mio turno il religioso mi confida di avere un gran male di testa perché deve sentire in continuazione sposi che si vogliono lasciare, fratelli e sorelle che sono gravemente ammalati, persone che non sanno perdonare, gente sola con forti bisogni spirituali o poveri che chiedono aiuto.

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gen 03 2012

I FUNERALI DI DON LUIGI MARIA VERZÈ: ILLASI DI VERONA PRONTA A DARE L´ADDIO
 AL SACERDOTE-IMPRENDITORE

Don Luigi Verzè

OMBRE & MERITI. Nella chiesa parrocchiale si svolgerà il rito funebre. La salma sarà sepolta temporaneamente nel cimitero del paese. La Guardia di Finanza acquisisce la cartella clinica di don Luigi Le sue condizioni cardiache erano critiche da tempo ma «ha pesato lo stress» per il crac del colosso sanitario milanese

Si svolgono oggi alle 14.30 a Illasi nella chiesa parrocchiale di San Giorgio i funerali di don Luigi Verzè, il sacerdote veronese fondatore dell´ospedale San Raffaele, morto a Milano all´alba del 31 dicembre all´età di 91 anni per arresto cardiocircolatorio.

Nella sua residenza privata in via Olgettina 46 è stata allestita la camera ardente, aperta per sole due ore, dalle 9.30 alle 11.30, per un «omaggio affettuoso». Sono previsti gli interventi di medici e docenti che hanno lavorato con lui, mentre ufficialmente non è prevista la presenza di autorità. Don Verzè sarà temporaneamente sepolto a Illasi, ma la salma sarà poi tumulata nella cappella della Madonna della Vita del San Raffaele, dietro all´altare.

Una morte avvenuta nel pieno della bufera per il crac finanziario dell´ospedale e proprio questo ha indotto la Guardia di Finanza ad acquisire la cartella clinica di don Luigi Verzè. A quanto si è appreso dall´ospedale San Raffaele le Fiamme Gialle hanno fotocopiato i dati clinici relativi a don Verzè nella giornata di ieri. Secondo quanto ha spiegato il portavoce dell´ospedale, Paolo Klun, si tratta di «una prassi consolidata per i casi di persone coinvolte in vicende finanziarie».

Ma chi era don Verzè? Personaggio controverso, discusso, sempre vicino ai potenti in primo luogo l´ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi al quale aveva promesso di riuscire a prolungargli la vita fino a 120 anni, ma anche agli ammalati, ha creato uno dei più importanti ospedali nel campo della ricerca e voleva aprire proprio a Lavagno un nuovo centro di ricerca per monitorare i pazienti a distanza con un microchip sotto la pelle, utilizzando le ricerche del Mit di Boston. È stato ribattezzato in tutti i modi e non tutti erano eleganti: «Sua Sanità»; «il Berlusconi di Dio», «il prete manager».

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 AL SACERDOTE-IMPRENDITORE”


dic 24 2011

ARTE CAMPANARIA: IL SISTEMA DI “SUONO VERONESE” NELLA TRADIZIONE CAMPANARIA VENETA

Duomo di Verona:  la CAMPANA MAGGIORE I,  di 4454 quintali  (anno 1934)  sostituita nel  2003

La corona è costituita da sei braccia disposte ad esagono, su ognuna è raffigurato un volto di leone con sembianze umane. Nella parte alta del vaso vi è una prima fascia a motivi vegetali. Più in basso, in corrispondenza delle braccia della corona, compaiono sei eleganti cornici ovali a motivi vegetali, contornati da festoni che fuoriescono dalla bocca di un leone. Entro le cornici compaiono le seguenti immagini sacre:

Crocifisso, Sacro Cuore, San Michele Arcangelo, San Giorgio, San Luca, San Cristoforo

Più in basso vi è una prima iscrizione in lingua latina a caratteri maiuscoli:

CHRISTUS VINCIT  CHRISTUS REGNAT           CHRISTUS IMPERAT ANNO REPARATAE SALUTIS MCMXXXIV

La scritta sovrasta una fascia con eleganti motivi vegetali ed angeli che sorreggono tondi con volti di Cristo. In corrispondenza della gola della campana compare una seconda iscrizione:

PIO PP PONT MAX HIERONIMO CARDINALE EPISCVERON SANCTE GAIARDONI ARCHIP HECTORE CAVADINI FUSORE JESUM CRISTUM REGNEM REGUM VENITE ADOREMUS

Sotto la scritta vi è una decorazione a foglie pendenti. Sul bordo della campana si trova una fascia decorativa a motivi vegetali minuti. Questa campana, che sostituiva quella originaria del 1931, non riporta la consueta targhetta con il nome della fonderia, poiché il nome del fonditore compare già nelle iscrizioni sopra riportate.

