Ott 22 2019

CHE COSA CAUSA L’ODORE DELLA PIOGGIA?

Category: Natura e scienzagiorgio @ 00:05

 

 

Meglio saperlo, visto che lo sentiremo spesso: così potremo esclamare consapevolmente cose tipo “ah, che bel petricore!”

 

Piove sui giusti e sugli iniqui, come diceva quello, e dopo resta sospeso nell’aria un buon profumo, che di solito sa di pulito e di terra. Come spiega Karl Smallwood su Gizmodo, il familiare profumo di pioggia è il risultato della combinazione di tre diverse fonti, dovute a una serie di reazioni chimiche e fisiche.

 

Ozono
La prima fonte, quella che ci fa dire di sentire profumo di pulito soprattutto dopo un temporale, è l’ozono. Le molecole di ozono sono formate da tre atomi di ossigeno. Ha un odore pungente che ricorda abbastanza quello che si sente in piscina a causa del cloro, disciolto in acqua come disinfettante. I fulmini che si formano durante i temporali possono causare la rottura delle molecole di azoto e di ossigeno, portando alla formazione dell’ozono, che viene poi portato a bassa quota dalle correnti che si formano tra le nuvole. Per questo motivo molte persone avvertono il profumo della pioggia ancora prima che arrivi, soprattutto d’estate, perché l’ozono può essere trasportato dai venti a grande distanza e precedere l’arrivo del temporale.

Il naso umano riesce a distinguere facilmente la presenza dell’ozono nell’aria. In media basta che siano presenti 10 parti di ozono per miliardo per percepire l’odore di pioggia. È un bene che il nostro organismo riesca a distinguerlo così facilmente: in alte concentrazioni l’ozono è molto pericoloso perché può danneggiare i polmoni. Alle concentrazioni in cui si trova durante un temporale e più in generale nell’aria che respiriamo tutti i giorni è invece innocuo.

 

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Ott 20 2019

LO STATO ITALIANO È BEN PEGGIO DELLA MAFIA: INDIPENDENZA!

 

di GILBERTO ONETO

 

Un rapinatore punta la pistola o il coltello,  intima «La borsa o la vita!» e prende i soldi.

 

Se è proprio un bastardo tira un cazzotto, se lo è un po’ meno insulta, se è “normale”  se ne va in silenzio, se è un raro esemplare di “brigante galantuomo” ringrazia e chiede scusa per il fastidio.

Le organizzazioni criminali hanno inventato un più efficiente sistema di rapina continuata tramite il pizzo:  a fronte della tranquillità o di una protezione chiedono una percentuale sugli incassi o un tot fisso che è sicuramente pesante per chi lo deve pagare ma che è sempre misurato all’attenzione da parte dell’estortore a non esagerare, per non uccidere la sua fonte di “reddito”.

Le varie mafie si prendono perciò una parte “ragionevole” delle ricchezze o dei guadagni delle loro vittime ma poi garantiscono un servizio, stabiliscono una sorta di monopolio dell’estorsione, impedendo a chiunque altro di farlo e con ciò proteggendo la vittima-cliente da ogni altro malintenzionato. E quando qualche furbetto si presenta con armi o minacce, viene immediatamente punito con rapidità, efficienza e durezza. La recente vicenda del marocchino che aveva incautamente rapinato e ammazzato a Roma un “portavalute” cinese e che è stato trovato “suicidato” tre giorni dopo la dice lunga su come funzionino queste cose, e anche come l’ambaradan abbia assunto connotazioni multietniche che faranno felici il ministro Riccardi e Don Gallo.

 

Lo Stato italiano è un rapinatore ben peggiore, è molto peggio di tutte le mafie, camorre, ‘ndranghete pelasgiche, albanesi e cinesi messe assieme. É molto peggio del peggiore dei tagliagole e dei borseggiatori di strada.

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Ott 19 2019

NON È IL CITTADINO CHE DEVE ESSERE TRASPARENTE VERSO LO STATO, MA VICEVERSA.

 

 

«Non è il cittadino che deve essere trasparente verso lo Stato, ma viceversa.

