Mar 20 2009

AREZZO

Category: Pensieri e parolegiorgio @ 22:08

Acquerello di Aurora Ziviani

ALLEGRIA

RADIOSO

ELEGANTE

ZEFIRO

ZITTO

ONDEGGIA


Mar 20 2009

Verona: In piazza Cittadella antico ramo dell’Adige

Category: Verona archeologia e paleontologiagiorgio @ 17:04

VIABILITÀ E ARCHEOLOGIA. Gli scavi hanno riportato alla luce dei manufatti travolti dalla celebre piena del 589

Si fa strada l’ipotesi che si tratti di fondamenta che furono divelte durante la rotta della Cucca

di Giancarlo Beltrame

 

Aprono la strada a ipotesi suggestive i reperti archeologici rinvenuti a cinque metri sotto il livello del suolo durante gli scavi per il parcheggio sotterraneo di piazza Cittadella. Essi segnalerebbero, infatti, la presenza sul posto di un ramo dell’Adige, utilizzato dai romani come canale di esondazione in caso di piena, che sarebbe però stato travolto da una tracimazione così violenta da travolgere e rovesciare anche protezioni massiccie come quelle venute alla luce duranti i lavori. E nella storia antica solo una piena fu così disastrosa, la celebre rotta della Cucca, dell’ottobre 589, raccontata da Paolo Diacono nella sua Storia dei Longobardi, che cambiò addirittura il corso del fiume nella pianura veronese. 

«In quel tempo», racconta lo storico medievale, «vi fu un diluvio nel Veneto e nella Liguria e in altre zone dell’Italia quale si ritiene non vi sia stato dai tempi di Noè. Terreni e fattorie divennero laghi e fu grande la strage sia di uomini che di animali. I sentieri furono distrutti, le vie scomparvero, e il fiume Adige crebbe tanto che, intorno alla basilica del beato Zeno martire, fuori delle mura della città di Verona, l’acqua arrivò alle finestre alte, sebbene, come scrisse anche il beato Gregorio, divenuto poi papa, non entrasse affatto nella basilica. Anche le mura di Verona furono abbattute in alcuni punti da questa inondazione che si verificò il 17 ottobre».

L’ipotesi è sposata da Giorgio Vandelli, dell’Archeoclub di Verona, che pensa a un ramo del fiume che da San Massimo giungesse sino a Porta Palio, per proseguire poi lungo la Valverde sino a San Luca, dove sarebbe avvenuta la tracimazione che avrebbe riversato l’acqua nella città, trasformata così in un’isola i cui abitanti erano di fatto prigionieri, travasandola poi anche nella vicina piazza Cittadella da dove sarebbe scesa verso la pianura.

«Se così fosse», dice Vandelli, «troverebbero fondamento quelle ricostruzioni storiche che parlano di una rete stradale antica molto più articolata di quanto si pensasse, con l’attuale corso Porta Nuova in corrispondenza della via Postumia, che avrebbe quindi seguito un percorso più alto a quello successivo di circa un paio di secoli di via Albere. Questo sarebbe stato reso possibile perché ci sarebbero stati da parte dei romani dei colossali lavori idraulici, la cui traccia è andata persa nel tempo, per il controllo del corso dell’Adige. Infine, si potrebbe persino anticipare la fondazione della Verona romana».

La risposta a queste che, per quanto suggestive, restano finora delle ipotesi, spetta a Giuliana Cavalieri Manasse, della Soprintendenza, che ieri pomeriggio era proprio sul bordo dello scavo a osservare i reperti riportati alla luce, che testimoniano quanto importanti possano essere gli antichi sassi sepolti sotto terra.

 

Fonte srs di Giancarlo Beltrame da L’Arena di  Venerdì 20 Marzo 2009 CRONACA,     pagina 7


Mar 20 2009

Basta “spegàssi” Verona si guarda ma non si tocca

Category: Verona dei veronesigiorgio @ 14:06

da “La posta della Olga” di Silvino Gonzato

“La tanto attesa conferenza dal titolo “Come Maria Walewska ha fatto cornuto il vecchio conte Attanasio” che il ragionier Dolimàn avrebbe dovuto tenere al baretto con proiezione di diapositive” scrive la Olga ” è stata rinviata perché, come ha detto l’oratore, ubi maior minor cessat, dove il maior è la millenaria césa dei Santi Apostoli che sta cadendo nel buso che ci hanno scavato davanti per costruire un parcheggio per le auto di pochi siori e il minor è sempre la césa che, a quanto pare, viene considerata meno importante della frégola dei siori di avere l’auto sotto casa.

Dopo il prologo del cavalier Osoppo che ha parlato delle crepe apertesi nel sacello delle sante Teuteria e Tosca, crepe in cui ormai “se pol infilàrghe la testa e se te scàpa dentro un butìn no te lo trovi più”, e lo sprologo del Bocaònta che el tira siràche anche per difendere i santi, il ragionier Dolimàn, parlando in dialetto latino, ha detto quello che tutti noi pensiamo”.

“E cioè che è ora di finirla di considerare Verona una città come tante altre dove si può sbusàre dappertutto che tanto non succede niente e, al massimo, si trova l’acqua (mai el vin), perché la nostra è una città da guardare e non toccare come la Beresina quando nella cantina del baretto fa la lap-dance (il palo lo interpreta di solito el Pèrtega che l’è magro come el mànego de la scoa) per i pensionati e l’oste Oreste el smòrsa la luce sul più bèlo. Qui dove (ubi) si tocca si fa uno spegàsso (spegàssum) e gli amministratori, dopo averci sbattuto il muso mille volte, dovrebbero aver imparato la lezione e sapere che al minimo scorlamento prodotto da un martello pneumatico (figurati una ruspa) succede che nelle tante cése o ghe rùgola zo dai brassi el Butìn a ‘na Madona o ghe se stàca el pesse dal baston de San Zen o ghe scàpa de man la lancia a San Giorgio o ghe scapa via el cagnéto a San Rocco”.

“E invece no i ga capìo un’ostia. Continuano a sbusàre e a programmare altri busi per sistemare le auto dei siòri che si fanno i pertinenziali, che vuol dire saltare direttamente dal water al sedile dell’auto, e senza risolvere il problema del traffico, obbligando tutti, siori, meno siori e poaréti, a lasciare l’auto fuori dalla città, in parcheggi pubblici da costruire dove è possibile come all’Arsenale dove invece si vogliono fare altre cose. Il dialetto latino non è difficile da capire perché è quasi uguale al dialetto del nostro dialetto. Dalle crepe delle cése si è passati alle crepe del poeta Birbarelli causate dalle vibrazioni del rasoio elettrico”.

 

Fonte:  srs Silvino Gonzato,  da L’Arena di Verona Venerdì 20 Marzo 2009, CRONACA, pagina 8


Mar 20 2009

Verona Chiesa Santi Apostoli, il cantiere «sorvegliato speciale»

 

Lo scavo per il parcheggio pertinenziale davanti alla chiesa dei Santi Apostoli FOTO MARCHIORI

LA CHIESA DANNEGGIATA. Si alza l’attenzione del Comune. La Sovrintendenza sistemerà la tela del Brentana

Tosi: «Se a causare le crepe sono gli scavi, stop ai lavori» E Di Dio stanzia 35mila euro per restaurare tetto e volte

Enrico Giardini

 

Crepe sui muri del sacello della santa Teuteria e Tosca sotto la chiesa dei Santi Apostoli, il Comune eserciterà un monitoraggio costante con i propri tecnici sullo stato del tempietto (risalente al 751) e sugli scavi per il parcheggio interrato in fase di costruzione nella piazzetta Santi Apostoli, per verificare se dall’escavazione possano o meno dipendere danni alla struttura.

«L’intervento è di un privato ed è stato autorizzato dalla scorsa amministrazione», spiega il sindaco Flavio Tosi, «e comunque verificheremo se c’è una correlazione fra danni e lavori del parcheggio.  Se appureremo che ce ne sono dovremo fermare il cantiere».

Intanto, con un emendamento al bilancio, l’assessore ai lavori pubblici, Vittorio Di Dio, ha destinato 35mila euro al parroco dei Santi Apostoli, monsignor Ezio Falavegna, affinché possano partire in tempi rapidi i lavori per restaurare e consolidare la parte interna del tetto e le volte della chiesa, parzialmente ceduti da quasi tre anni. I danni sono stati causati dal fatto che le due strutture lignee di sostegno della copertura, cedendo, hanno gravato sulle volte, facendo quindi cadere calcinacci all’interno della chiesa. Per evitare che ne cadano ancora a terra sono già stati attaccati ai muri una rete e un telo.

Esiste già un progetto di restauro e consolidamento del tetto e delle volte approvato dalla Sovrintendenza ai Beni architettonici, a cui si è sensibilizzato anche Massimo Raccosta, amministratore della Technital, la società di costruzioni che assiste il parroco nell’iter di restauro.

Grazie al finanziamento stanziato dal Comune e a quanto verrà raccolto nella sottoscrizione pro restauri alla chiesa dei Santi Apostoli lanciata dal Comune, sarebbe quindi possibile intervenire con una certa celerità. Anche perché, preoccupato per l’agibilità della chiesa, il parroco don Falavegna non ha escluso di poterla chiudere alle celebrazioni.

«Ma chiudere la chiesa sarebbe una sconfitta», spiega Di Dio, «perché privare i fedeli della possibilità di entrare in una chiesa splendida e di visitare il sacello delle sante Teuteria e Tosca significa rinunciare a un pezzo di cultura e storia della città, che devono venire prima di qualsiasi nostra comodità, come un parcheggio. Faremo ogni sforzo quindi per evitare che sacello e chiesa subiscano ulteriori danni. Ora però, con il finanziamento, i restauri del tetto potranno partire». Intanto la Sovrintendenza ha già stanziato soldi per restaurare la tela del Brentana, sull’altar maggiore.

 

Fonte: srs di Enrico Giardini da L’Arena di Verona Venerdì 20 Marzo 2009, CRONACA, pagina 8


Mar 20 2009

Verona: Ma i veri santi in questa città hanno le ruote

Category: Verona dei veronesigiorgio @ 07:40

«Di ritorno dal ristorante “Dal Ciupa”, due stelle Codeghìn (era l’anniversario del diploma del ragionier Dolimàn che ha invitato gli amici del baretto i quali però hanno dovuto pagare ognuno per sé e tutti per lui e signora)» scrive la Olga «abbiamo fatto una sosta per vedere la chiesa dei Santi Apostoli prima del crollo, dato per sicuro se si continuerà a scavarle davanti per fare il parcheggio. E già che c’eravamo, abbiamo dato ’n’ociàda, forse l’ultima, anche alle case della piazzetta che saranno coinvolte dal crollo della césa se non cascheranno prima. Il cinese Tan detto Tano, che guidava il pulmino del baretto, è andato ad aspettarci al di là del ponte de l’Àdese perché ha detto che le vibrazioni delle ruspe potevano crepare la marmitta e i specéti retrovisori. In realtà non voleva entrare in cèsa per paura che qualche santo gli cascasse sulla testa, dato che i santi, quando decidono di cascare, potrebbero scegliere le persone da colpire tra i devoti di altre religioni, tra cui quella cinese di cui ha la tessera il Tano».

«Abbiamo visto le crepe nei muri e ci siamo fatti il segno della croce con tutte due le mani. Il cavalier Osoppo, avendo un braccio al collo, se n’è fatto metà che, comunque, equivale a uno intero. Ci siamo chiesti in quale altra città sante come Teuteria e Tosca, le sante del sacello, sarebbero state sacrificate a santa Mercedes e a santa Audi e in quale altra città se ne sarebbero sbattuti dei santi apostoli fino al punto da farci un buso così fondo a pochi metri dalla loro césa che da quando sono cominciati i lavori l’è tuta un tremàsso. Prima vengono le auto e i parcheggi pertinenziali dove ci mettono le auto i siòri, e poi vengono le cèse, i santi e le Madonne».

«Una vecéta inginocchiata su un banco ci ha detto che da domenica prossima per chi entra in césa è obbligatorio il casco da cantiere e che è meglio vedere tutti i fedeli col casco che sentire un mòcolo a ogni calsinàsso che casca. Il mio Gino ha convenuto che in césa i mòcoli non si tirano ma si impìssano. Il fascista Trisorco ha detto che forse si può ancora rimediare stupàndo tutto, come è stato fatto in piazza delle Poste dove però il tremàsso era venuto alle rovine romane che, appunto perché rovine, meritano rispetto, «come mia moglie Nerina».

Uscendo dalla cèsa ci siamo resi conto che in questa città i veri santi sono quelli che hanno le rùe. Eccola lì «santa Cayenne» ha detto il Vittorino indicandoci un grosso catafalco nero. «Sta calmo, l’è un santo» ha detto il mio Gino al Tano che ostiava perché non riusciva a mettere in moto il pulmino».

 

Fonte: La posta della Olga di di Silvino Gonzato da L’arena di Verona di Giovedì 19 Marzo 2009, Cronaca pagina  9


Mar 20 2009

Verona: Emergenza Santi Apostoli. può cedere anche il tetto

 

LA CHIESA DANNEGGIATA. Non sono solo le crepe del sacello a preoccupare. Don Falavegna: «Urgente trovare i fondi»

Il parroco deve affrontare il problema dell’agibilità, la copertura è a rischio dopo il cedimento del 2006

 

Non ci sono solo i problemi del sacello delle sante Teuteria e Tecla a far dormire sonni poco tranquilli al parroco dei Santi Apostoli don Ezio Falavegna. Oltre alle crepe che si sono aperte (o allargate, a seconda dei punti di vista) nel tempietto del 751, il più antico del Veneto secondo alcuni studiosi, il sacerdote si trova ad affrontare l’agibilità stessa della chiesa parrocchiale, messa a repentaglio da un cedimento strutturale del tetto, che in caso di eventi meteorologici straordinari (ma non troppo), come una abbondante nevicata o una tempesta estiva particolarmente forte, potrebbe cedere.