ARTE CAMPANARIA

Il “SUONO  VERONESE” è il sistema a “campane  giranti” più recente, essendo nato verso la fine del secolo XVIII nella città di Verona, per poi diffondersi nella totalità dei territori veronese e vicentino, in gran parte del padovano, in varie località delle province di Trento, Brescia, Mantova e altre sparse su tutto il territorio nazionale. Il sistema è anche detto “Semi Ambrosiano”, dato che deriva in modo diretto dal “Sistema Ambrosiano”, un tempo diffuso anche a Verona.

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set 22 2011

BOSCOCHIESANUOVA: LA CHIESA DI SANTA MARGHERITA

Category: Chiesa veronese,Lessinia,Verona storia e artegiorgio @ 07:54

Bosco Chiesanuova: Chiesa di Santa Margherita

Altopiano della Lessinia. Piccolo rifugio di anime oranti e di viandanti di passaggio nella notte dei tempi. Nel buio dei secoli si perdono le scarse notizie di questo tempietto alla base dell’impennata collinare che porta a Bosco Chiesanuova, ma la storia di Santa Margherita corre di pari passo con quella del paese di Bosco, portando con sé tradizioni, fatti accaduti e leggende.

Con il centenario della Chiesa parrocchiale di Bosco Chiesanuova emergono accenni sulla vita della comunità locale, che ha vissuto il passaggio dal suo primitivo e angusto tempio a quello grande e maestoso che, si erge imponente in, appunto, Piazza della Chiesa. Occorre r tornare all’anno 1375, quando il vescovo Pietro della Scala eresse, sotto l’invocazione di S. Tommaso, la Chiesa Nuova nella Frizzolana, nucleo storico dell’attuale Bosco. Mentre Valdiporro era già diventato Comune, Bosco lo divenne quindici anni più tardi per concessione di Gian Galeazzo Visconti. Paradossalmente Frizzolana fu frazione di Valdiporro, mentre ora è Valdiporro ad essere frazione di Bosco.

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set 05 2011

DON ALBERTO BENEDETTI, IL “PRETE ANARCHICO” DELLA LESSINIA

A destra Don Alberto Benedetti

El prete dal Sheré : una vita autentica guidata dall’amore per la cultura, la scienza e il territorio con i suoi abitanti. La forza di non sottomettersi mai, la coerenza, il coraggio di un grande precursore. Tutte le sue esperienze raccontate dai libri, i pensieri e gli oggetti raccolti nella casa-museo di Ceredo (Sherè).

Occhiali rotondi da intellettuale, grossi scarponi da montanaro e una vecchia Renault 4. Così la gente  di Ceredo ricorda Don Berto, quel prete speciale, uomo di scienza e cultura che si definiva anarchico, che non celebrava più la messa nella chiesa del paese ma nella sua casa e che tuttavia continuava a considerarsi membro della Chiesa.

Don Alberto nasce a Ceredo nel 1911 da una famiglia molto povera. Il padre parte per le Americhe quando il figlio ha solo tre anni, episodio che segna la sua vita in maniera molto forte. Dapprima infatti, divenuto sacerdote, don Alberto decide di diventare missionario per poter aiutare gli emigranti all’estero, cosi come avevano fatto i missionari di Padre Bonomelli con il genitore.

«Cambia idea dopo il bombardamento del Seminario, fatto che gli fa perdere fiducia nei conclamati valori della scienza, della civiltà e della morale» ci racconta l’insegnante Nadia Massella, curatrice degli scritti e amica di don Benedetti per molti anni.

«Diventa anarchico perché gli Stati non possono distruggere la cultura dei popoli» prosegue la professoressa

«Da quel momento riconosce solo le leggi della natura, non quelle scritte da altri uomini alle quali si riserva il diritto di disobbedire quando in disaccordo».

Don Alberto si ritira quindi a Ceredo, il paese natale. E’ la Lessinia del dopoguerra, impoverita dalla forte emigrazione, una terra in crisi d’identità, in bilico fra due ere: il passato ricco di fatica e tradizione e il futuro alla ricerca della modernità a fondovalle, in città, all’estero. Per don Alberto è in questo territorio che c’è da lavorare, per impedire che la gente debba abbandonare la propria famiglia e il proprio paese, staccarsi dalla cultura che l’ha generato e quindi perdere le proprie radici.

Don Benedetti è un uomo di azione, crede fermamente che l’uomo debba operare nel mondo per migliorare le proprie condizioni, nel rispetto dell’ ambiente che gli ha dato la vita e nei confronti del quale ha un grande debito. Non a caso sulla facciata dell’isba (capanna russa, ndr), l’abitazione da lui stesso costruita, campeggiano la visualizzazione della fotosintesi clorofilliana, la formula della relatività di Einstein e la famosa frase pronunciata dal Faust di Goethe: Im Anfang war die Tat (in principio era l’azione,).

