Apr 07 2021

MONTORIO LE ORIGINE DEL FIUMICELLO

Il laghetto Squarà

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A Verona i corsi d’ acqua costruiti dagli antichi Romani sono sicuramente due: I’ Adigetto o Riofiol e il Fiumicello .  

L’ Adigetto iniziava a Castelvecchio e terminava al Ponte Aleardi, era stato costruito per vari motivi:  come scarico delle acque durante le piene dell’ Adige, era navigabile e per difesa della città romana nell’ansa dell’Adige creando così un’ isola. Oggi il percorso dell’Adigetto è riconoscibile all’esterno, verso Porta Nuova, delle antiche mura di Piazza Bra.  

Il Fiumicello nasce dal Laghetto Squarà a Montorio e anche quello sfociava nell’ Adige di fronte all’Adigetto .

Quando scrissi un’ articolo sul Fiumicello nel 1995   ( A. Solinas , Il Fiumicello 1900 – 1995 , in: C’era una volta . . . in Veronetta, tra storia e cronaca n. 3;   Comitato benefico di S. Toscana, Verona 1995)…  sorsero delle contestazioni,  alcuni lettori, infatti, non erano d’ accordo sull’ origine del Fiumicello come acquedotto.  Molti ritenevano che il cunicolo scoperto in fondo al Vicoletto cieco Fiumicello fosse quella famosa galleria che la tradizione ci racconta cioè che dal Castello di Montorio partiva una galleria che conduceva in Arena. Perciò quest’ anno cercheremo di chiarire questi argomenti .

Diciamo subito che senza ombra di dubbio il percorso del Fiumicello è opera dell’uomo, perché si dirige verso la città ( a ovest ) invece di seguire il corso naturale che compie il Fibbio verso sud.

Ma l’ argomento più difficoltoso da contestare era quello che scriveva l’ ingegnere Mario Benini , che fu per un periodo dirigente dell’ Acquedotto Municipale della nostra città. 

Nell’ articolo  “L’acquedotto di Verona ” edito da Vita Veronese nel 1967 egli scrive : « ( . . . ) i romani preferivano le acque sorgenti alle acque correnti del Lorì  (di Avesa n. d.s .) e le sorgenti di Montorio, e quindi con poche garanzie circa la loro potabilità . . . I tecnici romani scartate le sorgive di Sommavalle e Fontana del Ferro, perché insufficienti, e quelle della Valpantena, perché già sfruttate, si orientarono per le sorgenti di Parona e di Novare . . . » .

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Dic 31 2020

QUANDO BRUCIO L’ARENA DI VERONA

Category: Verona cronaca e notizie,Verona storia e artegiorgio @ 15:30

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Un aneddoto che pochi ricordano o conoscono. L’anno in cui  è morta   Marilyn Monroe, l’Arena  ha preso fuoco, o meglio hanno  preso fuoco gli  scenari degli spettacoli  lirici. 

Alle 17:20 del 12 agosto 1962, a tre giorni dalla conclusione della stagione lirica, scoppiò un incendio che distrusse la scenografia di “Un ballo in maschera”.  

Gli interpreti della mancata rappresentazione erano: Carlo Bergonzi, Mario Zanasi, Leyla Gencer, Adriana Lazzarini, con la direzione di Gianandrea Gavazzeni.
La stagione lirica venne sospesa anticipatamente mancando ancora le ultime quattro recite.

Dalle poche foto che ho visto, l’incendio era bello tosto, ma noi avevamo i vigili del fuoco ancor più tosti….e voilà:  una cascata di acqua sulle gradinate dell’ Arena e l’incendio, in brevissimo tempo, è stato domato. 

Arrivati sugli spalti,  si sono  detti: “Ce l’abbiamo fatta!…Abbiamo spento tutto! …Ma..ma  abbiamo un problema:    i sa sciopà   i gradini!”.    L’acqua fredda  aveva letteralmente frantumato   i  gradini incandescenti. 