Non è l’individuo – legittimo proprietario dei quattrini che ha in tasca – che deve dimostrare come guadagna i suoi soldi,

ma è lo Stato che deve dimostrale come spende quelli che vi sottrae, in maniera coercitiva, con la tassazione…

La millantata società della «trasparenza globale» è a senso unico ed è architettata per tenervi in pugno».

 

Leonardo Facco, da Elogio  del  contante, 2015


Ott 18 2019

TRAFFICO DI ORGANI UMANI NEI BALCANI

 

 

Mattatoio – Come venivano asportati gli organi in Kosovo?

 

Dopo la fine dell’intervento NATO in Jugoslavia, in Kosovo scomparirono senza lasciare traccia circa 1000 persone, stando a dati di diverse fonti.

 

Probabilmente alcuni di loro nella vicina Albania furono privati degli organi che poi venivano spediti via aerea verso destinazioni sconosciute. Cosa sappiamo davvero del “traffico di organi” in questa area dell’Europa?

 

Il 19 luglio Ramush Haradinaj, capo di governo del Kosovo autoproclamato ed ex comandante dell’organizzazione terroristica (secondo Belgrado) dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK), si è dimesso perché chiamato a rispondere dinanzi al Tribunale speciale che giudica i crimini commessi dall’UÇK. Il 24 luglio è stato interrogato come imputato all’Aia, ma si è avvalso della facoltà di non rispondere. In seguito ha dichiarato che la legge gli vieta di rispondere alle domande che gli sono state poste. 

 

Il fratello di Ramush, Daut Haradinaj, che ha un passato militare simile, stando a Milaim Zeka, segretario del Partito Euratlantico del Kosovo, avrebbe anch’egli ricevuto la notifica, ma non ha ritenuto opportuno parlarne pubblicamente. Tali voci sono state diffuse il 15 agosto.

 

Il dossier dell’Aia sull’ex premier kosovaro

 

Daut Haradinaj ad oggi non si è ancora presentato di fronte alle istituzioni giuridiche internazionali, mentre il caso del suo fratello maggiore Ramush è stato esaminato ben due volte dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (TPIJ), nel 2005 e nel 2008, e Ramush venne assolto entrambe le volte.

 

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Ott 17 2019

GLI USA NON SONO UNA DEMOCRAZIA, NON LO SONO MAI STATI

 

 

Gabriel Rockhill (*)

 

Una delle convinzioni più salde a proposito degli Stati Uniti è che si tratti di una democrazia. Ogni qualvolta questa affermazione viene timidamente posta in dubbio, è quasi solo per segnalare una qualche dannosa eccezione ai valori fondamentali o ai principi costitutivi statunitensi. Ad esempio, gli aspiranti critici lamentano frequentemente una « riduzione della democrazia » dovuta all’elezione di autocrati  clowneschi, a misure draconiane adottate dallo Stato, alla scoperta di malversazioni o corruzioni, a interventi sanguinari all’estero o ad altre attività considerate eccezioni antidemocratiche. Lo stesso vale per coloro la cui critica consiste sempre nel contrapporre le azioni concrete del governo degli Stati Uniti ai suoi principi costitutivi, evidenziando una contraddizione tra le stesse e manifestando l’auspicio che possa comporsi.

 

Il problema, però, è che non vi è alcuna contraddizione o riduzione di democrazia, perché semplicemente gli Stati Uniti non sono mai stati una democrazia. E’ una realtà difficile da affrontare per molte persone, probabilmente più inclini a respingere tale affermazione come assurda piuttosto che prendersi il tempo di esaminare i dati storici e decidere a ragion veduta. Una reazione così sprezzante è dovuta in gran parte a quella che è stata forse la campagna di pubbliche relazioni di maggior successo della storia moderna. Quello che al contrario risulta evidente, quando la questione viene esaminata in modo sobrio e metodico, è che un paese fondato sull’élite, una dominazione coloniale basata sul potere della ricchezza – insomma una oligarchia coloniale plutocratica – è riuscita non solo a fregiarsi dell’etichetta « democratica » per vendersi alle masse, ma anche a far sì che i suoi cittadini, e molti altri, tanto socialmente e psicologicamente compresi nel loro mito nazionalista di origine, non siano disposti ad ascoltare argomenti lucidi e ben documentati.

