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Dopo aver sconfitto il nazismo, l’Unione Sovietica giaceva in rovina. Milioni di soldati tornarono vivi, ma spezzati—gambe distrutte, braccia inutili, ossa contorte come le città devastate da cui provenivano. In molti ospedali, l’amputazione era la fine inevitabile. Le risorse erano scarse, il tempo poco, e la speranza stava svanendo. Fu in questo paesaggio desolato che emerse un medico improbabile, ostinato e brillante: Gavriil Ilizarov. Nato nel Caucaso e cresciuto lontano dalla medicina accademica, arrivò in Siberia con un diploma appena conseguito e una domanda audace che nessun altro aveva posto: e se le ossa potessero rinascere?
Ilizarov era tutto tranne che convenzionale. Fumava compulsivamente—anche durante gli interventi chirurgici—tenendo la sigaretta con una pinza sterile per non contaminare il paziente, un gesto assurdo quanto simbolico. Viveva circondato da anelli di metallo, fili improvvisati e idee che avrebbero fatto svenire qualsiasi chirurgo tradizionale. Eppure, mentre gli altri ridevano, lui continuava a pensare. E mentre pensava, salvava vite.
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