Gen 04 2016

STORIA VENETA – 142: 1797 – DOPO MILLE ANNI LA FINE. GLI ULTIMI ISTANTI DELLA REPUBBLICA

Category: Storia di Venezia e del Venetogiorgio @ 00:07

 

Dal testo di Francesco Zanotto

 

“Senonchè il furor popolare essendo un mar in burrasca senza freno, tale tumulto era per minacciare la intera città, e involger nella mina e nel lutto gl’innocenti cittadini. La patria era caduta, nè rimaneva altro che salvarla da quegli orrori minacciati da una plebe irata e senza legge. A ciò accorse la carità di un suo cittadino, il nobile Bernardino Renier, il quale, investito subitamente del potere di domare il tumulto, coll’indomito suo coraggio e accutezza di mente, raunati quanti più potè ufficiali e soldati, scorse le vie della Merceria, ed avviatosi al ponte di Rialto, pensò d’impedire il transito per quello a’ tumultuanti … ”

  

ANNO 1787

 

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Giuseppe Gatteri

  

Cosa ci racconta il disegno di Gatteri.

 

Indebolita ed impoverita politicamente, incapace di un reale e profondo rinnovamento sociale ed infine vittima della sua stessa scelta “neutralista”, la repubblica di Venezia alla fine del Settecento cede il passo all’incalzare della storia che porta il nome ed il volto di Napoleone Bonaparte.

 

LA SCHEDA STORICA – 142

  

Un clima immobile ma foriero di sventura aleggiava sulla repubblica …

  

Ma qual era il clima, quale l’atmosfera che si poteva respirare a Venezia in quegli stessi anni che videro il trionfo della rivoluzione in Francia ed il crollo di una delle più antiche monarchie d’Europa?

Ci furono dei presagi che potevano lasciare intuire l’imminente fine, o tutto procedeva come sempre?

Venezia aveva assistito al suo lento, ma progressivo declino di potenza europea e marittima. La repubblica da almeno tre secoli aveva perso prestigio e possedimenti nel Levante, un processo inarrestabile e progressivo che le strappò alla fine il monopolio dei traffici in Oriente impegnandola invece in ricorrenti sforzi militari – e di conseguenza finanziari – sempre più pesanti.

Dalla scoperta dell’America, poi, l’asse dei commerci si era andato via via spostando verso l’Atlantico determinando l’affermazione di nuove potenze marittime come l’Inghilterra, l’Olanda e per un certo periodo la Spagna ed il Portogallo.

Lo stesso Adriatico poi, almeno dal Seicento, non era più monopolio della repubblica.

Vi entravano e vi uscivano quando e come volevano le navi di qualunque potenza europea nella più totale ignoranza delle lamentele, sempre più deboli ed inconsistenti, dei governi ducali.

Venezia per secoli aveva giocato un ruolo importante quale baluardo di difesa contro l’espansione turca. Alle sue navi, ai suoi uomini, ai suoi comandanti molte, molte volte l’Europa aveva affidato le sue speranze e le sue certezze di salvezza e raramente Venezia aveva mancato all’impegno.

 

Una scommessa riuscita ma il tempo cambia …

 

Sulla sua forza marittima, sull’abilità e l’astuzia dei suoi mercanti, la Serenissima era riuscita nei secoli a costruirsi e a consolidarsi quale nazione venendo solo sfiorata da avvenimenti che invece travolgevano o modificavano altre realtà storiche.

Venezia alla fine del Settecento poteva ritenersi il più antico stato italiano.

Dieci secoli erano infatti trascorsi dall’elezione del suo primo doge nell’ormai lontanissimo settimo secolo e Venezia c’era ancora.

Aveva attraversato guerre di ogni genere, combattendo fin dal suo sorgere contro Longobardi ed Arabi, Franchi ed Ungari per poi affrontare, una volta affermatasi quale realtà storica, i nemici più insidiosi.

Dai turbolenti vicini di casa – padovani o veronesi -, alla rivale repubblica di Genova fino a doversi scontrare con i più potenti stati europei, Francia e Spagna, Papato e Impero.

