Set 21 2009

Verona. Castel San Pietro, questo sconosciuto

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Verona: Castel San Pietro, questo sconosciuto

 

L’anno scorso, in autunno 2007, sono iniziati i lavori di sistemazione del Castello di San Pietro, ritengo quindi opportuno, quest’anno, raccontare la storia del monumento più importante di Veronetta perché, su quel colle, si racconta che sia nata la città di Verona. Infatti Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, dice che Verona era stata fondata dai Reti e dagli Euganei.

Oggi, con le ricerche archeologiche, sappiamo che gli Euganei sono vissuti nell’ età del Bronzo da 4000 a 3000 anni fa. In questo periodo di tempo abbiamo le Palafitte attorno al Lago di Garda e lungo il Mincio; le Terreamare: villaggi fortificati da un terrapieno in pianura (il più vicino a noi è il Castel del Leppia vicino all’ Adige, a Sud Est di San Martino Buon Albergo) e i Castellieri, villaggi sorti sulle colline e in montagna, difesi da mura a secco. Perciò Castel San Pietro era un castelliere e la sua fonte d’acqua era la Fontana del Ferro, sorgente famosissima per i Veronesi e ricchissima di leggende. Altro castelliere si trovava dove oggi abbiamo la torricella Austriaca n° 1  e la sorgente per i suoi abitanti è la vicinissima Fontana di Sommavalle. In conclusione: Veronetta è la città più antica della Pianura Padana.

Attorno a 3000 anni fa entriamo nella Protostoria. Nel veronese arrivano i Veneti e si uniscono con gli Euganei. I castellieri si sviluppano e potenziano le difese, in modo particolare quelli a controllo della pianura, delle strade, un domani una di queste sarà la via Postumia, e delle dorsali collinari. Questi castellieri, escluso quello del Forte di San Briccio rinvenuto  durante la costruzione del forte nel 1883, sono stati scoperti da mio padre, e sono: il Monte Zoppega a Monteforte; il Castejon di Colognola ai Colli e la Rocca di Caldiero; San Briccio di Lavagno; il Castello di Montorio; Castel San Pietro riconosciuto tale dai nostri avi; Monte Castelon di Marano, futura sede del Castello di Federico della Scala; San Giorgio inganapoltron (di Valpolicella). Circa 2500 anni fa si entra, con la scrittura, nella Storia. Da nord i Reti scendono e si uniscono in pace con i Veneti, e si insediano nei Castellieri e a Verona, come ricorda Plinio, sul Castello di San Pietro.

Giovan Battista da Persico, podestà di Verona, perciò austriacante, é probabilmente a conoscenza del Castelliere su Castel San Pietro, e delle idee degli Austriaci, di costruire una caserma sul colle di San Pietro, così scrisse nel 1820 nella sua Descrizione di Verona e della sua provincia:

Quanto spazio dal castello di San Pietro si stende a quello di San Felice, dee essere stato occupato da’ nostri primi abitatori, ricordando il Saraina (Antiquit. Veronen. p. 6.) di avervi vedute parecchie grotte e spelonche, quasi come ad uso di selvaggi abituri, i quali in parte andaron poi distrutti, o interrati l’anno 1517, o in quel torno, scavandosi le fosse per le ricordate fortificazioni del Sammicheli. Una di sì fatte spelonche, o altro che fosse, fu scoperta al tempo degli avi nostri, e parte ancor vi sussiste in un gran sotterraneo, che dalla casa dei Lafranchini presso la fontana del Ferro giù correva, attraversando la valle, e inoltrandosi verso il poggio di San Zeno in Monte. I letterati di allora, tra quali l’abate Vallarsi, ne ricercarono l’andamento, e tutte ne spiaron le tracce, e ricordasi che oltre una lunghissima spada, e qualche altro antico arnese, vi si trovaron due scheletri umani, le cui ossa oltrepassavano la comune misura.

