L’11 SETTEMBRE 2001, QUANDO LA STORIA DIVENTÒ UN RACCONTO: LA NARRAZIONE A 25 ANNI DALLA CADUTA DELLE TORRI GEMELLE

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Non hanno in alcun modo tenuto conto delle affermazioni dello stesso Bin Landen per seguire altre piste: “Non sono stato coinvolto negli attacchi dell’11 settembre negli Stati Uniti né avevo conoscenza di tali attacchi. Esiste un governo all’interno del governo negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti dovrebbero cercare di rintracciare i responsabili di questi attacchi all’interno di se stessi; le persone che vogliono fare di questo secolo un secolo di conflitto tra Islam e Cristianesimo. Quel governo segreto deve essere interrogato su chi ha compiuto gli attacchi…. Il sistema americano è totalmente controllato dagli ebrei, la cui prima priorità è Israele, non gli Stati Uniti.”

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Venticinque anni dopo, la questione non è soltanto chi abbia organizzato l’attacco. È capire come un evento sia diventato un archetipo, come una versione dei fatti sia diventata verità e perché alcune domande e alcune analisi siano state confinate nel territorio del complotto

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diMarco Pozzi

11 Settembre 2026

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Ci sono eventi che la storia registra. E ce ne sono altri che, nel momento stesso in cui accadono, smettono di essere soltanto eventi e diventano racconti. L’11 settembre appartiene alla seconda categoria. Le Torri che crollano in diretta mondiale, il fumo, le persone alle finestre, gli uomini e le donne che si lanciano nel vuoto per sottrarsi al fuoco: quelle immagini hanno smesso quasi immediatamente di essere semplicemente immagini. Sono diventate un archetipo. Come l’assedio di Troia per Omero. Come il regicidio per Shakespeare. Non è un caso che dove sorgevano le torri del WTC si sia lasciato il vuoto, come simbolo di una ferita che non può essere rimarginata. E non è un caso che su una parete, creata con il metallo fuso proveniente dal recupero dei resti del WTC, all’interno del museo sotterraneo sia incisa una frase tratta dall’Eneide di Virgilio (Libro IX, verso 447): “No day shall erase you from the memory of time” – “Nessun giorno vi cancellerà dalla memoria del tempo”. Una citazione di un grande poema epico per costruire l’epica del racconto contemporaneo e della memoria dell’11 settembre.

Come ogni grande tragedia, l’11 settembre ha prodotto un mondo nel quale i personaggi erano già scritti: la vittima, il carnefice, l’eroe, il traditore, il nemico invisibile, la minaccia che incombe sulla civiltà. La realtà è diventata materia prima di una narrazione. E la narrazione, molto rapidamente, è diventata politica.

Questa è la domanda che ci interessa, venticinque anni dopo. Non soltanto chi ha fatto cosa. Ma chi ha deciso come dovesse essere raccontato e che cosa dovesse significare ciò che era appena accaduto. Perché un evento può uccidere tremila persone. Una narrazione può cambiare il mondo.

C’è una scena che meriterebbe di essere riguardata. È un’intervista della BBC a Ehud Barak, ex primo ministro di Israele dal 1999 al 2001, trasmessa mentre l’America è ancora immersa nel caos degli attentati. Barak afferma di non sapere chi sia responsabile. Poi aggiunge che probabilmente lo si saprà entro dodici ore. Evoca Bin Laden e Al Qaeda. E quasi immediatamente formula quella che diventerà la grammatica politica dell’epoca successiva: una guerra globale contro il terrorismo, una risposta coordinata, la necessità di colpire anche gli Stati che sostengono o ospitano i terroristi, l’accettazione di nuove limitazioni alla vita quotidiana. All’intervista di Barak si può accostare quella rilasciata nel 1995 da Benjamin Netanyahu in cui l’attuale capo del governo israeliano afferma profeticamente “che l’Occidente non capisce l’Islam, che,se l’Occidente non si da una svegliata sulla natura suicida dell’Islam militante, il prossimo passo sarà che l’Islam militante butterà giù il World Trade Center.”