Venne  effettuato,  il restauro   e  la    sostituzione    di tutti i gradini andati a ramengo,  i lavori terminarono nel 1969 …. ..ma nulla fu come prima: né come costruzione né come acustica.


Set 30 2020

IL RETICOLO URBANO DI VERONA

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Verona è sempre stata un perfetto incrocio ortogonale di cardini e decumani, con isolati di dimensioni costanti. 

Il decumanus maximus e il cardus maximus realizzati in età romana misuravano 720 metri ciascuno, a costituire una ‘centuria quadrata’. 

Una superficie iniziale di 477.000 mq, un perimetro di 2,7 km, strade larghe 8 m (6 m la carreggiata, 1 m ciascuno i marciapiedi) crearono isolati a pianta quadrata con lato oscillante tra i 75 e gli 80 metri.

Oggi le linee perimetrali degli isolati romani si sono perfettamente conservate grazie al loro mantenimento durante l’altomedioevo, come dimostrato dagli scavi archeologici. 

Indagando tre edifici altomedievali, in via Dante, in Corte Quaranta e in vicolo Monachine si è inoltre giunti alla conclusione che Ia mancanza di edifìci al centro degli isolati nel periodo altomediovale non rappresenta, come in altre città, un segno di abbandono. Ci fu invece una parziale occupazione del lastricato stradale romano, che portò all’avanzamento degli isolati altomedievali rispetto a quelli romani. L’isolato di Palazzo Maffei per esempio venne allungato di ben 9 metri. 

Le case finirono dunque per disporsi in fila sul perimetro dell’isolato, lasciando sgombra di edifici la zona centrale. Questa disposizione di più proprietari affìancati sul margine della strada fece sì che all’interno degli isolati si realizzassero orti e giardini ma anche depositi di rifiuti domestici.

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Fonte: srs di Andrea Schiavone, da  facebook:  LA ME BELA VERONA 


Set 17 2020

LA TROTTA DI PESCANTINA

Category: Verona storia e artegiorgio @ 14:36

La Mandela

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Alla ” Mandela ” di Pescantina  funzionava una ” restara “: stazione per il cambio dei cavalli impiegati per il traino delle barche. 

La stalla, con il soffitto a volta, poteva accogliere una mezza dozzina di quadrupedi; in fianco si trovavano un minuscolo fondaco e un’osteria: ritrovo per ” barcari “,” cavallanti ” e altri affezionati. 

L’edificio era un tempo appartenuto ai Salvi; sulla facciata fino a non molto tempo fa si potevano osservare dettagliatamente le loro insegne nobiliari. 

Sotto il portico resiste ancora una scritta curiosa che ricorda un avvenimento fuori dal comune. 

Si tratta della cattura di una trota della lunghezza e del peso eccezionali. La scritta che una volta era corredata dal disegno della trota in scala reale, reca la data in cui avvenne il fatto:16 giugno 1828 e il peso dell’animale: 40 live ( libbre ) e once 8 ( pari a 20,6 chilogrammi circa  se misurata in libre pesanti,  o  13,5 chilogrammi  se misurata in libre leggere)………

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40 live e 8 onse

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Fonte: da Sei di Pescantina  se.. 

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LA PESATA. UNITA’ DI MISURA

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Libra grossa                499,931

Libra  sottile               333,287 

La libbra si divide in 12 once. 

25 libbre sottili fanno un peso.

I farmacisti usavano la libbra medica viennese di grammi 420,008 e anche

la Libbra sottile veneta di grammi 301,230.

I gioiellieri usavano il marco di grammi 238,499 diviso in 8 once, l’oncia in 144 carati, il carato in 4 grani.

Loncia Veronese  o onsa era  di   28,35 grammi ed era l’unità di misura indicata per una dose di olio di ricino.  

