Feb 19 2009

FACITE AMMUINA

Category: Regno delle Due Siciliegiorgio @ 22:27

REGNO DELLE DUE SICILIE

COLLEZIONE DEI REGOLAMENTI  DELLA REAL MARINA

ANNO 1841   N. 266

(N. 6976)  Regolamento da impiegare a bordo dei legni e dei bastimenti della Real Marina Napoli

20 Settembre 1841

Capitolo XIX

Art. 27 –FACITE AMMUINA

All’ordine ‘facite Ammuina” tutti chilli che stanno a prora, vann ‘a poppa e chilli che stann’a poppa vann’a prora; chilli che stann’a dritta vann’a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’a dritta; tutti chilli che stanno abbascio vann’ncoppa e chilli che stanno n’coppa vann’abbascio, passann’tutti p’o stesso pertuso; chi nun tiene nient’a ffa, s ‘aremeni a ‘cca e a’lla.

Ordine: “FACITE AMMUINA!

N.B. : da usare in occasione di visite a bordo delle alte Autorità del Regno.

IL MARESClALLO IN CAPO DEI LEGNI E DEI BASTIMENTI DELLA REAL MARINA”

Amm. Giuseppe di Brocchitto

(dall’archivio storico della Marina Militare)

.

Un falso quasi storico

Sebbene il facite ammuina non nasca affatto da un regolamento della marina borbonica, esso trae origine da un fatto storico realmente accaduto (anche se dopo la nascita della Regia Marina italiana).

Un ufficiale napoletano, Federico Cafiero (1807 – 1889), passato dalla parte dei piemontesi già durante l’invasione del Regno delle Due Sicilie, venne sorpreso a dormire a bordo della sua nave insieme al suo equipaggio e messo agli arresti da un ammiraglio piemontese, in quanto responsabile dell’indisciplina a bordo. Una volta scontata la pena, l’indisciplinato ufficiale venne rimesso al comando della sua nave dove pensò bene di istruire il proprio equipaggio a “fare ammuina” (ovvero il maggior rumore e confusione possibile) nel caso in cui si fosse ripresentato un ufficiale superiore, con lo scopo di essere avvertito e contemporaneamente di dimostrare l’operosità dell’equipaggio.


Feb 19 2009

Nel 1861 non conosceva l’emigrazione poi vennero i Savoia

Category: Italia storia e dintorni,Regno delle Due Siciliegiorgio @ 20:47

 

Il Genocidio del Sud

Lettera aperta al Presidente della Repubblica italiana Dott. Azeglio Ciampi 



 

Sig. Presidente, 


La rivendicazione degli ebrei all’ottenimento del rispetto universale, parte dai terrificanti numeri dei morti deportati dell’olocausto. Terrificanti e raccapriccianti per l’entità. Qui si parla di milioni; non di bruscolini ma di esseri umani. E tutta l’umanità riconoscendo la giustezza delle rivendicazioni ebraiche si schiera dalla sua parte, giustamente, ricercando, nei limiti del consentito, i risarcimenti possibili (oltre la caccia agli ultimi carnefici sopravvissuti).

 

Lei si sta accingendo a compiere il viaggio della memoria nelle terre dei re chiamati Galantuomo, Buono, Soldato, perché una agiografia e storiografia di parte e una scuola di regime hanno fatto credere a milioni di italiani che la casta sabauda fosse fatta di Galantuomini, di Buoni e di Soldati. Le cose non stanno così purtroppo. 

 

Per quanto riguarda la questione Savoia il ragionamento dovrebbe essere analogo a quello degli ebrei. A condizione che si possano conoscere i numeri riguardanti: 

 

1) i morti procurati al Sud con l’invasione barbarica del 1860, quella piemontese appunto; i deportati, i torturati, i fucilati o fatti morire di fame, di freddo e di stenti nei dieci anni e passa di repressione fatta chiamare dal re Galantuomo Vittorio Emanuele II repressione del brigantaggio. Secondo La Civiltà Cattolica del tempo i morti furono assai maggiori dei voti del plebiscito. A conti fatti, più di un milione 

 

2) i beni depredati al Sud e trasportati nel Piemonte: ricchezze finanziarie, culturali, sociali, sottratte con la forza dai vincitori 

 

3) gli emigranti diasporati in tutto il mondo per sfuggire alle persecuzioni , alla fame, alla miseria e all’oppressione delle orde piemontesi. Sono 25 milioni Sig. Presidente. Emigrazione biblica dei duosiciliani dopo il nefando 1861 ( medie annue: dal 1863 al 1880, 110.000; fino al 1900, 310 mila; fino al 1905 , 554.000; fino al 1913, 811.000), poi i nostri compatrioti divennero carne da cannone per la prima guerra mondiale ( il Sud ebbe 350 mila morti ) e per la seconda guerra mondiale ( il Sud ebbe 210 mila morti ) dopo quest’ultima guerra sono stati cacciati dal Sud altri 5 milioni di persone e l’emorragia continua con 100.000 nostri connazionali costretti ad emigrare nell’anno corrente. Una vera vergogna per l’Italia repubblicana e democratica. Uno stillicidio. Una diaspora che nemmeno gli ebrei hanno avuto. 