«L’azione degli agenti chimici, la reazione, il fare come principio dell’essere, Dio» precisa Nadia. Azioni quelle di don Alberto volte a preservare la cultura della piccola comunità montana nei confronti dell’ omogeneizzazione della civiltà dei consumi, dei mass media e dell’allora globalizzazione.

Don Alberto si adopera, anche lavorando fisicamente, per collegare il paesino con la strada provinciale che scende nella Valpantena e prosegue a Verona, si interessa alla costruzione dell’ acquedotto affinché a Ceredo ci sia l’acqua corrente, costituisce delle cooperative per la lavorazione della pietra locale. Ma è nell’istruzione che don Alberto vede il più importante punto di partenza. Per questo, insieme ai professori Giovanni Solinas e Lorenzo Giacopini dà il via, nei primi anni ’70, alla scuola media serale che ha riunito per un anno 45 partecipanti adulti fra Ceredo, Fosse, Cerna, permettendo così a molte persone di ottenere il diploma della scuola dell’obbligo.

Don Alberto è un personaggio controverso, non vota, neppure DC, perché non si fida di nessun governo e non sempre è d’accordo con i suoi concittadini. Decide ad esempio di non celebrare più la messa in chiesa dopo il restauro, di cui avrebbe voluto occuparsi lui stesso. Non vi metterà più piede, preferendo officiare il servizio liturgico nella sua isba dedicandosi a studi e ricerche.

Il sacerdote ci lascia nel 1997 e insieme alla vita lascia nella sua casa migliaia di libri di scienza, tecnica, filosofia, letteratura italiana e soprattutto tedesca che sono stati alla base del suo credo.

Lascia volumi di tecnica, paleontologia  e preistoria che ne testimoniano la passione per la capacità di trasformazione dell’uomo nel suo divenire storico. Rimangono reperti bellici, oggetti metallici costruiti dal sacerdote stesso, la sua bicicletta con la quale perlustrava strade e sentieri. E’ una casa che è divenuta testimone del suo vissuto che la nipote Maria ha voluto preservare, anche grazie all’aiuto di Nadia Massella che ha curato l’archiviazione dei volumi della biblioteca. Maria vorrebbe rendere fruibile la casa al pubblico ed è soprattutto disponibile a far consultare i preziosi libri a chiunque fosse interessato. Per questo ne pubblichiamo il numero telefonico: 0457535063.

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GLI SCRITTI DI DON ALBERTO BENEDETTI

Insediamenti umani sulla montagna veronese, Taucias Gareida, Verona, 1983.

Montagne e montanari da Verona a Kufstein, La Grafica, Verona, 1987.

Storia naturale di faida, tipografia “La Grafica”, Verona, 1988.

Storie de l’arbio, tipografia “La Grafica”, Verona, 1991.

Aquile bianche del Monte Baldo, La Grafica, Verona, 1994.

Prediche inutili, “La Grafica”, Verona, 1998.

Numerosi inoltre i contributi Sul Quaderno Culturale della Lessinia. Diversi anche gli scritti su don Alberto, fra i più importanti:

Il film – Lessinia Heimat des don Alberto- “Lessinia patria di don Alberto“, regia di Josef Schwellensattl

A. Andreloni, Il prete dei castagnari, La Grafica, Verona, 2001

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UNA DELLE  PREGHIERE CON LA QUALE,  A VOLTE, TERMINAVA LA SANTA MESSA

AMA IL CREATORE

Ama la terra

Lavora gratuitamente,

conta su quello che hai e sii povero.

Ama qualcuno che non se lo merita.

Non ti fidare del governo,

di nessun governo,

e abbraccia gli esseri umani,

nel tuo rapporto con ciascuno di loro

riponi la tua speranza politica.

Approva nella natura quello che non capisci

E loda quella speranza,

perché ciò che l’Uomo non ha razionalizzato non ha distrutto …

Metti l’orecchio vicino alla terra e ascolta

I bisbigli delle canzoni future.

Aspettati la fine del mondo.

Sorridi,

il sorriso è incalcolabile.