Non sono prove certe che Barak e Netanyahu sapessero in anticipo e che Israele abbia organizzato l’attacco. Ma mostrano qualcosa di molto più interessante. La relazione tra possibili attentati di portata straordinaria negli Stati Uniti e Islam militante viene formulata già anni prima dai vertici dello Stato israeliano e viene ribadita pochi minuti dopo l’attacco alle Torri del WTC. Un modo molto efficiente di gettare le basi per accreditare la narrazione che verrà da subito imposta dai politici e dai media urbi et orbi.

Il 10 novembre 2001, solo due mesi dopo l’attacco, il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, nel suo primo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, ha affermato con fermezza: “Non dobbiamo mai tollerare malvagie teorie del complotto a riguardo degli attacchi dell’11 settembre, bugie maliziose che tentano di spostare la colpa dai colpevoli, lontano dai terroristi”. Ha poi esortato le nazioni libere a unirsi alla guerra contro il terrore, riferendosi all’invasione dell’Afghanistan iniziata il 7 ottobre 2001 e denominata Operation Enduring Freedom. Una guerra in cui sono stati spesi circa 900 milioni di dollari al giorno per poi lasciare, dopo vent’anni, l’Afghanistan nelle mani dei talebani. L’unico risultato è stato l’enorme flusso di denaro riversato verso il complesso militare – industriale.

QUANDO LA CRONACA DIVENTA MITO

È interessante notare che mentre i fatti sono ancora del tutto oscuri, il lorosignificato politico e le conseguenze che ne derivano sono già chiarissime. Le Torri stanno bruciando. I soccorritori stanno ancora cercando i superstiti tra le macerie. E già si definisce il mondo che dovrà venire dopo. È questo il momento esatto in cui la cronaca comincia a trasformarsi in mito.

Aristotele aveva capito qualcosa di essenziale quando scriveva della tragedia. La tragedia non è la semplice successione degli avvenimenti. È una costruzione di rapporti causali. Gli eventi devono apparire legati da una necessità, o almeno da una probabilità, perché lo spettatore possa riconoscere un senso. L’11 settembre ha offerto alla società occidentale qualcosa di più di una catastrofe. Ha offerto una trama. Un nemico. Una causa. Una risposta. E soprattutto ha offerto un racconto capace di trasformare la paura in un programma politico. È questo che rende l’11 settembre un archetipo moderno. Non soltanto perché è stata una tragedia. Ma perché è stata immediatamente raccontabile. E ciò che è raccontabile è molto più facile da governare.

IL MONDO DENTRO UNA TRAMA

La versione ufficiale dell’11 settembre non nasce dal nulla. La Commissione sull’11 settembre ha prodotto una ricostruzione enorme. Ha attribuito gli attentati ad Al Qaeda, ricostruendo il percorso che porta alla pianificazione dell’operazione e ai diciannove dirottatori. Non ha in alcun modo tenuto conto delle affermazioni dello stesso Bin Landen per seguire altre piste: “Non sono stato coinvolto negli attacchi dell’11 settembre negli Stati Uniti né avevo conoscenza di tali attacchi. Esiste un governo all’interno del governo negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti dovrebbero cercare di rintracciare i responsabili di questi attacchi all’interno di se stessi; le persone che vogliono fare di questo secolo un secolo di conflitto tra Islam e Cristianesimo. Quel governo segreto deve essere interrogato su chi ha compiuto gli attacchi…. Il sistema americano è totalmente controllato dagli ebrei, la cui prima priorità è Israele, non gli Stati Uniti.”