 

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Ott 16 2019

CROCIFISSO DI ALEPPO

 

 

 

Questo Crocifisso di Aleppo dissacrato dai terroristi, è dedicato a tutti quelli che ritengono sia divisivo mostrarlo nelle scuole ma che poi alzano la voce quando gli usi alimentari dei musulmani non sono rispettati.

Cristo rimane, i suoi nemici passano.

Fatevene una ragione.

 


Ott 15 2019

IL 12 OTTOBRE 1866 USCIVA IL PRIMO NUMERO DE L’ARENA DI VERONA

Tipografia de L’Arena

 

Verona 11 ottobre 2016, Il giornale L’Arena di Verona compie 150 anni

 

Il 12 ottobre 1866 a Verona esce il primo numero del quotidiano L’Arena, «il più antico d’Italia»; quando le notizie arrivavano in redazione sulle ali dei piccioni e i direttori si sfidavano a duello; la collaborazione di Emilio Salgari, il manifesto del Futurismo; l’Arena fascista, Bisaglia e gli anni del boom; giornali, radio, televisioni del gruppo Athesis; Bertani, Galtarossa, Fedrigoni, Armellini, Grigolini, Ferro, Rana, Pedrollo, Veronesi; chi comanda oggi e il tempo della crisi.

 

Quando esce il primo numero del giornale L’Arena è il 12 ottobre 1866, una data importante per Verona perché segna, al termine della Terza guerra di Indipendenza, l’annessione del Veneto al Regno d’Italia. Gli austriaci stanno per abbandonare la città e il giorno 16 dello stesso mese i bersaglieri arrivano da Viale Venezia e passano porta Vescovo acclamati dalla folla. Editori di quel quartino, che a Verona e provincia costa 7 lire e 12 all’estero, sono Gaetano Franchini Carlo Vicentini, direttore è Alessandro Pandian, condirettore Giusto Ponticaccia, mentre nella sede di via Monte 303, oggi via Sant’Egidio, lavorano due giornalisti.

 

In redazione le notizie da pubblicare arrivano per posta e tramite i colombi viaggiatori mentre il telegrafo viene utilizzato con parsimonia perché costa molto. A capo della tipografia, dove le pagine vengono realizzate ponendo a mano i caratteri nei telai di composizione e dove si stampano a torchio alcune centinaia di copie al giorno, è Antonio Todeschini, che per 52 anni rivestirà il ruolo di proto, oltre che di puntuale commentatore sul suo taccuino di tutto ciò che riguarda il giornale. Nel 1870 muore l’editore Vicentini e al posto di Pandian assume l’incarico di direttore Dario Papa, fautore della seconda edizione delle 17 (la prima esce alle 9). Nel 1879 arriva da Parigi una nuova macchina tipografica a vapore, la Marinoni, che consente la stampa di migliaia di copie.

 

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Ott 13 2019

QUELLE VETRINE CHE HANNO SEGNATO UN´EPOCA.

LA VERONA CHE NON C´È PIÙ. La storia commerciale di via Mazzini scandita dai negozi storici che ne hanno animato la vita e dettato la moda in città dai primi del ´900.

 

 

 

L´annunciata chiusura della libreria Ghelfi&Barbato è l´epilogo di una lenta agonia iniziata alla fine degli anni Ottanta.

 

