Ott 26 2017

CAPORETTO VISTA DA UN “NEMICO” FURLAN

La storia vista da un soldato friulano dell’esercito Austro-Ungarico

 

Di Millo Bozzolan – ottobre 25, 2017

 

Gli austro-tedeschi a Udine

 

 

Chi vi propone l’articolo, cioè io,  non ha nessuna nostalgia per “el paròn” austriaco, allo stesso modo in cui non ama l’annessione italiana. Anche se tra le due disgrazie, la prima forse era la meno peggio.  Ma certamente è interessante leggere un pezzetto di storia, cioè lo sfondamento di Caporetto, anche dal punto di vista del “nemico”. Specie se il “nemico” è in realtà un fratello friulano.

“Batae di Cjaurêt”

 

Guido Marizza e la pagnotta.”

 

Arriva l’ottobre del ’17 e le truppe italiane sul fronte dell’Isonzo vengono sbaragliate. Per gli Austro-Tedeschi è la battaglia di Flitsch-Tolmein (Plezzo-Tolmino), per gli Italiani è la disfatta di Caporetto.

 

A Caporetto (Kobarid in sloveno, Karfreit in tedesco) la popolazione slovena si precipita festante in strada a salutare i liberatori germanici. Tarcento era stata saccheggiata dai soldati italiani in ritirata ma le truppe austriache ristabiliscono l’ordine.

 

A Udine quasi tutti gli abitanti sono fuggiti, influenzati dalla propaganda secondo cui i Tedeschi (che il giornale “Il popolo d’Italia” descriveva come dediti al cannibalismo) avrebbero assassinato tutti indistintamente. Dappertutto scene di saccheggio, vetrine sfondate, civili uccisi, soldati italiani ubriachi fradici: il nemico in fuga ha depredato la sua stessa città, dopo che i vincoli disciplinari si sono sciolti.

 

Nella città abbandonata molti soldati italiani vanno saccheggiando e appiccando incendi. In tutti i villaggi la popolazione friulana saluta cordialmente i soldati germanici, fiduciosa nel fatto che la loro impressionante vittoria avrebbe presto condotto alla pace.

 

A Passons, San Marco e Mereto di Tomba i soldati vittoriosi vengono salutati e accolti assai cordialmente. Anche a Maiano la 50^ Divisione incontra tracce di saccheggi e viene accolta festosamente dalla popolazione. A San Daniele, come in molte altre località, i civili scendono in strada con ceste di burro e marmellata, cioccolata, uva e altri viveri per i soldati austro-tedeschi.

 

A Gemona i saccheggi da parte di soldati italiani sbandati raggiungono una tale gravità che il sindaco deve chiedere protezione alla divisione Jaeger dai suoi stessi connazionali. Anche a Cimolais e Claut gli italiani hanno saccheggiato tutto.

 

Di chi è la responsabilità di tutto ciò? Secondo il generale Cadorna è di alcuni “reparti della II Armata, vilmente arresisi o ignominiosamente passati al nemico”. La colpa, insomma, sarebbe dell’ultimo soldatino, non dei capi come il generale Pietro Badoglio, in realtà uno dei massimi responsabili della disastrosa disfatta, che dopo la guerra, grazie ai suoi appoggi politici, anziché andare dritto in galera, sarà ricompensato con ogni genere di favori, onori, prebende, promozioni e decorazioni.

 

Carlo I visita i kaiserjager tirolesi

 

 

Le truppe austriache, dunque, e con esse anche il soldato Guido Marizza, nell’autunno del ’17 varcano l’Isonzo, tornano a Gradisca ma non si fermano, passano anche il Torre, il Tagliamento, la Livenza e arrivano fino al Piave. E lì si fermano, perché un nemico armato si può sconfiggere, la fame no.

Quando mi raccontava la situazione di quei giorni, il nonno Guido diceva: “Se gavevimo ancora una pagnoca, rivàvimo fin a Milan!”