L’oncia o  ònsa  è un’unità di misura che attualmente utilizzano i barman veronesi


Set 14 2020

VERONA. UNA MANSIO SOTTO L’EX CINEMA ASTRA

Category: Archeologia e paleontologia,Verona storia e artegiorgio @ 14:41

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Nell’estate autunno del 2004, sotto l’immobile di via Oberdan 13 (ex cinema Astra), 200 mt da Porta Borsari e dunque appena fuori dalle mura, gli scavi per la realizzazione di un piano interrato hanno portato alla luce una serie di strutture a carattere residenziale.  
Una stazione di posta (mansio), adibita a fornire ospitalità pubblica e privata lungo la Postumia.


Su alcune pareti rimangono consistenti resti dì affreschi che richiamano pitture di III stile, mentre in 7 vani sono stati individuati pavimenti in signino bordati da fasce di tessere musive e contenenti campi centrali decorati da tesselle e crustae. L’edificio doveva essere dotato di un piano superiore di cui è testimoniato il crollo nel vano F. Tale piano era dotato di pavimentazioni musive. Un totale di 20 vani con alcuni ambienti aventi riscaldamento a parete e a pavimento.

Fonte: N.R.  


Set 13 2020

LA BERLINA DI PIAZZA ERBE DI VERONA

Category: Verona storia e artegiorgio @ 08:44

La berlina o  tribuna di Piazza Erbe

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Al centro di piazza Erbe sorge un monumento che tradizionalmente viene chiamato “berlina” nonostante si tratti di una tribuna (o capitello).

Per Gerolamo Dalla Corte sarebbe stato eretto nel 1207 dal podestà Azzo d’Este; sicuramente esisteva nel XIII secolo in quanto citato negli Statuti veronesi. Secondo Luigi Simeoni, studioso locale, il capitello fu rifatto nel 1378, durante la signoria dei fratelli Bartolomeo e Antonio della Scala, quando vennero eliminate le baracche di legno che occupavano la piazza. Tuttavia la tribuna che vediamo oggi non risale all’epoca scaligera: quella avrebbe dovuto avere forme gotiche, mentre l’attuale è di ispirazione classica. Anche le lettere incise sulla colonna che regge la catena appartengono ad un carattere (maiuscolo romano) in uso nel secolo successivo.

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Apr 13 2020

VERONA. PALAZZO VOGHERA – BERTOLDI VIA PONTE PIETRA .

Palazzo Voghera -Bertoldi in via Ponte Pietra

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Qualcuno si ricorda di aver visto foto od immagini dell’ affresco di San Cristoforo , oramai praticamente scomparso presente sulla facciata cieca come da ricostruzione allegata ?

Inquadramento storico artistico 

Il complesso edilizio denominato Palazzo Bertoldi-Voghera prima del 1600 era costituito da un insieme di edifici che una volta ristrutturati ed unificati , anche formalmente , assunsero una conformazione a palazzo più consona al nuovo proprietario che voleva ostentare il suo livello sociale ed economico raggiunto .
Il tutto infatti accadde agli inizi del XVII secolo quando un certo Pasqualino Zignoni, priore della corporazione dei formaggiai veronesi, volle celebrare questa professione e la sua posizione facendo dipingere sulla sua nuova casa al ponte della Pietra un ciclo di affreschi dove fossero rappresentate le diverse fasi della lavorazione di latticini e salumi (la corporazione si occupava anche di questi, potendo così lavorare sia nei periodi «di magro» sia «di grasso»). 

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Mar 31 2020

QUANDO GLI ALBANESI SALVARONO VERONA DALL’INCENDIO

Category: Verona storia e arte,Verona storia e dintornigiorgio @ 00:08

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Nell’anno della terribile peste di Verona (1630) un gravissimo incendio scoppiato presso il Monte di Pietà rischiò di aggravare la situazione. Il 3 luglio bruciarono mobili e suppellettili per un valore di 189.800 ducati.


Tutti pensarono ad un’aggressione delle truppe tedesche. Ad impedire che l’incendio, dalla sede del Monte di Pietà, si propagasse alle case vicine intervenne una compagnia di albanesi.