 

4) miliardi incalcolabili di dollari, sterline, pesos, bolivars, escudos, marchi, franchi procurati ai boiardi liberali, capitalisti e massoni del Nord, nell’arco di un secolo ed oltre da chi prima del 1860 non conosceva cosa fosse l’emigrazione, gli emigranti meridionali appunto. Le rimesse degli emigranti, sicuramente più voluminose del Vesuvio, dell’Etna e dello Stromboli messe assieme, sono finite tutte nelle tasche dei predoni cispadani, totali detentori dei mezzi di produzione. Il Sud, privilegiato bacino di mercato dei magnaccia del Nord liberale, liberista e piduista, condannato soprattutto alla disacculturazione più feroce, sta leccandosi ancora le ferite inferte dalla bestialità savoiarda. 

 

5) i morti delle guerre coloniali; i morti contadini ed operai nelle varie repressioni a favore del capitalismo liberista ( cattolici, socialisti, comunisti, borbonici, papalini uccisi dai vari Fumel, Della Rocca, Pinelli, Bixio, Bava Beccaris, Lamarmora ecc ecc); quelli procurati dalle cannonate sulla Sicilia nel 1866, quelli dei fasci sicliliani, quelli di Milano con il criminale Bava Beccaris su ordine del re Buono e quelli della Prima e Seconda guerra mondiale per colpa del re soldato detto pippetto. Se qualcuno vuole dare i numeri è libero di darli ma dovrebbe riuscire a dare quelli su richiamati. E se ci riuscisse farebbe un buon servigio al popolo Meridionale e scoprirebbe che le cifre vanno ben oltre quelle, maledette dell’olocausto. 

 

I piemontesi furono degli assassini spietati, invasero il Regno delle Due Sicilie a tradimento e senza dichiarazione di guerra; rasero al suolo 54 paesi, incendiarono villaggi, bruciarono i raccolti dei contadini per anni, scannarono armenti e bambini, donne, vecchi. Il generale Pinelli negli Abruzzi incendiò 14 paesi in pochi giorni, Bixio eseguì 700 ( settecento) fucilazioni di contadini ed operai con l’assenso dei Savoia. Vi furono eccidi disumani, tremendi, barbari, truculenti. Quegli assassini dei fratelli d’Italia cominciarono a Genova nel 1849 ove il generale Lamarmora soffocò nel sangue il rigurgitare repubblicano dei genovesi, ne morirono circa 700 e la città messa a sacco e fuoco, la violenza dei bersaglieri i liguri se la ricordano ancora. Poi il garibaldino Bixio su ordine del suo generale pirata dei due mondi massacrò i siciliani a Bronte, Recalbuto, a Linguaglossa, e in tutta la fascia etnea, il tutto coordinato dal console inglese che stava a Messina e in nome dei Savoia. 
Gaeta, simbolo del martirio del Sud fu sprofondata da 160 mila bombe dal generale Cialdini, ritenuto macellaio dal popolo del Sud. Gaeta fu rasa al suolo e i morti furono migliaia, sia civili che militari; i gaetani, dopo l’assedio chiesero i danni di guerra al governo torinese, stiamo ancora aspettando quei soldi, due milioni di lire del 1861. Noi li vogliamo. Se questa repubblica, ha ereditato quella italietta artificiale dai Savoia che paghi Sig. Presidente. 

 

Gli eccidi si susseguirono senza soluzione di continuità per oltre dodici anni; gli stati d’assedio erano la regola dei Savoia per scannare i nostri compatrioti Meridionali; la Legge Pica emanata nel 1863 è stata la legge più infame che un parlamento avesse potuto emanare, sotto l’egida savoiarda. Con quella legge furono istituiti tribunali di guerra in tutto il Sud, i soldati avevano carta bianca, le fucilazioni erano cosa ordinaria e non straordinaria. A causa di quella legge furono fucilati vecchi di 90 anni e bambini di dieci e dodici anni. Eccidi vi furono a Vieste, a Venosa, a Bauco, ad Auletta, a Gioia del Colle, a Sant’Eramo, a Pizzoli, a Pontelandolfo e Casalduni ove il generale Negri su comando di Cialdini arrostì e fucilò quasi mille persone; a Nola il generale Pinelli fece fucilare 232 paesani; a Montefalcione fu ecatombe, a Montecillone pure; a Teramo in una settimana furono trucidati 526 contadini; a Isernia i garibaldini ne trucidarono altri 1500; in Basilicata i morti non si contarono, solo il cielo sa quanti furono, in Calabria il generale Gaetano Sacchi fucilò a centinaia i calabresi paesani fino al 1870 e passa, il generale Fumel in un memoriale disse di aver fucilato almeno trecento tra briganti e non briganti; il generale Della Rocca disse che i suoi ufficiali fucilavano solo i capi dei briganti (come venivano chiamati i nostri patrioti e partigiani), e siccome erano migliaia le fucilazioni telegrafava a Torino dicendo di aver fatto fucilare uno,due tre sessanta capi briganti; in Sicilia vi furono migliaia di morti, nel basso Lazio, nel beneventano, nel Molise, nell’avellinese, in Capitanata. 

