Dic 27 2012

L’IMPRONTA MAFIOSA SULLE ECONOMIE E SULLE SOCIETÀ DEL SETTENTRIONE: INTERVISTA CON L’EX PM E SENATORE GIUSEPPE AYALA

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Giuseppe Ayala

 

QUELLA LINEA SILENZIOSA CHE AVANZA

 

Lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia, più di cinquant’anni fa, utilizzò la metafora della Linea della Palma per descrivere l’espandersi della Mafia al Nord.

Un incontro con l’ex PM del maxiprocesso di Palermo ed ex Senatore e Sottosegretario alla Giustizia Giuseppe Ayala ci aiuta a capire le strategie e le intenzioni di Cosa nostra, ‘ndrangheta e Camorra.

 

La limpidezza e la fermezza nell’esporre e nel raccontare vicende storiche, anche drammatiche, che hanno accompagnato la sua lunga carriera di magistrato e di politico, come l’uccisione dell’amico fraterno Giovanni Falcone, del collega Paolo Borsellino e degli uomini della scorta, o nel descrivere situazioni di forte tensione come il clima pesantissimo che si respirava in Parlamento dopo le stragi di Capaci e via d’Amelio, e con il ciclone Tangentopoli che in quegli anni avrebbe spazzato via la prima Repubblica, fanno emergere chiaramente il carattere forte e deciso di Giuseppe Ayala.

 

L’ex magistrato, noto per aver ricoperto il ruolo di Pubblico Ministero al maxi- processo di Palermo (10 febbraio 1986 – 16 dicembre 1987), considerato il primo vero colpo inflitto dallo Stato a Cosa Nostra, è stato ospite il 21 novembre scorso a un incontro a Santa Maria in Stelle, organizzato dalla Parrocchia. Durante la serata, in una chiesa gremita di persone, Ayala ha presentato la sua ultima fatica editoriale intitolata “Troppe coincidenze”, un volume edito da Mondadori che ripercorre alcune passaggi fondamentali della politica italiana nel biennio 1992- 1994. In quei mesi si susseguirono numerosi avvenimenti (“coincidenze” per l’autore, ndr) che resero evidente l’esistenza di una trattativa tra Stato e Mafia per cercare di mettere fine all’ondata di sangue iniziata il 21 luglio 1979 con l’assassinio del capo della Squadra mobile di Palermo Boris Giuliano.

 

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Dott. Ayala, partiamo dal titolo del suo libro: di quali coincidenze stiamo parlando?


Il caso volle che nel 1992, poco prima delle stragi di Capaci e via d’Amelio, cambiassi ruolo. Da pubblico accusatore a Palermo a membro del Parlamento proprio alla vigilia di Tangentopoli, il ciclone che di lì a poco avrebbe fatto crollare un sistema di potere che, nel bene e nel male, durava da oltre quarant’anni. Da questo osservatorio privilegiato ebbi l’occasione di analizzare una serie di fatti che, inseriti in una logica concatenata, permettono di ricostruire le troppe coincidenze che hanno caratterizzato le relazioni tra mafia, poteri occulti e politica, disegnando un quadro opaco che coinvolge criminalità mafiosa e pezzi deviati dello Stato.

 

Quali sono gli interrogativi che nascono dalla sua analisi?


Fu solo di Cosa Nostra la responsabilità delle stragi del 1992 e del 1993 a Palermo, Roma, Firenze e Milano? Perché la mafia decise di rinunciare all’attacco finale nei confronti dello Stato? Quale ruolo hanno avuto le istituzioni nella lunga “pax mafiosa” che dura da quel mancato attentato del 23 gennaio 1994 allo Stadio Olimpico di Roma, quando, per un puro caso (interferenza nel segnale del telecomando, ndr), una Lancia Thema imbottita di tritolo non saltò in aria durante la partita Roma – Udinese evitando, per fortuna, l’ennesimo tragico capitolo del nostro paese? Perché, sempre per fortuna, la mafia non ammazza più? Sono questi i dubbi, i quesiti a cui ho cercato di dare una risposta all’interno del libro.

