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In Germania il controllo delle opinioni online non è più un fenomeno marginale né un effetto collaterale della sicurezza: è diventato un sistema strutturato, pianificato e finanziato dallo Stato. Non si parla di singoli eccessi, ma di un apparato stabile di sorveglianza delle parole, attivo ogni giorno su Internet e social media.
Il meccanismo è semplice e proprio per questo inquietante. Lo Stato non controlla tutto direttamente, ma affida il compito a una rete di circa 325 organizzazioni tra ONG, fondazioni, associazioni e soggetti privati. Questi enti monitorano costantemente i contenuti digitali, individuano espressioni ritenute “vietate” o “problematiche” e le segnalano alle autorità. La maggior parte di queste strutture è finanziata con fondi pubblici. In pratica, il governo paga intermediari perché sorveglino i cittadini e li denuncino allo Stato.
Il caso di Damian N. mostra fino a che punto il sistema sia arrivato. Un cittadino qualsiasi, colpevole di aver pubblicato su X un commento critico verso lo Stato e i dipendenti pubblici, si è visto la polizia bussare alla porta all’alba. Telefono sequestrato, trasferimento in commissariato, identificazione completa, raccolta di dati biometrici e richiesta di un campione di sangue per il DNA. Nessuna violenza, nessuna minaccia: solo parole. Il messaggio finale è stato chiaro: “stai attento a ciò che scrivi, sei sotto sorveglianza”.
Non si tratta di un’eccezione. In Germania oggi criticare duramente lo Stato o i politici può avere conseguenze penali. Il quadro normativo lo consente. Il risultato è una repressione di massa: circa 250.000 segnalazioni l’anno, 150.000 procedimenti penali e migliaia di persone perseguite per espressioni sgradite.
Il dato centrale non è solo quantitativo, ma sistemico. La segnalazione è diventata prassi. Programmi governativi come “Live Democracy!”, con 200 milioni di euro annui, finanziano la caccia a “contenuti estremisti”, “teorie del complotto” e “propaganda filorussa”, categorie volutamente elastiche. ONG come HateAid, sostenute da fondi pubblici, raccolgono dichiarazioni politiche e le portano davanti alle autorità. Formalmente è “società civile”. Nei fatti è censura esternalizzata.
Il punto chiave è che la censura non viene chiamata censura. È presentata come “difesa della democrazia” o “lotta all’odio”. Il dissenso non viene vietato apertamente, ma reso rischioso, costoso e logorante, fino a scoraggiare chiunque non sia disposto a pagare il prezzo.
Il caso dello scrittore satirico CJ Hopkins lo conferma. Accusato per aver paragonato le politiche anti-COVID al nazismo, assolto dopo un lungo processo, si è visto nuovamente perquisire la casa e sequestrare il computer, questa volta per un libro. Anche senza condanna definitiva, il messaggio è inequivocabile: puoi essere assolto, ma non sarai lasciato in pace. Il procedimento diventa la pena.
Questo modello non resta confinato alla Germania. Sta diventando un riferimento per l’Europa, rafforzato dal Digital Services Act, che replica la stessa logica: segnalazioni di massa, rimozioni preventive, responsabilità privata per il controllo dei contenuti.
In sintesi: la Germania è il laboratorio, l’Europa è il moltiplicatore. Bruxelles non corregge questo modello, lo adotta e lo normalizza. Il dissenso non viene vietato: viene reso scomodo, rischioso e logorante. Nessun bavaglio plateale, solo segnalazioni, indagini e pressione continua. Una censura educata, burocratica e perfettamente europea.
Fonte: Da Telegram…@trut2022


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