Ed era stato proprio il fortunale dell’estate 2006 a provocare il cedimento.

«La copertura della chiesa», ha spiegato il professor Franco Lollis, presidente della Società delle Belle Arti e curatore architettonico dei due attigui edifici sacri, «è stata attuata in due fasi. C’è un tetto più antico, con la classica struttura a capriate triangolari, tipica delle chiese romaniche, che si appoggiano trasversalmente sulle pareti laterali e reggono la copertura. Su queste capriate, in epoca successiva, sono stati agganciati, da sotto, due lunghi travi, con il compito di sostenere il nuovo soffitto decorato. L’usura del tempo sulla parte lignea ha ora fatto sì che le due strutture di sostegno, che erano distinte, venissero a contatto, gravando in tal modo con tutto il loro peso sulle volte, che nel 2006 hanno ceduto parzialmente, facendo cadere molti calcinacci dell’intonaco».

L’allora parroco, monsignor Adriano Vincenzi, chiuse immediatamente la chiesa, riaprendola con molta prudenza dopo alcuni giorni. Successivamente fu stesa sopra l’intera navata dell’edificio una larga – e orrenda, a onor del vero – rete che sorregge un telo di plastica destinato a raccogliere eventuali calcinacci che dovessero ancora staccarsi, a protezione dei fedeli.

«Il problema», dice don Falavegna, «è reperire i fondi necessari a un lavoro più che mai necessario».

L’ingegner Massimo Raccosta, della Technital, la società che sta costruendo il parcheggio nell’attigua piazzetta, si è sensibilizzato al restauro, per il quale, ha riferito Lollis, c’è già un progetto approvato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici, che potrebbe procedere abbastanza celermente una volta trovati i soldi per coprire le spese dell’intervento di sistemazione della chiesa consacrata nel 1194 dal vescovo Adelardo, dopo che la precedente era stata distrutta da un terremoto (altro evento che potrebbe avere conseguenze nefaste su un tetto così malmesso).

L’edificio, che ha subito vari rimaneggiamenti nel corso della storia, l’ultimo dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, che l’avevano parzialmente danneggiata, contiene alcune opere d’arte assai pregevoli, come il «Sant’Agostino in meditazione» del periodo romano dell’Orbetto, l’«Adorazione dei Magi» di Felice Brusasorci, la «Pentecoste» di Simone Brentana o l’affresco «Cristo con la croce e san Rocco» del Giolfino, recentemente restaurato, assieme a quello della «Santissima Trinità» nell’altra cappella votiva ai lati dell’altare, per iniziativa del Lions Club Cangrande. (G.B.)

 

 

Fonte: L ’Arena di Verona di Giovedì 19 Marzo 2009,  CRONACA, pagina 9


Mar 18 2009

Gli archeologi trovano i più antichi cavalli addomesticati

Category: Archeologia e paleontologia,Mondo animalegiorgio @ 09:04

 

Un team internazionale di archeologi ha scoperto la più antica prova di cavalli addomesticati dall’uomo. La scoperta suggerisce che i cavalli fossero cavalcati e le cavalle munte per il latte. I risultati potrebbero puntare agli albori dell’addomesticazione del cavallo e alle origini delle razze di cavallo che oggi conosciamo. Condotta dalla Università di Exeter e Bristol (Regno Unito), la ricerca è pubblicata venerdì 6 marzo 2009 sulla rivista accademica Science.

I ricercatori hanno rintracciato le origini del cavallo addomesticato sino alla Cultura del Botai Kazakistan, circa 5500 anni fa. Si tratta di circa 1000 anni prima di quanto si pensasse e di circa 2000 anni prima che i cavalli domestici fossero introdotti in Europa. I risultati suggeriscono fortemente che i cavalli fossero originariamente addomesticati non solo come mezzi di trasporto, ma anche per fornire cibo e latte.

Attraverso ampie ricerche archeologiche sul campo e successive analisi, utilizzando nuove tecniche, il gruppo ha sviluppato tre linee indipendenti di prove per l’inizio dell’addomesticamento del cavallo. I risultati mostrano che nel quarto millennio a.C. i cavalli in Kazakistan sono stati selettivamente allevati per uso domestico. Essi mostrano anche i cavalli venivano sfruttati per l’equitazione, e che le persone consumavano latte di cavalla.

L’analisi degli antichi resti di ossa hanno dimostrato che i cavalli erano di taglia simile ai cavalli domestici dell’Età del Bronzo e diversi dai cavalli selvatici della stessa regione. Ciò suggerisce che si selezionassero i cavalli selvatici per i loro attributi fisici, che sono stati poi accentuati attraverso l’allevamento.

Il team ha utilizzato una nuova tecnica per la ricerca dei “danni” causati da cavalli con finimenti o briglie. I risultati hanno dimostrato che i cavalli erano sfruttati, in quanto sembra che essi potessero essere cavalcati.

Utilizzando un nuovo metodo di analisi dei residui di lipidi, i ricercatori hanno anche analizzato la ceramica Botai e trovato tracce di grassi del latte di cavalla. Il latte di cavalla è ancora bevuto in Kazakistan, un paese in cui le tradizioni del cavallo sono profondamente radicate, ed è di solito un po’ fermentato per ottenere una bevanda alcoolica chiamata “Kumis”. Si è sempre saputo che si produceva Kumis da secoli, ma questo studio dimostra che la pratica risale ai primi allevatori di cavalli.

Il Dott. Alan Outram dell’ Università di Exeter ha dichiarato: “è noto che l’addomesticamento dei cavalli ha avuto grande importanza economica e sociale, e ha consentito lo sviluppo delle comunicazioni, dei trasporti, della produzione alimentare e della guerra. I nostri risultati indicano che i cavalli sono stati addomesticati circa 1000 anni prima di quanto si pensasse finora. Ciò è importante perché cambia la nostra comprensione di come queste prime società si siano sviluppate.” 

La zona di steppa, a est degli Urali, nel Kazakistan settentrionale, è nota per avere un ottimo habitat per cavalli selvaggi sin da migliaia di anni fa. Quest’animale era comunemente cacciato. Questo può avere posto le basi per la fase dell’addomesticamento del cavallo da parte delle culture indigene, fornendo l’accesso a numerose mandrie selvatiche e l’opportunità di acquisire una profonda conoscenza del comportamento equino. I cavalli sembrano essere stati addomesticati di preferenza rispetto ad un’economia basata sulla pastorizia di bovini, ovini e caprini. I cavalli hanno il vantaggio di essere adatti a inverni severi e di essere in grado di brucare tutto l’anno, anche attraverso la neve. Bovini, ovini e caprini devono essere riforniti di foraggio invernale, e sono stati successivamente aggiunti all’economia della regione nella preistoria.

La British Academy è l’accademia nazionale del Regno Unito per le discipline umanistiche e scienze sociali. Il suo scopo è quello di ispirare, riconoscere e sostenere l’eccellenza in queste discipline, in tutto il Regno Unito ea livello internazionale, e per difendere il loro ruolo e il valore. Maggiori informazioni sul lavoro dell’Accademia è disponibile all’indirizzo www.britac.ac.uk.

Fonte: British Academy (Regno Unito)  (7 Marzo 2009); 

La porta del tempo

Contact: Sarah Hoyle – s.hoyle@exeter.ac.uk (44-139-226-2062)

University of Exeter; link: (http://www.exeter.ac.uk/)


Mar 18 2009

MEGLIO PREGARE CHE ……. – IN 35 ANNI, 11MILA PRETI HANNO LASCIATO LA TONACA PER AMORE PER POI PENTIRSI E CHIEDERE DI TORNARE

Category: Chiesa Cattolicagiorgio @ 07:47

MEGLIO PREGARE CHE SCOPARE – IN 35 ANNI, 11MILA PRETI HANNO LASCIATO LA TONACA PER AMORE PER POI PENTIRSI E CHIEDERE DI TORNARE: MEGLIO LA CASTITÀ DELLA VITA DI COPPIA – UN FENOMENO SOMMERSO, SCONOSCIUTO AI PIÙ, DI CUI SI PARLA MOLTO POCO…

CATERINA MANIACI PER “LIBERO”

Decidere di abbandonare il sacerdozio, magari dopo anni di faticoso “esercizio”, in una parrocchia di periferia, in un grande istituto, o mentre si naviga negli oceani, facendo i cappellani nelle navi… Non si vuole più fare il prete per la fede che viene a mancare. Oppure perché si incontra una donna e si capisce che la strada imboccata è sbagliata: è la storia comune di alcuni sacerdoti. Neppure pochissimi, se si considera che, secondo i dati forniti dalla Congregazione per il clero, sarebbero 1.076 in media all’anno i preti che “abbandonano”.

PRETI A PENSER – COPYRIGHT PIZZI

Un fenomeno noto e causa di grandi discussioni in seno al mondo cattolico. Ma tra quelli che lasciano, gli ex, ci sono quelli che poi si pentono e vogliono tornare a fare i sacerdoti. Vivere con una donna non li soddisfa più, oppure hanno capito, con il tempo, che proprio essere e fare il prete era la scelta migliore… Così, per i 1.076 che lasciano, 74 chiedono di tornare. Un fenomeno sommerso, sconosciuto ai più, di cui si parla molto poco.

STANCHI DELLA MOGLIE…


Ne parla, invece, un libro appena uscito, dal titolo “Fare il prete non è un mestiere”, di Laura Badaracchi (edizioni dell’Asino), libro a metà strada tra il manuale e l’inchiesta, che intende tracciare un identikit su chi sono oggi i sacerdoti. Moltissimi dati, molte testimonianze, molti spunti di riflessione.

Dal vasto lavoro di indagine dell’autrice, emerge, tra gli altri, il fenomeno degli ex preti che vogliono tornare a fare i preti. Lo ha descritto per prima “La Civiltà Cattolica”, prestigiosa e storica rivista dei gesuiti, in un articolo uscito nel 2007 e intitolato, significativamente, “Preti che abbandonano, preti che ritornano”.

«Si parla spesso dei sacerdoti cattolici che abbandonano il ministero e si sposano», fa notare l’autore dell’articolo, padre Gian Paolo Salvini, nonché direttore della rivista, «ma assai meno di quelli che, rimasti vedovi o insoddisfatti del nuovo stato di vita, chiedono di essere riammessi all’esercizio del ministero.

In 35 anni sono stati 11.213, di fronte a circa 57mila che hanno abbandonato. È un fenomeno di notevole rilevanza pastorale, che dimostra anche la benevolenza della Chiesa».

Bisogna chiarire che i sacerdoti che lasciano il ministero non “perdono” la condizione sacerdotale, che è un sacramento e dunque non “scioglibile”. In generale, chiedono la dispensa dagli obblighi derivanti dallo stato sacerdotale, ossia il celibato e recita del breviario.

Quali sono le condizioni per poter tornare a fare i preti? Ci deve essere la dichiarazione di un vescovo (o prelato di grado maggiore) che si dichiari pronto a reintegrare l’ex sacerdote in questione nella propria diocesi o nel suo istituto, garantendo anche «l’assenza di pericolo di scandalo qualora la domanda fosse accolta».

UN PERCORSO A OSTACOLI


L’ex, poi, non deve essersi sposato in chiesa, se lo ha fatto, occorre il certificato di morte del coniuge (se vedovo) o il decreto di nullità del matrimonio. Non deve essere troppo anziano e deve aver fatto un corso di aggiornamento teologico di almeno sei mesi. Insomma, un percorso “a ostacoli” perché si capisca che uscire e rientrare per la porta del sacerdozio non deve essere considerato semplice e scontato.

Il caso degli ex preti pentiti rientra, ovviamente, in un quadro generale che, come rileva Laura Badaracchi nel suo libro, deve considerare il calo delle vocazioni, soprattutto in Occidente e in Italia, con una sempre più forte presenza di sacerdoti stranieri. 

Nel 1998 i preti stranieri in Italia erano 1.675. Nel 2001 erano diventati 2.003. Da dove vengono? Soprattutto dall’Europa dell’Est, dall’Africa, dall’America Latina, dall’Asia.

E poi ci sono le cosiddette “vocazioni adulte” in aumento, ossia quelle di chi ha deciso di prendere i voti in età matura, dopo varie esperienze di vita e riguarda soprattutto chi sceglie gli ordini monastici, anche quelli più duri, come i trappisti e persino gli eremiti. Perciò, tra quelli che se ne vanno e quelli che ritornano, quelli che arrivano da altri Paesi, ci sono sempre quelli che restano al loro posto, tra mille difficoltà, ma convinti che essere preti rimane sempre una bella sfida, un buon motivo per giocarsi la vita.

 

Fonte: Dagospia del 16-03-2009


Mar 17 2009

Un viaggio moderno alla terra di Punt con la copia di un’antica nave egiziana

Category: Bibbia ed Egittogiorgio @ 09:23

 

Gli antichi Egizi possono essere più noti per la costruzione delle piramidi, ma l’archeologa marittima di fama internazionale Cheryl Ward vuole che il mondo sappia che erano anche bravi marinai.

