Mar 16 2014

CONSEGUENZE DELLE MUTAZIONI POLITICHE

Category: Chiesa Veronese Storia Pighi,Libri e fontigiorgio @ 00:28

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Frammento di affresco riproducente forse san Benedetto, attribuito a Martino da Verona; Chiesa di San Zeno a Verona.

 

 

VOLUME II –  EPOCA III  –  CAPO XIX

 

SOMMARIO. – Scaligeri – Visconti – Veneziani – Pietro II Scaligero: Atti principali: rinunzia alla sede di Verona – Un Vescovo dubbio – Jacopo de Rossi: si ritira da Verona – Angelo Barbarigo: creato cardinale rinunzia alla sede di Verona – Guido Memo.

 

Il declino dei Della Scala dalla metà del secolo XIV portò in breve la fine della loro signoria in Verona.(1) Nell’ estate del 1387 vennero contro Verona Giangaleazzo Visconti da Milano, il Gonzaga da Mantova, il Carrara da Padova.

Antonio Della Scala, allora signore di Verona, dopo alcune trattative inutili, vedendo avvicinarsi i nemici si rifugiò nel Castelvecchio, donde potè fuggire la notte dal 18 al19 ottobre: si recò a Venezia, indi a Firenze per trattare con Urbano VI; finalmente andò a morire miseramente, forse anche di veleno, a Tredosio tra Firenze e Faenza nell’agosto 1388.

 

Intanto il Visconti era entrato in Verona; e tosto mise mano a fortificarla, ben conoscendo come era incerta la sua posizione: fabbricò il Castello di S. Pietro (al di dietro dell’attuale); cominciò quello di S. Felice, nella quale occasione fu scoperta la tomba del B. Enrico; cercò pure di munire la cittadella. Però non giunse mai a cattivarsi l’affetto dei veronesi, che ancora ricordavano e talvolta sotto gli occhi di lui proclamavano la Scala.  

Giangaleazzo morto l’anno 1402 successe il figlio Filippo Maria; contro il quale l’anno seguente Guglielmo Della Scala, figlio naturale di Cangrande II, mandò soldati, dopo essersi alleato con Francesco da Carrara.

Difatto i Carraresi, e con essi Guglielmo, entrarono in Verona la notte sopra l’8 aprile, ajutati dai veronesi al grido: Scala, Scala …”  Ma l’infelice Gugliemo stanco ed ammalato morì il giorno 18.  Allora Francesco da Carrara fece proclamare scenicamente i due figli di lui, Brunaro ed Antonio; i quali un mese dopo furono mandati sotto scorta a Padova; mentre il Carrara proclamava se stesso signore di Verona, e per placare i cittadini affamati facea venire a Verona mille carri di biade”.

 

La largizione del Carrara non estinse né sminuì l’odio dei veronesi; i quali verso la metà del giugno presero le armi, e, alleatisi coi veneziani, cedettero a questi la signoria di Verona: la cessione fu fatta il giorno 22 giugno del 1405, e nel giorno 23 i veneziani fecero l’ingresso solenne per la porta del Vescovo.

Così cominciarono a dominare in Verona i veneziani, e Verona, con qualche breve interruzione, fu soggetta alla Repubblica Veneta sin verso la fine del secolo XVIII.

 

Queste mutazioni politiche ebbero le loro conseguenze nella parte ecclesiastica: ciò che più spiace, è vedere come ogni signoria pretese e riuscì ad ingerirsi nella nomina dei vescovi.

 

Sul declino della Signoria Scaligera abbiamo un vescovo Scaligero, Pietro II (1350-1387).

L’atto principale di lui fu la pubblicazione delle Costituzioni di Tebaldo con alcune aggiunte conformi alle condizioni dei suoi tempi: le Costituzioni di Tebaldo erano cinquanta; quelle di Pietro novanta, delle quali molte sono identiche alle prime « de verbo ad verbum », come nota il Codice.(2) Ebbe lotte gravissime coi canonici; alle quali il vescovo pose fine con un concordato lungo e minuzioso, dato il2 gennaio 1377: in esso confermava ed amplificava i privilegi pretesi dal Capitolo.(3)

 

Degli altri suoi atti daremo alcuni cenni secondo l’ordine cronologico.