Erano i cosiddetti Stradioti, unità militari di cavalleria della Repubblica di Venezia il cui nome deriva dal greco ‘stratiotis’, “soldato, guerriero”. Erano chiamati anche “cappelletti” a causa dei piccoli cappelli rossi che indossavano (identici a quello raffigurato nel cortile della Casa di Giulietta: Cappelletti, Dal Cappello, Capuleti).


A Verona, che era una delle maggiori aree di acquartieramento permanente in Terraferma, i mercenari trovavano alloggio all’interno dell’area fortificata, affittando case. 

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Mar 09 2020

RESTI DELLA PRIMA CHIESA DI SAN GREGORIO – VERONA, VIA MADONNA DEL TERRAGLIO.

Category: Chiesa veronese,Verona storia e artegiorgio @ 12:50

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Verona – La prima notizia della chiesa risale al 1270, quando venne fondata dalla compagnia laica dei Penitenti; all’edificio sacro era annesso un piccolo ospedale. 

Grazie ad un testamento del luglio 1414, quando i coniugi Montebello dell’Isolo di sotto donarono alcuni beni all’ospedale, ed ad un inventario del 1550 sappiamo che il nosocomio disponeva di quindici posti letto. 

La chiesa, con l’ospedale e due oratori, venne demaniata dai francesi nel 1806; due altari furono trasportati nella chiesa di Mazzurega. 

Della chiesa attualmente rimangono solo un tratto di muro ed un portale gotico in marmo rosso veronese. 

Era detta “di San Gregorio” anche una piccola porta delle mura scaligere, attualmente visibile all’interno del santuario della Madonna del Terraglio.

Fonte: srs di Giuliano Meneghini; da facebook, La me bela Verona del 5 marzo 2020

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Link: https://www.facebook.com/groups/454563944580329/permalink/2788584151178285/


Ott 13 2019

QUELLE VETRINE CHE HANNO SEGNATO UN´EPOCA.

LA VERONA CHE NON C´È PIÙ. La storia commerciale di via Mazzini scandita dai negozi storici che ne hanno animato la vita e dettato la moda in città dai primi del ´900.

 

 

 

L´annunciata chiusura della libreria Ghelfi&Barbato è l´epilogo di una lenta agonia iniziata alla fine degli anni Ottanta.

 

La chiusura della libreria Ghelfi&Barbato è l´ultimo capitolo non solo della storia commerciale di Verona, attraverso la sua più importante strada del passeggio e delle vetrine, ma anche il triste epilogo di un´epoca. Quella della ricca borghesia cittadina che vestiva elegante, ma anche quella della città popolare che guardava le vetrine con gli ultimi arrivi e affidava all´estro e alle mani delle giovani donne, casalinghe e sartine in casa, con lo scampolo di stoffa a poche lire, la possibilità di un abito alla moda. Via Mazzini, la via principale di Verona, che i veronesi amavano chiamare con il vecchio toponimo di via Nuova.
CON LA CHIUSURA della libreria Ghelfi&Barbato, che, unico negozio di via Mazzini, ha mantenuto anche lo splendido rivestimento metallico, si volta pagina su un pezzo di storia. La libreria è citata in una guida di Verona del 1868 (libraio Munster, via Nuova alla Scala ed, un ventennio dopo, Remigio Cabianca), e poi in tutte le guide di fine Ottocento, in uno stabile che, in epoca asburgica, ospitava le stalle. 
La raffinata struttura in ferro venne eseguita dalla Premiata officina Marcello Carrara di via Torretta San Zeno: manca la data, ma è del secondo ottocento, in quanto Marcello Carrara è presente nell´elenco delle officine veronesi proprio in quel periodo. 
Nei primi decenni del novecento, i Barbato da Pontremoli, la patria delle bancarelle di libri, sono approdati a Verona: prima vendevano i libri in bancarelle poste al centro della strada, poi hanno rilevato la storica libreria. L´addio di Ghelfi&Barbato, in via Mazzini, segue di solo un anno la chiusura della sede storica della Bnl, la Banca nazionale del Lavoro, che ha lasciato il posto ai grandi magazzini Zara. Di negozi storici, sopravvive la Farmacia Due Campane, che la tradizione fa risalire addirittura al 1753 dallo speziale Giuseppe Faccioli in contrada Santi Apostoli, poi  trasferita in via Nuova dallo speziale Gaetano Lonardi nel 1789. E nell´alta via Mazzini, al numero 67, verso piazza Bra, dagli anni Venti, c´è la gioielleria Maria Passeroni