Il rapporto della Commissione contiene una frase che dovrebbe essere molto più famosa di quanto non sia. L’attacco fu uno shock. Ma, in realtà, non avrebbe dovuto essere una sorpresa. Se davvero l’attacco è stato opera di Al Queda gli apparati americani disponevano da anni di informazioni su Bin Laden e Al Qaeda. Bin Laden ha avuto strettissimi rapporti con l’intelligence occidentale, soprattutto statunitense, durante la fase finale della guerra tra URSS e mujahidin in Afghanistan (1979-1989) e in Bosnia per l’organizzazione delle milizie musulmane bosniache durante la guerra civile (1992-1995). Le segnalazioni si erano moltiplicate. I briefing della CIA si sono susseguiti. Le informazioni sono arrivavate. Eppure il sistema non è riuscito o non ha voluto trasformarle in prevenzione. La Commissione parla di fallimenti di immaginazione, di capacità, di gestione, di comunicazione. È una spiegazione molto meno affascinante di un grande complotto. Ma forse proprio per questo è più inquietante. Un sistema può sapere senza capire. Può possedere tutti gli indizi e non riuscire a vedere la storia che quegli indizi stanno raccontando. Può persino sapere che qualcosa sta per accadere e non sapere cosa. Può anche arrivare a un passo dalla verità ed essere bloccato da elementi dello stesso sistema.

LA CASSANDRA DELL’11 SETTEMBRE 

In quest’ottica è esemplare la vicenda di John O’Neill. Il capo dell’antiterrorismo dell’FBI che da anni insisteva sulla minaccia rappresentata da attacchi terroristici a strutture civili statunitensi. Aveva seguito le indagini sulla USS Cole e sugli attentati alle ambasciate americane. Soprattutto aveva seguito le tracce del Piano Bojinka, messo a punto dall’organizzazione filippina Abu Sayyaf. Il progetto fu scoperto nel gennaio del 1995, dopo l’irruzione della polizia filippina in un appartamento a sud di Manila. Gli obiettivi identificati erano grattacieli- il simbolo per antonomasia della potenza americana – di 11 città statunitensi. Tra cui, ovviamente, New York. Il documento era la prova dell’esistenza di un progetto terroristico su ampia scala che prevedeva l’uso di aerei civili da lanciare come armi contro grattacieli americani.

O’Neill aveva visto. Aveva capito. Aveva avvertito. Non era stato ascoltato. Ha lasciato l’FBI esasperato dalla situazione ed è diventato responsabile della sicurezza del World Trade Center.L’11 settembre era il suo primo giorno di lavoro al WTC. È morto mentre dopo essere tornato dentro la Torre Sud per aiutare altre persone a uscire. È difficile immaginare una figura più perfetta per una tragedia di Eschilo o di Shakespeare. Ma soprattutto per il mito di Cassandra.  La donna che vede il futuro, lo annuncia e viene condannata a non essere creduta. O’Neill è la Cassandra dell’11 settembre. Di fronte a un evento di tale portata vanno eliminate le reticenze, va bandita qualsiasi forma di pigrizia che ci fa adagiare sul racconto ufficiale.

QUANDO IL DUBBIO DIVENTA COMPLOTTISMO

Dobbiamo avere il coraggio di porci le domande più scomode. Qui comincia la storia di tanti ricercatori della Verità. Tra questi indomiti rabdomanti del Vero spiccano Giulietto Chiesa, Franco Fracassi, Massimo Mazzucco. Il loro lavoro è stato rapidamente archiviato sotto una parola: complottismo. È una parola straordinariamente efficace. Perché permette di non discutere ciò che viene detto. Basta pronunciarla. Chiesa e Fracassi, con “Zero – inchiesta sull’11 settembre” (2007), hanno messo sotto esame la versione ufficiale attraverso testimonianze e analisi relative al Pentagono, alle esercitazioni militari, ai crolli delle Torri e soprattutto al WTC7. Mazzucco con i suoi documentari “11 settembre 2001 – Inganno globale” (2006) “11 settembre – La nuova Pearl Harbor” (2013) ha portato il confronto in televisione. E lì la questione è diventata ancora più interessante. Perché il vero conflitto non era soltanto tra due versioni. Era tra due modi di intendere l’informazione. Da una parte: questa è la versione ufficiale, dimostrate che è falsa. Dall’altra: questa è la versione ufficiale, dimostrate che è vera. Sembra una differenza minima. Non lo è. Perché nel secondo caso la versione ufficiale smette di essere il punto di partenza. Diventa l’oggetto dell’indagine.

