Dic 11 2017

GIULIA TOFANA, LA DONNA CHE UCCISE OLTRE 600 MARITI

Category: Cronaca e notizie,Persone e personaggigiorgio @ 00:04

 

 

Costanze, la moglie di Mozart, ricordò che il compositore era ossessionato dall’idea che qualcuno lo avesse avvelenato con l’acqua tofana.

Dopo due secoli dall’invenzione, da parte di una donna e di una famiglia alquanto particolare, questo liquido riusciva ancora a penetrare nell’immaginario collettivo.

Per comprendere i motivi dell’agitazione mentale che l’acqua tofana insinuava negli uomini, soprattutto nella veste di mariti, dobbiamo fare un salto nel tempo. 

 

Durante il XVII secolo, una cortigiana, fattucchiera, meretrice e quant’altro, di Palermo, elaborò la ricetta per una pozione incolore, insapore e inodore, che fece la sua fortuna, e quella delle persone che con lei condividevano questo turpe intento.

La donna si chiamava Giulia Tofana, o Toffana, e grazie a questa invenzione divenne ricca e potente.

 

Perché una pozione velenosa riuscì a rendere ricca una donna di misere origini?

Giulia riuscì in breve tempo a far conoscere il suo veleno e a commercializzarlo fuori dalla sua zona d’origine. Il successo fu accelerato dalla volontà di molti coniugi, soprattutto o esclusivamente donne, che sentivano la necessità di divenire vedove, in un’epoca nella quale il divorzio non era riconosciuto.

 

Chi era e da dove veniva questa donna che possiamo inserire nelle vette di una ipotetica classifica di serial killer?

Le notizie biografiche su Giulia Tofana sono scarse e lacunose. Probabilmente era figlia, forse nipote, di Thofania d’Adamo, giustiziata a Palermo il 12 luglio del 1633 per aver avvelenato il marito. Giulia, rimasta orfana in giovane età, non ebbe la possibilità di studiare, risultando analfabeta e priva di ogni rudimento culturale.  Ma conosceva la vita e i veleni.

 

Come riuscì a sopravvivere?

 

Vendendo il proprio corpo a uomini di ogni estrazione sociale e culturale. Il commercio carnale non permetteva d’elevare il proprio ceto sociale, neppure d’essere amata dal popolo, almeno non da tutto il popolo. Giulia aveva una seconda arma, più importante dell’aspetto e della capacità di far sognare i propri clienti: l’inventiva.

 

 

 

La ragazza ereditò dalla parente, assassina, la volontà d’uccidere e il sangue freddo di attuare tale volontà. Affermazione che possiamo certificare con l’accusa, a Thofania, di aver avvelenato il marito. Esistono molte possibilità che sia stata la donna stessa, madre o zia di Giulia, la reale inventrice dell’acqua tofana. Se fosse vera questa ipotesi, Giulia avrebbe avuto il grande merito d’aver incrementato le vendite, allargando il mercato potenziale creato dalla parente, commercializzando il prodotto fuori dalla Sicilia, giungendo ad ottenere ricavi nelle città di Napoli e Roma.

Il mercato si allargò a tal punto che decise di trascinare in questa impresa la figlia, forse sorella, Girolama Spera. Le due donne migliorarono il veleno al punto che risultava sufficiente una piccola quantità per procurare una morte priva di sintomi, facendo in modo che l’assassino non venisse scoperto.

 

Il vero pregio dell’acqua tofana?  Lasciava roseo il colorito del morto.

 

Risulta molto interessante scoprire la composizione chimica della mortifera pozione. Gli ingredienti sono noti, ma non se ne conoscono le esatte dosi. L’acqua tofana conteneva arsenico, piombo e, probabilmente, belladonna. Il medico di Carlo VI d’Austria descriveva il contenuto come una soluzione di anidride arseniosa in acqua distillata aromatica, addizionata con alcoolato di cantaridi.

 

Possiamo pensare alla donna, e alle maestranze, alle prese con boccette ed alambicchi.

Andremmo fuori strada.

