Gen 12 2014

IL VESCOVO SANT’ANNONE

Category: Chiesa Veronese Storia Pighi,Libri e fontigiorgio @ 18:50

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Sotto l’altare il sarcofago di Santa Maria (o Consolata) sorella di Sant’ Annone.    Cappella Mazzanti,  altare di Sant’Agada,  Duomo di Verona

 

 

CAPO XVIII

  

SOMMARIO. – Elogi del santo vescovo – Traslazione della residenza vescovile – S. Giovanni in Fonte – Chiesa delle sante Teuteria e Tosca – Ricuperazione dei corpi dei SS. Fermo e Rustico – Valore della Translatio – Riposizione delle sacre reliquie – Che cosa fosse l’ operimentum ed il suo ornato serico – L’anno della morte di sant’Annone – Iscrizioni – S. Maria Consolatrice.

  

Sant’Annone fu certamente uno dei vescovi più illustri nella serie dei vescovi veronesi. Oriundo di nobile famiglia veronese, « Veronensium civium nobilissimo stemate ortus », fu sacerdote ed annoverato tra i chierici della chiesa veronese, indi eletto vescovo verso l’anno 750.

Nell’episcopato rifulse per esimie virtù, per il suo zelo nel promuovere il culto divino e nel conservare nel suo gregge intemerato il deposito della fede. Nel Ritmo Pipiniano, forse trent’anni dopo la sua morte, viene celebrato « Praesul  inclitus – proba  cujus  fama claret de bonis  operibus – ab Austriae  finibus terrae usque  Neustriae  terminos »: e da Giovanni Mansionario  della nostra cattedrale è detto « vir omni sanctitate et pietate praefulgidus »(1). Questi elogi nella loro forma indeterminata ci dicono abbastanza chiaro che Annone molto s’adoperò per la sua chiesa nei circa trent’anni del suo episcopato.

 

Venendo a fatti particolari, si attribuisce a sant’Annone la  traslazione della residenza vescovile dalla chiesa di S. Stefano a quella di S. Maria Matricolare.

Questa, secondo alcuni nostri scrittori, sarebbe stata da lui edificata per provvedere all’angustia della vecchia basilica erigendone un’altra «più ampia e maestosa »; e dicono che ad essa appartenessero le volte sostenute da colonne di marmo greco, che si veggono davanti alla chiesa di S. Giovanni in Fonte (2).

Noi abbiamo già altrove proposto un’altra opinione: ad ogni modo è certo che sant’Annone ha posto la sua residenza presso a poco dove è attualmente l’episcopio od il canonicato. La chiesa di S. Giovanni (Battista) in Fonte è un’altra prova che qui presso era la chiesa cattedrale, come troviamo il battistero presso la chiesa cattedrale a Roma, a Ravenna, a Firenze.  Gli storici nostri dicono che essa esisteva già nell’anno 760: ruinata essa, forse per il terremoto dell ‘anno 1117, fu eretta la nuova sotto il vescovo Bernardo: la magnifica vasca battesimale appartiene al principio del secolo XIII (a).

 

Un altro fatto si riferisce di lui, che cioè abbia consacrato la chiesetta della sante Teuteria e Tosca, come si leggeva in «vetusto Psalmista in ecclesia Ss. Apostolorum » (3). Alcuni dicono eretta quella chiesa da sant’Annone medesimo, e precisamente nel luogo, dove si crede vivessero le due sante ritirate al di là della porta di Gallieno: qualcuno ritiene che sant’Annone abbia ridotto a chiesa un antico ipogeo romano collocato, come si soleva, «extra moenia civitatis». Comunque sia, è certo che sant’Annone consacrò quella chiesa nell’anno 751, e collocò i due corpi in una preziosa urna di marmo.  In seguito e la chiesa e l’urna subirono varie peripezie e trasformazioni: perciò ora sarebbe difficile sostenere che i corpi ivi conservati siano precisamente quelli delle due sante Tosca e Teuteria.