Ward, professoressa associata d’antropologia all’Università di Stato della Florida, con una squadra internazionale di archeologi, di costruttori di navi e di marinai, ha recentemente sviluppato una replica completa di una nave di 3800 anni fa e ha navigato con essa sul Mar Rosso per ricreare un viaggio ad un posto che gli antichi Egizi chiamavano la Terra di Dio o Terra di Punt. La loro spedizione è stata finanziata e filmata per un documentario francese a diffusione internazionale e per un prossimo episodio di “NOVA.„

“Questo progetto ha dimostrato le straordinarie capacità degli Egizi di navigare in mare, „ ha detto Ward. “Molta gente, compresi i miei colleghi archeologi, pensa agli Egizi come legati al fiume di Nilo ed incapaci di andare per mare. Per 25 anni, la mia ricerca è stata dedicata a mostrare la portata della loro abilità ed ora, a rivelarsi il loro modo tutto particolare di costruire navi, funzionanti magnificamente in mare.„

Il progetto si è sviluppato dalla scoperta nel 2006 dei più antichi resti in tutto il mondo di navi destinate a navigare in mare, in caverne artificiali apresso il wadi Gawasis, sul bordo del deserto egiziano. Gli Egizi usavano il luogo per montare e smontare le navi costruite con tavole di cedro e per immagazzinare le tavole, le ancore di pietra e le bobine di corda fino alla spedizione seguente che ovviamente non c’è mai stata. Il malcontento sociale e l’instabilità politica dopo il periodo del Medio Regno (2040-1640 a.C.) probabilmente hanno provocarono un blocco ad ulteriori esplorazioni e le caverne sono rimaste a lungo dimenticate, ha detto Ward.

Ward, principale ricercatrice per l’archeologia marittima al wadi Gawasis, ha determinato che le tavole di legno trovate nelle caverne avevano quasi 4000 anni. Sulla base dei vermi del legno, che avévano scavato una galleria nelle tavole, ha supposto che le navi avessero compiuto un viaggio di circa sei mesi, probabilmente al leggendario centro commerciale di Punt, nel sud del Mar Rosso. Gli studiosi sapevano da tempo che gli Egiziani avevaano viaggiato sino a Punt, ma discutevano riguard alla sua posizione esatta e se gli Egizi avessero raggiunto Punt per terra o dal mare. Alcuni avevano pensato che gli antichi Egizi non avessero la tecnologia navale per viaggiare sul mare su lunghe distanze, ma i risultati degli scavi al wadi Gawasis hanno confermato che gli Egizi compirono un viaggio di viaggio di andata e ritorno di 2000 miglia sinoa Punt, individuabile nelle terre che oggi chiamiamo l’Etiopia o lo Yemen, ha detto Ward.

Dopo la scoperta al wadi Gawasis, Valerie Abita, della compagnia francese di produzione Sombrero Co., ha chiesto alla Ward di partecipare ad un documentario su una ricostruzione moderna del viaggio patrocinato verso Punt dal faraone donna egiziano Hatschepsut. Ward ha progettato e sorvegliato la ricostruzione di una nave di Punt con l’assistenza di un architetto navale, di un costruttore navale e con la consulenza locale di un archeologo egiziano. Il processo ha comportato parecchi viaggi in Egitto per approfondire la ricerca, per selezionare un cantiere navale per costruire il vascello e per scegliere i materiali. (Risulta che l’abete Douglas, l’albero di Natale più comune in America, è molto simile al cedro usato dagli antichi Egizi, in termini di resistenza e densità). Ward ha usato il programma del maestro artigiano di FSU per sviluppare i modelli su scala ridotta della nave, per aiutarla a raffinare i particolari e per modellare la disposizione. Entro l’ottobre 2008, la ricostruzione della nave, lunga 20 metri e larga 5, che Ward ha battewwato “Min” del deserto, è stato completato usando le tecniche degli antichi Egizi – nessuna paratia trasversale, nessun chiodo e tavole adattate insieme come le parti di un puzzle. Dopo l’immersione della nave nel Nilo per consentire ai legnami di gonfiarsi e serrarsi intorno alle legature di legno, dopo aver montato il sartiame e provato il sistema di direzione, hanno trasportato la nave completa in camion al Mar Rosso – piuttosto di trasportarla smontata attraverso il deserto, come avrebbero fatto gli antichi Egizi.

Verso la fine di dicembre, l’equipaggio internazionale di 24 uomini ha fatto vela sul Mar Rosso. Il capitano era David Vann, professore assistente d’inglese dell’Università di Stato della Florida, marinaio compiuto e scrittore di successo. Le limitazioni politiche così come l’abbondanza di moderni pirati lungo l’estremità sud dell’itinerario hanno trattenuto la squadra dal lasciare le acque egiziane ed il viaggio si è concluso dopo sette giorni e circa 150 miglia, rispetto a quello che sarebbe stato un viaggio di 1000 miglia sino a Punt. Ma il viaggio di una settimana ha fornito una nuova valutazione di apprezzamento per le abilità ed ingegnosità degli antichi Egizi, ha detto la Ward, notando che la squadra è stata sorpresa da quanto velocemente la nave poteva viaggiare – circa 6 nodi, o 7 miglia orarie.

“La velocità della nave significa che i viaggi si sarebbero fatti molto in meno tempo di quanto gli Egtttologi non avessero calcolato, rendendo l’intero viaggio più semplice e più fattibile per gli antichi, „ ha detto, ed ha aggiunto che probabilmente impiegarono circa un mese per veleggiare sino a Punt e due mesi per il ritorno.

“La tecnologia che abbiamo usato non era applicata alla costruzione navale da più di 3500 anni e funziona ancora oggi come allora.„ Non era facile. “Quando era tempo di alzare la vela e di iniziare la nostra rotta verso il sud verso la terra di Punt, abbiamo avuto soltanto la nostra squadra e l’energia dell’essere umano su cui contare, „ ha detto Ward. “Levandoci in piedi e remando sopra la guida, trasportando su una linea per sollevare la vela senza l’aiuto delle pulegge o registrando i nostri progressi lungo la rotta, tutti ci siamo sentiti collegati a quei marinai antichi nei loro viaggi epici.„

 

Fonte: Fornito dall’Università di Stato della Florida (7 Marzo 2009); La porta del tempo

link: http://www.physorg.com


Mar 17 2009

CONTRO IL PIANO-CASA DI BERLUSCONI ALCUNI DEI PRINCIPALI RESPONSABILI DEGLI ORRORI CHE HANNO SFIGURATO IL BELPAESE: AULENTI, FUKSAS, GREGOTTI

Category: Architettura e urbanisticagiorgio @ 08:08

 

SGARBISSIMO! – “CONTRO IL PIANO-CASA DI BERLUSCONI ALCUNI DEI PRINCIPALI RESPONSABILI DEGLI ORRORI CHE HANNO SFIGURATO IL BELPAESE: AULENTI, FUKSAS, GREGOTTI – NON SOLO PER ABUSIVISMO MA PER QUELLA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE DI ARCHITETTI”…

 

VTTORIO SGARBI PER IL GIORNALE

Attila disse «salviamo l’Italia». 

In prima pagina della Repubblica di ieri, 10 aprile, appariva un appello di tre architetti, tra i principali vandali del nostro tempo, che chiedono «un sussulto civile delle coscienze di questo Paese» contro «la proposta di liberalizzazione dell’edilizia, annunciata dal presidente Berlusconi».

 

Firmano l’appello Gae Aulenti, Massimiliano Fuksas, Vittorio Gregotti: 

«Le licenze facili e i permessi edilizia fai da te decretano la fine delle nostre malconce istituzioni. Il territorio, la città e l’architettura non dipendono da un’anarchia progettuale che non rispetta il contesto, al contrario dipendono dalla civiltà e dalle leggi della comunità. La proposta di liberalizzazione dell’edilizia, annunciata dal presidente Berlusconi, rischierebbe di compromettere in maniera definitiva il territorio. Ecco perché c’è bisogno di un sussulto civile delle coscienze di questo Paese».

E il sussulto viene da alcuni dei principali responsabili degli orrori che hanno sfigurato il volto delle nostre città e del paesaggio. Non si vorrebbe credere. Potrebbe sembrare una burla, probabilmente non lo è e certamente otterrà numerose firme di complici e non ingenui cittadini insieme a quelle di molti che amano il loro Paese e avvertono il pericolo reale. Perché, sia ben chiaro, la preoccupazione è lecita, ma ci vogliono veramente le facce toste dei tre architetti citati per mettersi a capo di una rivolta contro quella «anarchia progettuale che non rispetta il contesto» di cui proprio loro sono stati i principali protagonisti.

AULENTI

Se l’Italia è devastata non lo è soltanto per l’abusivismo ma per quella associazione a delinquere di architetti che, spesso in virtù della loro notorietà e delle benemerenze ottenute con la complicità di partiti o di consapevole amministrazione di centrosinistra o di raggirate amministrazioni di centrodestra che li hanno sostenuti, hanno sfigurato i centri storici e il paesaggio, adesso hanno il coraggio di firmare appelli.

Dobbiamo ricordare che Gae Aulenti ha distrutto il disegno di piazza Cadorna a Milano con architetture che hanno sfregiato gli edifici ottocenteschi pre esistenti, deliberatamente; ha devastato il centro storico della bellissima città di Alcamo con pigne e sfere e corpi illuminanti come traversine ferroviarie disseminati nella piazza principale, senza alcun rispetto dell’armonia dei luoghi;

Che Fuksas ha inflitto il Palafuksas a Torino, una grottesca scatola scambiata per chiesa a Foligno, e immaginato un grattacielo come un sigaro nel golfo di Savona, con una allegra spudoratezza;

 che Gregotti ha circondato il Villaggio Pirelli alla Bicocca a Milano con una serie di ripetitive «scatole da scarpe» e ha costruito il quartiere Zen a Palermo dichiarando che mai ci sarebbe andato ad abitare per l’orrore che ne provava.

FUKSAS

E Fuksas ha dimenticato la cementificazione di Paliano sotto il castello Colonna con una serie di alloggi come forni crematori? O una serie di edifici per la cooperativa Ernica inflitti alla bella Anagni? O l’incredibile municipio della città di Cassino con le facciate (deliberatamente) sul punto di crollare, forse per una non scaramantica allusione a Tangentopoli o a un terremoto? E non ha risparmiato neanche Civita Castellana con le cappelle per il nuovo cimitero, giochi insensati per morti reali.

Provate ad entrare nel nuovo padiglione dell’abbigliamento a Porta Palazzo a Torino per capire fino a che punto può arrivare la perversione dell’architetto indignato. Neppure Gregotti si è risparmiato. Dopo lo Zen si è applicato all’Università delle Calabrie, gigantesca struttura lineare a ponte, tutta di cemento armato, che si sviluppa perpendicolarmente alle creste delle montagne vicino a Cosenza. E non ha mancato neppure di colpire Venezia con il quartiere residenziale a Cannaregio.

L’Italia è disseminata di turpi architetture firmate, l’emblema delle quali è, nel cuore di Roma, la teca dell’Ara Pacis di Richard Meyer. E ora, come tre vispe terese, arrivano Aulenti, Fuksas e Gregotti a protestare contro il cemento selvaggio. Si preoccupano; e magari fossero in malafede. No, sono semplicemente smemorati. Firmano in tre, risponderanno in tremila, cercheranno di garantirsi una immunità per distinguersi dagli speculatori; cercheranno di sollevare una questione morale, troveranno complici.

VITTORIO GREGOTTI

In Italia si arrestano, per associazione a delinquere, le Marchi madre e figlia, ma quelli che hanno distrutto le nostre città sono in prima fila contro Berlusconi per chiamarsi fuori, per scandalizzarsi. L’Associazione pedofili fonda un asilo e sarà bello leggere i nomi dei sottoscrittori. Il rischio del provvedimento del governo non va nascosto, non è da questo pulpito che vogliamo essere messi in allarme. Ma forse scopriremo domani che Repubblica ha inaugurato la rubrica giornalistica di «Scherzi a parte». 

D’altra parte gli architetti italiani hanno spesso determinato equivoci. Qualche tempo fa il grande regista Werner Herzog in visita a Sciacca vide il teatro della città in costruzione da più di trent’anni, e immaginò di tenerlo come scenografia di un’opera wagneriana facendolo saltare con la dinamite. Impresa impossibile per la quantità di cemento armato impiegato per la costruzione del mostruoso edificio che Herzog giudicò evidentemente voluto dalla mafia. Il sindaco convenne sulla visione immaginifica di Herzog ma non mancò di farmi notare che l’opera non era il progetto di un geometra locale ma del grande architetto Giuseppe Samonà professore di Urbanistica all’istituto universitario di architettura di Venezia.

Vedo ora, su Internet, che fra i nuovi firmatari dell’appello del trio c’è anche Pierluigi Cervellati, e questo mi rassicura. Spero ora che egli richiami i limiti della proposta del governo indicando nel trio degli architetti proponenti l’appello i responsabili e non le vittime dello scempio annunciato e da loro già realizzato.

 

 

Fonte: da Dagospia del 11-03-2009


Mar 16 2009

Il giallo del libro che anticipava la scoperta delle tombe etrusche

Category: Archeologia e paleontologia,Cultura e dintornigiorgio @ 09:17

Un libro, nel lontano 1995, anticipava l’ubicazsi è ione delle tombe etrusche in una vasta area che va da Chiusi a Sarteano. Tra queste, rientra anche la ormai mitica “Tomba della Quadriga Infernale”, il cui rinvenimento venne ufficializzato solo nell’ottobre del 2003.