Giulia Tofana faceva bollire, in una pentola sigillata, dell’acqua con miscela di anidride arseniosa, limatura di piombo e antimonio, ottenendo un liquido trasparente e privo di odore e sapore. Leggendo gli scritti del medico di Carlo VI d’Austria, l’anidride arseniosa nell’acqua creava un ambiente acido consentendo lo scioglimento del piombo e dell’antimonio, creando una soluzione dotata di elevata tossicità.

 

Allargandosi il mercato aumentarono i rischi d’essere catturata.

Intorno alla metà del Seicento, Giulia fu colpita da una denuncia proveniente da un marito sopravvissuto a un tentativo di avvelenamento da parte di una moglie sbadata, che non aveva seguito alla lettera le indicazioni fornite dalla produttrice.

 

Su Giulia si allungarono le tristi ombre, questa volta benevole, della Santa Inquisizione.

La donna decise di scappare, accettando le lusinghe di un frate, Girolamo o forse Nicodemo. L’ecclesiastico la condusse a Roma, dove potevano entrambi costruirsi una nuova vita.

 

Abbandonarono Palermo per un bel appartamento nel quartiere Trastevere, pagato dal frate, amante fisso della donna, che trascorreva le ore di preghiera e silenzio nel convento di San Lorenzo.

Grazie ad un parente dell’ecclesiastico spregiudicato, speziale in un altro convento di Roma, Giulia riuscì per anni a rifornirsi di tutte le materie prime necessarie per la produzione del veleno.

 

La fortuna girò le spalle a questo strano insieme di anime.

Una cliente della donna, la contessa di Ceri, commise un errore grossolano, ma fatale in questo contesto: ansiosa di liberarsi del marito utilizzò tutto il contenuto della boccetta smuovendo i sospetti dei parenti del defunto.

Le indagini condussero, in breve tempo diremmo oggi, a Giulia Tofana.

 

La donna, imprigionata, passò per la camera dei tormenti.

Durante il rigoroso esame, leggasi tortura, ammise d’aver venduto, la maggior parte nella città di Roma, veleno sufficiente ad uccidere 600 persone, leggasi uomini, in un periodo compreso tra il 1633 e il 1651.

 

Nell’anno 1659 fu condannata e giustiziata a Roma, nello stesso luogo che vide ardere il libero pensatore Giordano Bruno. La giustizia a Campo de’ Fiori si prese anche la figlia, o sorella, Girolama, gli apprendisti delle donne e alcune mogli accusato d’aver avvelenato i rispettivi mariti.

 

La follia omicida che aveva attraversato un lungo tratto della nostra penisola, si trasformò in paura. Molte donne accusate dalla Tofana d’aver ricorso ai suoi veleni, furono catturate, torturate e pubblicamente giustiziate. Altre furono strangolate nelle segrete dei palazzi.

Paracelso sosteneva che “tutto è veleno e nulla esiste senza veleno. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto”.

 

 

 

La morte di Giulia Tofana non provocò l’arresto della produzione dell’acqua che da lei prese il nome, tanto è vero che, tra il 1666 e il 1676, la marchesa de Brinvilliers avvelenò suo padre e due fratelli prima d’essere arrestata, in entrambi i sensi, e giustiziata. 

 

Ancora a metà dell’Ottocento il ricordo di Giulia Tofana, e della sua acqua, erano vivi, tanto che Dumas inserì un riferimento nel Conte di Montecristo: “…noi parlammo signora di cose indifferenti, del Perugino, di Raffaello, delle abitudini, dei costumi, e di quella famosa acqua tofana di cui alcuni, vi era stato detto, conservano ancora il segreto a Perugia”. 

 

Fabio Casalini

 

Bibliografia

 

Stuart, David C. Giardino pericoloso . Frances Lincoln ltd, 2004

Dash, Mike (2017). “Capitolo 6 – Aqua Tofana”. In Wexler, Philip. Tossicologia nel Medio Evo e Rinascimento . Press Academic

Alessandro Dumas, Il conte di Montecristo, traduzione di C. Siniscalchi, Milano, Editrice Lucchi, 1974

 

Fonte: srs di Fabio Casalini, da I Viaggiatori Ignoranti del 13 luglio 2017

Link: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/2017/07/giulia-tofana-la-donna-che-uccise-oltre.html

 

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