 

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Mar 07 2019

L’ORIGINE REMOTA DEL CARNEVALE VERONESE

Papà del Gnoco

 

 

L’origine remota del Carnevale Veronese secondo le teorie del grande studioso scaligero Umberto Grancelli, fautore del grande testo sulla rinascita e rifondazione della città “nova” di Verona; voluta dal nascente Impero Romano e attuata sotto precisi dettami esoterici.

 

IL CARNEVALE VERONESE

 

Non è fuor luogo ammettere che il Carnevale Veronese trovi le sue origini nelle antiche corse dei Palio, sancite dallo Statuto Albertino e che trovano magistrale eco nel canto XV dell’Inferno della Divina Commedia. “E parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna; e parve di costoro quelli che vince, non colui che perde”Narra la tradizione, riportata dagli storici dell’umanesimo, che Ezzelino, dopo aver vinto la fazione dei Sanbonifacio, rientrò a Verona nella prima domenica di Quaresima del 1208 con entusiasmo e con giostre e tornei; si stabilì che ogni anno si corresse il Palio, al quale per rinnovati trionfi accorrevano molti onorati cavalieri e nobilissime dame da molte parti d’Italia.

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Gen 20 2019

LE DROGHERIE, LA PEARA’ E LA CITTA’ SCOMPARSA

La storica insegna: oggi c’è un negozio di abbigliamento

 

 

VERONA- Se, nel Medioevo, con il pepe, i veneziani pagavano il dazio ai longobardi, questa, che resta la più famosa delle droghe orientali, è una protagonista della nostra cucina. Dalla leggenda alla storia, con il pepe, grazie al libro di Andrea Brugnoli dal titolo Magna e tasi.

 

Curiosamente, ricorda Brugnoli che la prima attestazione del nome «pearà» riguarda un possidente di nome Ato, soprannominato Pearà, appunto, che, nel 1141, aveva terreni al Boschetto, fuori Porta Vescovo.

La pearà, definita piperata, nella Verona medioevale, è citata, come ci ricorda sempre Brugnoli, negli statuti del 1319: doveva essere fatta con il pepe,a cui andavano aggiunti zafferano, cannella e zenzero.

 

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Dic 16 2018

QUANDO UNA VOLTA SI FACEVA IL BUCATO A MANO

 

 

CUAN ‘NA OLTA SE LAVAVA DO LE ROBE A MAN  

 

Sino agli anni ’60 del XX° secolo lavare i panni era un “affare serio” in quanto richiedeva molta fatica e molto “ojo de gombio” e necessitava di diversi giorni, a differenza dei tempi contemporanei ove con l’ausilio della lavatrice e dell’asciugatrice nel volgere di alcune ore si risolve il problema senza la minima fatica. Infatti, sebbene i primi elettrodomestici con funzione di lavapanni, denominate in seguito lavatrici, risalgano ai primi anni ’40, fu solo con lo sviluppo economico degli anni ’60 e ’70 che la lavatrice ebbe una notevole diffusione nelle abitazioni dei nostri monti Lessini e un po’ ovunque nelle periferie italiane.