 

La nostra terra è inseminata di croci, di morti senza nome. Non vi fu villaggio non insozzato dalle orde piemontesi. A Gaeta, nel 1960 trovarono una foiba con duemila morti fucilati sullo spiazzo di Montesecco, li ricordava una stele, una piramide tronca, anche quella è sparita, la gente non deve ricordare, Cavour diede ordine a Cialdini di sparare cannonate anche dopo l’armistizio, durante l’assedio di Gaeta. I piemontesi si comportarono da veri assassini e criminali di guerra. Sig. Presidente, ci fa piacere che stia ricordando agli italiani di San Martino e Solferino dove i francesi si comportarono da eroi, in cambio vollero Nizza e la Savoia e i nostri statisti, ritenuti sommi, li accontentarono. Per molti quegli statisti furono solo dei traditori della patria. Vendettero la moglie al diavolo. 
Ci fa piacere Sig. Presidente, veramente. Il Sud si rallegra di questo, capiamo la sua voglia di unire la Patria sotto un inno nazionale che non capiamo, sotto una bandiera tricolore a cui abbiamo giurato fedeltà e che rispettiamo comunque; tre colori: verde uguale a prosperità dei padani, bianco come la neve delle alpi, rosso come il sangue versato dai meridionali durante la costruzione artefatta di questa Italia che amiamo tanto. I secessionisti hanno tentato la fuga, lo sappiamo. 
L’Italia era costituita da sei staterelli poveri, e da un grande Stato, il Regno delle Due Sicilie, ricco e prospero ove non si conosceva l’emigrazione e la disoccupazione era parola sconosciuta. Per Noi Meridionali l’Italia è nata il 2 giugno del 1946 e in quel giorno nacque il patto tra Nord e Sud che ormai sembra scemare. Non per colpa Nostra. Il Risorgimento piemontese e nordista non ci appartiene, quella genia di malfattori siano incensati da altri. 

 

Lei Sig. Presidente deve essere Super Partes, Noi non possiamo santificare chi ha commesso eccidi nefandi, chi ha derubato il Sud di tutto, chi ha commesso crimini contro l’umanità. È contro la storia, è contro il nostro essere Meridionali. 
Il Sud, nella sua memoria storica ricorda gli eccidi piemontesi, ricorda le stragi, ricorda i crimini commessi in nome e per conto dei Savoia e si sente offeso quando gli si vuole imporre una storia non veritiera; la gente del Sud ribolle rabbia quando gli si ricorda dei Savoia o dei nazisti. 

 

Cavour, Garibaldi, Vittorio Emanuele II di Savoia non sono i nostri eroi Sig. Presidente, non si può far studiare nelle scuole che quei signori ci hanno liberato dalla barbarie e dal tiranno, la ragione è solo una, tiranni e criminali erano loro, i savoiardi appunto. Il Sud era industrioso, laborioso e soprattutto pacifico, mai i nostri governati han dichiarato guerre ad alcuno. Da noi si costruì la prima ferrovia d’Italia, le prime navi a vapore e in ferro, da Noi vi erano le più grandi fabbriche d’Italia…. 

…. da noi vi era lo stabilimento di Pietrarsa, quello della Mongiana o i cantieri navali di Castellammare, da noi vi erano fabbriche di tessuti, di specchi, industrie metallurgiche; vi lavoravano 1,600,000 persone e da Noi vi era un’agricoltura fiorente all’avanguardia; da Noi vi erano banche dei Merdionali, società di assicurazioni, società di mutuo soccorso; da Noi vi erano capitali; da noi nacquero le prime comunità di tipo collettivo e le prime case per gli operai; da noi venne introdotta, per prima, la pensione ; da Noi vennero inventati gli assegni bancari; da Noi scomparì per prima la povertà: si costruirono gli alberghi dei poveri per dare loro un riparo ed un mestiere. 
Da Noi arrivò il gas nel 1836 e nel 1852 il telegrafo elettrico, primissimi in Italia; da Noi la terra fu tutta bonificata e data ai contadini del Sud, ciò che non fecero i sabaudi prosciugando parte della pianura pontina che regalarono ai veneti e friulani mentre i nostri contadini erano costretti all’emigrazione. Tutto questo è stato distrutto dai savoiardi. 


 

Noi siamo un popolo civile Sig. Presidente, l’annessione dell’Italia, quella vera, quella della civiltà, quella di Archimede, di Parmenide, di Zenone, di Epicuro, di Pitagora) operata dalle orde barbariche delle ex province di Roma, secondo alcuni storici ha dato vita all’unità. L’unità d’Italia fatta dai Galli. Incultura o dabbenaggine? L’Italia di Pitagora, quella dei numeri, è stata cancellata dalle menti di certi meridionali e dai cuori dei felloni, ne hanno fatto uso i Crucchi e i Longobardi che sanno fare bene i loro conti, sempre pagati dal Sud. 
Vi è stato sempre chi ha creduto nelle favole, come certo Mussolini, stampella dei Savoia e del vapore padano, che avendo chiamato i veri italici a difendere la patria nell’ora della pugna e del pericolo, se li vide arrivare in Sicilia, ad Anzio e a Salerno. Tutti figli dei diasporati in America dai Savoia. Arrivarono eccome gli italici! E Sciaboletta fuggì, come si conviene ad un re Savoia. Lei Sig. Presidente ha sofferto la fuga del Savoia infingardo, l’hanno sofferta milioni di italiani, milioni di europei, milioni di americani, australiani, neozelandesi, africani. L’Italia ridotta a maceria, alla fame, all’emigrazione. 