A rendere nota questa “versione” della vicenda è l’autore del libro, Stefano Romagnoli (nella foto), appassionato archeologo che, accortosi di aver scritto un libro pieno di indicazioni di siti archeologici, decise di non dare alle stampe l’opera, ma ne affidò l’analisi alla Procura della Repubblica di Montepulciano. Da allora, l’uomo cerca di vedersi riconoscere la paternità delle scoperte avvenute alle Pianacce.

 

SARTEANO – Ivan Meacci

La storia dell’Archeologia è costellata di scoperte la cui “paternità” resta contesa tra più studiosi. E non mancano neppure – anzi pullulano -esempi di grandi scoperte fatte da “dilettanti” non accademici che, spinti dalla pura passione, sono riusciti a risolvere complicatissime sciarade: alla maniera dell’italiano Giovanni Battista Belzoni, saltimbanco degli inizi dell’800, il cui nome resta impresso all’interno della piramide di Chefren. Ci sono entrambi questi ingredienti nella controversa vicenda che vede contrapposti i sarteanesi Stefano Romagnoli. Vito De leso e Giancarlo Pellegrini, celebrati da molti come i veri scopritori della “Tomba della Quadriga Infernale”, (in un punto all’epoca indicato da loro come “presunto Sepolcro del Re Porsenna”) alle Soprintendenze locali e allo staff dell’archeologa Alessandra Minetti che, invece, ne ha annunciato l’avvenuto ritrovamento. La vicenda ha assunto i contorni di un giallo, degno della migliore tradizione di Indiana Jones, e rischia di avere strascichi dal difficile dissolvimento.

«La passione per l’archeologia mi è stata trasmessa da mio padre è da mio nonno, contadini nei poderi di Sarteano. Posso vantarmi di conoscere ogni metro di questa zona, e di aver raccolto le storie e le leggende che i sarteanesi si tramandavano sugli Etruschi». Il racconto di Stefano Romagnoli inizia così, lasciando intendere la passione alla base delle sue intuizioni. E proprio queste intuizioni sono state la molla per la stesura di un libro sull’archeologia locale dal titolo “Io citto tu citta – i segreti nascosti sulle terre del Re Porsenna”. «In questo libro, concluso nel 1995 – racconta Romagnoli – ho descritto le strutture portate alla luce, e quelle che ancora non sono state riportate alle luce».

Un dettaglio, quest’ultimo che mette in allarme lo studioso: molte delle informazioni trascritte, se cadute nelle mani sbagliate, avrebbero potuto mettere in pericolo il patrimonio storico e archeologico dell’area…

«Questo libro non poteva essere pubblicato – spiega Romagnoli – perché avrebbe rilevato a tutti, anche ai malintenzionati, la locazione esatta delle tombe ancora nascoste. Decidemmo di consegnare tutto il materiale, insieme ad un esposto che denunciava le scoperte, alla Procura della Repubblica di Montepulciano. L’esposto che descriveva le nostre scoperte fu anche inviato al Ministero dei Beni Culturali, alla Soprintendenza per la Toscana, agli enti preposti, ed anche al Presidente della Repubblica». L’allora Soprintendente della Toscana, denunciò per millanteria e probabili ricerche non autorizzate il signor Romagnoli ed i suoi due amici. La Procura avviò delle indagini per accertare se quello era stato scritto avesse una qualche validità:  se Romagnoli, De leso e Pellegrini, avessero eseguito ricerche abusive; e se avevano eseguito scavi non autorizzati.

Una commissione – guidata dal Procuratore della Repubblica. Federico Longobardi, dal Ctu della Procura Angelo Vittorio Mira Bonomi dall’Ispettore Onorario per i Beni Archeologici, Giulio Paolucci, da altre autorità della Tutela del Patrimonio, dai Carabinieri e da i tre personaggi che rivendicavano la scoperta della “Tomba della quadriga infernale” (allora presunta tomba del Re Porsenna) – fece dei sopralluoghi in tutte le 14 zone che erano indicate nel libro e nell’esposto, compresa la zona numero 8 (le Pianacce). Un’area, quest’ultima, che dopo la scoperta della tomba effettuata negli anni 50 da Metzh. era stata ignorata “al punto da permettere la costruzione di edifici industriali e privati. Per ogni presunta struttura sepolta, indicata nel libro di Romagnoli, vennero presi appunti A misure (dati completi di oltre 300 fotografie che ritraggono Romagnoli o i suoi soci, che indicano con il dito il punto preciso dove si sarebbe dovuto scavare per portare alla luce le presunte sepolture). I rappresentanti della Soprintendenza, dichiararono a verbale che non poteva esserci nulla in nessuno di quei 14 punti, compreso il numero 8. Al contrario, la relazione della Procura redatta da Angelo Mira Bonomi diede come attendibili alcune delle scoperte citate nel libro. La Procura, dopo aver redatto un verbale per ognuno dei 14 siti (compreso il numero 8, dove veniva perfettamente indicato come accedere alla Tomba del Re Porsenna – risultata poi in superficie quella denominata Quadriga Infernale) archiviò il caso perché : il libro era attendibile; non era stata commessa millantazione e non era stato messo a rischio il patrimonio culturale, dal momento che era stata denunciata la scoperta delle aree archeologiche prima della pubblicazione del volume che ne avrebbe rivelalo l’ubicazione; non erano stati eseguiti scavi o ricerche non autorizzate, ma solo ricerche storico/scientifiche. «Risolti i problemi legali – spiega Romagnoli – offrimmo la nostra collaborazione alla Soprintendenza anche per farci riconoscere le scoperte. Contattammo il Ministero, La Soprintendenza di Firenze e quella di Chiusi. Il Soprintendente Nicosia ci rispose che quelle tombe non esistevano, oppure ci eravamo sbagliati con tombe già aperte da loro e poi con il tempo riempite di terra: perché i siti indicati nel libro erano già ampliamente conosciuti ed esplorati. Quindi, il mio manoscritto non era di nessun interesse». Dopo incontri con l’allora Soprintendente di Chiusi, Rastrelli, con la dottoressa Minetti (ad oggi direttrice del Museo di Sarteano) e con suo marito , Giulio Paolucci (ad oggi direttore del Museo di Chianciano ed allora Ispettore onorario della Sovrintendenza) andati non a buon fine, i tre amici decidono di rivolgersi alla stampa. Da Rai 3 Toscana ai quotidiani locali; dal Corriere della Sera al Sole 24 Ore. si interessarono dei caso sarteanese. «La notizia arrivò fino in Giappone – dice Romagnoli – da dove un mecenate offrì al Comune di Sarteano di finanziare le ricerche ma, il Comune declinò l’offerta». Nel 2000, il gruppo archeologico, di cui Fabio Dionori (attuale Sindaco) era Presidente e Alessandra Minetti. Direttrice degli Scavi, cominciò a scavare il famoso pianoro delle Pianacce. A questa azione corrisponde una reazione di Romagnoli che riprende a scrivere al Ministero dei Beni Culturali, al Presidente della Repubblica ed alle agenzie giornalistiche nazionali. «Appena entrarono nella prima tomba feci degli esposti a tutti gli organi competenti, dove dicevo che stavano scavando nei punti da me indicati, e senza che io ne fossi stato informato – continua Romagnoli – Mi rispose il nuovo Soprintendente di Firenze  Angelo Bottini, affermando che gli scavi non erano stati eseguiti sulla base delle mie indicazioni, ma su una nuova ricerca di scavo». «A tutt’oggi – conclude Romagnoli  hanno riscoperto circa nove delle oltre 100 tombe da me perfettamente indicate durante i sopralluoghi nelle 14 zone, compresi quelli in località Pianacce». Il Tg di Rai 3 Toscana, quando fu ritrovata la prima tomba, diede il merito a Stefano Romagnoli e non al gruppo dell’archeologa Alessandra Minetti, così come fecero Discovery Channel e tutti i mezzi di informazione che riportarono la notizia. Informazioni quasi sempre smentite all’indomani della pubblicazione, sebbene nessuno abbia mai direttamente denunciato Romagnoli ed i suoi amici.

 

LA VERITA’ DI ROMAGNOLI                          

ROMAGNOLI CONSEGNA IL SUO LIBRO ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA             1995

SOPRALLUOGHI NELL’AREA INDICATA COME SEDE DELLA TOMBA DEL PORSENNA  1995

INIZIANO GLI SCAVI ALLE PIANACCE NEI PUNTI INDICATI DA ROMAGNOLI         2000

 

Fonte: IL Cittadino Oggi- data: 05.07.05; La porta del tempo

Rassegna stampa sul caso Romagnoli: http://www.romagnolistefano.com/giornali.htm


Mar 16 2009

Il caso Porsenna

Category: Archeologia e paleontologia,Cultura e dintornigiorgio @ 07:28

 

La storia infinita del caso continua e va avanti, ma dei riconoscimenti ancora nemmeno l’ombra. Nonostante la nostra imperterrita tenacia, non siamo ancora stati in grado di far valere i nostri diritti, ci rendiamo conto di essere “pesci troppo piccoli” per poter abbattere il muro del potere, dietro il quale si nascondono alcuni elementi molto più potenti e ben piazzati di noi, normali ed onesti cittadini. Vito De Ieso; StefanoRomagnoli; Giancarlo Pellegrini. 

 

Immagine scannerizzata dal Volume in nostro possesso (regolarmente acquistato). Sabato 25 Novembre 2006, a Sarteano presso il Teatro degli Arrischianti, Alessandra Minetti (Direttrice del Museo Civico Archeologico di Sarteano), ha presentato in pubblico la sua opera sulla Quadriga Infernale.

Noi abbiamo partecipato con molto entusiasmo, ed abbiamo acquistato anche il volume in questione. Alla presentazione vi erano in oltre: Il Prof. Mario Torelli; Il Sindaco Dionori Fabio (Comune di Sarteano); ecc ecc.

L’opera è ben fatta, scorrevole, uniforme nel tema, e dettagliata nella parte tecnica.  Le immagini rendono in maniera molto reale, l’idea di cosa si può vedere visitando di persona la Tomba della Quadriga.

Il volume descrive oltre alle immagini parietali, anche i reperti trovati all’interno, riportandone ottime immagini, con l’apporto di grafica prospettiva, i termini tecnici specifici sono alla portata di chiunque abbia una modesta dimestichezza con la nomenclatura, e l’etimologia di Archeologica classica.

Nell’insieme l’opera ci è piaciuta molto, non possiamo far altro che fare i nostri sinceri complimenti alla Autrice Alessandra Minetti, ed ai collaboratori che hanno partecipato alla realizzazione di questo volume.

C’è da dire che nel nostro Paese, sono ben rare scoperte così uniche come questa, altrettanto rari sono i ritrovamenti di reperti (UNICI), così ben descritti e relazionati da volumi fatti come quello in questione.

Noi siamo ben lieti, di contribuire alla divulgazione di tutto ciò, parlandone in questo nostro “sito internet“, il quale ha 65.000 riferimenti di visibilità, ed è conosciuto da tutti i motori di ricerca, e dai principali portali Archeologici Nazionali ed esteri, così facendo l’indice di visibilità della (Quadriga Infernale, e del suo Volume omonimo), verrà notevolmente incrementato, in quanto questa pagina è visitabile direttamente nella Home Page del nostro Sito, e di riflesso, sarà visibile e rintracciabile facilmente in tutto il mondo.

 

Purtroppo, in conclusione, c’è (l’unica ed inevitabile “critica”) alla quale noi non potevamo rinunciare:

Si tratta della pagina dei “ringraziamenti”, dove è scritta la frase: “Si ringraziano in primo luogo i Membri del Gruppo Archeologico Etruria, a cui di deve la scoperta”.

 

Secondo il nostro parere, sarebbe stato più onesto usare la parola “ritrovamento o recupero “, al posto della parola “scoperta”, e di seguito spiegheremo il motivo di tale affermazione: Dal dizionario della lingua Italiana “sco|pèr|ta = lo scoprire, il rinvenire qcs. di sconosciuto o di nascosto: la scoperta  delle sorgenti del Nilo, la scoperta di una particella subatomica, la scoperta di un bene (nascosto), ecc ecc.

Quindi lo scopritore è considerato tale, quando scopre qualcosa di “nascosto”, cioè: il punto in cui, la posizione ove, si trova il bene (ancora nascosto), ma solamente dopo il recupero di tale bene si potrà stabilire se si trattava di una vera scoperta, o se trattasi di (supposizione).

Lo scopritore ha il dovere, di segnalare alle autorità competenti, (dove suppone di aver scoperto “anche se ancora nascosti”, i beni importanti, da portare alla luce, in oltre (lo scopritore), deve rendere noto in quale modo è arrivato alla supposizione, che in quel punto si possano trovare reperti o strutture Archeologiche di elevata importanza.

 

Noi: (Pellegrini Giancarlo, Vito De Ieso, e Romagnoli Stefano), nel 1995, lavorando al nostro libro che parlava di “segreti nascosti sulle terre del Re Porsenna), ci rendemmo conto che indicavamo in tale libro parecchie strutture Archeologiche (ancora nascoste).

Strutture da noi ipotizzate, durante la ricerca storico/scientifica fatta appositamente per strutturare ed arricchire il contenuto del libro, le quali non potevano assolutamente essere rese pubbliche in tale libro, senza prima averne denunciata la scoperta in modo regolamentare.

Così facemmo, compilando ed inviando un esposto che denunciava le scoperte avvenute durante la scrittura del libro, a tutte le Autorità competenti, compreso l’allora in carica Presidente della Repubblica.