Sullo sfondo, ma sempre presente almeno dal Quattrocento, restava poi lo scontro con i turchi.

Eppure Venezia era lì, aveva attraversato tutto questo non solo uscendone incolume, ma anzi costruendo la sua grandezza e la sua fortuna.

Arrivò così l’espansione sulla terraferma fino in territorio lombardo – Brescia e Bergamo – e a sud con Rovigo e parte del Polesine.

A est era riuscita a portare i suoi confini dal Friuli all’Istria via via fino alla Dalmazia e all’Albania giù, lungo la costa e le sue isole.

Aveva dato un re ed una regina all’Ungheria e aveva portato il suo stendardo a sventolare sulle più importanti isole del Mediterraneo orientale, da Candia (Creta) a Corfù fino all’isola di Cipro e ancora non bastava.

Venezia era riuscita infatti e prima dei turchi, a mettere in ginocchio l’ultima eredità dell’impero romano, Costantinopoli, conquistandola e saccheggiandone le favolose ricchezze (1204).

Dopo Costantinopoli fu la volta anche dell’altra grande città-simbolo, culla della stessa civiltà e cultura europee, Atene.

 

Una grande eredità politica e culturale conquistata a fatica in secoli di lotte cruente … alla mercè dei giochi europei …

 

Venezia era riuscita a conquistare tutto quello che poteva conquistare una nazione con le sue forze e le sue risorse, umane e materiali superando ogni sorta di insidie, interne o esterne che fossero.

Eppure alla fine qualcosa sembrò non tornare e Venezia si preparava a pagare alla storia il suo massimo ed estremo tributo. Una storia dalla quale, almeno nel suo ultimo secolo di vita, la repubblica cercò fino all’ultimo di chiamarsi fuori, chiudendosi in una pericolosa quanto ambigua neutralità.

E così mentre l’Europa tornava ad infiammarsi poco prima della metà del secolo per le solite questioni dinastiche (questa volta era il trono di Polonia a riportare sul piede di guerra la Francia e l’Austria), Venezia faceva sapere a gran voce alle corti europee che mai il governo ducale avrebbe trascinato in una nuova guerra la propria nazione.

Venezia si dichiarava neutrale, una neutralità che sarebbe diventata anche la sua tomba.

Assente sui campi di battaglia, la Serenissima veniva di conseguenza esclusa infatti anche dai tavoli delle grandi trattative dove venivano di volta in volta tracciate, modificate ed indirizzate le linee della storia europea.

Venezia era lì, certamente magnifica come sempre, ma oramai immobile ed imbalsamata, ovvero nella condizione peggiore per venir trascinata via dall’impeto degli eventi.

Eventi che presero ad evolversi con straordinaria rapidità verso la fine del secolo quando la Francia rivoluzionaria e giacobina porterà al patibolo il re Luigi XVI e la sua consorte la regina Antonietta quale ultimo, violento epigono della Rivoluzione che con i suoi ideali di libertà, fratellanza ed uguaglianza stava ancora infervorando gli animi dei giovani europei.

 

L’occhio attento dello stato oligarchico e aristocratico veneto segue le vicende europee …

 

Anche rispetto a questa ondata la Serenissima si dimostrerà campione di strategia. Rafforzati i controlli, la censura e abolita la libertà di riunione politica, Venezia rispondeva così al suo interno alle prime infiltrazioni libertarie provenienti dalla Francia rispetto alle quali aveva tanto da temere quanto una qualunque vecchia monarchia europea.

Se Venezia infatti, a differenza di queste ultime era una repubblica è anche vero che il suo sistema istituzionale era tra i più rigidi e i più chiusi che esistessero e di carattere prettamente aristocratico elitario.

Lo stato di polizia poi che contraddistinse molti periodi della storia veneziana con denunce, spionaggi, controlli e punizioni sotto l’egida del terribile Consiglio dei Dieci, completava il quadro di uno stato che di democratico aveva veramente ben poco.