 

(dal libro “Antologia di Isunz River” di Gianni Marizza)

 

 

Fonte: dal veneto al mondo

Link: https://dalvenetoalmondoblog.blogspot.it/2017/10/caporetto-vista-da-un-nemico-furlan.html?spref=fb

 

 

 

LA CAPORETTO DELLE DONNE, FATTA DI STUPRI MISERIA VIOLENZE

 

Di Gianni Cecchinato – ottobre 31, 201

 

 

 

Profughe nel campo di Katzenau, Archivio Museo Storico Italiano della Guerra

 

 

Come sempre in tutte le guerre le vittime sono le donne, i bambini e gli anziani e la prima guerra dell’era moderna non fu da meno, non risparmiò i civili delle terre occupate dagli italiani e dalle truppe austro-tedesche.

 

 

Ancor oggi si fa fatica a parlare del dramma degli stupri e dei figli di guerra; il giornalista Ugo Ojetti ebbe il coraggio, a guerra finita, di parlarne sul Corriere della Sera. Raccontò delle donne che, nelle zone del fronte con la rotta di Caporetto, avevano subito stupri ed avuto figli da soldati a seguito di violenze o perché si erano prostituite per fame. 

 

Il Fascismo cancellò di fatto quei bambini che nacquero fino al 1921, loro erano purtroppo il risultato anche degli stupri commessi dai nostri soldati sbandati dopo Caporetto, come pure dalle conseguenze di una smobilitazione di fine conflitto e da una ripresa alla vita civile, molto lente nelle zone di guerra.

 

 

Per quasi cent’anni si celebrò il conflitto come l’ultimo scontro cavalleresco, un affare tra uomini, in cui le popolazioni civili (quindi anche le donne) non furono coinvolte. Denunciare gli stupri di massa non fu possibile, in quanto la violenza sessuale non era un reato contro la persona ma un delitto contro l’ordine della famiglia e contro il buon costume. Inoltre l’aborto era considerato per la morale corrente il peggiore dei crimini, non un diritto riconosciuto alla donna che poteva decidere, ma il “dovere dell’aborto” doveva salvaguardare “l’onore” dei soldati al fronte. 

 

Anche allora solo una piccola parte delle violenze furono denunciate.

 

Nell’agosto 1918 nacquero i primi “figli del nemico”, frutto delle violenze sulle donne dei soldati delle diverse nazionalità che costituivano l’esercito austro-ungarico-tedesco. 

 

Gli stupri erano avvenuti in particolare tra il 24 ottobre e l’8 novembre 1917, ma non cessarono, anzi continuarono fino ai primi di gennaio del 1918, quando gli austriaci riuscirono a far funzionare la macchina giudiziaria-amministrativa. 

 

Dopo un anno, dalla fine del conflitto, nel Triveneto c’erano ancora 1.700.000 soldati, molti dei quali non erano ancora stati smobilitati (di fatto si comportavano come degli sbandati), ma in compenso avevano portato ogni sorta di privazione alla popolazione.

 

Una Commissione d’inchiesta, operante dal 1919 al 1920, non riuscì a quantificare con certezza né gli stupri né il numero dei bambini che nacquero.

 

Donne impiegate nei rifornimenti sul fronte giuliano

 

 

Non dobbiamo meravigliarci che tante donne fecero sesso con gli occupanti per avere in cambio, per sé e per i propri figli, un po’ di brodaglia con un pezzo di pane nero. Come senz’altro qualcuna, sia di cittadinanza italiana che austriaca, si innamorò perché non va dimenticato che, prima di Caporetto, gli “invasori”, arrivati per “liberare” Trento, Gorizia e Trieste erano italiani e che quelle “zone di guerra” costituivano i territori dell’impero asburgico. 

 

Riguardo la fame, da Caporetto al Piave nei 12 mesi di occupazione austriaca morirono di stenti o per mancanza di medicine ben 27.000 persone, cioè il tre per cento della popolazione rimasta, alla fine sono stati più i morti civili dei militari.

 

 

Fonte: srs di Gianni Cecchinato, da  dalvenetoalmondo del 31 ottobre 2017

Link: https://dalvenetoalmondoblog.blogspot.it/2017/10/la-caporetto-delle-donne-come-sempre-in.html?spref=fb

 

 

 

Rispondi

Per commentare devi accedere al sito. Accedi.