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di Cesare Sacchetti
A Dongo, il 30 aprile del 1945, si chiude il tragico destino di Benito Mussolini, il Duce del fascismo, l’uomo che molti prelati avevano definito come “l’uomo della Provvidenza”, per aver risollevato le sorti di una nazione piegata dalla prima guerra mondiale e ingannata dalle potenze angloamericane.
Gli inganni però non si sono chiusi nel 1919.
Londra sembra avere connaturate nelle sue radici l’esercizio del doppiogiochismo, delle promesse fatte e non mantenute, e dei continui cambi di casacca che sono stati incredibilmente attribuiti all’Italia per colpa soprattutto di una storiografia liberale mendace che mai ha raccontato la verità.
La verità che non è ancora stata detta agli italiani sull’ingresso della seconda guerra mondiale è quella che riguarda le ragioni che spinsero Mussolini a parteciparvi.
Il Duce era uno statista assennato.
Nessuno meglio di lui sapeva valutare gli equilibri e gli spostamenti che un conflitto globale avrebbe provocato.
Cambiamenti che sarebbero stati pari a dei veri e propri terremoti politici in grado di scuotere le fondamenta del fascismo che si era instaurato al potere nel 1924, e che, a poco a poco, aveva smantellato il corrotto modello dello Stato liberale asservito a consorterie massoniche e angloamericane.