IL WTC7 E IL DIRITTO DI ESSERE ASCOLTATI

Prendiamo il WTC7. Un edificio di 47 piani, non colpito da alcun aereo, crolla nel pomeriggio, alle 17,20. Il NIST ha riconosciuto nel rapporto definitivo una fase di caduta libera di circa 2,25 secondi. Un attimo. La spiegazione ufficiale attribuisce il collasso a una sequenza di cedimenti strutturali innescata dagli incendi. Ma AE911Truth, l’Associazione degli architetti e degli ingegneri per la Verità sull’11 settembre sostiene una lettura radicalmente diversa. L’associazione, che riunisce architetti, ingegneri e altri professionisti e chiede da venticinque anni una nuova indagine indipendente, ha prodotto una lunga serie di analisi tecniche sul WTC7. Tra i suoi lavori c’è quello del fisico David Chandler sulla fase di caduta libera e, soprattutto, lo studio condotto da un gruppo guidato dall’ingegnere civile J. Leroy Hulsey dell’Università dell’Alaska Fairbanks. Lo studio conclude che il collasso non può essere spiegato dall’incendio e sostiene l’ipotesi della demolizione controllata. Non è la posizione del NIST. Non è la posizione prevalente dell’ingegneria strutturale. Ma è una posizione molto ben documentata e argomentata tecnicamente. Può essere criticata. Può essere confutata. Può essere verificata. Quello che non dovrebbe accadere è che venga semplicemente cancellata dalla discussione attraverso un’etichetta. Perché una tesi sbagliata si combatte con un’argomentazione migliore, non con una diagnosi psichiatrica.

AE911Truth ha raccolto inoltre una serie di elementi che, secondo i suoi ricercatori, sono incompatibili con un collasso progressivo provocato dal fuoco: la rapidità dell’innesco, la simmetria del collasso, la fase di caduta libera, alcune evidenze relative ai materiali rinvenuti nelle macerie e le testimonianze sulle esplosioni. Sono conclusioni di AE911Truth, non fatti scientificamente acquisiti dalla comunità internazionale. Ma proprio per questo devono essere sottoposte al confronto scientifico. Non espulse dal campo. Il problema non è credere ad AE911Truth. Il problema è essere sicuri che il confronto con AE911Truth sia avvenuto davvero.

FALSE FLAG: IL PRECEDENTE CHE NON PUÒ ESSERE RIMOSSO

E qui arriviamo a una parola che suscita immediatamente scandalo: false flag. Anche qui è necessario fare una distinzione. Dire che esistono precedenti storici di operazioni false flag non significa dimostrare che l’11 settembre sia stato una false flag. Ma significa impedire che l’idea stessa venga liquidata come una fantasia patologica.

Esiste un documento. Si chiama Operation NorthwoodsNel marzo del 1962, i Joint Chiefs of Staff sottoposero al segretario alla DifesaRobert McNamara un memorandum classificato nel quale venivano proposti pretesti per giustificare un intervento militare americano contro Cuba. Tra le ipotesi previste figuravano la simulazione dell’abbattimento di un aereo civile e il bombardamento di una nave americana nella baia di Guantánamo, attribuendone la responsabilità a Cuba. Il documento è stato declassificato. È conservato dal National Security Archive della George Washington UniversityNorthwoods non dimostra l’11 settembre. Dimostra però qualcosa che dovrebbe essere sufficiente a cambiare il modo in cui discutiamo queste cose: gli apparati statali hanno storicamente concepito piani nei quali la manipolazione di un evento o la creazione di un pretesto venivano considerate strumenti legittimi di politica estera. Non è complottismo. È storia. E la storia, proprio perché è storia, ci obbliga a non trasformare l’incredulità in metodo. Il punto, allora, non è affermare che Northwoods dimostra che l’11 settembre è stato organizzato dagli Stati Uniti. Il punto è molto più semplice: perché dovremmo considerare impossibile, per principio, ciò che sappiamo essere stato pensato e proposto in altri momenti della storia? La risposta deve essere nei documenti. Nelle prove. Nella ricostruzione dei fatti. Non nell’indignazione. Ed è qui che l’archetipo ritorna.