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Fonte: srs di Debora Rollo, da Pantheon il magazine di Valpantena e Lessinia, (luglio 2011)

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ANARCHICO E SOLITARIO, ECCO IL «PRETE SALVEGO» CHE AMAVA I MONTI

[di Vittorio Zambaldo • 2001]

Un libro di Alessandro Anderloni su don Benedetti.  A quattro anni dalla sua morte il «prete dal Serè», don Alberto Benedetti, dal basso delle sue prediche inutili, continua a parlare con la voce degli amici che lo hanno conosciuto e di chi ne ha capito lo spirito e il messaggio…

Il giorno di Ferragosto 2001 nella chiesa della frazione Ceredo di Sant’Anna d’Alfaedo, don Luigi Adami, suo fraterno amico, lo ha ricordato in una messa animata con i salmi cantati dal coro La Falìa di Velo nella versione poetica di padre David Maria Turoldo e accompagnati all’organo da Bepi De Marzi. Il Vangelo della visita di Maria alla cugina Elisabetta è lo spunto per don Luigi per parlare delle strade percorse in montagna da don Alberto, del suo camminare per incontrare gli altri, nonostante si definisse «prete salvègo», «selvatico» per i più, «tramite per arrivare al vero Dio» invece per chi ne capiva l’anima e lo spirito.

È il succo anche del nuovo libro di Alessandro Anderloni «Il prete dei castagnari» (Edizioni La Grafica), presentato al termine della cerimonia religiosa dallo stesso autore e da Bepi de Marzi e che sarà oggetto di una nuova presentazione domani 19 alle 18 nel teatro parrocchiale di Velo.

Il libro prende lo spunto dalla tesi con la quale lo scorso anno Anderloni si era laureato in Lettere e quel materiale è servito per una rielaborazione e un ripensamento lungo 350 pagine sulla vita e le opere di don Alberto.

Il titolo è mutuato da una celebre frase del sacerdote: «Investi nel millennio. Pianta castagnari», un invito a considerare la vita un passaggio del quale dovremmo lasciare solo tracce positive per le generazioni future.

«Ho accelerato l’uscita del volume dopo i drammatici e tristissimi fatti di Genova nell’ambito del G8», rivela Anderloni, «perché anche don Alberto, a 77 anni, fu perseguito e perquisito dalle forze dell’ordine su mandato di qualcuno “in alto”.

Gli contestarono ricettazione e detenzione di armi da fuoco, a 77 anni, dopo una vita passata a studiare e amare la sua montagna, lui che anche durante la Resistenza non aveva neppure voluto tenere con sé la rivoltella che gli avevano offerto i partigiani ed esiste ancora la ricevuta della sua riconsegna in municipio. Non gli perdonarono mai il coraggio di dire la verità. Per questo fu etichettato e lasciato da una parte, anche dalle gerarchie della Chiesa di cui condannava le collusioni con il sistema capitalistico. Un sistema che aborriva perché regolato solo dalla logica del denaro», ricorda Anderloni.

Di fronte alla violenza calcolata degli Stati e delle loro polizie, don Alberto sosteneva che ogni legge punitiva è ingiusta.

Deprecava ogni forma di violenza, condannava le guerre, anche le cosiddette guerre umanitarie, inventate, volute e benedette per il solo guadagno dei capitalisti, quelli che chiamava «dinosauri del Quaternario», cioè dei nostri giorni.

«Gridò contro le multinazionali, contro l’informazione controllata e censurata, contro la gestione del potere politico, che diventa la gestione della ricchezza di pochi e della povertà di molti».

È quanto volevano dire in modo pacifico e nonviolento anche migliaia di persone che sono andate a Genova e sono state aggredite e picchiate. Abbiamo visto solo scene di violenza, non abbiamo sentito nessuno parlare del perché esistano le ingiustizie nel mondo, perché si continuino a produrre armi e ci sia la maggioranza della popolazione mondiale sempre più povera e depredata», aggiunge Anderloni.

Il riferimento alla Lessinia è inevitabile, come lo è stato per don Alberto, ritiratosi sui monti di casa dove lo spirito anarchico poteva gridare la sua libertà: andando a caccia, costruendosi una casa con le sue mani (Isba la chiamava), avviando una cooperativa di lavoro, facendo anche il prete a modo suo.

«Cosa direbbe di una Lessinia che subisce l’oltraggio di cave sconsiderate, aperte per arricchirsi ed esportare marmi altrove e non per servire a chi vive sul posto; di un Parco che, pur avendolo a suo tempo contestato, è oggi diventato rifugio e casa per quella selvaggina che a lui tanto piaceva, ma che è depredata con sistemi illeciti o uccisa da bocconi avvelenati?», si chiede Anderloni.

Un preludio di Bepi De Marzi apre il volume ricordando i fatti di Genova, dove anche la Chiesa «che raramente mostra di opporsi all’arroganza della ricchezza, ha camminato nei cortei della nonviolenza, nel sorridente e disperato desiderio di giustizia e di pace: con le decine di associazioni cattoliche e cristiane c’erano anche suore, frati, preti, con l’appoggio dichiarato coraggiosamente da qualche raro prelato dissociato dall’opportunismo e dal servilismo vaticano.