Come abbiamo visto, nel 500 a.C., nuove popolazioni arrivano nella Pianura Padana. Secondo Plinio: da Sud gli Etruschi e fondano Mantua (Mantova), da Nord i Reti fondano Verona. Racconta Plinio, che alla fine del 500 a.c., cominciarono a trasferirsi centinaia di migliaia di Galli ( i Celti vengono chiamati Galli dai Romani), transalpini a Sud delle Alpi, per la bontà dei prodotti alimentari come: i fichi, l’olio e il vino, che il clima e la fertilità delle terre donano. Di fatti, ancor oggi, abbiamo l’olivo attorno al lago di Garda e sulle colline veronesi. Lo storico Polibio racconta che, nel 400 a.c., Belloveso alla testa dei Galli fondò Mediolanium.

 

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Circa nel 390, Brenno incendia Roma e assedia il Campidoglio, cioè l’ Arx.  Se noi osserviamo una pianta della Roma, all’epoca del re Servio Tullio (500 a.c.), ci sembra di riconoscere l’Arx di Castel San Pietro. L’Arx di Roma è un Castelliere circondato da mura a secco. Una ripida strada sale dal Tevere ed entra nell’ Arx da Est. Dall’Adige si stacca una ripida strada nella valletta di San Giovanni in Valle, raggiunge la Fontana del Ferro, poi entra nel Castelliere di Castel San Pietro dalla porta a Est, che tuttora esiste. Dall’alto dell’ Arx di Roma, si domina su una vasta pianura e il Tevere che, all’interno della sua ansa, forma l’isola Tiberina; come l’Adige forma l’Isolo. I Veneti, assieme ai Reti, intervengono contro le città sguarnite nell’agro Gallico, costringendo Brenno a togliere l’assedio dell’Arx (il Campidoglio), e tornare a casa. E lungo il corso dei fiumi Adige e Po, le popolazioni  Venete – Retiche  arrestano l’espansione Gallica. Come si nota già da tempi così lontani, vi era amicizia tra Romani, Veneti e Reti. Difatti sul Castello di Montorio e sul Castelliere del Monte Loffa a S. Anna d’Alfaedo assieme a frammenti di vasi Retici abbiamo un manico di vaso tipico dell’ area Laziale.

Poco dopo la fondazione di Mediolanium, i Galli Cenomani fondano Brixia (Brescia). Il confine del territorio dei Cenomani doveva essere il tratto di pianura che va dall’Oglio – Chiese al Mincio e a Sud al Po. Sempre i Cenomani concludono subito con Roma un trattato di alleanza, al quale tengono fede, assieme a Veneti e Reti, anche durante la guerra annibalica, quando tutti gli altri Galli sono alleati di Annibale.

Logicamente Verona, essendo sull’ Adige, diventa la città più importante per i Romani, nella Pianura Padana; inoltre queste tre etnie, i Cenomani, i Reti e i Veneti  controllavano le rive dei fiumi: Oglio, Mincio, Po e Adige.

Nel 238 a.C. tutta la Pianura Padana è in possesso dei Galli e iniziano le operazioni militari dei Galli contro i Romani e i loro alleati nella Pianura Padana: i Cenomani, i Veneti, Reti. Logicamente si può immaginare che Roma pensi bene di fortificare, con mura adeguate, le due città principali dei suoi alleati: Brescia e Verona. Resti di questo muro potrebbero essere quelli trovati in via Redentore n° 7 e 9. Il muro è formato da blocchi di pietra giallizza ricavata dalle cave, dove in futuro sorgerà il Teatro Romano fino a Santa Toscana. Questi grandi blocchi misurano di lunghezza m. 1,50, di altezza 60 cm e di larghezza 30 cm; sono posizionati a filari alterni per taglio e per testa, a secco, senza malta o grappe. Le sue fondamenta poggiano direttamente sulla roccia del Colle di San Pietro e sono affiancate da tre strati terrosi ben distinti, contenenti ceramiche dell’ età del Ferro databili dal 500 a.C. fino a circa il 100 a. C.. Questo muro doveva circondare il Colle di San Pietro con la su Arx, futuro Campidoglio.