 

Il fatto più rilevante del vescovo sant’Annone fu l’aver egli ricuperato e riposto nell’antica loro chiesa i corpi dei due santi martiri Fermo e Rustico.

 

La narrazione diffusa del fatto ci è data da un documento antichissimo, detto comunemente la Translatio (4), aggiunta alla Passio Martyrum, benchè d’altro autore. Ora è troppo difficile determinare l’età del documento: un codice esistente presso la chiesa di S. Fermo Maggiore appartiene senza dubbio al principio del secolo XI(5): ma la forma della narrazione e l’analogia esistente tra questa e quella del Ritmo Pipiniano autorizzano a ritenere che la sua redazione sia di poco posteriore al fatto; anzi alcuni dei nostri la vollero quasi coeva (6). Una narrazione più concisa ci vien data dai Versus de Verona, detti comunemente Ritmo Pipiniano, scritti forse venti o trent’anni dopo la morte del vescovo Annone.

 

Altrove abbiamo veduto come senza dubbio i corpi dei santi martiri vagarono nel secolo V in regioni, che stavano ad oriente di Verona.  Sembra fossero dapprima nella città di Capri (Capo d’Istria): donde verso la metà del secolo VIII furono trasportati a Trieste. La notizia di questo trasporto arrivò sino a Verona; cosa ben verosimile, quando si pensi quanta venerazione si avesse in quell’epoca alle reliquie dei santi, e particolarmente quanto fosse venerata in Verona la memoria dei santi Fermo e Rustico.  Il vescovo sant’Annone si recò personalmente a Trieste insieme a molti del clero e del popolo veronese; ed aiutato anche dalla sua sorella Maria (Consolatrice) riuscì ad ottenere dai triestini, forse pagando una buona somma, la restituzione delle preziose reliquie: indi con grande pompa le riportò a Verona. La traslazione ebbe luogo « temporibus regum Desiderii et Adelchis », come attesta il Ritmo Pipiniano; e, siccome Adelchi fu assunto a collega nel regno da suo padre Desiderio l’anno 759, così la traslazione non deve esser avvenuta prima di quest’anno.

 

Ricuperate le preziose reliquie, il santo vescovo pensò a riporle nell’antica chiesa ad onore dei santi martiri, edificata fuori delle mura della città: «in basilica, quae a priscis in eorum fuerat honore constructa temporibus », come narra la Translatio.  

Secondo un erudito archeologo veronese, Annone avrebbe riattato ad uso di tempio cristiano un antico tempio pagano. Ma per noi è troppo chiara ed autorevole la testimonianza della Translatio: del resto, può esser vero quel riattamento, fatto però non al tempo di Annone, ma «a priscis temporibus »; forse fin dal secolo IV.  Aggiunge la Translatio che il vescovo ripose quei sacri corpi « sub omni diligentia », e li collocò «in arca saxea subterranea », oppure, come  hanno altri codici, « in arca saxea in specu subterranea »;  i nostri scrittori pensano che entro l’urna di marmo fosse una cassa di piombo, nella quale erano rinchiusi i sacri corpi.  Aggiunge pure la Translatio che il vescovo condì le sacre reliquie con aromi, incensi e balsami preziosi, e che la reposizione fu celebrata con pompa solenne e col concorso di tutta la cittadinanza veronese. Sulla profusione di aromi odoriferi è ancor più diffuso il Ritmo Pipiniano: « Quorum corpora et insimul condidit Episcopus – Aromata, galbanum, stacten et argoico, – Myrrha, gutta et casia et thus lucidissimum ».

 

Intorno all’epoca di questa solenne reposizione furono e sono varie le opinioni dei nostri scrittori. Il Bagata pensava fosse avvenuta il giorno 22 maggio dell’anno 755, appoggiato a due iscrizioni, che si leggevano (nel 1576) su due tavole dietro l’altare dei SS. Martiri (8). Ma queste iscrizioni sono molto incerte; e d’altronde questa data dell’anno 755 non può conciliarsi con quella della traslazione a Verona avvenuta dopo l’anno 759.