Cosa direbbe don Alberto se fosse ancora qui, seduto ai piedi di un solenne castagnaro?», si chiede De Marzi e risponde: «Forse sarebbe turbato come noi davanti a una Chiesa che accetta un vescovo mago e tormenta cristiani coraggiosi».

«Don Benedetti non ha fatto miracoli, non ha distribuito benedizioni e nemmeno ha tuonato in sermoni celebrativi o dissertato sulla fame dei poveri e sui vuoti meccanismi della fede seduto nei salotti mondani; don Alberto, dal potere ecclesiastico, dalle curie, dalle gerarchie che non ha mai voluto riconoscere, è stato tenuto sotto osservazione come un malato inguaribile. Perciò non verrà beatificato, in questo tempo che elargisce riconoscimenti e carriere, terrene e celesti, come mai era accaduto prima», commenta il compositore vicentino. Il prete dal Seré non richiamava folle con il pretesto del miracolo o degli effetti speciali, non aveva la smania della testimonianza, era piuttosto un “prete salvègo”, di cui si può solo intuire il tormento e l’inquietudine del «silenzio di Dio”, il vuoto angosciante di “non aver mani che accarezzino il volto», come recita una poesia di Turoldo.

Il prete dei castagnari di Alessandro Anderloni. Preludio di Bepi De Marzi. Edizioni La Grafica  per informazioni sul libro: lefalie@cimbri.it www.lefalie.cimbri.it


mag 19 2011

DANIELE COMBONI, E UNA LETTURA DELL’AFRICA TUTT’OGGI VALIDA

Di Francesco Agnoli

Forse si apre per l’Africa un momento decisivo. Il presidente degli Usa, Barak Obama, ha sangue africano nelle vene, e lo ha rivendicato, con un certo orgoglio, in più occasioni. Con grande coraggio Obama, l’11 luglio 2009, ad Accra, capitale del Ghana, si è rivolto agli africani dichiarando che non ci si può sempre nascondere dietro le colpe dell’Occidente se si vuole veramente fare qualcosa per cambiare la situazione: “è troppo facile, ha detto, addossare ad altri la colpa di questi problemi. L’Occidente non è responsabile della distruzione dell’economia dello Zimbabwe nell’ultimo decennio o delle guerre in cui vengono arruolati bambini tra i combattenti. Ma io sono convinto che questo sia un nuovo momento di promesse”.

Molti problemi africani, ha aggiunto, derivano dalla corruzione dei governi locali, e dall’inveterata abitudine di guerre interminabili tra le tribù: “Voglio essere chiaro: per tanti, troppi africani i conflitti armati sono parte dell’esistenza. Questi conflitti sono una pietra al collo per l’Africa. Dobbiamo combattere la mancanza di umanità in mezzo a noi. Non è mai giustificabile prendere di mira innocenti in nome dell’ideologia. Costringere i bambini a uccidere in guerra è la sentenza di morte di una società. Condannare le donne a stupri incessanti e sistematici è un segno estremo di criminalità e di vigliaccheria. Dobbiamo dare testimonianza del valore di ogni bambino del Darfur e della dignità di ogni donna del Congo. Nessuna fede o cultura può giustificare le offese contro di essi” (http://gheddo.missionline.org/?m=200907).

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mar 11 2011

VERONA PIAZZA CORRUBBIO: ALLA RICERCA DELLA PRIMA CHIESA DI SAN ZENO

Category: Chiesa veronese,Verona archeologia e dintornigiorgio @ 00:10

I tre absidi della Chiesa di San Zeno

Verona, sabato  5 aprile.  Abbarbicato  ad un abbaino di Piazza Corubio,  riesco a fare alcune foto delle famose tre absidi  rinvenute  durante gli scavi archeologici.  I sanzenati non hanno dubbi  su quel che sono e  sull’importanza di quei tre absidi, ma da quando hanno  aperto gli  scavi, non si sente altro che  ripetere: “niente di importante”,  “nulla di rilevante” …malgrado questo, sono uscite anche centinaia di tombe.

Abside di sinistra

Ritornato sul bordo della piazza, incontro la sig.ra  Veronica, militante ambientalista,  e  Giorgio Vandelli, storico locale e “free investigator”. Giorgio mi  mostra alcuni fogli ed esclama:  «Ho scritto persino al Papa! Non è possibile  che  si possa  distruggere, non solo il  grande cimitero paleocristiano, ma  persino  i resti della prima “Chiesa di San Zeno”!  Su Piazza Corubio  ho praticamente informato tutti, ma proprio tutti, non possono dire di “non sapere” o di essere stati, diciamo, “distratti”. Noi,  cittadini,  vogliamo prima  sapere cos’è venuto fuori e valutare, poi, cosa fare;  non spetta solo loro,  impresari, soprintendenti, assessori e sindaci, obliterare la nostra storia e le nostre radici ».