La notizia trapelò anche all’Ansa e quindi a tutti i quotidiani Nazionali, creando una confusione forse un po’ troppo esagerata di tale notizia, al punto che la Procura della Repubblica di Montepulciano, aprì una indagine sulla nostra vicenda, “forse su denuncia esposta dalla Soprintendenza nei nostri confronti”.

Su ordine del Procuratore in carica, vennero effettuati sopralluoghi, ai quali parteciparono Persone di inconfutabile affidabilità, tra i quali il rappresentante della Soprintendenza locale, ed un perito, incaricato dallo Stato, al quale era dato il compito di fare relazione, e valutazione, sulla attendibilità nelle nostre affermazioni di scoperte fortuite.

Durante il sopralluogo avvenuto il località “Pianacce”, indicammo dove secondo noi si nascondeva una importante sepoltura, consegnando alle Autorità presenti anche un

disegno del pianoro con le rispettive sepolture ancora nascoste, e le loro precise locazioni.

Il nostro caso venne poi archiviato, e nel decreto venne scritto:”non essendo emersi durante le indagini, fatti di natura penale, ne trasgressioni alle leggi sui beni culturali, il caso viene archiviato”

Ciò vale a dire che durante il nostro operato per la scrittura del libro, non commettemmo ne reati ne inflazioni alle leggi vigenti sulla tutela del patrimonio, ed altro, non avendo quindi effettuato ricerche non autorizzate, in quanto le ricerche furono del tipo storico/scientifiche, fatte quasi esclusivamente a “tavolino”, e non sul posto, e quindi non necessitavano neppure del permesso dal padrone del terreno.

Nella parte centrale del nostro disegno avevamo supposto una sepoltura molto importante, risultata poi anni dopo essere quella della “Quadriga infernale”.

Per quanto ci riguarda, considerata (la mole di documentazione che conferma inequivocabilmente tutto ciò che abbiamo scritto in precedenza), noi fummo i primi a denunciare ufficialmente la scoperta, di una sepoltura importante in quel preciso punto dove poi si è concretizzata l’esistenza della tomba in questione, quella della

“Quadriga Infernale”.

C’è da dire in oltre che nell’arco di questi anni chiedemmo varie volte l’autorizzazione al Ministero dei Beni Culturali, per poter eseguire noi stessi gli scavi, e quindi poter portare alla luce le sepolture da noi indicate.  Tale opportunità ci venne sempre negata categoricamente, forse a causa dei contrasti che si erano venuti a creare tra noi, ed alcune sedi competenti alla materia in questione.

Di seguito, in fine, riportiamo alcuni documenti a conferma della nostra veritiera lamentela, sentendoci in un certo qual modo “derubati” di una  scoperta anticipatamente enunciata alcuni anni prima, da noi non portata alla luce, in quanto cene vennero negati i permessi.

Fonte: La porta del Tempo//2006// http://www.romagnolistefano.com//


Mar 16 2009

Dalai Lama: La Cina non ha l’autorità morale per essere una superpotenza

Il leader tibetano guadagna il sostegno del parlamento europeo per l’autonomia (e non l’indipendenza) del Tibet. In Polonia il Dalai Lama incontrerà Sarkozy. In Cina si vuole boicottare i prodotti francesi, ma il ministero degli esteri chiede ai nazionalisti cinesi un atteggiamento “calmo e razionale”.

Bruxelles (AsiaNews/Agenzie) – La Cina manca di autorità morale per essere una vera superpotenza: lo ha detto il Dalai Lama davanti all’assemblea del parlamento europeo, radunato ieri a Bruxelles. Il leader tibetano ha affermato che Pechino meriterebbe essere una superpotenza, date le dimensioni della sua popolazione, la sua forza militare ed economica, ma “un fattore importante è l’autorità morale e questa è ciò che manca”.

Il Dalai Lama ha citato “il livello poverissimo di rispetto per i diritti umani, la libertà religiosa, la libertà di espressione e la libertà di stampa” e ha aggiunto che a causa della “troppa censura… l’immagine della Cina nel campo dell’autorità morale è povera, molto povera”.

Secondo il Premio Nobel, questa autorità morale andrebbe espressa affrontando i problemi del Tibet, dello Xinjiang, di Hong Kong e di Taiwan.

L’arrivo del Dalai Lama al parlamento europeo è stato accolto da applausi; alcuni parlamentari hanno perfino sventolato la bandiera tibetana.

Hans-Gert Pöttering, presidente del parlamento, ha assicurato che l’Europa continuerà “a difendere i diritti del popolo tibetano alla propria cultura e alla propria religione”.

“Se cessiamo di batterci per questi principi – ha detto – rinunciamo a noi stessi”. Egli ha quindi domandato alle autorità cinesi di “dare prova” di impegno reale nei dialoghi con i tibetani, giungendo a dei risultati.

Dopo la repressione a Lhasa nel marzo scorso, il presidente francese Sarkozy – oggi presidente di turno dell’Unione Europea – aveva minacciato il boicottaggio delle cerimonie olimpiche se Pechino non avesse ripreso i dialoghi col governo tibetano in esilio, fermi da anni. Prime delle Olimpiadi la Cina ha ripreso i colloqui, ma essi sono infruttuosi perché la Cina continua ad accusare il Dalai Lama di voler dividere “la nazione cinese”.

Il Dalai Lama ha ripetuto davanti ai parlamentari Ue che egli non vuole l’indipendenza del Tibet, ma solo un’autonomia che salvi il Tibet dal “genocidio culturale” a cui è sottoposto dall’occupazione cinese.

Il leader tibetano è atteso oggi a Gdansk, in Polonia, per celebrare insieme ad altri Premi Nobel i 25 anni del Nobel per la Pace a Lech Walesa. Nell’occasione incontrerà anche il presidente Sarkozy.

L’aperto appoggio alla causa tibetana – come anche il premio Sakharov assegnato al dissidente democratico Hu Jia – rivelano un cambiamento di tono dell’Ue nei confronti di Pechino. A causa di ciò, la Cina ha minacciato ritorsioni economiche, ma un rappresentante francese ha sminuito le minacce, sottolineando che “i cinesi hanno bisogno degli investimenti occidentali”, soprattutto in questo periodo di crisi economica.

In Cina la decisione di Sarkozy di incontrare il Dalai Lama ha provocato molte critiche contro la Francia sui blog nazionalisti, che domandano il boicottaggio dei prodotti francesi. Liu Jianchao, portavoce del ministero cinese degli esteri, pur manifestando “insoddisfazione” per la posizione europea e francese, ha chiesto al pubblico cinese di agire in modo “calmo e razionale”.

Fonte:asianews.it – 05/dicembre/2008


Mar 15 2009

Verona: La terra di Batiorco e il suo monastero

 

Anno Accademico 1924.1925  –  Tomo LXXXIV – Parte seconda

 

RAFFAELLO BRENZONI

(presentata: dal dott. A. Forti, m. e., nell’ad. ord. 14 dicembre 1924)

 

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Batiorco! Nomè storico veronese, che servì a precisare fino da remota  età un breve  tratto di terra, situato  in pianura in vicinanza  di S. Michele in Campagna. Nessun dato, nessuna notizia circa l’origine ed il significato di questo nome, trovato persino in  carte del X secolo. La sua origine perciò, collegata al più oscuro  Mediò Evo e la conseguente sua derivazione da una forma linguistica latina o barbarica, (si noti persino la desinenza in o, ch’ esso mantiene nei documenti più antichi), tolgono, a mio  avviso, oggi serietà alla nota leggenda dell’ orco, che il popolo nostro  fece sorgere intorno a  questa denominazione, in cui si volle vedere la  fusione di un verbo e di un sostantivo italiano

(Si pensi, fra l’atro, che, se qualche rara volta s’incontra in carte della remota antichità il verbo battere, esso ha il significato di  percuotere; non mai, di percorrere; mentre per orco s’ intese, anche nella bassa latinità;  l’inferno; o il Dio dell’ inferno e nulla piu’)

Allo stato delle cose, mancando ogni elemento sicuro, per una deduzione etimologica,  credo sia meglio affidare questo nome  all’oscurita’  del tempo in cui sorge,  anzichè costruire ipotesi campate in aria  in aria,   cercando invece con dati e notizie precise di seguire le vicende e determinare  quei fatti  fatti, che su essa terra si svolsero, ricavandoli  da inconfutabili documenti, che cerchero’  ora di esporre cronologicamente.

La prima notizia  di questa terra si trova nel testamento  di  Davide “ presbiter Sancte Veronensis Ecclesie”  dell’anno 

 

pag. 222 R.BRENZONI (2)

 

987:  “ Idest terra cum vineis super se habitis in loco uno iuris  proprietatis nostre predictis germanis, quam nos habere et possidere visi sumus, que  posita est in finibus veronensibus intransmonte (sic) locus ubi dicitur Batiorco”. . . ecc. (1).

A questo secolo X appartiene pure una  “carta da batiorco”, che trovasi in originale  nella Biblioteca Capitolare di Verona. Questa pergamena, in parte logora, non permette la lettura completa della data; lo stesso Canobbio, che la lesse nel secolo XVI, non riuscì a decifrarla e si limitò a datarla solamente col giorno e mese (…14 febbraio) (2). I dati paleografici ci persuadono a porla nel X secolo; inoltre la firma del notaio rogante l’atto  “Liutefredus” (chierico e notaio) perfettamente identica alle firme contenute in documenti  esistenti negli antichi Archivi Veronesi, con date del X sec., ov’egli si firmò quasi sempre chierico e notaio, ci persuade ancor più della verità della nostra asserzione (3).

Per l’etimologia del nome si tenga presente, che nelle carte appartenenti ai secoli posteriori al mille il nome  Batiorco assumeva  forma e declinazioni latine, e gli esempi non mancano specie nella Biblioteca Capitolare (4).

Da altri due documenti posteriori, dell’ undicesimo e dodicesimo secolo, veniamo a conoscere che eletta località Batiorco, in cui esisteva una contrada che portava lo stesso nome

 

Note di pagina 422

 

  (I) Docum. apparten. All’Arch. della Comp: del SS., in S. Libera e Siro (pubblic. dal Dionisi: “De duobus episc. Ald. et Not”, pag. 171) (tolto dalla Capitolare) oggi non figura negli elenchi (neppure in quello del Canobbio).

(2) Bibliot. Capito di Verona, rotulo N. 7, mazzo 2 AC. 38.

(3) Confr. perg. esist. negli Ant,  Arch. Ver.;  Osped. Civo (Anno 930)

rot. N. 15. S. M. in Org: (anno 938) rot. N. 24, app. S. M. in Org. (940) N. 9, S. M. in Org. (958), rot. N. 11, S. M. in O,  g. N. 35 (971) ecc. 

(4) Bibl. Cap. di Verona, BC. 39, M 5, N. 15 (22 genn. 1290), altro AC. 72, M. 3,  N. 7 (23 maggio 1258),  altro AC. 9, M. 2, N. 9 (17 luglio. 1380), altro: AC. 49, M. 5, N. 3 (23 nov. 1338), altro: A C. 48, M. 4, N. 15 (23 nov. 1338), altro: AC. 49, M. 5, N. 3 (19 genn. 1366, altro: BC. 32-3-13 (26 maggio l338), altro: BC. 38-14 (4 maggio 1332), altro: BC. 39, M. 4, N. 7 (22 genn. 1330), altro: AC. 36, M. 5, N. 11 (28 nov. 1343),

sono quasi tutte carte di locazioni, nelle quali vi è scritto quasi sempre: “in pertinenti a Verone in ora Batiorchii ”,  “ in sorte Batiorchi”.

 

(3) LA TERRA DI “BATIORCO”  ECC pag. 223

 

fuori di Porta Vescovo: “ 24 settembre 1023 – Sentenza tra Paulo e Florasino q. Drogo da una e Bonifacio da Cellore dall’ altra sopra una pezza di terra in Verona, fuori di Porta del Vescovo in Contrà di Batiorco” . (1),  “4 Ottobre 1153 – Uberto figlio  quondam Waldo de Capite pontis, diacono e canonico, professante legge romana riceve da Giovanni q. Uberto Fatiga il prezzo di una  pezza di terra arativa posta foris Porta Episcopi nel luogo uhi  dicitur  Butiorco” (2).

Sappiamo inoltre, che su parte di questa terra aveva un antico diritto di decima la Pieve di S. Giovanni in Valle, come risulta da una pergamena del 1219 (21 dicembre) ove è detto, che Augustino Arciprete della Chiesa di S. Giovanni in Valle, consenzienti gli altri fratelli di essa chiesa, dà in locazione perpetua a Fautino prete ed a Fautino chierico di S. Faustino per la loro chiesa la decima sopra alcune pezze di terra più sotto designate:  per una pezza di terra con viti che giace in monte di S. Giovanni in valle; per altra pezza di terra che giace in luogo uhi dicitur…. gella;  per altra pezza di terra in loco ubi dicitur batiorco; altra pezza di terra que iacet apud sortern que fuit illoorum de Moscardis; altra in loco ubi dicitur Paltena et loco qui dicitur Ronco; altra in Valpantena (3).

Ma una determinazione  ben più precisa abbiamo in una carta d’investitura del 18 gennaio 1243, da parte dell’ arciprete e chierici di S. Giovanni in Valle fatta a frate Adobello dell’ordine degli Agostiniani Eremitani allo scopo: “ edificandi Ecclesiam et locum ad  honorem Dei et Beati Angustini in fundo  sito extra Portam Episcopi  in loco  ubi  Battyorchus apud flumicellum, quì olim fuit presbiteri Viti;  de uno latere fluit idem flumicellum,  de alio lattere Via…. ecc.”; il Biancolini, che lo riporta, scrive nel testo: “Battiorco non lungi  dalla terra di Montorio (4).