La chiusura della libreria Ghelfi&Barbato è l´ultimo capitolo non solo della storia commerciale di Verona, attraverso la sua più importante strada del passeggio e delle vetrine, ma anche il triste epilogo di un´epoca. Quella della ricca borghesia cittadina che vestiva elegante, ma anche quella della città popolare che guardava le vetrine con gli ultimi arrivi e affidava all´estro e alle mani delle giovani donne, casalinghe e sartine in casa, con lo scampolo di stoffa a poche lire, la possibilità di un abito alla moda. Via Mazzini, la via principale di Verona, che i veronesi amavano chiamare con il vecchio toponimo di via Nuova.
CON LA CHIUSURA della libreria Ghelfi&Barbato, che, unico negozio di via Mazzini, ha mantenuto anche lo splendido rivestimento metallico, si volta pagina su un pezzo di storia. La libreria è citata in una guida di Verona del 1868 (libraio Munster, via Nuova alla Scala ed, un ventennio dopo, Remigio Cabianca), e poi in tutte le guide di fine Ottocento, in uno stabile che, in epoca asburgica, ospitava le stalle. 
La raffinata struttura in ferro venne eseguita dalla Premiata officina Marcello Carrara di via Torretta San Zeno: manca la data, ma è del secondo ottocento, in quanto Marcello Carrara è presente nell´elenco delle officine veronesi proprio in quel periodo. 
Nei primi decenni del novecento, i Barbato da Pontremoli, la patria delle bancarelle di libri, sono approdati a Verona: prima vendevano i libri in bancarelle poste al centro della strada, poi hanno rilevato la storica libreria. L´addio di Ghelfi&Barbato, in via Mazzini, segue di solo un anno la chiusura della sede storica della Bnl, la Banca nazionale del Lavoro, che ha lasciato il posto ai grandi magazzini Zara. Di negozi storici, sopravvive la Farmacia Due Campane, che la tradizione fa risalire addirittura al 1753 dallo speziale Giuseppe Faccioli in contrada Santi Apostoli, poi  trasferita in via Nuova dallo speziale Gaetano Lonardi nel 1789. E nell´alta via Mazzini, al numero 67, verso piazza Bra, dagli anni Venti, c´è la gioielleria Maria Passeroni

 

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Ott 11 2019

SCHIAVA GRECA IN VENDITA NEL MERCATO ORIENTALE

Schiava greca in vendita nel mercato orientale , completamente nuda , su un tappeto.

 

Dipinto del pittore spagnolo José Jimenez Aranda  1897 .

 

L’insegna appesa al collo recita in greco , rosa (il fiore ) 18 anni in vendita per 800 monete

La ragazza gira la testa a terra per nascondere la sua vergogna , la postura delle mani e dei piedi suggerisce lo stesso, e gambe dei potenziali acquirenti sono visibili dietro il corpo nudo della ragazza .

Questo è stato il destino crudele di molte donne e bambine che sono state rapite da Saraceni e Ottomani (Turchi), furono i Greci ovunque in Asia Minore, Ponti, Medio Oriente ed Egitto.

Questo dipinto è uno dei più emblematici di José Jimenez Aranda .

Dedicato  a chi  pensa  che l’Impero Ottomano fosse un paradiso del multiculturalismo, e credono che questi tempi siano finiti,  perché  il   califfato dell’ISIS ha fatto lo stesso recentemente in Siria .

 


Ott 10 2019

LA SERVITÙ, IN MOLTI CASI, NON È UNA VIOLENZA DEI PADRONI, MA UNA TENTAZIONE DEI SERVI

Cervi e Montanelli

 

Questo volume segna il capolinea della nostra Storia dell’Italia contemporanea. Mario Cervi, di parecchi anni più giovane di me, potrà, se vorrà (e io spero lo voglia) continuare da solo. Io debbo prendere congedo dai nostri lettori. E non soltanto per ragioni anagrafiche, anche se di per sé abbastanza evidenti e cogenti. Ma perché il congedo l’ho preso negli ultimi tempi dalla stessa Italia, un Paese che non mi appartiene più e a cui sento di non più appartenere. 

 

È stato proprio l’impegno profuso nella stesura di questi volumi, nei quali la storia si confonde con la testimonianza diretta, anche questa condivisa pienamente da Cervi, a rendermi consapevole che quello nostro era qualcosa di mezzo tra il resoconto di un fallimento e l’anamnesi di un aborto. Uno dei primi volumi usciti dalla nostra collaborazione, nonostante il titolo L’Italia della disfatta, reca i segni della speranza e delle illusioni con cui ne avevamo vissute le drammatiche ma esaltanti vicende. Credemmo che l’Italia avesse liquidato, sia pure a carissimo prezzo e grazie a forze altrui (ma questo è il leitmotiv della nostra Storia non soltanto di questo secolo), un regime che le aveva impedito di essere se stessa. Ed invece gli eventi che abbiamo seguito passo passo coi volumi successivi ci dimostravano che non era affatto cambiata con il cambio del regime. Erano cambiate le forme, ma non la sostanza. Era cambiata la retorica, ma era rimasta retorica. Erano cambiate le menzogne, ma erano rimaste menzogne. Erano soprattutto cambiate le mafie del potere e della cultura, ma erano rimaste mafie. 