 

Sig. Presidente, 
A Sand Creek gli americani assassinarono 165 Cheyenne ed Aràpaho ma dopo 136 anni, sentendo i lamenti di Antilope Bianca, di Donna Sacra e di Pentola Nera massacrate sulle rive di quel di torrente di sabbia il Congresso americano ha sentito il dovere di approvare all’unanimità l’erezione di una stele che ricordasse al mondo tale nefando eccidio. Non fu certo l’unica strage perpetrata dai soldati blu americani quella di Sand Creek e il lontano west oggi è pieno di stele e monumenti che ricordano le barbarie commesse per costruire quel gigante economico che è oggi l’America. 

 

Lei sta visitando i luoghi e i siti cari alla leggenda risorgimentale: San Martino, Solferino, Novara, Goito, Torino, le case dei cosiddetti padri della Patria per infondere negli italiani l’amore per la bandiera, per l’inno nazionale, per unire gli italiani. Fa bene Sig. Presidente, glielo diciamo col cuore. 
Nel 1860 l’Italia il Regno delle Due Sicilie era il più ricco tra gli Stati italiani, il suo debito pubblico era tenuissimo, la sua riserva aurea pari al doppio di quelle degli altri stati della penisola messi assieme. Il Tesoro italiano, costituito nel 1861, era di 668 milioni di lire di cui 443 appartenevano al Reame e solo 8 alla Lombardia e 27 al Piemonte che ci lasciò un debito pubblico di oltre un miliardo di allora, debito che il Sud sta ancora pagando con lacrime e sangue. Nel vituperato regno dei Borbone non esisteva quasi la disoccupazione, la povertà era stata estirpata, i poveri censiti  messi nei vari alberghi dei Poveri a imparare un mestiere e l’emigrazione era parola inesistente nel vocabolario delle nostre popolazioni. Il primo ad emigrare fu Francesco II di Borbone che il 14 febbraio del 1861 dopo aver difeso la sua patria fino alla morte, da vero eroe dovette andare in esilio a Roma, ospitato dal papa nel palazzo ove Lei oggi risiede, e fatto morire all’estero dai Savoia. 


 

Sig. Presidente, 

per dodici anni il Sud fu immolato alla causa dell’Italietta artificiale ed artificiosa dei Savoia, i Meridionali trattati da quegli assassini dei fratelli d’Italia come maiali da appendere e spennare. Un grande meridionalista di nome Antonio Gramsci, il cui padre era di Gaeta che conoscendo a menadito la storia ebbe a dire che Lo Stato italiano (leggasi sabaudo) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti. 

 

I veri briganti erano loro, i Savoia. Il Sud divenne un inferno, il Piemonte era stato delegato dalle potenze di allora a creare una borghesia vorace, liberale, senza scrupoli. A spese del Sud. Il Piemonte accentrò il potere, l’economia, annullò l’autonomia impositiva dei comuni; annullò tutte quelle istituzioni, sia pubbliche che religiose, che per secoli avevano consentito un equilibrio unico al mondo, che consentiva ai deboli di difendersi dai soprusi dei ricchi; annullò l’ordinamento fiscale in vigore nel Reame dei Borboni ritenuto il migliore del mondo; annullò lo stato Sociale del Sud e che i Borbone avevano eletto a patrimonio morale; annullò la libertà e impose gli stati d’assedio perenni, negò la libertà di stampa facendo chiudere tutti i quotidiani di opposizione. Il Piemonte, grazie alla vendita dei beni ecclesiastici e demaniali espropriati alla comunità incamerò centinaia di miliardi che hanno sostentato l’industria del Nord; il Piemonte con le leggi protezionistiche a danno del Sud decretò la morte del sistema industriale meridionale. 

 

Sig. Presidente, 

per oltre un secolo scrittori salariati e storici infami di regime hanno denigrato il Sud e i Borbone…
tanto che la parola borbonico nell’accezione imperante è diventata sinonimo di arretrato, di inefficiente. Quei signori prezzolati , pennivendoli di parte, hanno infangato la Nostra terra, un Regno in salute, efficiente, ricco e prospero; quei signori hanno infangato la sua amministrazione, la sua efficienza amministrativa e tributaria, hanno infamato i contadini del Sud chiamandoli briganti, la sua storia. È ora di rendere giustizia al Sud. 

 

Sig. Presidente, 
il Sud sta prendendo coscienza del suo male, l’Italia potrebbe dividersi veramente se non si mette fine ad una divisione di fatto, quella operata dai Savoia nel 1861. Il pericolo non è Bossi che siede da ministro tra gli scranni governativi, il pericolo viene dal Sud, dal Sud martoriato da 140 anni di bugie risorgimentali, da quel Sud scannato e colonizzato dai piemontesi. Al Sud sta nascendo un partito che vuole giustizia dei torti subiti dalle orde savoiarde, che vuole giustizia dei suoi morti, delle ruberie perpetrate ai suoi danni, dei danni di guerra ancora non pagati, dei demani messi in vendita dai vari governi per far fronte alla voragine debitoria del Paese. Non possiamo avere strade e piazze intitolate a Cavour che fece radere al suolo intere città mietendo migliaia di vittime, non possiamo avere strade e piazze intitolate agli infingardi Savoia e ai loro generali macellai e criminali di guerra che scannarono le nostre popolazioni. Questo è colonialismo puro. Il Sud vuole riappropriarsi della sua storia, delle sue ricchezze depredate, delle sue tradizioni, della sua bandiera da esporre a fianco di quella italiana, come avviene in tutto il mondo civile. In America accanto alla bandiera a stelle e strisce, in tutti gli uffici pubblici degli stati confederati, vi è quella del Dixie, cioè la bandiera degli stati del Sud sconfitto. 