Altrettanto si dica dell’opinione del Dionisi nella prima sua parte; secondo il quale i due corpi nell’anno 755 sarebbero stati collocati nella chiesa eretta sul luogo del martirio, detta S. Fermo in Braida, poi Crocifisso, ora distrutta: di là nell’anno 765 con grande solennità sarebbero stati trasportati nella chiesa detta ora S. Fermo Maggiore, decorosamente restaurata ed abbellita dal vescovo sant’Annone (9).

Domenico Vallarsi, recando un’altra iscrizione, che egli lesse, o credette di leggere, sulla cassa di piombo contenente i corpi dei martiri, sostenne che i corpi furono riposti nella cassa e nell’arca il 23 marzo dell’anno 765 (10).

A lui si oppose Luigi Pindemonte, negando l’autenticità di questa iscrizione (11).

Attualmente sta per questa data e per l’argomento del Vallarsi il ch.mo sac. Antonio Spagnolo, il quale reca anche l’iscrizione (12).  Ma il Troya già a’ suoi tempi avea sostenuto che il Vallarsi si era allucinato nell’interpretare quella iscrizione (13), ed anche il ch.mo prof. C. Cipolla la chiama pretesa iscrizione (14). Per  noi la questione non ha molta importanza: a noi basta averne indicato i termini e lo stato attuale; del resto, prescindendo anche dall’argomento del Vallarsi, la data più sicura parrebbe quella dell’anno 765.  Nella chiesa cattedrale già molto prima del secolo XVI nel giorno 22 maggio si celebrava « translatio Ss. Firmi et Rustici »: assai probabilmente la voce translatio significava reposizione.

 

E’ fuor di dubbio che il santo vescovo volle che le preziose reliquie avessero una sede degna di loro, e rispondente alla venerazione che i fedeli veronesi ebbero sempre per i loro martiri. La Translatio, dopo aver detto che il vescovo collocò quei corpi «in arca saxea subterranea », soggiunge « cujus operimentum perornavit argento et auro, sed (et) diversis lapidibus pretiosis ».

Più ampli dettagli ci dà il Ritmo Pipiniano: «Tumulum aureum coopertum circundat (Hanno) centonibus (15) – color interstinctus mire mulcet sensus hominum – modo albus, modo niger  inter  duos  purpureos »;  Oppure, come ha qualche altro codice: «Tumuli  aurei coperclum  circumdat  preconibus – color  serici  distinctus  mulcet  sensus  hominum – modo  albus,  modo  niger,  inter  duos  purpureus »(16).

Più laconica, ma eloquente, è la relazione di Giovanni Mansionario: «Ipsa  sanctorum  corpora in  ecclesia  sancti  Firmi  Majoris  XI kal.  junii (Hanno) honorifice sepelivit et devotissime ».

 

Tanto la Translatio, quanto il Ritmo,  si accordano nel magnificare quell’« operimentum» o «coperclum », che sant’Annone pose sopra il tumulo dei due santi, il quale doveva essere assai prezioso e per materia e per arte.  Pare fuor di dubbio che questo « operimentum» dovesse essere una specie di baldacchino, quale fin dai primi tempi si costumava porre sopra le tombe dei Martiri, e che perciò si diceva « martyrium, confessio»(17),  una specie di ciborio, quale avea posto S. Gregorio Magno sul sepolcro di S. Pietro, e quale abbiam veduto posto sull’altare di S. Giovanni Battista nella basilichetta di S. Giorgio di Valpolicella.  Però questo ciborio eretto sopra l’urna dei santi Fermo e Rustico, a quanto pare, non poggiava sopra colonnette, ma sopra muriccioli di pietre preziose con oro ed argento.