 

Note di pagina  223

 

(1) A. A. Ver. Clero intrinseco (Repertorio Franc. Melegatti notaio (copia) ).

(2) A. A. Ver.,  S, Maria in Org., rotulo N. 87.

(3) A. A, Ver., S. Giov. in Valle, rotulo N. 13. 

(4) Biancolini, Le Chiese di Verona, Tomo II, pag. 502. La pergamena originale esiste tuttora presso l’Archivio parrocchiale di S. Giov. in Valle (Archivio Busta IX, fascicolo X).

 

Pag.  224 BRENZONI (4)

 

Da quanto abbiamo finora esposto, possiamo affermare, che questa località era fuori di Porta del Vescovo, fra il fiumicello e la strada (e non sappiamo ancora quale), e probabilmente ad una certa distanza dalla città, essendo riposta negli scritti in vicinanza della terra di Montorio; sappiamo inoltre dall’ ultimo documento in parte riportato, che su questa si dovette erigere un Monastero  ed una Chiesa pei frati Agostiniani.  E tali fabbriche sorsero veramente, come vedremo dai registri amministrativi della Pieve di S. Giovanni in Valle, nei quali si fa parola spesso di diritti di livelto “sopra una pezza di terra ove si dice batiorco, presso il fiumicello, sopra la quale sta; il Monisterio  degli, Agostiniani (1).

A maggiore determinazione riporterò alcuni tratti di  scritti raccolti in un volume appartenenti all’archivio del Monastero di  S. Salvar  Corte Regia, del 1725, in cui sono elencati documenti del XlII-XlV-XV sec.;  da questi si potrà sempre più persuadersi della verità dei dati sopra riferiti circa la località in parola:

  “Una pezza di terra in pertinenza di Verona in Contrà di S. Nazar extra (nella spianata), in sorte di  Battiorco ”  (da un doc. del 1475)  (2). 

“ Una pezza di terra arativa con viti… in pertinenza di Verona, in Contrà di Battiorco  (confini: da una la via comune, via Lavagnesca)”  (da doc. del 1432) (3).

“Una pezza di terra arativa in pertinenza di Verona, in Contrà di Battiorco, vicino alla Chiesa di S. Agostino” (da doc. del 1327) (4). .

“ Una pezza di terra arativa e casaliva,  fuori di Porta de Vescovo, vicino alla Chiesa  di S. Agostino (confini: da una la

 

Note di pag. 224

 

(1) Vedi ad es. il volume  appartenente all’ Arch. di S. Giov. in Valle, del 1764 – (Instruzione dei livelli, affitti ecc.) (copia del vol. citato in esso dell’ anno 1475).

(2) A. A. Vero Arch. di S. Salvar, Corte Regia (Monastero), vol. 1725, carta 448t.

(3) A. A. Ver. Arch. di S. Salvar, Corte Regia (Monastero), vol. 1725, carta 443.

(4) A. A. Ver. Arch. di S. Salvar, Corte Regia (Monastero), vol. 1725, carta 436.

 

5 LA TERRA DI  “BATIORCO”,    ECC pag. 225

 

via lavagnesca, dall’ altra il fiumicello ecc.)  (da doc. del 25 agosto 1297) (1).

“ Una pezza di terra  arativa fuori di Porta del Vescovo, vicino al Monastero e Chiesa di S.- Agostino, in Contrà di Battiorco (confini; da una la strada di Montorio, dall’ altra a mattina le dette monache, dall’ altra a mezzogiorno  la via di Battiorco)”  (da doc. dell’  11 nov. 1354) (2).

Faccio notare subito, che la via lavagnesca, della quale si fa parola in questi documenti,  corrisponde, secondo una vecchia descrizione stradale del XVI sec., alla odierna via  delle Banchette, che da Porta Vescovo, attraverso il borgo, conduce fino a Lavagno (3).

Da quanto siamo venuti fin qui dicendo, mi pare di poter senz’altro affermare, che la terra di Batiorco si trovava fuori di Porta Vescovo, in contrada di S. Nazar extra (si pensi che, questa parrocchia s’estendeva allora fino a S. Michele), nella spianata fra il fiumicello e la via lavagnesca, e che su di essa vi era il Monastero e la Chiesa degli Agostiniani, nonchè un gruppo di case, che prendevano il nome dalla località, stessa, separate le une dalle altre, forse, da una strada, che aveva pure quel nome.

Il nostro storico Veronese del sec. XVII, Lodovico Moscardo, ch’ebbe modo di vedere ai suoi tempi ancora, com’egli afferma, gli ultimi avanzi del vecchio Convento e della Chiesa, così si esprime:  “Quest’ anno (1262) li frati eremitani vennero, ad habitar in Verona a S. Eufemia li quali solevano star a Montorio dove havevano l’antica Chiesa e Monastero, dei quali ancora si vedono i fondamenti” (4).

 

Note della pagina 225

 

(I) A. A. Ver. Arch. di S. Salvar, Corte Regia (Monastero), vol. 1725, carta 435.

(2) A. A. Ver. Arch. di S. Salvar, Corte Regia (Monastero), vol. 1725, carta 437.

(3) A. A. Ver. Volume “Legitimatio campioni facta 1589”, carta 1, (Arch. del Com.). La via lavagnesca è descritta così: “ via che, partendo dalle ferrazze, viene, attraversando la spianata, fino alla città ove finisce “. È detto poi che era attraversata da tre ponti.

(4) L. Moscardo, Historia di Verona, pag. 195.

 

Pag. 226 R. BRENZONI (6)

 

“Le  monache hora dimoranti nel Monastero di S. Salvar Corte Reggia havevano il loro monastero e Chiesa chiamata di S. Agostino poco fuori dalla porta del Vescovo, tra la riva  del  fiumicello vicino al ponte, che lo travesa e fra la strada prossima al detto fiume, per la quale si va a Lavagno”. 

“Vedesi tutt’ hora in questo sito molte vestigia dei fondamenti con assaissime ruine di fabriche non solamente del detto Monastero, ma di  molte habitazioni contigue che ivi si trovavano” (1).

L’ esistenza tutt’ora di quel ponte in cotto, benché in parte rifatto, mi servì alla sicura identificazione della terra di Batiorco;  nome tramandato a noi non soltanto attraverso la storia, ma, per tradizione, nella viva voce di chi coltiva oggidì quel terreno.  E l’ubicazione d’oggi è perfettamente corrispondente ai confini dei secoli andati!   Così infatti viene determinato ora quel tratto di campagna compreso, ad un miglio dalla attuale porta del Ve scovo, fra la via delle Banchette, il fiumicello ed il piccolo ponte in cotto (2). .

Trovandosi questo luogo distante circa un miglio dalle mura di Verona e non  esistendo fino all’epoca Napoleonica il paese  di S. Michele, ed essendo d’altra parte vicino alla strada, che metteva in quel di Montorio, gli storici nostri, dal Moscardo al Dalla Corte, dal Perini al Sommacampagna, non esitarono a chiamare alle volte il Convento, di cui stiamo trattando, “Monastero di S. Agostino di Montorio”.

 

Storia del Monastero

 

Su questa terra di Batiorco la Pieve di S. Giovanni in Valle, come risulta dai suoi antichi registri, che ne fanno parola, esercitò un jus fino da remoti tempi.

Il  14 gennaio  1243 il  suo arciprete Guido ne investì Fra Donello, della Congregazione di Fra Canebono di Cesena, priore

 

 Note di pag. 226

 

(1) L. Moscardo.  Historia di Verona, pag. 387.

(2) Questo tratto di terra posto a poca distanza dalla Chiesa parrocchiale di S. Michele, piantato a gelsi, è segnato al foglio N. 14 (mappe catastali).

 

 

(7) LA TERRA DI  “BATIORCO”,    ECC pag. 227

 

degli Eremitani di S. Agostino, venuto con i suoi monaci in  quel dì nelle nostre contrade.

Scopo di questa investitura fu ch’essi potessero erigere sopra quel terreno una Chiesa ed un Convento, dedicati al loro Santo.

Venne loro pertanto accordata  “ l’ esenzione dalla decima e l’immunità  da qualunque canonica e civile esazione, salvochè dall’annua recognizione d’una libra d’ incenso, che pagar dovevano  in segno di soggezione alla Chiesa di S. Giovanni”  nella festa del loro Santo Titolare.

Così nello stesso anno 1243 si eseguirono le fabbriche e  “ quindi con ogni onorevolezza i Padri vi si annidarono ed ivi stettero con grand’ esempio” (1).

Ma tale dimora non doveva durare a lungo, poiché una Bolla di Alessandro stabiliva, nel 1256, che le  molte Congregazioni  degli Eremitani di S. Agostino si unissero formando unici monasteri: così avvenne anche in Verona e il Monastero di Batiorco divenne troppo ristretto per ospitar tanti monaci, sicché essi dovettero nel 1262  passar in quello di S. Eufemia, entro la Città.

Partiti dal luogo gli Eremitani e rimasto pertanto disabitato il Convento, di questo venne fatto acquisito  da una nobil Donna  “Duchessa di Bagnolo” che nel 1275 ne fece propria dimora ritirandosi a vivere claustralmente insieme a tre monache di nome Margherita, Catterina ed Antonia.

Subentrate così le monache agli eremitani, esse tentarono subito di liberarsi dagli oneri finanziari, che  gravavano sul  Convento e ne fa prova il carteggio svoltosi fra questo  e la  Pieve di S. Giovanni in Valle, che le suore non volevano più  riconoscere come donataria del fondo  “ sive terra di Battiorco” .  Troviamo così in atti del notaio Ottobon de Bonomo  un “ atto di prottestatione contro le dette suore ” per la rivendicazione del

 

Note di pagina  227

 

(1) Atti Bonaventura di Isnardo e  di Ultramarin Nodaro (trovasi copia in un Registro del Monastero di S. Salvar Corte Regia),  (Arch. 1725),  c. 481 (A. A. Ver.). Trovasi riportato  il docum. anche nel manoscr. del Perini (Bibl. Com. di Ver.). (Busta V, incarto Monast. S. Salvar  C. Regia). 

 

Pag.  228 R. BRENZONl (8)

 

diritto in base al documento di concessione del 1243 ai frati Agostiniani con la unita condizione del livello perpetuo.

Il Monastero divenne negli anni sempre più importante e numeroso e nel 1297  (all’ ultimo di ottobre) si unì a questo il Convento di S. Catterina in S. Maria delle Stelle (unione approvata con decreto di Bonincontro Vescovo di Verona in data 10 luglio 1297).

Il numero delle monache benedettine, che vennero in questa occasione ospitate nel nostro Convento, determinarono per così dire una prevalenza di quest’ordine sull’ altro;  e dalla fusione di questi elementi s’ebbe una vera e propria congregazione femminile d’ordine ed abito benedettino,  pur rimanendo al Monastero l’antico nome di S. Agostino.

Intanto Donna Duchesia da Bagnolo era divenuta mal ferma di salute anche per l’età avanzata e il 22 dicembre 1280 fece dono delle costruzioni tutte alle sue compagne, riservando a se l’usufrutto,  sua vita durante, di un orto con alcune stanze vicine alla Chiesa (1).

Questo  Monastero di S. Agostino in Batiorco fu regolato fino allora in forma di Abbadessato e chi volesse potrebbe costruire attraverso le carte, che ci sono giunte, la serie delle priore che si sono man mano succedute.

S’erano intanto maturati per Verona tempi gravidi di tristi avvenimenti e i disagi si ripercuotevano su tutto e su tutti: così  “ essendo gli affari di questo Monastero in gravissimo disordine, e quasi desolato, anche per i contagi, guerra, calamità sofferte dalla nostra Italia, il Vescovo Ermolao Barbaro pensò d’ intraprendere la  riforma di alcuni conventi;  furono pertanto in quell’ occasione levate dal Monastero di S. Spirito cinque monache con la loro stessa Abbadessa, suor Eufrosina, e passate in quello di Batiorco  (2).

 

Note di pagina 228

 

(1) A. A. Ver. Mon. di S. Salvar C. R. (Vol. Arch. 1725) c. 481, Perini (Manoscr. Bibl. Com.). Busta V,   (Mon. S. Salvar).  (Atti di Antonio Castagnaro, Nodaro (copia) ).

(2) A. A. Ver. Val. Monast. S. Salvar C. Regia. C. 482,  e A. A. Ver. Compendio della fondaz. ed esistenza del Monastero di S. Agost., poi S. Salvar C. R., c. 2.

 

(D) LA TERRA DI “BATIORCO”  ECC Pag. 229

 

Ma questo, per il luogo in cui sorgeva, era continuamente posto sotto sopra dalle soldatesche e milizie, che, nelle guerre e negli assedi alla città nostra, di esso facevano rifugio e meta preziosi: sicché le monache, stanche ormai dei lunghi disagi sofferti, chiedevano nel 1486 di poter riparare entro la città  (1).

La legittima loro domanda veniva accolta e approvata con bolla del Papa Innocenzo VIII,  che concedeva l’occupazione del Monastero di  “S. Salvar di Corte del Re “ (2).   Con lettera ducale del 17 febbraio 1487 tale unione dei due conventi veniva confermata e sanzionata dal Doge Augustino Barbadico (3).  Ottenuta così l’autorizzazione ad entrare in città, nel Monastero di S. Salvar, si diede subito opera alla ricostruzione, al restauro, all’ampliamento del fabbricato, che doveva servire per la nuova dimora.