La furiosa guerra contro i Galli si concluse nel 225 a Talomone, con la vittoria dei Romani e i loro alleati, che, come scrive Polibio nelle sue Storie, tra questi vi sono anche ventimila Veneti e Galli Cenomani. Le guerre fra Galli e Romani si concludono nel 222 quando i Romani occuparono Mediolanium e le cambiarono il nome latinizzandolo in Mediolanum. Dopo questa vittoria i Romani iniziano una politica di colonizzazione nella Pianura Padana. Difatti, nella necropoli Gallica di Valeggio sul Mincio, ci sono 21 monete di cui 20 romane e una dramma padana.

Le più antiche monete romane sono le quattro del 211 a. C. Il corredo funebre è Gallico, ma l’esame antropologico ci informa che sono Veneti! E più chiaro è Polibio, nato circa nel 203 a.c. e morto nel 121 a. c., quindi quasi coevo, il quale ci racconta che

Abitava invece da molto tempo la parte vicina all’Adriatico un ‘altra popolazione molto antica, quella dei Veneti, per costumi ed abitudini poco differenti dai Galli ma di lingua diversa”.

Il nostro Da Persico ci dice che il Colle di San Pietro in alcune scritture, vien nominato Monte Gallo.

Oggi, attraverso gli scavi archeologici, sappiamo che le tombe con corredo Gallico sono quasi tutte concentrate in Veronetta, dal cortile del Seminario fino sotto la scomparsa centenaria Fonderia di Campane Cavadini, in via XX Settembre.

Ma lo studio antropologico, secondo le mie conoscenze, non è ancora stato fatto. Perciò potrebbero anche essere di Galli, di Veneti o di Reti. Certo è che Castel San Pietro doveva essere una grande città per quel periodo.

Dopo Mediolanum, nel 218, Roma costruisce due colonie: Placentia (Piacenza) sulla destra del Po’ e, sulla sinistra, Cremona, ciascuna con 6000 famiglie, per prepararsi le basi della definitiva presa di possesso della Valle Padana e per fronteggiare inoltre il pericolo del sopravveniente Annibale e della sollevazione dei Galli Boi. Se guardiamo una pianta delle due città di Placentia e di Cremona, sono simili a quella di Verona nell’ansa dell’ Adige; il Cardo, la via principale su cui viene orientata astronomicamente la città, è posto sulla nascita del sole al solstizio d’estate.

Che i Romani, assieme a Placentia e Cremona, abbiano costruito anche Verona nell’ansa dell’Adige? E sempre i Romani abbiano dato il nome a Verona?

Notiamo infatti che il nome Verona termina in ona, come Cremona e, in un buon vocabolario di latino le due città sono indicate come città della Gallia Cisalpina. Poi, se cambiamo leggermente il nome di Verona in Veroma, come si vede, questo nome contiene anche quello di Roma e, a sua volta, visto che “vere” in latino vuol dire anche piccolo, che i Romani abbiano chiamato così Verona perchè simile a una piccola Roma?

In conclusione, Cremona e Verona sono sempre state chiamate così dai Romani, il loro nome non è cambiato, come invece per la Felsina Etrusca in Bonomia e per la Gallica Mediolanium, latinizzandola in Mediolanum.

Sempre nel cortile del seminario abbiamo, sopra le tombe Galliche del 200 a.C., le officine artigianali Romane fino al 400 d.C. , compresa una fonderia il cui proprietario era forse un avo del Cavadini: in totale ci sono in questo scavo 600 anni di storia di Veronetta e si può dire che sia lo scavo archeologico  più importante della città’.

La storia di questi 600 anni forse non si saprà mai. Perché fuori dalle mura di Verona, si dice che dal 17 giugno 1981 ( inizio degli scavi del tributali) accadde questo. Prima fase: scavo; seconda fase: materiali archeologici in sacchetti e archiviati; terza fase: lo studio non avviene; quarta fase: la pubblicazione del materiale archeologico non avviene; in conclusione si sono persi i soldi per gli scavi, ed i cittadini di Verona non sapranno mai se le tombe erano di Galli, Veneti o Reti.

Silio Italico nato nel 35 d. C. e morto il 110, dice che nell’ estate del 216 a. C. nella battaglia di Canne troviamo alleati ai Romani i volontari Veneti e i Cenomani, anche quelli di Verona Athesi Circumfua, cioè Verona è circondata dall’acqua come un isola.