 

Il Ritmo aggiunse che questo «operimentum » avea pure un ornamento di seta a diversi colori, ed era contornato « preconibus »(18).  Alcuni dei nostri scrittori opinano (e vorrebbero) che questo drappo serico a vari colori circondato « preconibus », cioè con figure di « precones », fosse il così detto Velo di Classe, che sant’Annone coadiuvato dalla sua sorella Maria avrebbe fatto lavorare e stendere come ornamento prezioso attorno e davanti al « martyrium » sovrapposto all’urna dei santi Martiri. Tesi un po’ difficile(19);  ma non rigettata dal ch.mo nostro prof. Carlo Cipolla (20).  Noi non discutiamo la tesi: la proporremo insieme con le altre trattando del Velo, nel capo col quale chiuderemo l’epoca prima di questi Cenni storici.

 

Dell’episcopato di sant’Annone non abbiamo altri particolari: nei primordi di lui dovrebbero esser avvenuti quei litigi tra i chierici della chiesa veronese, dei quali abbiamo dato un cenno altrove; ma non ne conosciamo la materia.

 

E’ cosa difficile definire l’anno della morte di S. Annone.  Il can. Dionisi, che in una delle sue opere pubblicata l’anno 1758 lo dice morto tra gli anni 760-770(21), in altra pubblicata l’anno 1786 dice che passò a godere il centuplo in paradiso il giorno 23 maggio dell’anno 782(22).

Il Panvinio dice che Annone era vescovo, quando Carlo Magno si impadronì dell’Italia; il che avvenne l’anno 774: il Libardi aggiunge che sant’Annone ottenne da Carlo Magno la conferma dei privilegi vigenti sotto il dominio dei Longobardi (23).

Il nostro Stato personale pone la fine dell’episcopato l’anno 772. Secondo l’Ughelli e Panvinio « Anno (= Annone) praesul optimus caelum ascendit  X kal. junii (23 maggio) circa annum 780 »(24).  Crediamo che questa sia la data più sicura e quanto all’anno, e quanto al giorno. Il Carpsum nel giorno X kal. jun. segna: « assumptio S. Annonis epis. »;  ed il suo commentatore ne assicura che questa voce « assumptio » indica il passaggio del vescovo dalla vita terrena alla celeste (25).

 

Il corpo di sant’Annone fu sepolto nella chiesa di S. Maria Matricolare: da essa fu più tardi trasportato nella chiesa cattedrale eretta sotto il vescovo Ogniben, ed ora riposa sotto l’altare di sant’Andrea, detto anche dei Maffei.  Sull’urna fu posta un’epigrafe, che oggi è nascosta dietro l’altare e divisa in tre parti; la prima sta sul lato destro, la seconda sul sinistro, la terza « in fronte ad pedes ». La riportiamo quale essa è:

 

+ VERONE PSVL CELI QI FVLGET IN ARCE

+ Hl SITE ANNO SCS PATER ICLIT VRBIS

   FVT B AN CCA ANN D DCCLX

 

La quale iscrizione sciolta si legge (26):

 

+ VERONE PRAESUL COELI QUI FULGET IN ARCE –

    HIC SITUS EST ANNO SANCTUS PATER INCLITUS VRBIS –

    FUIT BEATUS ANNO CIRCA ANNVM DOMINI DCCLX.

 

Nelle prime due parti così ce la dà tradotta il can. Jacopo Dionisi:

 

« Di Verona il Pastor, l’inclito Padre /

   Della cittade, Santo Annone, giace /

   Col corpo suo, con l’Alma in Ciel rifulge ».