 

Sig. Presidente, 

la invitiamo a Gaeta, città simbolo del Sud martoriato, città ove è nata quell’Italia artificiale; anche i nostri morti vogliono essere ricordati con pari dignità, i nostri eroi vogliono essere ricordati e riconosciuti dalla massima autorità dello Stato, come quelli di Novara, di Solferino. Perfino i repubblichini di Salò sono stati legittimati, forse anche loro combattevano per una patria serva dei tedeschi, molti erano in buona fede , altri no. 

 

La cittadina tirrenica è ancora un cimitero senza croci dopo 140 anni, le cannonate dei Savoia le sentiamo ancora, l’assedio di Gaeta grida vendetta; venga al Sud Sig. Presidente, venga a Pontelandolfo e Casalduni, venga a a Montefalcione, a Nola, a Isernia, a Bronte. 


Il Sud intero aspetta una Sua autorevole visita nei luoghi della Nostra memoria; venga a visitare le mille città meridionali immolate al Risorgimento piemontese e savoiardo. Ognuno, sotto un’unica bandiera innalzi monumenti ai propri eroi, intitoli loro piazze e strade. Un giorno potremmo cancellare le lapidi intitolate ai vari Garibaldi e ai vari felloni che strangolarono e divorarono il Sud, non possiamo assistere al ritorno di quelle ideologie del Nord che hanno infamato l’Italia, non possiamo assistere allo spettacolo pietoso di immoralità che pervade la nostra patria, allo spettacolo vergognoso di pregiudicati che siedono sugli scranni del parlamento italiano, questo non succede nemmeno nelle Repubbliche delle Banane e il mondo ci schifa, ci rifiuta. 

 

Sig. Presidente,
La imploriamo da italiani veri, venga a Gaeta a rinsaldare i veri valori italici; i nostri soldati, morti da veri eroi sulla fortezza ove si fece l’Italia, aspettano una parola, un conforto, aspettano soprattutto giustizia. L’Italia non sia più matrigna ma madre di tutti. 


Noi non odiamo il tricolore, vogliamo veramente una Italia unita, vogliamo veramente una economia unita; non più ricchezza solo al Nord, non più banche strozzine nei confronti del Sud; non più razzismi; non più emigrazione; non più disoccupazione; chiediamo solo lavoro, salute, ospedali, scuole, infrastrutture come chiediamo una programmazione scolastica degna di una nazione civile. Il Congresso americano non si è vergognato di chiedere scusa agli indiani per gli eccidi commessi, ma oggi l’America è una sola nazione, il suolo americano ritenuto sacro da tutti, sia dagli indiani che dagli invasori europei, dagli italiani fatti emigrare dai Savoia come dagli spagnoli e portoricani. Quando andrà a visitare Torino vada a visitare anche il carcere lager di Fenestrelle, quello di San Maurizio e quello di Alessandria, vi morirono 56 mila soldati napolitani che non vollero tradire il giuramento fatto alla loro bandiera e al loro re. 

 

Sig. Presidente, 
esiste in Italia una realtà territoriale senza territorio, come l’isola che non c’è di Peter Pan abitata da amebe che, nell’ignavia più totale, lasciano che la catastrofe socio-economica si consumi fino in fondo, conservando, comunque, sentimenti patriottici che vedono deperire il territorio all’ombra del tricolore italiano. Il demanio intende vendere la nostra storia al miglior offerente e dalle nostre parti il miglior offerente è quasi sempre la Camorra, i nostri legislatori han messo in vendita tutte le batterie borboniche, strade, castelli, caserme. Il Piemonte invece incassa 606 miliardi per riattare i suoi siti storici. Questo è colonialismo. Gaeta deve pagare il pizzo allo Stato per far passeggiare i suoi abitanti, per far studiare i suoi figli, da Noi tutto è demaniale e mentre i Borbone pagavano al nostro comune 5 grana al giorno per ogni militare di stanza sul suolo della nostra comunità i Savoia hanno preteso una tangente fissa che si continua a pagare. 


Gaeta è città piena di storia, anello di congiunzione tra Nord e Sud, pur avendo avuto per oltre un millennio una sua moneta, leggi proprie veramente federaliste, un governo democratico, navigatori come Giovanni Caboto ed Enrico Tonti che esportarono democrazia e leggi del Ducato di Gaeta (vera repubblica marinara) nelle lontane Americhe, una Città-Stato che ha avuto un ruolo rilevantissimo e determinante nella battaglia di Lepanto ( di cui conserva lo Stendardo). La battaglia che insieme a quella di Poitiers ha permesso di salvare la Civiltà Occidentale, Cristiana, Umanista e laica di stampo Greco-Romana si trova nella grottesca situazione per cui, chissà a quale misterioso sortilegio, le sue strade, le sue piazze, le sue scuole, la Casa comunale, i suoi litorali, i suoi castelli, i suoi palazzi, le sue montagne e quant’altro risultano proprietà dello Stato. 