Che Verona nell’ansa dell’Adige, sia stata costruita prima del 216 a.c.? Cioè due anni prima? Può anche essere, perché è accertato che l’ansa dell’ Adige è sempre stata abitata fino da 6000 anni fa.

Tito Livio ci fa conoscere che tutta la Venezia è soggetta ai Romani dal 185 a.C. Logicamente si può pensare che Verona per i Romani, ne fosse la capitale. Il console Spurio Postumio Albino, nel 148 a.c., costruisce la strada che porta il suo nome: la Postumia, che congiunge Genua (Genova) con Aquileia. Perciò questa via è la prima che percorre tutta la Pianura Padana e congiunge, tra di loro, i capisaldi dell’ occupazione Romana della Gallia Cisalpina. Come si può capire questa via è una strada militare che unisce: Genua (Genova); Placentia a destra del Po; Cremona a sinistra del Po; Bedriacum (Bozzolo), dove passa il fiume Oglio; Goito sul Mincio; e giunge a Verona, dove supera  l’ Adige sul ponte Postumio, dietro la chiesa di Santa Anastasia, esce dalla Porta di San Faustino (via Redentore 7-9), prosegue dietro alla chiesa di Santa Toscana, via Fiumicello, San Michele; l’attuale Statale n° 11, fino a Vicetia (Vicenza); Opitergium (Oderzo); Iulia Concordia ( Concordia); ed Aquileia.

Mi scuso con i miei lettori per questa lungaggine di nomi di città. Ma è l’unico modo per far capire che Castel San Pietro era la sentinella della Gallia Cisalpina, e Verona è sempre stata militarmente la città più importante della Pianura Padana. Difatti si trova geograficamente al centro della via Postumia tra Genova e Aquileia.

Il nostro Scipione Maffei dice che sulla sommità della collina di San Pietro si trovava il Campidoglio dei Romani e uno scrittore del 1300, che così si chiamava  ancora quel sito.

Successivamente sulla cima di Castel San Pietro, venne costruito un tempio a Giove. Giove (Iuppiter) è la massima divinità della religione Romana: dio del cielo e della luce. Da Giove proveniva anche il fulmine ed era chiamato anche Iuppiter Fulgur Fulmen. Sul Campidoglio di Roma subito si costruì il tempio a Giove, nel quale, per mancanza di un’ immagine del dio veniva adorato sotto il simbolo di una pietra focaia (silex): e prese il nome di Iuppiter Lapis.

Possiamo immaginare quando i Romani trovarono la selce in abbondanza, e le punte di freccia in selce, costruite dall’uomo primitivo, che erano credute fino ai giorni nostri le punte dei fulmini, figuriamoci se non costruivano un tempio a Iuppiter Lapis.

 

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Per costruire questo  tempio era necessario edificare un robusto muro di contenimento per formare un piano su cui innalzare  il tempio. Questo muraglione aveva due vantaggi: il primo era quello di costruire con il tempio a Giove, una balconata sulla città, il secondo di rispettare il tempio precedente dei suoi alleati, dove oggi abbiamo i resti del mastio, dedicato, forse, alla dea Veneta-Retica, Reitia.

Oggi abbiamo, come esempio, i templi protostorici sul Monte Castejon a Colognola ai Colli, quello che esisteva sul Forte di San Briccio, sul Castello di Montorio e il vicino Monte Piraldolo (dell’età del Bronzo), e a San Giorgio Inganapoltron, sotto al Cimitero.

Con questi cinque esempi possiamo ricostruire come era Veronetta 2300 anni fa: sul Colle di San Pietro dall’ Arx fino alla riva dell’ Adige una città, fuori dalle mura (come al Castello di Montorio) le necropoli: Venete, Retiche e Galliche. Il muraglione per il sostegno al Tempio di Giove, non poteva essere costruito prima del 204 a.C., per il motivo che solo allora si inventò la malta di calce, che diede ai Romani una straordinaria tecnica edilizia. Attualmente il grosso e alto muro si vede sul lato Est, che guarda San Giovanni in Valle, ed è in opera vittatum, che è la più logica e semplice disposizione di blocchetti parallelepipedi ( da noi chiamati anche tufelli), su filari orizzontali.