LA STORIA TRASFORMATA IN COPIONE

Omero aveva bisogno di Troia. Shakespeare aveva bisogno di un re assassinato. La tragedia ha bisogno di un ordine nascosto dentro il caos. L’11 settembre ha prodotto qualcosa di simile. Ha trasformato il mondo in una storia. Gli innocenti. I terroristi. Il nemico. La civiltà. La guerra. Il sacrificio. La vendetta. E soprattutto la promessa che, eliminato il nemico, il mondo sarebbe tornato comprensibile. Ma il mondo non è tornato comprensibile. Perché la guerra al terrore non ha avuto un finale. È diventata una condizione permanente. Forse è proprio questo il punto che abbiamo dimenticato.

IL CAMPO E IL FUORI CAMPO

L’11 settembre non ha soltanto cambiato la storia. Ha cambiato il modo in cui la storia viene raccontata mentre accade. Ha inaugurato una stagione nella quale l’immagine non accompagna più l’evento. Lo precede. Lo interpreta. Lo ordina. Lo rende politicamente utilizzabile. La televisione ha mostrato le Torri mentre cadevano. Ma contemporaneamente ha cominciato a costruire il significato della loro caduta. È qui che il campo e il fuori campo diventano decisivi. Ogni inquadratura mostra qualcosa. Ogni inquadratura esclude qualcosa. Il potere non è soltanto decidere ciò che entra nell’inquadratura. È decidere che cosa deve restare fuori. Per questo oggi non è interessante scegliere tra due dogmi. Quello secondo cui la versione ufficiale è intoccabile. E quello secondo cui tutto ciò che la versione ufficiale racconta è falso. Sono due forme speculari della stessa pigrizia mentale. La prima dice: non fare domande. La seconda: non credere a nienteLa libertà comincia in mezzo. Nel territorio molto più difficile del non lo so. Fammi vedere. 

IL DUBBIO COME ANTICORPO

Forse questa è la vera eredità dell’11 settembre. Non una nuova teoria. Non una nuova verità confezionata. Ma il diritto di tornare sui fatti. Di riaprire le domande. Di distinguere ciò che sappiamo da ci  che supponiamo. Di guardare il campo e poi il fuori campo. Di non confondere una spiegazione con una verità. E soprattutto di ricordare che il dubbio non è il nemico della democrazia. Il dubbio è uno dei suoi ultimi e fondamentali anticorpi.

CHI HA SCRITTO IL COPIONE?

Cassandra non aveva torto perché credeva in una teoria. Aveva torto, agli occhi di tutti, perché nessuno voleva ascoltarla. E forse il vero insegnamento dell’11 settembre non è che Cassandra avesse sempre ragione. È molto più inquietante. Ed è il fatto che una società può diventare talmente sicura del proprio racconto da non avere più bisogno di verificare la realtà. L’11 settembre crollarono le Torri. Ma negli anni successivi è cominciato un altro crollo, più lento e meno visibile: quello del confine tra ciò che è accaduto e il racconto che ci è stato consegnato di ciò che è accaduto. E quando quel confine scompare, il problema non è più soltanto sapere chi abbia scritto la storia. È capire chi ha scritto il copione.

Fonte srs di di  Marco Pozzi. Da Il giornale d’Italia del 11 settembre 2026


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