Venezia per dieci secoli non aveva mai sostanzialmente mutato la forma del suo governo, reprimendo anzi ogni tentativo di possibile modifica, orientandosi sempre più verso una forma di governo prettamente oligarchico.

Questa sua eccezionale solidità istituzionale la preservò certamente da sconvolgenti e radicali turbamenti nel corso della sua lunga storia, diventando però alla fine una delle cause della sua stessa sconfitta .

Incapace di rinnovarsi e di esprimere qualcosa di nuovo e di diverso, la classe politica veneziana di fine secolo aveva ormai ben poco da esprimere e da rappresentare se non sè stessa. Fu anche questa incapacità a relegare ai margini della storia la repubblica veneta fino alla sua scomparsa.

Ed espressione di questa sostanziale incapacità fu anche l’ultimo doge eletto dal Senato veneziano nel 1789 quando ormai tutto aveva preso ad evolversi rapidamente.

lI suo nome era Lodovico Manin.

Non era un veneziano, o meglio non faceva parte della più antica aristocrazia lagunare essendo la sua famiglia di origine friulana trapiantatasi a Venezia nel 1297. Qui la famiglia Manin fece la sua fortuna tanto da potersi permettere l’esborso di 100.000 ducati nel 1651 per poter essere iscritta nel Libro d’Oro del patriziato veneziano.

Dunque, agli occhi degli esponenti della più antica aristocrazia veneziana, il Manin doveva sembrare un nobile dell’ultima ora, non certo di sangue comunque, ma per soldi, oltre a non essere di origine propriamente veneziana.

A proposito di origine, uno dei concorrenti nell’elezione ducale, Pietro Gradenigo, una volta eletto il Manin, pare esplodesse in una beffarda quanto premonitrice esclamazione: “Con un doge friulano, la Repubblica è morta!

Non era andato troppo lontano il Gradenigo, ma la cosa si sarebbe verificata non certo perchè il Manin fosse friulano, quanto per tutta una serie di circostanze storiche rispetto alle quali tuttavia, il doge e il governo veneziani assunsero per la verità un atteggiamento a dir poco discutibile.

Venezia infatti continuava a dichiarare la sua neutralità alle potenze europee che stavano cercando di unirsi in un unico fronte per tentare di arginare il fenomeno rivoluzionario francese.

 

Una neutralità a qualunque costo la rende inaffidabile a tutti …

  

Neutralità a qualunque costo sembrava essere la linea assunta dal doge di fronte ad eventi che forse avrebbero richiesto invece un’alta e ben diversa capacità decisionale. Neutralità che rasentò l’incredibile quando, ghigliottinato il re francese, la Serenissima si guardò bene dal rompere i rapporti diplomatici con il nuovo governo rivoluzionario al punto che al rappresentante francese venne permesso di esporre nel suo palazzo la bandiera repubblicana.

E tutto questo mentre il resto d’Europa scongiurava Venezia di entrare nel fronte antirivoluzionario.

Come se non bastasse il governo ducale espulse dal suo territorio nel 1795 il fratello del re defunto, il conte di Provenza Luigi, che sperava di aver trovato rifugio presso la “neutrale” Venezia.

Ma la neutralità della Serenissima in quegli anni si dimostrò più che altro un fragile tentativo di resistere agli eventi cercando di non pestare i piedi a nessuno nella speranza così di restarne fuori. Non era nuova questa politica per Venezia.

Molte, molte volte la repubblica era riuscita a sopravvivere proprio grazie ad una oculata ed astuta politica diplomatica. Raramente Venezia aveva cercato o provocato la guerra ritrovandosi più spesso invece coinvolta e costretta a difendere la sua stessa sopravvivenza.

Ma se questa politica aveva permesso alla Serenissima di superare le crisi e spesso di vincere, ora dimostrava tutta la sua sterilità e pericolosità.

La penisola si stava infatti trasformando nuovamente nel campo di battaglia di due super potenze. L’Austria imperiale, infatti, dal 1796 era ufficialmente in guerra con la Francia post-rivoluzionaria le cui truppe erano comandate da un giovane ed irruento comandante corso, Napoleone Bonaparte, che a seguito di una serie impressionante di vittorie riuscì per la metà di maggio a conquistare praticamente tutta la Lombardia entrando a Milano il 15 di quello stesso mese.