 

Prima di allora il bucato si lavava a mano, innanzitutto non si disponeva di un detersivo o di un ammorbidente già pronto all’uso per cui era necessario produrselo. Due tre giorni prima di quando si stabiliva di fare l’operazione di lavaggio, si metteva da parte della cenere del focolare che veniva riposta in un bidone in metallo che si riempiva con dell’acqua. Dopo un paio di giorni il bidone si poneva sul fuoco e l’acqua contenuta veniva fatta bollire, ottenendo così’ la “lìssia” che costituiva il detersivo del passato.

 

Migliore era il legno bruciato nel focolare o nella “stua” e migliore era la cenere prodotta che, se di qualità arrivava addirittura ad essere fine e bianca.

 

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Dic 02 2018

STELE FUNERARIA DI UN CAVALLO

 

Stele funeraria di un cavallo  ( I secolo d.C.) da Brescia.   – Museo Lapidario Maffeiano (Verona)

 

 

” Tu che eri solito superare gli uccelli vaganti e vincere i venti, ora non pascoli più nei boschi toscani o siculi, ma in questa tomba.”

 

 

Al cavallo morto, raffigurato mentre  incede verso sinistra, è dedicata l’iscrizione in versi nella parte superiore della stele.

 

Alcune lapidi funerarie di età romana, poste a ricordo di cavalli, sono state ritrovate  anche in altri luoghi della Venetia, e questo è un elemento di grande interesse poiché attesta in epoca romana  la  continuità di una pratica  funeraria  diffusa presso i Veneti fin dall’età del Ferro ( peraltro noti allevatori di pregiate razze equine).

 

Essi usavano talvolta seppellire cavalli  all’interno delle loro necropoli, sia in fosse  semplici  ed isolate dalle tombe degli uomini, sia in sepolture  solidali,  sia in veri e propri cimiteri  di soli cavalli, come quello scoperto ad Este(Padova)

Sempre a Este una sepoltura di 22 cavalli disposti intorno a quelli di un cavaliere di rango.

 

Strabone   ci racconta che  gli antichi veneti sacrificavano i cavalli e li seppellivano, senza che le loro carni fossero state consumate dopo il sacrificio, per farne dono ai loro eroi defunti, aggiunge che sacrificavano cavalli bianchi a Diomede, un eroe greco reso celebre dall’Iliade di Omero.

 

Fonte: Museo Lapidario Maffeiano ( Verona )

 

 

 

 

 


Nov 25 2018

IL GRIFO

Category: Storia e arte,Verona storia e artegiorgio @ 14:53

DI grifi del portale ovest del Duomo di Verona, opera di Niccolò, del  1139. 

 

 

Animale fantastico, genericamente con becco e ali d’aquila e corpo di leone, il grifo può presentare varietà fisionomiche: grifo-uccello, con corpo di leone e testa di uccello, con o senza ali, zampe anteriori di rapace e posteriori di felino; grifo-leone, con corpo leonino, con o senza ali, e coda d’uccello (d’Agostino, 1994, p. 155).

 

Il tema iconografico ebbe origine in Mesopotamia e in Egitto intorno al 3000 a.C. (Bisi, 1965, p. 254), sebbene Erodoto (III, 116; IV, 13, 27) ritenesse il grifo originario della Scizia (d’Agostino, 1994, p. 156).

 

Controversa l’origine del nome: secondo Bisi (1965, p. 202) “i Greci coniarono per un motivo straniero un nome nuovo e prettamente ellenico”, mentre per altri la parola deriverebbe da una contaminazione con l’ebraico kerub, assimilabile ai cherubini dell’antica tradizione biblica, ovvero quelle sfingi alate a loro volta “derivate dal motivo dei grifi a guardia dell’albero della vita, frequenti sui sigilli siriaci e mitannici del secondo millennio a.C.” (Bussagli, 1991, p. 18).

 

Frequentemente raffigurato nell’arte achemenide della Persia, il grifo divenne per gli Ebrei il simbolo della dottrina persiana dei Magi (Chevalier, Gheerbrant, 1973).

 

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