Altro antichissimo muro, quasi coevo del precedente e l’unico in Italia settentrionale, è quello in opera reticulatum nel Teatro Romano, usato alla fine del secondo secolo a.C.. Naturalmente le casette semiinterrate di tipo Retico, come quelle bellissime che si trovano sul Castello di Montorio; con la costruzione del Teatro Romano vengono distrutte. Però nel 1915 sotto la seconda loggia del Teatro, vari scavi nella roccia, preesistenti al teatro stesso, accennano ad antichissime abitazioni.

Queste abitazioni oggi le chiamiamo casette di tipo Retico; casette sono  state trovate anche durante il restauro  della farmacia di Ponte Pietra  avvenuta tra il 1996 e 1998, esistono tuttora, sotto i terrazzamenti orticoli  di Villa Francescati e su quelli di via San Carlo.

Quando  nel 1984 si sparse la voce che sul Castel San Pietro non esisteva più niente di preistorico, a causa degli sconvolgimenti che subirono negli anni passati i terreni, in Villa Francescati raccolsi il materiale preistorico e lo consegnai a chi di dovere. Speravo pertanto che si avviassero le ricerche invece tutto finì li. Personalmente so bene dove trovarlo, perché mio padre Giovanni abitava da giovanetto in via San Carlo e prese la passione per lo studio della preistoria, proprio raccogliendo i cocci e le selci negli orti dietro le case sulle pendici del Castello. Questo espediente lo ripetei nell’aprile del 1996, assieme al marito dell’ allora sindaco di Verona Michela Sironi: negli orti di via San Carlo raccolsi materiale archeologico dall’ età del Bronzo ai giorni nostri. Poi, come al solito, gli oggetti furono consegnati alle autorità competenti.

Devo ricordare agli studiosi di preistoria che, caso strano, su Castel San Pietro non si è mai eseguito uno scavo archeologico serio, ma solo nei suoi pressi: a Castel San Felice nel 1941 e, nel 1942 a San Zeno in Monte.

Le memorie dei nostri antichi scrittori ci danno come esistente nel quinto secolo la chiesa di San Pietro in Arx, costruita sopra un tempio dedicato a Giove, a Giano, al Sole o a Serapide. Tradizionalmente i templi dedicati a Giove vengono sostituiti dal Principe degli Apostoli Pietro. Secondo Onofrio Panvinio, frate Eremitano Augustiniano, la prima Cattedrale di Verona era San Pietro in Castrum  perché, al di sopra del teatro che nei secoli precedenti era stato lo stadium dei martiri veronesi, e pertanto  sarebbe la più antica di Verona.

 

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Chiesa di San Pietro

 

Poi, nell’anno 1854, il nostro canonico austriacante, Paolo Vignola, ebbe il permesso di seguire i lavori per la costruzione della caserma. Scrive che la struttura della chiesa era divisa in tre navate per segnare la separazione degli uomini dalle donne: per i primi era la navata meridionale, larga poco più di 5 metri; per le donne era la settentrionale, larga poco più di 6 metri; l’abside era ad oriente; la lunghezza della chiesa era di circa 45 m ed era stata costruita sul Tempio a Giove. Questo Tempio a Giove, quando venne trasformato in Cristiano, mantenne anche la tradizione dei culti pagani: all’interno della chiesa venne edificato un altare alla Madonna del Fulmine; all’esterno la torre più antica fu chiamata la torre del Fulmine.

Si racconta che Teodorico si costruì un suo castello sul Colle di San Pietro. Resti di questo maniero potrebbero essere, appunto, la Torre del Fulmine,  perché, alla sua base, notiamo pietre di spoglio di età romana, generalmente usate per la costruzione delle mura di Teodorico.

 

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Iconografia Rateriana

 

Nell’Iconografia Rateriana vediamo rappresentata per la prima volta, la chiesa di San Pietro De Summo Montis Castrum e la sua importanza è tale che, tra le varie chiese sull’iconografia, è l’unica ad avere il nome.