Abside  centrale

Giorgio  mi passa gli appunti  sui   sermoni di San Zeno, e di alcuni Padri della Chiesa Veronese, che descrivono luoghi  ed  eventi di allora.

«Sono annotazioni, appunti, poche righe, ma per uno storico e un archeologo valgono molto.  Se li  avessero letti, e confrontati con i resti rinvenuti, qualche “ragionevole dubbio” sulla “non  esistenza” della primitiva chiesa di San Zeno  in codesta piazza sarebbe dovuto venire, almeno qualche interrogativo.

VEDIAMO QUEL CHE DICONO

San Zeno, in uno dei suoi sermoni, fa il paragone del regno di Dio con  la forma della chiesa di San Zeno.

Abside  di destra

«…Esultate, adunque, o fratelli, nel riconoscere da questa novella casa di Dio, la nostra interiore architettura: questa  novella casa che avete già resa angusta con il felice numero delle vostre presenze: per ciò stesso invero  che non riesce  a capirvi  questo  sacro  luogo,   vuol dire  che la  vostra fede vi conquista il Cuore di Dio» (L.1: tratt. 14.2)  quando prosegue  parlando del tempio di Dio  spirituale, la    Santa Chiesa  Cattolica  raffigurata  dal tempio  materiale,  con una immagine una e trina.

« Ha tre membra inestimabilmente preziose  concorrenti  a formare  un tutto unico e solo come uno solo è il secretarium che le  aduna:  ha dodici porte (finestre)  sempre aperte difese da un segno a forma di  T ( il segno della croce decussata)»;  noi sentiamo  nella viva  e precisa parola  di San Zeno,  risuonare  la gioia lontana  dell’accolito  africano, tutto felice  di custodire il tempio materiale e nel sacretarium la SS. Eucaristia, onde   far progredire la edificazione spirituale, ch’è il regno del Signore nelle anime!

Il  tomba “vuota”   al centro delle tre absidi

E il ricordo  è  legato alle più pure scaturigini  della tradizione africana

Il suo maestro  Tertulliano,   su quest’argomento, scrive: « La lettera  Tau  dei greci,   e la nostra T  hanno somiglianze con la Croce nostra;  epperciò  il profeta  Ezechiele  (9, 4-6) predice che rifulgerà  nelle nostre fonti, noi che apparteniamo  alla vera e cattolica  Gerusalemme»  ( Contro Marcione  3, 22).

Così si esprime anche San Cipriano  ( Testimoni  2, 22).

Finestre a feritoia nella Chiesa  di  Sant’Andrea a Sommacampagna

Riporto ora alcuni passi ricavati da: Ongaro  1938

….dieci anni di vita e di ministero tra noi. Poiché tra otto e dieci varia la serie dei sermoni per varie occasioni annuali.

Tra i suoi trattati,  ci sono otto elucidazioni del  Profeta Isaia, 8 per la narrazione del banchetto  Pasquale,  7 per il passaggio del Mar Rosso, 8 per l’episodio dei fanciulli  di Babilonia nella fornace, 8 brevi allocuzioni di  preparazione al S.  Battesimo, 7 di ringraziamento; 9 trattati per la festa  di Pasqua.

Tutto lascia a credere, quindi, che  il 12  aprile  del 371/2, fu il  «dies natalis»   il giorno che ci ha tolto  un padre sulla terra e ci ha dato un protettore santissimo in cielo.

Subito le ossa di Lui (San Zeno)  sono state  visitate, e, dopo morte, profetarono (Ecclesiastico 49, 18).

51. Lasciamo ai Santi scrivere  dei Santi (1.  S. Petronio)

Siamo fortunati di poter udire quello che  un Vescovo e un santo,  Petronio  dì Bologna, disse sulla salma del nostro santo Padre, composto  nella pace della sua Chiesa, in uno dei anniversari.

