Nov 13 2013

“L’UNICO DOVERE DI UN GIORNALISTA SCRIVERE QUELLO CHE VEDE” ANNA POLITKOVSKAJA

Category: Media e informazionegiorgio @ 00:10

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Anna Stepanovna Politkovskaja (1958 – 2006), giornalista russa.

 

 

Citazioni di Anna Politkovskaja

 

– L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che vede.[1]

 

– Bisogna essere disposti a sopportare molto, anche in termini di difficoltà economica, per amore della libertà.[1]

 

– Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Infatti, una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato una informazione. Non sono la sola ad essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare.[2]

 

– I giornalisti non sfidano l’ordine costituito. Descrivono soltanto ciò di cui sono testimoni. È il loro dovere, così come è dovere del medico curare un ammalato e dovere dell’ufficiale difendere la patria. È molto semplice: la deontologia professionale ci vieta di abbellire la realtà.[3]

 

– Impedire a una persona che fa il suo lavoro con passione di raccontare il mondo che la circonda è un’impresa impossibile. La mia vita è difficile, certo, ma soprattutto umiliante. A 47 anni non ho più l’età per scontrarmi con l’ostilità e avere il marchio della reietta stampato sulla fronte. Naturalmente gli articoli che mi presentano come la pazza di Mosca non mi fanno piacere. Vivere così è orribile. Vorrei un po’ di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo.[4]

 

– Io vedo tutto. Questo è il mio problema.[5]

 

– Niente potrà togliermi il senso di colpa che ho nei confronti di coloro che hanno sacrificato la vita per il mio lavoro, per la mia resistenza al tipo di giornalismo che si sta instaurando in Russia grazie alla guerra “alla Putin“. Parlo di un giornalismo ideologico senza accesso all’informazione, senza incontri né conversazioni con le fonti, senza verifiche dei fatti. Come ad esempio quello dei miei colleghi, che seduti dietro tre barriere di filo spinato nelle basi militari russe, riferiscono a Mosca del “miglioramento quotidiano” dei villaggi ceceni. Quel tipo di lavoro, che io credevo morto insieme al comunismo, da noi è ormai considerato la norma, e inoltre è riconosciuto e lodato dalle autorità. Quanto all’altro tipo di giornalismo, quello che comporta uno sguardo diretto su ciò che succede, non solo viene perseguitato, ma si rischia addirittura la vita. Un salto indietro di dieci anni, dopo la caduta dell’Urss![6]

 

– Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me. Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci: erano queste le condizioni in cui lavoravo durante la seconda guerra in Cecenia, scoppiata nel 1999.[7]

 

 

UN PICCOLO ANGOLO D’INFERNO

 

Chi sono io? E perché scrivo della Seconda guerra cecena?

Sono una giornalista, un’inviata speciale del quotidiano moscovita «Novaja Gazeta», e questa è l’unica ragione per cui ho visto la guerra in Cecenia: sono stata mandata sul campo. E non perché fossi una corrispondente di guerra o conoscessi bene questo conflitto, ma al contrario, perché ero solo una «civile».

L’idea del direttore della «Novaja Gazeta» era semplice: il mero fatto che io fossi una civile mi avrebbe permesso di comprendere l’esperienza della guerra più a fondo di chi, vivendo nelle città e nei villaggi ceceni, la subiva giorno dopo giorno. Tutto qui.

E così sono tornata in Cecenia ogni mese, a partire dal luglio 1999, quando l’offensiva di Basaev nel Daghestan ha spinto fiumi di profughi via dai loro villaggi montani, scatenando il conflitto.
Ho viaggiato in lungo e in largo per tutto il Paese e visto tanta sofferenza; la cosa peggiore è che molte delle persone di cui ho scritto negli ultimi due anni e mezzo ora sono morte.

È una guerra terribile; medievale, letteralmente, anche se la si combatte mentre il Ventesimo secolo scivola nel Ventunesimo, per giunta in Europa.

 

 

 

NOTE

 

  1. Citato in Francesca Pansa, Donne che odiano gli uomini, Mondadori, Milano, 2011, p. 151. ISBN 9788852019623
  2. Da Trois journalistes tués le jour de l’inaguration à Bayeux du Mémorial des reporters, Reporters Sans Frontières, 7 ottobre 2006.
  3. Citato in Andrea Riscassi, Il dovere della testimonianza, in Matteuzzi 2010, p. 99.
  4. Citato in Andrea Riscassi, Il dovere della testimonianza, in Matteuzzi 2010, p. 100.
  5. ↑ Citato in Matteuzzi 2010, p. 1.
  6. ↑ Da Cecenia; citato in Andrea Riscassi, Il dovere della testimonianza, in Matteuzzi 2010, p. 100.
  1. Da Il mio lavoro a ogni costo, Internazionale, 26 ottobre 2006.

 

 

Fonte: Wikiquote

 

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