 

Al referendum istituzionale del 2 giugno ’46, Cervi ed io ancora non ci conoscevamo, e ci trovammo su posizioni opposte. Cervi si pronunciò per la Repubblica, io per la Monarchia. Ma entrambi eravamo convinti che quella fosse la data d’inizio di una “vita nova”, molto diversa da quella che avevamo vissuto, o meglio subito; e di questa grande speranza fummo entrambi (anche se io forse un po’ meno di Cervi) partecipi. Essa ci sostenne, e in certi momenti forse anche ci esaltò, fino agli anni del “miracolo”, che furono i primi Cinquanta. Poi… 

 

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Ott 09 2019

CON LA MORTE NEL CUORE CHIUDE LA STORICA LIBRERIA DI VERONA GHELFI E BARBATO

Ghelfi e Barbato, cartello chiusura

 

Un pezzo di storia e di cultura veronese che se ne va: è questa la sintesi dell’annunciata chiusura della libreria “Ghelfi e Barbato” in centro storico. Dalla serata di venerdì campeggia sulle vetrine del negozio un cartello con caratteri cubitali: «Svendita totale per chiusura». Tanta la concorrenza, enormi le difficoltà da sostenere per le librerie indipendenti nei confronti delle grandi catene e dell’e-commerce.

«Ebbene sì. “Grosso Ghelfi e Barbato” chiude. Con la morte nel cuore ma affrontando la realtà con serenità e la consapevolezza che abbiamo fatto il possibile. Sono grato per quanto ho avuto da questo straordinario mestiere e per le persone eccezionali che ho incontrato e mi hanno arricchito professionalmente e personalmente», questo il saluto affidato ai social dal titolare. Un’istituzione fatta di libri per la città di Verona, la “Ghelfi Barbato” nata ben 92 anni fa, quando al tempo di nome faceva “Libreria Grosso”. Nel 2012 ci fu un primo “segno dei tempi” (non molto lieti ammettiamolo), quando il negozio dovette trasferirsi da via Mazzini, la via dello shopping, per trovare una nuova sede, più conveniente, pochi passi più in là in Piazzetta Scala al civico 3.

 

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Ott 07 2019

LEONE DI SAN MARCO ECCO COME È NATO IL SIMBOLO DELLA SERENISSIMA

Category: Storia e dintorni,Veneto e dintornigiorgio @ 10:04

 

 

di Alessandro Marzo Magno

 

Al di là delle molte leggende sul felino che rappresenta Venezia, la sua prima apparizione accertata è del 1261 in un sigillo ducale. L’esordio dell’esemplare scolpito sulla pietra risale invece al 1317 e si trova conservato nel battistero del duomo di Capodistria.  Del 1355 sono infine i mosaici con il vessillo della Serenissima accolti nella cappella di Sant’Isidoro, nella basilica di San Marco.

Quasi tutto quello che si racconta sul leone di San Marco, e relativi vessilli, è solo una simpatica leggenda e nulla più. Dimenticatevi leoni di guerra, leoni di pace; coda alta, coda bassa; libro aperto, libro chiuso; lingua fuori (per le città che si sono date e quindi la fiera mostrerebbe l’attitudine di un amichevole cagnolino) e dentatura digrignata (come monito, invece, per le città conquistate). L’unica codificazione reale era quella che il leone teneva le zampe posteriori nell’acqua e quelle anteriori sulla terra per simboleggiare il dominio anfibio di Venezia.