Dopo aver alluso, con vivide immagini, proprie della letteratura del suo tempo, al fatto che i Veronesi non avevano bisogno dei ruscelletti della sua povera eloquenza,  già quasi disseccati perché avevano a loro disposizione le fiumane di Zenone,  dopo aver alluso alla gravità dei mali che aduggiarono la Chiesa e alla relativa pace conseguita allora, verso il 414,  continua: « vi ho detto queste cose,  o fratelli carissimi, per l’aiuto del potente  nostro Signore,  le procelle del male,  ritornata la pace, godiamo della luce della liberta, e ne è concesso di rinnovare lo splendore dei sacri templi. Lo prova la sublimità di questo tempio, allargato, dal quale mentre regge nel suo grembo le reliquie del santissimo confessore, si diffonde fragranza soave, per ogni dove.  La magnificenza delle sue virtù  non può essere ristretta  a questi  angusti confini,  penetra anche i lembi del mondo, e con infaticata ala tocca i cieli più alti. Così il S. Pontefice di Cristo, Zenone, comprovato dalla operazione dei prodigi: moltiplica nel sepolcro quei miracoli che ha fatto durante l’episcopato. Poiché procedono dal suo stesso feretro, varie grazie  di riacquistata salute: e colui che giace nel sepolcro, rende la vita ai morti  già  sfatti, sana gli inferi: il giocondo liquore, erompente dal fonte perpetuo della santità, lava i peccatori   somministra  le gioie della salute: e quante volte l’umida arca accoglie le preghiere dei supplici, altrettante largisce opportuno rimedio per mille vie»

« Proprio così, il beatissimo Profeta (dottore) S. Zeno, opera oggi nel suo tumulo i miracolo che poté compiere in vita.  E’ la ragione si è che lo spirito di Dio, vigila in quella cenere non morta, e procede la vita di  là ove crediamo essere un cadavere esamine.  Ora poi onoriamo  la Chiesa di Dio con il sacrificio della lode, con il canto pubblico delle lodi divine, sia stato introdotto da S. Zeno in Verona, come da Sant’Ilario in Poitiers e da S.  Ambrogio in Milano…

52. Lasciamo ai Santi scrivere dei Santi  (2. s. Gregorio Il Grande)

Certo segno questo discorso tenuto dal Santo Vescovo che una  Chiesa era innalzata fin da quel remoto tempo a Zenone, quale confessore della fede.

Forse quella medesima chiesa, ove avvenne il fastoso miracolo, narratoci da S. Gregorio Papa (590-604): « E passato poco tempo che Giovanni tribuno mi raccontò egli medesimo un fatto prodigioso e me ne fece testimonianza,  poiché  egli fu presente  con  il  Conte Pronulfo e con il Re Autati: Allora appunto che il Tevere uscì per la città di Roma e  innondò  moltissimi paesi, cioè cinque anni non ancor passati (589), crebbe l’ Adige presso Verona e venne alla Chiesa di S. Zenone. Stavano aperte le finestre, ma l’acqua non entrò; salì  fino alle finestre che erano  presso  il tetto, così che chiuse la porta e pareva  essere solidificata.  Quei molti  che erano in  chiesa, non poterono  uscire  poiché era tutta circondata   dall’acque, e temettero di dovervi  morire.  Ma venuti alla porta  prendevano dell’acqua e bevevano: Potevasi   prendete come acqua, ma come acqua non poteva entrare  e stava così ritta, a dimostrare a tutti i meriti del Santo»   (Dialoghi 3, 19)

Notisi, per valutare la storicità del fatto, come i dialoghi di S. Gregorio, ove è narrato il  miracolo,  furono dati in dono proprio a Teodolinda,  moglie del Re Autari, citato come testimonio oculare.

53. Il Signor custodì le sue ossa  (21maggio 804/5)

Non ci resta ora che seguir le vicende del sacro Corpo di Zenone, onde capir bene gl’insegnamenti della divina liturgia  del 21 Maggio, giorno della sua traslazione o trasporto, solito a celebrarsi solennemente fino dal sec. IX.  Invero noi ne abbiamo testimonianza   in un martirologio, uscito dall’officina del grande arcidiacono Pacifico, nell’anno 865.

La traslazione avvenne nell’intervallo di tempo, tra l’elezione del Vescovo Ratoldo (803) e la morte di  Pipino, a Milano (8 luglio 810).

Narra l’antico monaco  zenoniano, che quando Pipino, Re d’Italia fu a Verona, visitò la chiesa, ove giaceva il corpo di S.  Zenone, ma dolendosi assai  che sì illustre  servo del  Signore giacesse in così misero  luogo, s’intese col nostro Vescovo Rotaldo di  collocarlo  altrove…

SI DEDUCE CHE:

A) – La Chiesa di San Zeno è  piccola e  insufficiente  già al momento della inaugurazione.

B) “ Ha tre absidi   contigue che si affacciano  su uno solo secretarium  che le collega fra di loro concorrenti  a formare  un tutto unico,  a forma di grande trifoglio.

C) Ha dodici porte,  più  probabilmente 12 finestre a feritoia sotto il tetto,  sempre aperte,  come nella Chiesa di  Sant’Andrea di Sommacampagna e  quella di San Procolo.

D) San Zeno è morto nel 371/2  in concetto di santità e subito venerato.

E) San Zeno è sepolto nella sua novella chiesa che aveva costruito.

F) E’ tradizione che nel primissimo cristianesimo le chiese erano quasi sempre “Chiese Cimiteriali”.