Passate le suore di S. Agostino nella nuova sede, l’antico Convento di Batiorco rimase disabitato e la Chiesa abbandonata.

Se però i tempi antecedenti a questo passaggio non erano stati certamente lieti e tranquilli, avvicinandosi al principio del secolo XVI si preparavano per Verona tempi veramente nefasti; doveva essere questa avvolta ben presto in guerre ininterrotte ed in terribili epidemie.

Dopo la peste degli anni 1511-1512 ricominciò, più violenta che mai la guerra: s’ebbe nel 1516 l’assedio della città da parte dei Veneziani uniti ai Francesi; ma finalmente, in forza del trattato di Bruxelles, la Seren. Repubblica poté riavere Verona, dietro corrispettivo di molte migliaia di ducati.

Così fra indescrivibile entusiasmo la città nostra si diede ancora una volta al dominio della gloriosissima Repubblica Veneta!

Cessata pertanto la guerra, nel timore e per l’eventualità, che altre ne succedessero, il Seren. Dominio  s’accingeva poco dopo a crear nuovi  mezzi di difesa e nuove fortificazioni. Considerando che i borghi potevano servire come punti d’appoggio

 

Note di pagina 229

 

(l) Bibl. Com.  (Manoscr. del Perini),  (S. Salvar, C. R.,  alla data 1486).  Vedi anche docum. nel suaccenn. volume di S. Salvar (arch. 1725)  (A. A. Ver.).

(2) A. A. Ver. Compendio della fondazione ed esist. del Mon. Di S. Ag. (c. 3t e seg.).

(3) A. A. Ver. Com. Fiscale  (Ducali) c. 129 (ANNO 1487).

 

Pag. 230 R. BRENZONI (10)

 

per un esercito nemico, si deliberò, per le esigenze strategiche, l’ abbattimento dei borghi  stessi riccamente adorni, come scrive  lo storico contemporaneo Canobbio  “di divotisime Chiese, ornatissimi  palazzi, honoratissime case, et amenissimi giardini” (1).

In seguito a tale ordine  furono rase al suolo  in varie riprese tutte le case, Chiese, Monasteri, alberi od altro intorno alla Città per un raggio di un miglio, come ci consta dagli atti pubblici e dalle cronache contemporanee (2).

Il decreto fu emanato dal Serenissimo Principe nel 1517 e l’opera di demolizione per la “spianata” ebbe principio nel borgo di S. Giorgio, come afferma il continuatore delle cronache dello Zagata (3).  Nell’ anno successivo, 1518, venivano così demoliti il Monastero, la Chiesa di S. Agostino e le case adiacenti in parte possedute da quelle monache, non rimanendo a queste che il nudo fondo di Batiorco, su cui la Pieve di S. Giovanni conservava ancora il suo antico jus, come vedremo.

Ma se il Convento disabitato nulla più rendeva alle suore, le case adiacenti procuravano alla Congregazione un frutto annuo, pei fitti, di ducati ventotto; tale doveva quindi considerarsi il danno da questa subito per l’abbattimento di quei fabbricati;  e l’abbadessa rivolgeva perciò al Serenissimo Doge una domanda in proposito per ottenere una riparazione, un risarcimento, pel danno subito (4).

La bontà delle ragioni era tale, che il Serenissimo Principe Leonardo Loredano il 27 novembre 1518 in una lettera “ pro monialibus Sancti Augustini ” accordava loro “per l’abbattimento del Monastero con case (e terre) dalle quali le monache ricevevano a titolo di livello ducati 28 annui”, l’esenzione dalle tasse fino a ducati dieci e per sei anni l’esenzione dalla tassa delle  “ lanze” (5).  Rimase pertanto ad esse il solo terreno ingombro dei resti dei fabbricati distrutti, rovine ancor numerose ai tempi in cui scriveva lo storico  Moscardo, come dicemmo (fine XVII sec.).

 

Note di pagina  230

 

(l) Canobbio, Historia della gloriosa imagine della Madonna posta

in campagna di S. Michele, pag. 6.

(2) Il miglio veronese corrispondeva a circa 1800 metri.

(3) Zagata, Cron. di Ver. tomo II, pag. 196.

(4) Perini, Busta V (26), S. Salvar C. R., alla data 1518.

(5) A. A. Vero Camera Fiscale.  Ducali (1517-1530). C. 29-29 t.

 

(11)   LA TERRA DI  “DATIORCO”  ECC. Pag. 231

 

Una domanda, alle quale è doveroso rispondere, è questa: Il fondo di Batiorco rimase sempre proprietà del Monastero di S. Salvar di Corte Regia?  O fu in seguito venduto o ceduto?

A questa domanda rispondono nella forma più chiara e precisa i vari registri amministrativi della  Pieve di  S. Giovanni in Valle, dai quali si ricavano le annualità del livello  della libbra d’incenso ininterrottamente pagate a quella dal Monastero di S. Salvar di Corte Regia fino all’ epoca Napoleonica  (1).  Il diritto di livello, considerato sempre come un “jus in re”,  non poteva essere esercitato che verso il possessore del fondo;  così il possesso di quella terra dovette rimaner sempre del Monastero di S. Salvar.

A comprova di quanto si è detto e a maggiore schiarimento riporto parte del testo di una lettera del 30 ottobre 1846 diretta dall’ I. R. Intendenza Provinciale delle Finanze di Verona alla Fabbriceria di S. Giovanni in Valle, che vantava il diritto del livello della libbra d’incenso verso il Demanio subentrato nella proprietà del monastero di S. Salvar di Corte Regia, dopo l’espropriazione Napoleonica: “onde ottenere la contribuzione del canone di una libbra d’incenso ad essa in origine dovuta dal Conv. di S. Salvar…. sopra una pezza di terra detta Batiorco presso il fiumicello sulla quale fu eretto il  Monastero di S. Agostino….; la pezza di terra sopra indicata  non  appartiene  all’Intendenza”,   essendo passata a privati già da  lungo  tempo (2).

Così sembrami di aver esposto nelle sue linee generali la storia di quest’ eremo, ch’ebbe una vita di duecento e settantacinque anni, e che ospitò figlie di nobilissime ed importanti famiglie, delle quali sarebbe qui inutile far parola; basti dire, che

 

Note di pagina  231

 

(I) Annualità del livello si trovano nei seguenti registri esistenti  nell’Archivio parrocch. di S. Giov. in Valle:  vol. “Nomina antiqua et moderna affictualium ecc.”  Reg. B. (anno 1523), c. 139 t.  “Libro d’entrata di S. Zuane in Valle” (1554), c. 13 t. “Libro della Pieve di S. Giov. in Valle, cominc. l’anno 1583”,    carta 75 t. (vol. F.) (annualità dal 1584 al 1606).   “ Liber S. Johannis in Valle, 1535 e seg.”    C. c. 70 t, (annual. dal 1535 al 1545).  Reg. B, c. 81 (1575). Vol. T (1764), C. 91 ecc.  (Talvolta il livello è corrisposto in denaro: 1 libra incenso è valutata 20 soldi; altro volte vengono accumulate varie annualità).

(2) Arch. parrocchiale di S. Giov. in Valle. (Arch. Busta IX, fasc. X).

 

Pag. 232 R. BRENZONI (12)

 

oltre alla suaccennata Duchessa di Bagnolo anche una Scaligera  vi ebbe dimora “Donna Albuina figlia di Alberto della Scala, Signor di Verona”, creata abbadessa del Monastero nel 1385 (1).

 

Prima di abbandonare questo  studio, piacemi togliere un  errore, spesso ripetuto anche da valorosi nostri storici contemporanei, quale il Prof. Luigi Simeoni.

Parlando della trecentesca “immagine della Madonna di Campagna” così egli si esprime:

“…. Questa pittura che porta dei grafiti  del XV secolo si trovava su una Muraglia del Monastero di Batiorco”. (2). Vediamo ora come stiano le cose: Da tutte le cronache di Verona sappiamo, che effettivamente questo pezzo di muro su cui stava dipinta la Vergine col bambino e due Santi fu trasportata dove ove si trova da una località non bene determinata, in mezzo alla Campagna, e ciò  nel 1559.

Questo frammento di muraglia apparteneva a ruderi  di fabbricato abbattuto nella spianata del 1518, come risulta dagli scritti dell’ epoca.

Costantemente si rilevano da queste pagine  press’a poco le seguenti parole circa quella notizia: “pezzo di muro posseduto insieme con il terreno da Messer Cosimo e fratelli da Perarolo” (3).  TaIe modo di esprimersi comincia già di per sé  a creare dei dubbi circa l’appartenenza di quella muraglia all’Antico Monastero di S. Agostino;  sembrerebbe infatti logico, che i compilatori di quei documenti e di quelle storie avessero dovuto rammentare le origine di quel muro piuttosto che indicare il nome del possessore del fondo in quei giorni.

 

Note di pagina  232

 

(1) A. A. Ver. Comp. della fondaz. ed esist. ecc., c. 2.

(2) L. Simeoni, Guida di Verona. pag. 358.

(3) A. A. Vero Arch. del Com. Vol. N. 49 (Madonna Campagna): (Jura et instrumenta Ecclesie Beat. Virg. Marie ecc.), c. 1. (Parlando del muro dipinto lo si dice: “Illorum a Perarolo”).

Aless. Canobbio nella sua “Historia della Glor. lmag. della Madonna posta in Campagna di S. Miehele (1587) dice: pezzo di muro posseduto insieme il terreno da Messer Cosimo e frat. da Perarolo, quivi restato dalle ruine”.   Il Dalla Corte nello stesso secolo XVI scrive a pag. 747  del II tomo: “ pezzo di muro fuori di Porta Vescovo posto al quanto fuori dalla strada maestra”.

 

(13)   LA TERRA Di  “DATIORCO”  ECC. Pag. 233

 

Vari argomenti poi, mi dissuasero subito della verità dell’ asserzione del Simeoni e di altri;  come spiegare l’appartenenza del fondo di Batiorco, su cui stava il monastero, a certi “Da  Perarolo” se in quegli anni (sec. XVI) e dopo, fino all’ epoca Napoleonica il Monastero di  S. Salvar pagò sempre il canone di livello alla Pieve di  S. Giovanni, quale possessore della terra suddetta?   Ma non basta: si tenga presente, che nell’ archivio di S. Salvar (A. A. Ver.) esistono molti registri anche del sec. XVI, dai quali si conoscono tutti i contratti, locazioni ecc. fatte dal Convento; e mai s’incontra il nome dei “Perarolo”.   La carta ultima da me trovata (della I. R. Intendenza), di cui ho già fatto parola; decide la questione, facendoci noto che solo nel 1813 il fondo era venduto a privati.  La mia tesi avrebbe trovato sostegno anche nel brano dello storico nostro L. Moscardo, che così chiaramente e dettagliatamente segna questa notizia:

“Nella spianata dei borghi, che fu fatta intorno alla  Città era rimasta un  pezzo di muraglia fuori della Porta del Vescovo, sopra di una strada vicinale, poco discosta dal fiumicello e dal sito ove la Chiesa e Convento di S. Agostino…., situata in un terreno all’ hora posseduto da Cosimo dal Perarollo”- (I).   Possiamo pertanto affermare, che il pezzo di muro affrescato, pur essendo nelle vicinanze del Monastero, non vi appartenne.

Così sembrami dimostrato sufficientemente l’errore, in cui sono incorsi vari nostri  scrittori di storia veronese.

 

Note di pagina  233

 

(1) Moscardo, Ristoria di Verona. Tomo II, pag. 419.

 

 

Licenziate  le bozze per la  stampa il giorno 14 febbraio  1925)


Mar 15 2009

I furbetti delle Camere: il loro eldorado.

Category: Società e politicagiorgio @ 06:28

Fare il ragioniere alla Camera è affare certamente impegnativo. E non a caso ci vuole una laurea triennale per accedere al rango. Dall’alto di questa mansione si istruiscono le pratiche per i rimborsi elettorali dei partiti, si preparano le buste paga dei parlamentari, si cura l’amministrazione di Montecitorio. Giusto che si riceva uno stipendio adeguato alle responsabilità del mestiere. 

Ma fare il presidente della Repubblica, è certamente compito più delicato e importante per le sorti del Paese.  E il trattamento economico, soprattutto in tempi nei quali si predica tanto la meritocrazia, dovrebbe tenerne conto. 

Cosa dicono invece le buste paga degli interessati?  Che con i suoi 237 mila 560 euro lordi annui (rivalutati ogni 12 mesi) maturati dopo 35 anni di servizio, il ragioniere di Montecitorio guadagna quasi 20 mila euro in più del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il cui appannaggio, congelato ai valore del 1999 per le difficoltà dei conti pubblici, è fermo a 218 mila euro lordi l’anno. 

E come non restare ammirati di fronte agli stenografi del Senato? 

Sono 60 in tutto e compilano i resoconti dei lavori dell’aula e delle varie commissioni.  Svolgono un lavoro ormai in estinzione per via delle nuove tecnologie, ma all’apice della carriera arrivano a guadagnare 253 mila 700 euro lordi l’anno. 

Molto di più non solo del presidente Napolitano, ma anche del capo del governo Romano Prodi che, tra indennità parlamentare (145 mila 626 euro), stipendio da premier (54 mila 710) e indennità di funzione (11 mila 622), arriva a 212 mila euro lordi l’anno. 