Tutto il resto sono invenzioni, alcune anche con natali illustri: il primo a dire che i veneziani dipingevano leoni con la spada sulle città conquistate è stato nientepopodimeno che Niccolò Machiavelli. E se l’ha detto lui, perché mai non si dovrebbe ripeterlo ai posteri? «Intendesi come e’ Viniziani, in tutti questi luoghi de’ quali si rinsignoriscono, fanno dipingere un San Marco, che in scambio del libro ha una spada in mano, d’onde pare che si sieno avveduti a loro spese che a tenere li stati non bastano li studj e e’ libri» scrive il segretario fiorentino in una lettera datata 7 dicembre 1509. Peccato fosse una fake news, destinata però a tener banco nei secoli a venire. Il libro chiuso, quasi a nascondere le parole «Pax tibi», come simbolo di guerra è un’altra sciocchezza; non a caso è una storiella che circola solo in Veneto, ma non in Lombardia dove quasi tutti i leoni marciani presentano soltanto il libro aperto. Così come è pura leggenda che la maschera di Pantalone si chiami così per l’attitudine dei veneziani di «piantare leoni» nei luoghi da loro controllati (invece viene dal nome greco Pantelemenos).

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Ott 05 2019

I 6 VANTAGGI DELL’USO DEL CONTANTE

Category: Economia e lavorogiorgio @ 22:49

 

 

Merita citare i diversi vantaggi di pagare in contanti, regolarmente taciuti da un giornalismo che al 99% è appiattito sugli interessi delle banche.

 

  1. Non costa nulla, perché né banche né società di pagamenti elettronici raschiano via commissioni.

 

  1. È sempre possibile e immediato, anche senza corrente elettrica, accesso a Internet e apparecchiature elettroniche.

 

  1. Non taglia fuori i bambini o altre persone prive di conto in banca, immigrati ma anche italiani.

 

  1. Non permette il tracciamento delle abitudini di consumo.

 

  1. Garantisce la riservatezza anche per regali, beneficenza, elemosine ecc.

 

  1. Prelevare contanti e poi pagare con essi dà senso della spesa e della disponibilità residua.

 

Ma da dove partono gli attacchi alle banconote? Dalle banche, perché i pagamenti in contanti sono i soli da cui esse non riescono a trarre nessun profitto, né diretto né indiretto. Così hanno inventato la lotta al contante, battezzandola War-On-Cash perché l’uso dell’inglese nobilita le trovate più bislacche. Hanno poi aggiunto il No-Cash-Day e il No-Cash-Trip, ovvero il giorno e il viaggio senza contanti, iniziative strampalate accolte però con obbedienti applausi. Chi andasse a proporle in Germania, Austria o Svizzera verrebbe preso per un mentecatto.

 

7) Sei proprietario delle banconote, ma non lo sei del denaro su un c/c bancario, che ha solo natura obbligatoria.
E’ quindi solo un credito verso la banca, contro un diritto reale.
Da notare come, oggi, una banconota non sia un credito verso la banca centrale, nè verso altri, dato che non c’è niente da riscuotere. Questo paradossalmente rafforza il concetto di proprietà.
8) Col prestito alla banca chiamato c/c o deposito bancario, sei esposto ai rischi relativi agli attivi della banca stessa.
Col contante “solo” ai rischi connessi alla gestione della moneta da parte della banca centrale.

 

Fonte: srs DI BEPPE SCIENZA, da movimento libertario del 28 settembre 2019

Link: https://www.movimentolibertario.com/2019/09/i-6-vantaggi-delluso-del-contante/

 

 


Ott 04 2019

LE INONDAZIONI DEL PO, DALLA NOTTE DEI TEMPI.

 

LE INONDAZIONI DEL «RE DEI FIUMI, ERIDANO»

 