G) La chiesa era piccola ed è stata allargata.

H) Era una  chiesa molto umida e malsana.

I) La tomba viene descritta come un’Arca; è  probabile che si intenda  un sarcofago in marmo o “pietra di   Prun”.

L)  Pippino Re d’Italia visita la chiesa, ove giaceva San Zeno, dolendosi assai  che sì illustre  servo del  Signore giacesse in così misero  luogo, chiedendo di collocarlo altrove. Dopo 400 anni dalla sua inaugurazione  la chiesa benché allargata era considerata troppo umile e misera.

M) La chiesa cessa  di esistere nel nono secolo, dopo la traslazione di San Zeno e degli  altri vescovi in essa contenuti.

N) Sono giunte voci dagli scavi che, nel perimetro degli absidi” sono state rinvenute  tombe “svuotate”,  di cui una centrale agli absidi,

O) A proposito dell’alluvione miracolosa, l’assedio dell’acqua fu così lungo che dovettero dissetarsi con l’acqua dell’Adige.

P) Il fatto prodigioso è dato probabilmente, dal “non” innalzarsi del livello dell’acqua. Tempo addietro, durante la battitura delle quote del quartiere di San Zeno per controllare i livelli raggiunti  nelle piene storiche, ho scoperto che l’Adige,  raggiunta una certa quota, scolmava in direzione Valverde e da lì  in Piazza Cittadella  4/5  metri sotto il livello  moderno.

Q) Serve altro?  Non credo!

Fonte: da srs di Giorgio Vandelli


nov 24 2010

Negrar di Verona. Dieci anni di messe ma non era prete

Category: Chiesa veronese,Monade rattatuje e satiragiorgio @ 02:39

Italo Galleni, il falso sacerdote, mentre impartisce una benedizione

NEGRAR. Sconcerto e incredulità dopo l’annuncio, dato dal parroco domenica, che l’anziano religioso che lo aiutava non aveva mai preso i voti.  A Fane lo chiamavano padre Tommaso, amministrava i sacramenti e confessava i fedeli: è stato smascherato dopo una visita in ospedale

Negrar. A volte l’abito fa il monaco, e anche il prete.  A Fane, a un 84enne originario di Perugia, sono bastati una piccola croce sul petto, talvolta i sandali e una figura smunta e penitente, uniti a una discreta capacità d’immedesimarsi nella parte, per fingersi un frate desideroso di dare una mano in parrocchia e un sacerdote sempre sollecito e disponibile.

Per tutti, nella frazione di Negrar al confine con Sant’Anna d’Alfaedo, era semplicemente padre Tommaso. Da una decina d’anni trascorreva in paese le estati, da maggio a ottobre circa, ospite della gente del luogo, circondato da riverenza e affetto cresciuti col tempo; a pranzo e cena era ospite di qualche famiglia oppure andava al ristorante, dove gli offrivano il pasto.

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ott 19 2010

Monsignor Turrini Giuseppe

Category: Chiesa veronese,Persone e personaggigiorgio @ 00:17

Monsignor Giuseppe Turrini

(Castelrotto di Valpolicella VR 11 marzo 1889 – Negrar VR 16 gennaio 1978])

Dopo aver frequentato le scuole comunali del paese di nascita e aver compiuto privatamente gli studi ginnasiali, nel 1904 fu ammesso al Collegio Accoliti di Verona per proseguire gli studi liceali e teologici presso il Seminario vescovile.

Ordinato sacerdote nel 1911, nel 1916 divenne cappellano e maestro di cappella della Cattedrale; nel febbraio del 1922 cominciò l’apprendistato presso la Biblioteca capitolare e il 1º dicembre il Capitolo della Cattedrale lo nominò prefetto della Biblioteca con il titolo di vice-bibliotecario, dal momento che don Giuseppe Zamboni, al quale succedeva, aveva lasciato l’ufficio di bibliotecario, ma non il titolo, per insegnare filosofia all’Università cattolica di Milano.

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set 23 2010

La chiesa e il priorato di Sant ‘Andrea di Incaffi

Category: Chiesa veronese,Verona storia e artegiorgio @ 19:26

Situato a circa trenta chilometri da Verona in direzione ovest, fra la morena del Garda e quella dell’Adige, nella valle di Caprino, ai piedi del monte Moscal, che lo separa dal lago di Garda, Affi è un Comune di origine medioevale. Anticamente i territori di Affi, Incaffi, Cavaion, Caorsa e Ari erano feudo.dell’abate di S. Zeno di Verona, donde l’antico nome di Castelnuovo dell’Abate, con riferimento, secondo Simeoni, ad un forte o castello di cui si trovano tracce di mura a sud-ovest del Capoluogo(1).

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