A proposito dell’ Iconografia di Raterio, in questa di certo non possiamo vedere la Verona dell’ anno 900, perché gli scavi archeologici in città – (vedi anche al Seminario)- hanno dimostrato che dall’anno 589 a circa l’anno 1000 in Verona le case erano  costruite con mura a secco e tetti di paglia.

Successe  che, dopo l’inondazione del 17 ottobre 589, ci fu  un incendio devastante, seguito da una grandissima peste. L’anno seguente (590), tutte le costruzioni romane in rovina vengono abbandonate. Il 4 gennaio 591 inizia una siccità gravissima fino a settembre, segue peste ed invasione di cavallette. L’anno seguente, 592, porta  un’ulteriore invasione di cavallette e la peste inguinaria che fa strage nella popolazione. Nell’anno 593: terremoto, alluvione e peste. Segue l’anno 594 e il popolo di Verona viene colpito da una violenta epidemia e rischia di scomparire. Infatti, dall’anno 600, a Verona, inizia un periodo di forte arretramento nelle tecniche costruttive, non si usa più la malta, ma la terra, per legare ciottoli e materiale lapideo di riutilizzo romano. Solo gli edifici a scopo religioso vengono costruiti con tufelli e malta, i mattoni non esistono più. Con quest’ immagine la nostra Verona non poteva essere dell’anno 900.

Anche il testo dell’Anonimo De Laudibus Veronae, ritenuto dal Simeoni essere stato scritto tra il 796 e l’806, secondo la mia opinione è stato scritto ispirandosi all’Iconografia di Raterio e non certo la Verona dell’800.

Così scrive l’Anonimo sul nostro Castello:

ha un grande ed eccelso castello e sicuri baluardi, ponti di pietra gettati sull’Adige e le estremità di questi toccano da una parte la città e dall’ltra il castello.

Il Castello e le mura potevano anche esistere, i ponti in pietra certamente no: il Ponte Postumio era chiamato il Ponte Rotto e il Ponte Pietra, in parte, era di legno.

Nell’ ampio foro, spazioso, lastricato di pietre, un grande arco si erge in ognuno dei quattro sui angoli. Le strade sono pure selciate con pietre squadrate.

Quest’ultimo brano è pura fantasia, basta ricordare gli scavi nei Palazzi Scaligeri, in Piazza Viviani (tuttora aperti), e in via Mazzini, per sapere come era la nostra città. In Veronetta, il nostro Anonimo, nomina solo le chiese:

il protomartire Stefano, Pietro e Paolo, Giacomo apostolo, il precursore Giovanni Battista ed il martire Nazario con Celso ed Ambrogio. L’inclito martire di Cristo Gervasio e Protasio, Faustino e Giovitta Eupolo e Calogero, Maria la madre del Signore, Vitale ed Agricola.

Ritornando alla chiesa di San Pietro in Arx, la prima notizia dell’ esistenza della chiesa l’abbiamo il giorno 24 luglio 531 quando viene sepolto il Vescovo S. Valente e il successivo S. Verecondo.

La leggenda ci racconta che il 7 aprile 924 viene ucciso Berengario, mentre si recava a pregare alla chiesa di San Pietro in Castello.

Umberto Crivelli, nato a Milano il 25 novembre 1185, viene eletto Papa nella chiesa di San Pietro in Arx con il nome di Urbano IlI, muore il 19, o il 20 ottobre 1187, e viene sepolto nel duomo di Ferrara: questa è l’ultima notizia importante su San Pietro in Castello.

Dalla costruzione del Castello di Teodorico, fino alla venuta dei Visconti, non si parlerà più del Castello di San Pietro in Castro.

Anche quando nell’anno 2000 scrivo il n° 8 di Tra cronaca e storia “LA PORTA DEL VESCOVO E LE SUE MURA” tutti gli storici confermano che Castel San Pietro è stato costruito da Gian Galeazzo Visconti. Personalmente non ne sono convinto: è mai possibile che gli Scaligeri prima di Can Rabbioso ( Cangrande II ), ricordato per le pesanti tasse che imponeva al suo popolo anche per costruirsi Castel Vecchio, non avessero un Castello in Verona? Se esisteva dove lo avrebbero costruito? Su quel monte dove sorgeva la primitiva Verona: il Castelliere, come il Vescovo costruisce il suo a Montorio; sulla Rocca di Caldiero il castello viene incendiato dai Monticuli nel 1207; il castello sul monte Castejon di Colognola ai Colli viene donato al Conte Rizzardo nel 1236.