 

Alle soglie del 2002 d.c., mentre troppi, salvo Lei Sig. Presidente della Repubblica italiana che perora la Causa Costituzionalmente sancita del decentramento, si sciacquano la bocca con la parola federalismo e fanno gargarismi con la locuzione autonomie locali, ci troviamo a Gaeta ancora in presenza dell’occupazione sabauda operata dal generale Cialdini, il quale completava il disegno colonialista portato avanti in Italia dai Savoia. La continuazione di tale nefanda situazione a quale ragionevole reazione dovrebbe condurre un cittadino di questa plaga così umiliata nella sua storia, nelle sue radici culturali? Deve invocare il federalismo o la secessione per riscattare la propria dignità? Noi siamo per un confederalismo serio, che dia a Gaeta e a tutte le città del Sud il maltolto e la propria storia. Confidiamo in una sua risposta positiva alla richiesta di invito del Partito del Sud per ristabilire la verità storica e il dovuto tributo ai nostri morti. Viva l’Italia, viva il tricolore, viva la bandiera del Sud.

 

Fonte: da  IL PARTITO DEL SUD  -ANTONIO CIANO- 
Via Piave, 15 – Gaeta  (LT)


Feb 19 2009

L’ olocausto di casa nostra

Category: Regno delle Due Siciliegiorgio @ 19:06

 

Appunti sull’ olocausto del popolo del Regno delle due Sicile

 

“Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in grande quantità, si stipano ne’ bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. 

Trovandomi testé in quella città ho dovuto assistere ad uno di que’ spettacoli che lacerano l’anima.  

Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle: un ottomila di questi antichi soldati Napoletani vennero concentrati nel campo di S. Maurizio”

Fonte: Fulvio Izzo,  da – I lager dei Savoia.

 

«Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borbone sul trono di Napoli. 

E’ possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120.000 uomini? 

Ho visto una città di 5000 abitanti completamente distrutta e non dai briganti» 

(Ferrari allude a Pontelandolfo, paese raso al suolo dal regio esercito italiano il 13 agosto 1861)”.

Fonte: Deputato Ferrari, Novembre 1862 – Aula dei Deputati.

 

“Contro la duplice oppressione cui li hanno sottoposti in questi cinquant’anni di unità politica i “galantuomini” locali e l’industrialismo settentrionale, i “cafoni” meridionali hanno reagito sempre, come meglio o come peggio potevano. 

Subito dopo il 1860 si dettero al brigantaggio: sintomo impressionante del malessere profondo che affaticava il Mezzogiorno, e nello stesso tempo indizio caratteristico del vantaggio che si potrebbe ricavare – quando ne fossero bene utilizzate le forze – da questa popolazione campagnola del Sud, che senza organizzazione, senza capi, abbandonata a se stessa, mezzo secolo fa tenne in scacco per alcuni anni tanta parte dell’esercito italiano”.


Fonte: srs Gaetano Salvemini

 

«sessanta battaglioni e sembra non bastino»: «Deve esserci stato qualche errore; e bisogna cangiare atti e principii e sapere dai Napoletani, una volta per tutte, se ci vogliono o no… agli Italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, credo non abbiamo diritto di dare delle archibugiate».

Fonte: Massimo D’Azeglio nel 1861 si domanda in aula come mai «al sud del Tronto» sono necessari

 

«Desidero sapere in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso discutere su quelle dei Meridione italiano. E’ vero che in un Paese gl’insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma non ho appreso in questo dibattito alcun’altra differenza tra i due movimenti».

Fonte: Disraeli ex cancelliere dello Scacchiere (e futuro primo ministro), alla Camera dei Comuni di Londra, nel 1863- da http://digilander.libero.it/fiammecremisi/briganti.htm

 

“Dal 1861 al 1865 la ribellione sociale del mezzogiorno d’Italia cosò la vita a 5212 “briganti”. Altri 5044 furono arrestati e, assieme ai 3597 “consegnati” 

Fonte: Controstoria dell’Unità d’Italia, di Gigi Fiore

 

“Si è sempre creduto che le uniche colpe di cui si coprirono gli ignobili Savoia, fossero riconducibili alle 2 guerre mondiali, l’uso di armi chimiche nelle guerre coloniali e non solo, la firma delle leggi raziali ed il fascismo. Ma i Savoia fecero di molto peggio. Durante e dopo l’annessione del Regno delle due Sicilie si manifestò un problema inaspettato. I soldati Borbonici rimanevano fedeli al loro re e visto che per motivi di immagine non potevano essere massacrati sul posto, si decise di allestire per loro una SOLUZIONE FINALE. 

Furono trasferiti al nord tra milano genova e torino in appositi CAMPI DI CONCENTRAMENTO, con una sola certezza, dovevano entrarci in piedi ed uscirci stesi. L’italia era ormai unita e quelli erano italiani, ma italiani di serie B. Solo la fortezza delle finestrelle, ora emblema del Piemonte e di Torino, ingoiò tra 25000 e 50000 soldati Borbonici, risputandone solo i corpi esanimi. Il numero ufficiale dei morti nei LAGER è ancora coperto dal segreto di stato, malgrado questo decada dopo 50 anni, ma in fondo ne sono passati solo 170. Visto che alcuni dubitano su quanto scrivo vi allego il carteggio trà cavour e il generale lamarmora, riguardante questa tematica e anche la bibliografia, aspetto vostri commenti e domande.”