 

Assieme al pool antimafia di Palermo, grazie al maxiprocesso, lei definì per la prima volta i contorni di un fenomeno, quello mafioso, che c’è sempre stato, ma che addirittura prima del 1982 non veniva nemmeno contemplato all’interno del Codice penale. Cos’è secondo lei la mafia?

Per darvi una definizione utilizzerò le parole di Giovanni Falcone, con il quale iniziai la mia avventura di magistrato a Palermo. Giovanni definiva la mafia con due iniziali, due “P”: Mafia è potere e profitto.  Un’organizzazione che non segue delle logiche ideologiche, bensì solo ed esclusivamente la ricchezza. Non troveremo mai contaminazioni mafiose in territori poveri, depressi o in territori dove, viceversa, esistono delle regole ferree e un tessuto sociale forte, coeso sostenuto dall’associazionismo, dalla solidarietà tra le persone.

 

Leonardo Sciascia utilizzava la meta- fora della Linea della Palma per de- scrivere l’avanzamento delle mafie al Nord. Erano evidenti già allora i segnali di questa conquista silenziosa?

Sciascia intuì il fenomeno più di cinquant’anni fa, paragonandolo a una teoria geologica secondo la quale, a causa del riscaldamento del pianeta, la linea di crescita delle palme sale verso il nord di un centinaio di metri all’anno. Anche la linea della mafia sale ogni anno. E si dirige verso l’Italia del nord.

 

È così scontato chiedere perché al Nord?


Grazie al lavoro di Falcone, di Borsellino e degli altri giudici istruttori, alla fine degli anni Ottanta avevamo tracciato i contorni della lobby mafiosa. Era ovvio che la mafia, da sempre, guadagnasse centinaia di miliardi con i traffici illeciti. I capitali che finivano nelle loro mani dovevano essere riciclati. Ci chiedevamo: “Tra le asfittiche economie del Sud e le vive e vitali economie del Nord, dove conveniva investire?”. Gli abitanti del Settentrione hanno sempre ritenuto che la questione fosse circoscrivibile alla Sicilia, alla Calabria o alla Campania. I mafiosi, invece, si sono infiltrati nell’economie di vaste aree del Piemonte, della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia Romagna, soprattutto nell’edilizia, settore molto caro alle organizzazioni criminali perché particolarmente adatto alla speculazione. Evidentemente qualcuno li ha lasciati entrare.

 

C’è qualcosa che non avevate previsto?

Sì, ed è questo il limite dell’analisi che facemmo io e Giovanni insieme al Pool a quel tempo. L’infiltrazione è andata oltre, ha raggiunto molte amministrazioni comunali del nord e quindi si è innescato un inquinamento non solo dell’economia, ma anche della società. Sì è ripetuto al Nord il modello meridionale, in quella che si può considerare una vera e propria esportazione del modello mafioso. Al Nord, in particolare, la ricchezza diffusa ha generato un forte individualismo tra le persone, con un conseguente senso di opportunismo. Al diritto ci si è indirizzati verso il favoritismo, creando l’humus ideale per l’attecchimento delle radici mafiose.

 

Cosa intende per opportunismo?

Per anni si è cercata la scorciatoia più breve per guardare ai propri interessi. Applicando questa logica al singolo non è neanche detto che si stia parlando di illecito, ma estendendola a un’ampia sommatoria fa saltare il senso civico.

 

C’è una soluzione per uscirne o per limitare la metastasi?


Sono convinto che le società del nord Italia gli anticorpi per debellare la contaminazione ce li abbiano: più forte sarà il tessuto sociale composto da organizzazioni solidali, sindacati, associazioni di volontariato e tanto più la mafia farà fatica ad entrare. Altro motivo di speranza: i tempi sono cambiati per tutti, il Settentrione non può più permettersi il lusso di far finta di niente e di assistere con atteggiamento passivo. Acquisita la consapevolezza, io sono fiducioso in un ridimensionamento del fenomeno.

 

 

Fonte: srs di Mateo Scalari, da Pantheon,  anno 5 Numero 10  dicembre 2012/gennaio 2013

 

 

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