E di ministri titolati come Massimo D’Alema (Esteri), che riscuote 189 mila 847 euro, e Tommaso Padoa-Schioppa (Economia), che ogni anno incassa 203 mila 394 euro lordi (è la paga dei ministri non parlamentari). 

Tutti abbondantemente distanziati dallo stenografo e dal ragioniere e addirittura umiliati al cospetto dei compensi dei segretari generali di Senato e Camera, Antonio Malaschini e Ugo Zampetti, che a fine anno arriveranno a incassare rispettivamente 485 mila e 483 mila euro lordi. 




Ecco le sorprese che spuntano esaminando i dati sul trattamento economico dei dipendenti di Camera e Senato. 

E non sono le sole: barbieri (‘operatori tecnici’) che possono arrivare a guadagnare oltre 133 mila euro lordi l’anno a fronte dei circa 98 mila di un magistrato d’appello con 13 anni di anzianità. 

E collaboratori tecnici operai che dall’alto dei loro 152 mila euro se la ridono dei professori universitari ordinari a tempo pieno inchiodati, dopo vari anni di carriera, a circa 80 mila euro lordi l’anno. 

Retribuzioni da favola, insomma, che non hanno uguali nell’universo del pubblico impiego e che si accompagnano a trattamenti pensionistici di assoluto favore perfettamente allineati, in tema di privilegi, ai criticatissimi vitalizi di deputati e senatori. 

Ma quanti sono questi fortunati dipendenti parlamentari?  Quanto guadagnano esattamente?   E attraverso quali meccanismi riescono ad ottenere trattamenti economici così favorevoli?



Stipendi d’oro.  I dipendenti di Camera e Senato (vengono assunti solo per concorso) sono in tutto 2.908, di cui 1.850 a Montecitorio e 1.058 a Palazzo Madama.  I primi (dati dei bilanci 2006) costano complessivamente circa 370 milioni di euro, i secondi 198; molto di più di deputati (287) e senatori (133 milioni). 

Per ambedue i rami del Parlamento le voci che pesano di più nei capitoli di spesa per il personale sono gli stipendi e le pensioni. 

Per quanto riguarda le retribuzioni, la Camera sborsa ogni anno 210 milioni di euro a fronte dei 130 milioni del Senato. 

I costi delle pensioni assorbono invece 158 milioni nel bilancio di Montecitorio e 70 milioni a Palazzo Madama. 

La prima cosa che salta agli occhi, sia alla Camera che al Senato, sono le singolari regole di calcolo di stipendi e pensioni, regole tanto sorprendenti da trasformare i due palazzi in autentiche isole del privilegio. 

A fissarle, godendo le due strutture dell’autonomia amministrativa garantita agli organi costituzionali, sono stati in passato i due uffici di presidenza di Camera e Senato, composti dai rispettivi presidenti (i predecessori di Fausto Bertinotti e Franco Marini), i loro vice e tre parlamentari-questori.


Per quanto riguarda Montecitorio, i dipendenti sono distribuiti in sei categorie retributive. Da cosa sono costitute esattamente le retribuzioni? Dallo stipendio tabellare (paga base); dalla indennità integrativa speciale (la vecchia contingenza, bloccata al 1996) e da altre voci come gli assegni di anzianità che vengono elargiti nella misura del 10 per cento della paga tabellare al diciassettesimo e al ventitreesimo anno di servizio. 

Tutte voci che, insieme a una strana “indennità pensionabile, pari al 2,5 per cento delle competenze lorde annue dell’anno precedente”, contribuiscono a dare uno straordinaro slancio agli stipendi. 



Due commessi sistemano il microfono a 
Fausto Bertinotti


Che hanno altre caratteristiche singolari: sono onnicomprensivi (sommano straordinari e lavoro notturno) e vengono pagati per 15 mensilità.  Con un riconoscimento aggiuntivo per alcuni incarichi: al segretario generale e ai suoi vice, ai capi ufficio e a tutti coloro che hanno responsabilità di coordinamento, spetta anche un’indennità di funzione che varia dagli oltre 46 mila euro lordi l’anno (pari a un netto di 2.206 al mese per 12 mensilità) spettanti al segretario generale Zampetti, ai 7.300 (346 euro netti al mese) assegnati al vice assistente superiore. 

Di assoluto favore anche le norme che regolano la progressione retributiva all’interno di ciascun fascia, scandita da scatti biennali che variano tra il 2,5 e il 5 per cento. 

Ma soprattutto dai balzi economici connessi ai passaggi di livello, riconosciuti dopo il superamento di periodiche verifiche di professionalità. 



Per quanto riguarda le fasce retributive della Camera, la prima è costituita dagli operatori tecnici.  Ne fanno parte gli addetti alle officine, gli operai, i barbieri, gli autisti e gli inservienti della buvette.  Costoro entrano nei ruoli con uno stipendio lordo annuo iniziale di 32 mila 483 euro per arrivare a riscuotere, con 35 anni di servizio, la bellezza di 133 mila 375 euro (pari a 8.675 euro lordi al mese). Davvero ragguardevole se si considera che le loro mansioni sono esclusivamente manuali. 

Nella seconda categoria sono inquadrati invece gli assistenti, i famosi commessi in divisa e gli addetti alla vigilanza, che iniziano con una paga annuale di 36 mila 876 euro e concludono la carriera con lo stesso stipendio degli operatori tecnici. 

Il terzo gradino retributivo è rappresentato dai collaboratori tecnici, il gotha del proletariato parlamentare: vi sono compresi gli ex operai che hanno spuntato una qualifica superiore per il fatto di svolgere mansioni più complesse, come quelle relative “alla gestione degli impianti di riscaldamento e condizionamento” del Palazzo: questa aristocrazia operaia inizia con uno stipendio lordo annuo di 32 mila 753 euro e corona la carriera con 152 mila 790 euro (al mese, 9.937 euro lordi). 

Più su nella scala ci sono i segretari che supportano il lavoro dei funzionari negli uffici e nelle commissioni: ricevono un compenso di oltre 37 mila euro l’anno all’ingresso e se ne vanno dopo 35 anni con oltre 156 mila euro lordi (10.164 euro mensili). 

Un tetto retributivo d’eccellenza, ma pur sempre modesto se si guarda a quello che avviene nei piani alti della nomenklatura di Montecitorio.



Spulciando il trattamento della fascia superiore, cioè dei dipendenti del cosidetto IV livello, quello dei documentaristi, tecnici e ragionieri (le loro mansioni prevedono”l’istruttoria di elaborati documentali e contabili e attività di ricerca”), ci si imbatte in un balzo prodigioso delle retribuzioni: entrano alla Camera con una paga di 41 mila 432 euro l’anno per andarsene, dopo 35 anni, con 237 mila 560 euro (15.451 euro mensili lordi). 

Che sono tanti, ma che impallidiscono a fronte dei compensi dei consiglieri parlamentari, il gradino più alto dell’ordinamento del personale di Montecitorio. 

Sono tutti laureati, svolgono funzioni di organizzazione e direzione amministrativa, oltre che di supporto giuridico-legale agli organi della Camera e ai suoi componenti. 

Vero che sono sottoposti a due verifiche di professionalità dopo tre e nove anni di servizio (devono tra l’altro “predisporre un eleborato relativo a temi attinenti all’esperienza professionale maturata”), ma i loro stipendi sono di assoluto riguardo: iniziano con una retribuzione annuale di oltre 68 mila euro lordi per toccare, con il massimo dell’anzianità, 356 mila 788 euro, pari a 23.206 euro lordi al mese.


E al Senato? Qui si trattano ancora meglio. 

Nessuno riesce a spiegarne il motivo, ma le paghe di Palazzo Madama (tabella a pag. 49), per funzioni più o meno analoghe a quelle del personale della Camera, sono da sempre più alte. Pressoché identiche le voci della retribuzione (stipendio tabellare, indennità integrativa speciale, eccetera), unica differenza è lo sviluppo su 36 anni della carriera invece che sui 35 di Montecitorio. 

Dopodiché è il solito assalto al cielo delle retribuzioni: gli assistenti parlamentari (svolgono mansioni di vigilanza, tecniche e manuali) arrivano a riscuotere oltre 141 mila euro lordi l’anno (pari a 5.222 euro netti mensili);  

i coadiutori (mansioni di segreteria e archivistica) 170 mila, per uno stipendio netto di 6.194 euro; i segretari parlamentari (istruiscono “eleaborati documentali, tecnici e contabilili che richiedono attività di ricerca e progettazione”) superano i 227 mila (8.120 euro netti mensili); 

gli stenografi (resocontano le sedute e le riunioni degli organi del Senato) saltano a quasi 254 mila (al mese, 9.018 euro netti); 

mentre i consiglieri possono arrivare a riscuotere a fine carriera la stratosferica cifra di 368 mila euro lordi l’anno (per un mensile netto di 12.871), oltre 12 mila euro in più dei loro pari grado della Camera.



Una commessa parlamentare 
porta l’urna per le votazioni in aula


I baby nababbi.
A retribuzioni tanto ricche non potevano non corrispondere trattamenti pensionistici altrettanto privilegiati. 

Ma quale riforma Dini, ma quale scalone di Maroni, ma quale innalzamento a 58 anni dell’età pensionabile come predica Prodi. 

I dipendenti di Camera e Senato non hanno mai temuto tagli per i loro trattamenti.  A Montecitorio e Palazzo Madama continuano a prosperare le pensioni-baby soppresse per tutti gli altri dipendenti pubblici: si lascia il lavoro anche a 50 anni e con modalità di calcolo dell’assegno straordinariamente vantaggiose. 



Cominciamo dalla Camera. 

Qui, per la pensione di vecchiaia, a partire dal 2000 l’età necessaria è stata progressivamente elevata a 65 anni allineandola a quella richiesta a tutti gli altri lavoratori.  Per quanto riguarda invece le pensioni di anzianità dei dipendenti in servizio fino al gennaio 2001 (per quelli arrivati dopo si sta discutendo un diverso inquadramento), la situazione si fa più favorevole: è vero che si richiedono 35 anni di contribuzione e 57 anni di età come per gli altri lavoratori dipendenti, ma aggrappandosi alle pieghe del regolamento si può andare a riposo ben prima (dal 1992 a oggi l’età media di pensionamento per anzianità è di 52,9). 

Avendo prestato almeno20 anni di servizio effettivo (il cosidetto scalpettìo), basta pagare una modesta penalizzazione pari al 2 per cento (il cosidetto décalage) per ogni anno mancante ai 57 e il gioco è fatto.   Tenendo conto che nel calcolo della contribuzione vanno considerati anche i riscatti universitari, quelli per il servizio militare e soprattutto i due bienni contributivi generosamente concessi ai dipendenti in occasione dell’anniversario dell’Unità d’Italia e della presa di Porta Pia (dichiarati validi l’ultima volta nel ’92 per i dipendenti in servizio dall’allora presidente della Camera Nilde Iotti) ecco che è possibile riscuotere la pensione anche a 50 anni . 

E con criteri di conteggio di sfacciato favore.



Al posto del sistema contributivo (pensione commisurata ai contributi effettivamente versati) introdotto a partire dal 1995 per il resto dell’universo lavorativo, alla Camera vige ancora un sistema rigorosamente retributivo: pensione commisurata all’ultimo stipendio riscosso. 

In quale percentuale? Sicuramente il 90 per cento delle competenze tabellari (gli altri lavoratori pubblici si devono accontentare di circa l’80 per cento).  Con una ulteriore, graziosa concessione: la cosidetta clausola d’oro che, sebbene eliminata per i miglioramenti relativi allo stato giuridico del personale in carica, aggancia ancora le pensioni degli ex dipendenti agli altri adeguamenti spettanti ai pari grado in servizio.



Ancora più generoso il trattamento di quiescienza riservato ai dipendenti del Senato. 

A costoro, per andare in pensione, basta raggiungere un parametro denominato quota 109, dietro il quale non si nascondono certo difficoltose asperità, ma piuttosto facilitazioni tanto comode quanto ingiustificate. 

Cos’è esattamente questa quota? 

La somma dell’età anagrafica, degli anni di servizio effettivamente svolto, dell’anzianità contributiva che, anche a Palazzo Madama, comprende gli anni riscattati per la laurea, il servizio militare e due bienni figurativi elargiti in passato da vari presidenti del Senato. 

È proprio applicando questi criteri che qualsiasi dipendente di 53 anni (l’età minima fissata) può chiedere e ottenere l’agognata pensione. 

Per scalare la fatidica quota 109 gli è sufficiente sommare al requisito dell’età 25 anni di servizio effettivo e 31 di contribuzione, facilmente raggiungibili grazie ai riscatti e ai bienni figurativi (non a caso a Palazzo Madama l’età media dei pensionati per anzianità dal ’92 a oggi è di 54,8). 

Ma non è finita: utilizzando la contribuzione figurativa (tra riscatti e bienni, nove anni in tutto), quello stesso dipendente può ottenere la pensione anche a 50 anni con una irrisoria penalizzazione: l’1,5 per cento di riduzione del trattamento complessivo per ognuno dei tre anni mancanti ai 53. 

Ma nessuna paura: la riduzione non si applica nel caso in cui si possa contare su una anzianità superiore ai 35 anni. 

Con la solita, importante garanzia per il futuro: la sicurezza di non vedere mai svalutato l’agognato assegno come il resto dei lavoratori dipendenti. 

Anche al Senato infatti la clausola d’oro manifesta ancora i suoi magici effetti e, nonostante alcune limitazioni introdotte negli ultimi anni, adegua automaticamente le pensioni agli stipendi dei parigrado in servizio.


 

Fonte: tratto da l’espresso (2007)


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