Fonte: da RifondazioneBorbonica


 

Carissimo amico. Io vi prego a nome pure dei miei colleghi a rifletterci ancora sopra prima di spedire qui tutte le truppe napoletane che il Papa e i Francesi ci restituiscono, è, a parer mio, atto impolitico sotto tutti gli aspetti. Il trattare tanta parte del popolo da prigionieri non è mezzo di conciliare al nuovo regime le popolazioni del Regno. Il pensare di trasformarli in soldati dell’esercito nazionale è impossibile e inopportuno. Pochissimi consentono ad entrare volontariamente nel nostro esercito, il costringerli a farlo sarà dannoso anziché utile almeno per ciò che riflette gran parte di essi. Ho pregato Lamarmora di visitare lui stesso i prigionieri che sono a Milano. Lo fece con quella cura che reca nell’adempimento di tutti i suoi doveri. Poscia mi scrisse dichiarandomi che il vecchio soldato napoletano era canaglia di cui era impossibile trarre partito; che corromperebbe i nostri soldati se si mettesse in mezzo a loro. Credo che bisogna fare una scelta, mandare a casa tutti quelli che hanno piú di due anni di servizio, dichiarando loro che al menomo disordine sarebbero richiamati sotto le armi e mandati a battaglioni di rigore. Tenere sotto le armi quelli che non hanno compiti due anni di servizio e quelli fonderli nei reggimenti, costringendoli a servire per amore o per forza. Vi prego di comunicare queste idee a Fanti, invitandolo a nome del Consiglio a soprassedere almeno per qualche tempo dallo spedire a Genova quegli ospiti incomodi… Vi mando la lettera di Lamarmora sui prigionieri Napoletani… “.

Fonte: lettera di Cavour a Farini, luogotenente a Napoli, datata 21 novembre 1860, n. 2551 vol. III:

 

“… Non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri Napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsenton a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d’occhi… e quel che è piú dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andar a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco secondo, gli rinfacciai che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavan a servire, che erano un branco di carogne che avressimo trovato modo di metterli alla ragione. Non so per verità che cosa si potrà fare di questa canaglia, e per carità non si pensi a levare da questi Reggimenti altre Compagnie surrogandole con questa feccia. I giovani forse potremo utilizzarli, ma i vecchi, e son molti, bisogna disfarsene al piú presto”.

Fonte: la lettera di Lamarmora;  del Carteggio di Cavour, La Liberazione del Mezzogiorno, Zanichelli


Feb 19 2009

Carlo Antonio Gastaldi: un operaio Biellese, brigante dei Borboni

Category: Regno delle Due Siciliegiorgio @ 00:12

Carlo Antonio Gastaldi da soldato dell’esercito piemontese, sceso al sud per reprimere il brigantaggio, diventa brigante della banda del sergente Pasquale Domenico Romano di Gioia del Colle, in provincia di Bari. 

Nacque il 7 novembre 1834 in Piemonte a Vagliumina (oggi quarantasei abitanti), piccola frazione di Graglia, in provincia di Biella. Il padre era selciatore, lui cardatore. 

Nel 1855 fu arruolato in fanteria. Combattè contro gli austroungarici a Palestro, meritandosi una medaglia d’argento. Ma la vita militare non era per lui. Venne condannato più volte, dal Tribunale di guerra, al carcere. Due volte fu graziato dal re piemontese. 

Il 1861 fu l’anno dell’Italia “unita”. L’esercito piemontese, per unire il sud al regno sabaudo, scese nell’ex Regno delle Due Sicilie con un’imponente armata per combattere la Resistenza del popolo meridionale. Anche Carlo Gastaldi, numero di matricola 17056, nel “Corpo Cacciatori Franchi” del 16° Reggimento di Fanteria, IV Battaglione, partì per dare la caccia ai “briganti”. 

Fu prima a Taranto e poi a Brindisi. Nelle Puglie era in atto una delle più grosse rivolte contadine, capitanata da Pasquale Domenico Romano, ex sergente dello sconfitto esercito borbonico e ora comandante generale, nominato dal Comitato borbonico segreto di Gioia del Colle. 

Un grande successo della banda brigantesca del sergente Romano, che contava oltre 200 uomini sotto la bandiera bianca gigliata borbonica, fu la riconquista di Gioia del Colle, suo paese natale, avvenuta il 28 luglio 1861. Ma la vittoria durò poco. La vendetta dei piemontesi fu terribile. Secondo quanto si dice nella tradizione popolare furono massacrati 150 rivoltosi. 

Intanto Carlo Gastaldi, per aver venduto due mazzi di cartucce ed una coperta da campo viene prima rimesso in prigione e poi destinato per “cattiva condotta” al Corpo disciplinare di Finestrelle (Torino). Ma durante il trasferimento, sotto scorta dei carabinieri, nella notte tra il 17 ed il 18 novembre 1862, nei pressi di Fasano, riesce a scappare. Viene dichiarato disertore per la terza volta. 

Abbandonato l’esercito piemontese, mentre era alla macchia incontra i briganti del sergente Romano e si arruola con loro. Erano povera gente come lui. 