 

Una leggenda del secolo XV riferisce che sant’Annone ebbe una sorella, santa essa pure, di nome Maria (Consolatrice), o Consolata. Essa avrebbe avuto gran parte nella ricuperazione dei corpi dei Ss. Martiri Fermo e Rustico, stimolata a ciò da una visione, nella quale conobbe che solo con la ricuperazione di queste sacre reliquie si sarebbe ottenuto il beneficio della pioggia allora tanto sospirata (27). Si dice sia morta il giorno 1 di agosto di un anno incerto: nella nostra Chiesa se ne celebrava la memoria nel giorno 11 dello stesso mese, ora nel giorno 1 con rito semplice. Fu il vescovo Tebaldo, che nell’anno 1320 espose alla pubblica venerazione il corpo della santa, come apparisce dalle iscrizioni metriche poste più tardi sul suo sepolcro (28):

 

«SOLARE PROPRIIS MERITIS CEV NOMINE FVLGES

VERONAE POPVLVM FELICEM QUO TRAIS ORTVM

O CONSOLATRIX COGNOMINE DICTA MARIA

VIRGO RESTAVRATRIX POPVLI QVAM VERA SOPHIA

CONFOVET IN COELI RADIIS SPLENDORE FIDELI

VERONAM SERVA MERITIS PIETATE GVBERNA

 

HOC TVMVLO PRAESUL CONDIT TVA MEMBRA THEBALDVS

ANNIS BIS DENIS DOMINI CVM MILLE TRECENTIS

LVCE DEI PRIMA MENSIS QVI IVNIVS ALTVS

DlCITVR A LVCIS SPATIO MISERERE PETENTIS

 

FVLGET TVNC EADEM LVX INCLYTA MENSIS ET ANNO

CVM PRAESUL SANCTAE  MEMORATVS CONSECRAT ARAM

LVCE QVATER DENA SVPERAVCTVS PARCITVR ANNVS

IAM BENE CONTRITIS ANNALIS IN OCTO DIEBVS

HIC CONSOLATRIX REQVIESCIT SANCTA MARIA »,

 

Presso la cattedrale esiste una chiesetta, che era dedicata ad onor di Maria Consolatrice, ed esisteva almeno dal secolo X.  Secondo alcuni, essa era dedicata a Maria SS. sotto il titolo Consolatrice; secondo altri alla santa sorella del vescovo Annone (29).

Il corpo di questa santa, che una volta riposava in questa chiesetta, nell’anno 1808 fu trasportato nella cattedrale presso l’altare di sant’Agata, e la chiesa (fino allora parrocchiale) fu rivolta ad usi profani (30).

 

 

NOTE

 

 

1 – GIOVANNI Mansionario,  Historia imper.  Manoscritto della Capitolare.

 

2 – Dionisi, Biancolini, Simeoni, ecc. – Vedi anche l’opuscolo del compianto nostro collaboratore sac. ANT. SPAGNOLO, Per la storia dei vescovi di Verona – S. Annone pag. 6.

 

3 – BAGATA e PERETTI,  SS. Epp. Veron. Monum. pag. 5 v.

 

4 – Si trova presso MAFFEI, Istoria diplomatica pag.  311; RUINART, Acta Martyrum sincera, pag. 548  (Ed. Verona 1731).

 

5 – CIPOLLA, Il Velo di Classe, pag. 54. Vedi anche Storia di Verona, pag. 58.

 

6 – BIANCOLINI, Chiese di Verona, VIII. 123-140; dove egli dà una minuta esposizione della traslazione e della riposizione.

 

8 – BAGATA e PERETTI, Op. cit. pag. 17 v. – Questa è pure la data, che leggiamo tuttora nel breviario, Proprium Dioec. Veron. al giorno 9 agosto.

 

9 – DIONISI, Dei Santi Veronesi pag. 17, 229.

 

10 – VALLARSI, Sacre ant. iscrizioni … Manifesta e categ. risposta … La realtà e lettura delle sacre iscrizioni (Verona 1759, 1762, 1763).

 

11 – PINDEMONTE, Sacre iscrizioni lette dal Vallarsi dimostrate ideali  (Verona 1762).

 

12 – SPAGNOLO, Op. cit. pag. 9.