Da quel momento in poi per Bonaparte si apriva un cammino tutto in discesa. Mantova, Peschiera, e poi Verona vennero successivamente conquistate e con esse Brescia e Bergamo. Napoleone aveva messo piede in territorio veneziano.

E il Senato veneziano cosa faceva nel frattempo?

Venezia si sentiva stringere a poco a poco in una morsa. Da una parte il dilagare inarrestabile di un esercito straniero al quale la Serenissima poteva forse opporre solo 5000 uomini, d’altra parte l’impero austriaco che stava perdendo ugualmente terreno di fronte alle armate francesi e che contava ancora sulla “neutralità” compiacente di Venezia.

Per tutta risposta il Senato elesse un provveditore generale in terraferma con sede a Verona, Nicolò Foscarini, il quale dovette tuttavia ritirarsi quando Bonaparte entrò nella città scaligera.

Per quanto riguardava la flotta non si trovava alcuna valida politica di riarmo.

Il Senato, paradossalmente, sembrava sabotare ogni iniziativa che avrebbe potuto far guadagnare tempo. Le richieste di ordini e di istruzioni da parte del Foscarini venivano volontariamente glissate mentre per la flotta vennero archiviati i piani di riarmo e revocato l’ordine di richiamo per alcune navi di stanza a Corfù.

E il doge?

Lodovico Manin si dimostrò in quegli estremi momenti in tutta la sua fragilità di uomo e di capo supremo di uno Stato.

Già nel 1796 aveva espresso, pare, la volontà di abbandonare il dogato per ritirarsi in un convento mentre in quelle che sarebbero state le ultime sedute del Consiglio il doge si presentava sempre più smunto in volto e piangente, stando almeno ad alcune testimonianze oculari del tempo.

Se il doge piangeva, Napoleone intanto tesseva la sua tela.

Il Veneto si stava rivelando un campo piuttosto difficile – a Verona e in molti contadi si stavano accendendo moti anti-francesi – cosa che convinse il giovane comandante francese a scendere a patti con gli austriaci ai quali la cessazione delle ostilità non poteva che risultare vantaggiosa.

A Eckenwald le due parti si incontrarono il 18 aprile del 1797 stabilendo la spartizione dei territori veneziani, in gran parte destinati all’Austria in cambio della rinuncia alla Lombardia e al Belgio.

A Campoformio, sei mesi dopo, il trattato sarebbe stato ratificato. Era la fine della repubblica.

Il 29 di quello stesso mese si riuniva per l’ultima volta il Senato mentre il giorno dopo il doge convocò un’assemblea, del tutto arbitraria e anticostituzionale, composta dai rappresentanti dei massimi organi istituzionali dello stato veneziano.

 

I 42 membri di questa eccezionale assemblea si presentarono alla prima seduta vestiti completamente di nero, colore del resto in perfetta sintonia con il clima del momento, assemblea passata alla storia con il nome di Consulta Nera.

Questo fu l’unico organo che da quel momento fino alla fine esercitò a Venezia il potere.

I convenuti, doge compreso, decisero tuttavia di convocare in seduta straordinaria il Maggior Consiglio per il mattino seguente quando il doge avrebbe esposto i punti dell’ultimatum di Napoleone alla città.

Domani, tuttavia era già troppo tardi.

Mentre a Venezia si discuteva e si rimandavano le decisioni, l’esercito francese infatti era avanzato fino alle porte della città stessa con tanto di uomini, cavalli ed artiglieria pesante.

La notizia sconvolse l’Assemblea suscitando le reazioni più disparate, dal panico alle lacrime al desiderio di fuga.

Il doge Manin misurava intanto camminando su e giù la grande sala riuscendo alla fine a dire solamente delle banalissime quanto significative parole: “Questa notte non siamo sicuri nianche nel nostro letto“.