Entra subito nelle simpatie del comandante Romano, diventandone amico e confidente, una specie di segretario-luogotenente. E non solo. Il Gastaldi ottiene anche le confidenze più segrete ed intime del Comandante: personali ed amorose. Perso l’amore di Lauretta d’Onghia, Enrico La Morte (era questo il nome di battaglia che si era dato il sergente Romano) si consolava come poteva con altre ragazze che incontrava nelle masserie che lo ospitavano. 

Il Gastaldi partecipa attivamente a tutte le scorribande brigantesche del Romano. Il 21 novembre 1862 si ottiene la vittoriosa battaglia di Carovigno. Il giorno dopo viene assaltata la masseria Santoria, a cinque chilometri da Torre Santa Susanna, dove viene sequestrato il massaro Giuseppe de Biase, vecchio liberale, che poi verrà ucciso. A queste azioni partecipa anche il comandante Cosimo Mazzei di San Marzano, detto Pizzichicchio, che aveva unito la sua banda a quella del Romano. Nei giorni successivi si è ad Erchie, Avetrana, Grottaglie, Massafra, Mottola. 

La mattina del 24 novembre 1862 la banda Romano si acquartiera nel bosco delle Pianelle, nei pressi di Martina Franca, che già nei primi anni del secolo era stato la base per le imprese del prete brigante don Ciro Annicchiarico. Da qui il Romano manda dei corrieri in Basilicata per proporre un’intesa al capobrigante Carmine Donatelli Crocco. Ma non se farà niente. 

Il 1° dicembre 1862 la compagnia fa sosta alla masseria dei monaci di San Domenico. Sono presenti tutti i comandanti delle bande del Salento e del Barese. Nella notte i piemontesi sferrano un attacco di sorpresa. E’ una disfatta per i briganti. Ne muoiono in tanti; muore anche il comandante Giuseppe Nicola La Veneziana, vengono feriti Pizzichicchio e Quartulli. Molti fuggono. 

Pasquale Romano, che con 40 uomini era andato alla ricerca di provviste e foraggio, non partecipa alla battaglia. Si salva anche Carlo Gastaldi. 

I comandanti superstiti decidono di sciogliere la compagnia e prendono strade diverse. Il Romano rimane alle Pianelle con una quarantina dei più fedeli: tra questi vi è Carlo Gastaldi. 

Curati i feriti e recuperati i fuggiaschi dispersi, dopo qualche giorno si parte per la masseria Santa Chiara di Noci. Qui il Gastaldi consegna al prete don Vito Nicola Tinella (che si trovava lì per celebrare una messa ai briganti) una lettera da far recapitare ad un fratello che si trovava a Napoli. Ma il prete anziché spedirla, apre e legge la lettera, che strappa poi in quattro pezzi e si mette in tasca.  La lettera verrà consegnata dallo stesso don Tinella alla polizia, che lo aveva arrestato, a dimostrazione che non aveva voluto collaborare con i briganti. 

Nella lettera, in realtà indirizzata al padre, Gastaldi tra l’altro parlava delle battaglie vittoriose degli uomini capitanati dal Romano, che non erano «briganti come erano spacciati». 

Dopo varie scaramucce con i piemontesi, il sergente Romano decide di ritirarsi con i pochi a lui rimasti fedeli nel bosco di Vallata, nei pressi del suo paese Gioia del Colle. La sera del 6 gennaio 1863 i piemontesi circondano il bosco. E’ la fine. Ventidue “briganti” restano uccisi sul campo, Tra essi il sergente Pasquale Domenico Romano. Pochi si salvano, o facendo finta di esser morti, o dandosi alla fuga. 

Tra gli scampati vi è Carlo Gastaldi, che qualche mese dopo, con la speranza di aver salva la vita, si consegna ai piemontesi a Bari. Subisce due processi; nel primo per fatti inerenti al brigantaggio viene condannato a 15 anni, nel secondo per la diserzione la condanna è di 18 anni di lavori forzati. A seguito di questa sentenza il Gastaldi viene radiato definitivamente dall’esercito. 

E’ l’ultima notizia che abbiamo di lui: poi più nulla. 

 

Ma il Gastaldi merita di essere ricordato, se non altro perché ebbe il coraggio di schierarsi al fianco del più idealista dei “briganti” del Mezzogiorno. 

 

 

Gustavo Buratti, grande studioso delle minoranze linguistiche esistenti in Italia, scrive la storia del Gastaldi in dialetto piemontese con traduzione italiana a fronte. Nella traduzione ho notato qualche inesattezza, specialmente dal punto di vista geografico sui paesi pugliesi. 

 

Mi piace chiudere la mia recensione con un passo tratto dalla nota di edizione che introduce il libro: «Il Piemonte non sono solo i Savoia, sono anche e soprattutto i Gastaldi, i contadini delle Langhe, del Cuneense, delle sue campagne. Sono i Nuto Revelli, i Gustavo Buratti». 

E con loro e tramite loro è possibile un incontro tra Nord e Sud. 

In appendice al libro sono elencati, con brevi cenni biografici, 169 (centosessantanove) uomini della banda Romano. 

Rocco Biondi 

 

 

 

Fonte:  srs di   Gustavo Buratti (12-4-2008)/ Carlo Antonio Gastaldi – Un operaio Biellese brigante dei Borboni, Qualecultura (Vibo Valentia) – Jaca Book (Milano), 1989, pp. 100