 

13 – TROYA, Codice diplom. longob. V. Num. 449.

 

14 – CIPOLLA, Fonti edite per la storia della Regione Veneta, pag. 125.

 

15 – Questa voce fu posta arbitrariamente dal Maffei, persuaso che la voce «preconibus» non avesse senso.  Anche BIANCOLINI, Dei Vescovi Diss. I. pag. 4 accettò la voce « centonibus ».

 

16 – Questa è la lezione di LUD. TRAUBE, Karol Forsch. pag. 128, presso CIPOLLA, Il Velo di Classe, pag. 55.

 

17 – BIANCOLINI, Chiese di Verona, VIII. pag. 129, seg.

 

18 – La voce «praeco» si spiega per predicatore e giudice. Du CANGE, Glossarium ad v. Proeco (ed. Fabre), presso CIPOLLA,  Il Velo di Classe, pag. 56.

 

19 – Oltre il P. Mauro Sarti, la sostennero Dionisi, Biancolini, Cenci ed  altri.  Ne riferiremo gli argomenti nell’ultimo capo di quest’epoca prima.

 

20 – CIPOLLA Il Velo di Classe pag. 56, e Storia polit. di Verona pag. 58.

 

21 – DIONISI   De Aldone et Nottingo pag. 2 (Veronae 1758).

 

22 – DIONISI Dei Santi Veronesi pag.  230 (Verona 1796).

 

23 – Presso SPAGNOLO Opusc. cit. pag.  10

 

24 – UGHELLI  Italia sacra Tom. V. col. 702, sequ.

 

25 – SPAGNOLO nel Bollettino eccles. Anno 1915 pag. 89.

 

26 – Presso DIONISI Dei Santi Veronesi pag. 231; CAPPELLETTI Chiese d’Italia pag. 751.

 

27BAGATA Ss. Epp. Veron. Antiqua Monum, 55 v. seg.

 

28 – Presso BIANCOLINI Chiese di Verona II. 456; 8AGATA Op. cit. 27 v.

 

29 – 8IANCOLINI Chiese di Verona II. 455, VIII. 220.

 

30 – G. TURRI Cenni intorno alla vita di S. Maria Consolatrice (Verona 1881).

Riporta in italiano l’iscrizione posta sull’urna della santa (alla pag. 5).

 

 

ANNOTAZIONI AGGIUNTE AL CAP. XVIII (a cura di A. Orlandì)

 

 

(a) pago 131. – Quanto alla questione della Cattedrale si osserva prima di tutto che il vocabolo “cattedrale” venne in uso dopo il Mille. Il vescovo Raterio verso l’anno 966-67 parla di “Ecclesia mater”, nel senso di chiesa principale dove officiava il vescovo (RATHERIUS, Synodica in Opera, Verona, 1765, col. 421).

Quanto al senso di “chiesa principale” in cui celebra il vescovo, in forza delle scoperte archeologiche nell’area del canonicato e di S. Elena, sembra di dover concludere che in quest’area fin dai tempi di S. Zeno fu la prima chiesa e quindi la sede del vescovo. Nel periodo longobardico, quando erano stati distrutti gli edifici nell’area prericordata, il vescovo certamente celebrò la liturgia in altre chiese, che poterono essere S. Stefano o S. Pietro in Castello o altre.  Ma nel secolo VIII, appena fu possibile, si fece ritorno alla sede antica. Non si deve d’altra parte ignorare l’importanza che ebbe la chiesa di S. Stefano, come chiesa cimiteriale, che accolse le spoglie di molti vescovi e forse dei primi cristiani di Verona, cioè di quelli che furono nella nostra città i primi “testimoni” della fede e perciò degni di ogni venerazione, anche se non finirono la vita con morte violenta per azioni di persecuzione.

 

 

Fonte:  srs di Giovanni Battista Pighi, da CENNI STORICI SULLA CHIESA VERONESE, volume I

 

 

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