E quella dovette essere una lunga, lunghissima notte per il doge Lodovico Manin e per tutti i veneziani.

L’indomani infatti, Napoleone Bonaparte firmava la formale dichiarazione di guerra alla Serenissima.

Tremila soldati francesi sarebbero entrati in città prendendo in consegna l’Arsenale mentre il palazzo Ducale e la Zecca sarebbero stati consegnati ad una Guardia Civica.

Il comando della flotta veneziana veniva assunto dai francesi e dalla municipalità, l’organismo che avrebbe sostituito tutte le vecchie istituzioni della repubblica.

A questo si aggiungeva la proclamazione di un’amnistia generale per tutti i reati politici, l’ispezione da parte di rappresentanti del popolo delle prigioni di stato (Piombi e Pozzi), l’erezione in piazza di San Marco dell’albero della libertà, l’elezione da parte del popolo di suoi rappresentanti mentre tutti gli ambasciata veneziani venivano richiamati e sostituiti.

Questo in sostanza la prospettiva che si dischiudeva agli occhi del governo veneziano che convocò per la deliberazione in merito il Maggior Consiglio per il giorno 12 maggio, un venerdì, l’ultimo venerdì della repubblica veneziana.

In realtà c’era ben poco da discutere. La città non aveva più scampo nè scelta.

A sottolineare l’inutilità della seduta anche il fatto che all’appello mancavano ben 63 senatori non venendo raggiunto quindi il numero legale per le deliberazioni.

Poco male. I giochi in fondo erano già stati fatti.

Il doge Manin aprì comunque la seduta in un clima di silenziosa pesantezza e tensione – tutti sapevano benissimo che quella sarebbe stata l’ultima seduta -, mentre fuori nella piazza, il clima si stava riscaldando.

I veneziani erano accorsi sotto il palazzo ducale per conoscere le loro sorti. Fra loro chi sperava nel ”liberatore” francese, chi invece temeva il nuovo ordine.

All’interno intanto il doge leggeva i passi del decreto napoleonico consigliando che tutti i poteri, a quel punto, passassero ad un governo democratico provvisorio.

Non aveva ancora iniziato a parlare il primo senatore, che si udirono da fuori una raffica di colpi di fucile. A quel punto il panico latente esplose incontrollato anche dentro la sala del Maggior Consiglio.

Ma non erano i francesi comunque ad aver sparato, non ancora almeno, ma le fidate guarnigioni dalmate che salutavano con dei colpi a salve la città che stavano per abbandonare.

E così si procedette alle votazioni, le ultime della secolare storia del Consiglio Maggiore, che si esaurirono frettolosamente e nel caos più totale. Alla fine passò naturalmente la mozione, 512 voti a favore, 20 contrari e 5 astenuti. Poi seguì un fuggi fuggi generale. Tutti avevano fretta di abbandonare la nave che stava affondando. Nel salone deserto rimase alla fine solo il doge, Lodovico Manin che dichiarava approvata la mozione.

La repubblica veneziana non esisteva più.

Fuori intanto si scatenavano le prime reazioni, violente ed emotive. Chi gridava ”Viva la libertà” chi ”Viva San Marco”.

Si arrivò allo scontro e dallo scontro a dei veri e propri disordini. A sedare il tumulto un nobile, Bernardino Renier che dislocando numerosi cannoni e uomini nella città riuscì alla fine a riportare l’ordine.

Nel palazzo, intanto, si consumava nella solitudine più totale il dramma di un uomo che la storia scelse quale ultimo doge, il centodiciottesimo della secolare storia della repubblica veneziana.

Lodovico Manin nel consegnare le insegne ducali al proprio cameriere riassunse in poche, tristissime parole, l’essenza di quella fine: ”Tolè questa, non la dopero più“.

 

Fonte: srs di Giuseppe Gatteri, Antonio Viviani, Francesco Zanotto, Giuseppe Grimaldo, Laura Poloni, Giorgio Marenghi; da STORIA VENETA, volume 5, SCRIPTA EDIZIONI

Link: http://www.storiavicentina.it

 

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