Ulteriori ricerche sul Castello di San Pietro portarono buoni risultati. Il Canobio scrive:

La Rocca di S. Pietro fu da Berengario Seniore Re d’Italia ampliata e ridotta a maggior fortezza, essendosi valso per quest’opera delle pietre dell’antichissimo Teatro ruvinato… e serro in essa la Chiesa di S. Pietro quivi per innanzi edificata ed anco l’antica fortezza che v’era fino al tempo della dominazione de’ Goti in Italia…

L’anno 1156 i Crescienzi fecero tumulto contro i Sambonifaci, ed incendiarono una Rocca che tenevano i Sambonifaci sopra il monte vicino ove ora è il Castello di San Pietro.

Che sia stato Castel San Felice?

Can Grande nel 1325 fece erigere quel muro, che principiando dalla porta detta del Vescovo termina a quella di San Giorgio fino alla riva del fiume Adige avendo fatto prima scavare la fossa a forza di picco e di scalpello nel taffo.

Dopo il tradimento di Fregnano (Federico), veniva il Signor Cane Grande con grandissimo sospetto d’altri simili incontri, onde per assicurar la vita, fece fare il Castel Vecchio per sua abitazione, il quale in tre anni venne finito.

Can Grande muore il 22 luglio 1329. Oggi conosciamo che Can Grande II detto il Rabbioso (1351- 1359), costruì Castel Vecchio.

L’anno 1389 Giangaleazzo… L’antica Rocca situata sopra il monte di San Pietro, ampliandola,  fu da lui in Castello ridotta, nella forma come è di presente.

 

Un altro autore scrive così:

 

1389. Il Visconte ordinò si restaurasse l’antico Castello di San Pietro, si chiudesse la porta verso la Città che hora si vede, in breve fu ridotto nella forma che hora si vede.

Stando così gli avvenimenti, Can Grande I  visse nel suo castello solo un anno, ma dove si trova? L’unico modo per saperlo è vedere le mura del Castello.

Castel Vecchio è in mattoni perciò non è stato costruito da Can Grande I.

Le mura di Can Grande I sono in opera quasi reticulatum, cioè gli spigoli sono formati da mattoni sistemati come se formassero i denti di una sega e il muro costruito con grossi frammenti di pietra Gallina; sembra che questo sistema di costruzione sia stato copiato dal muro dell’Odeon di Pompei.

Valentino Alberti ricorda la distruzione del Castello di San Pietro:

14 marzo 1801. Oggi, alle 5 dopo mezzo giorno si ha dato fogo alli torrioni, ossia bastioni delli castelli di San Pietro e San Felice; ma nello scoppiar le mine hanno rovinato diverse persone… onde sono restati diversi soldati ch’erano nel castello feriti e anche una ragazza. Poverina se era bella, fu un gran peccato!

Dopo 169 anni dallo scoppio del Castello di San Pietro il Prof. Lanfranco Franzoni tenta uno scavo archeologico attorno al Mastio nel 1970 e fa notare che il Castello è sede di insediamenti dell’ età del Ferro e del Bronzo.

 

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Oggi si dice che di tutto ciò non è rimasta traccia, perciò si scava con le pale meccaniche, si caricano i camion e tutto va in discarica. Forse gli addetti alla salvaguardia del nostro patrimonio archeologico si sono dimenticati cosa è accaduto sul Castello di Montorio, che è la bella copia del Castello di San Pietro, tanto da scrivere poi che l’antica Verona era a Montorio e la nostra Verona era solo un piccolo villaggio sulle rive dell’ Adige.

 

Alberto Solinas

 

Fonte: srs di Alberto Solinas; Tra cronaca e storia n 15, – 2008- Castel San Pietro, questo sconosciuto

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