Quando il treno veloce s’inoltra su qualche ponte sul Po, e lo sferragliare della locomotrice e delle carrozze sulle rotaie s’infrange contro la gabbia in ferro che imprigiona il convoglio, i bambini si alzano in piedi, gli uomini e le donne si voltano verso i finestrini oltre i quali è l’onda fulva che pare immobile, e tutti esclamano: il Po!
Le placide acque continuano la loro marcia metodica verso la foce senza curarsi degli uomini che sulle sponde del fiume si bagnano e si divertono nei mesi estivi, o tremano quando lo vedono ingrossarsi. I poeti lo hanno cantato, gli scrittori l’hanno esaltato, i pittori lo hanno ritratto sulle loro tavolozze e i fotografi l’hanno ripreso infinite volte. Il poeta latino Virgilio l’ha chiamato «il re dei fiumi, Eridano».
E il Po cammina da secoli nella strada che si è scavata nel centro di una delle più belle e più ricche vallate del mondo col suo carico di acque apportatrici di vita e di morte. Percorre i suoi seicentocinquanta chilometri di strada assorbendosi anche il carico di ventiquattro affluenti, occupando un bacino di settantacinquemila chilometri quadrati. La forza del leone è ridicola nei confronti della sua, la potenza dell’uomo non riesce ad imbrigliarlo. In poco più di venti secoli ha portato tanta terra alla foce da allungare il suo percorso di sessanta chilometri ed attualmente s’avanza nell’Adriatico di circa settanta metri all’anno.
Dicono che i fiumi non abbiano coscienza di quello che fanno, altrimenti nel giorno del Giudizio ci sarebbe un gran daffare per passare in rassegna tutto il bene e il male che il Po ha compiuto nel suo corso secolare. Ma se Dio gliela manda buona, questo nostro fiume non potrà certo evitare i rancori che le popolazioni da lui colpite sentono verso di lui per le sue frequenti inondazioni.

Cause dell’inondazione

Noi daremo un elenco di inondazioni del Po dall’anno 204 avanti Cristo fino ai giorni nostri. Naturalmente il gran carico di acque di questo grande fiume collettore spiega da solo il fenomeno troppo frequente delle alluvioni le quali, se in tempi remoti arrecavano danni limitati per lo spopolamento della valle padana e la minore intensità di coltivati, oggi presentano spaventosi consuntivi di disastri.
Un tempo il fiume era evidentemente più incassato nel suo letto e nei confronti del terreno circostante: prova ne sia la navigazione che nell’epoca romana era frequentissima anche a mezzo di grosse imbarcazioni. Per questo e per la maggiore estensione che aveva l’alveo del fiume, era più facile si contenesse la portata delle acque. Inoltre le zone golenali erano sterminate sicchè permettevano al fiume un maggior gioco di elasticità. In epoche più vicine a noi furono costruiti gli argini maestri che racchiudono, sì, le zone golenali, ma in misura strettamente necessaria ad un normale flusso di acque ; e questo per consentire una maggiore utilizzazione di territorio a coltivazione intensa. Secondo un documento storico dell’anno 924 sembrerebbe, ad esempio, che a quei tempi Sabbioneta fosse costruita sulle sponde del Po, mentre oggi sappiamo che ne dista sei chilometri. Prova, questa, del più vasto alveo che il Po aveva un tempo. D’altra parte è noto che alcune valli adiacenti al corso del fiume erano paludi padane.
Inoltre il disboscamento indiscriminato che è stato operato sulle nostre montagne negli ultimi secoli ha danneggiato immensamente le valli favorendo le inondazioni dei fiumi.

 

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Set 29 2019

IN CALABRIA DIPENDENTI PUBBLICI PIÙ PERICOLOSI DELLE COPPOLE

 

La denuncia del procuratore Gratteri. Il governatore Oliverio: è vero

 

I colletti bianchi sono diventati più pericolosi delle coppole. Per il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, «prima ancora della politica e della ’ndrangheta, il problema della Calabria sono i quadri della pubblica amministrazione». Dopo aver seguito gli ’ndranghetisti nelle boscaglie dell’Aspromonte durante la stagione dei sequestri di persona, ricostruito le rotte del narcotraffico fino al Sudamerica, ora il magistrato, che da quasi trent’anni vive sotto scorta, punta su chi siede sulle comode poltrone degli uffici appena inaugurati della Cittadella regionale. 

 

«Ci sono direttori generali – ha spiegato intervenendo a una manifestazione a Reggio Calabria – che da vent’anni sono nello stesso posto, e da incensurati gestiscono la cosa pubblica con metodo mafioso». Un centro di potere cresciuto sulle spalle di «una politica debole che non ha la forza e la preparazione tecnico-giuridica per affrontare il problema della gestione dei quadri. Per amministrare la cosa pubblica basterebbe un po’ di buon senso – ha detto ancora Gratteri – ma la parte procedurale dei meccanismi di appalto è governata da un centro di potere che è lì da sempre. Anche per questo quando mi hanno proposto di candidarmi ho detto di no».

 

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