Con decreto del 5 marzo 1351 confermò alcune disposizioni testamentarie di un certo Floramonte a beneficio dei Frati Carmelitani « in ecclesia sua sci Tomaxii de Insulo inferiori »; il quale avea lasciato loro alcune sue case e terre, perché potessero erigere presso la chiesa di S. Tommaso altra chiesa « ad honorem omnipotentis Dei et Beatissimae Virginis Mariae et Angeli Gabrielis, ut Deus misereatur animae suae et mortuorum suorum ».(4)

 

Nell’anno 1356 con atto del 29 novembre, forse indulgendo un po’ alle imposizioni di Can Grande II, decise a favor delle monache di S. Daniele una lite, che queste avevano con gli anziani del Collegio dei Notaj.(5)

 

Nel 1360 con decreto 18 aprile promulgò amplissime indulgenze, che il vescovo Ponzio di Orvieto a nome del pontefice Innocenzo VI  avea concesso a quanti visitassero le quattro chiese dei disciplinati: S. Maria presso S. Zeno, S. Maria della Fratta, S. Maria della Neve, S. Maria presso S. Michele in Campagna.(6)

 

Un atto importante del vescovo Pietro fu la nomina di Ottonello, monaco benedettino di S. Fermo minore ad abate di S. Zeno.  Il decreto fu redatto secondo le norme canoniche: in esso si affermò il diritto del vescovo di Verona sulla basilica e sul monastero di S. Zeno. Al nuovo abate diede la solenne benedizione fra Giovanni vescovo di Costanza e suffraganeo di Pietro: il 13 novembre 1362, celebrata con la massima pompa la messa in S. Zeno, il vescovo consegnò in mano all’abate la regola di S. Benedetto; impose nelle mani di lui i guanti e l’anello consacrato; gli consegnò il bastone pastorale ed impose sul capo di lui la mitra consacrata. Da parte sua il nuovo abate, stese le mani sulla sacra Scrittura, protestò la sua piena sudditanza al vescovo consacrante, ed insieme a Pietro « suisque successoribus canonice intrantibus ». L’atto del vescovo Pietro fu scritto il giorno 8 ottobre « in terra Palacioli in domo nunc habitacionis infrascripti d.ni Episcopi Veronensis ».(7)

 

Con decreto del 6 marzo 1377, confermato poi dal card. Filippo Legato di Urbano VI, affidò alla Congregazione del clero intrinseco la chiesa di Ognissanti, essendo ivi per deficienza di religiosi cessato l’ordine dei Canonici Regolari.(8)

 

Un’opera bellissima troviamo ideata ed eseguita dal vescovo Pietro; ed è l’erezione di una chiesa « cum cimiteriolo » nel campo detto Aprile fuori della porta S. Spirito (detta anche del Calzaro e più tardi di S. Massimo), dove si giustiziavano i rei condannati a morte; e ciò allo scopo che ivi nel giorno del supplizio si celebrasse una messa per l’anima del giustiziato ed il suo cadavere fosse sepolto in un cimitero benedetto. A tutti coloro, che con offerte concorressero a quest’opera santa, il vescovo concedeva varie indulgenze con atto del 26 gennaio 1384. Ai giustiziati assistevano i disciplinati della chiesa di S. Maria della Neve, detti perciò della giustizie? Quella cappella fu distrutta nella spianata generale dell’anno 1518.

 

Il vescovo Pietro fu assai propenso verso i frati Domenicani, al cui ordine forse avea appartenuto nella giovinezza. Contribuì molto alla fabbrica della chiesa di S. Giorgio accanto a quella di Sant’Anastasia. Permise che sotto il regime dei Domenicani si fondasse un ritiro di alcune loro Terziarie a S. Maria della Cava: ed assoggettò alle domenicane dell’Acqua traversa le Benedettine del monastero di S. Massimo. (10)

 

Pare che non di rado il vescovo Pietro fosse assente da Verona. Ivi egli avea almeno due vicari vescovi suffraganei: Marco vescovo di S. Maria Salvanese, che figura in atti degli anni 1351,1358, e fra Giovanni Carmelitano vescovo di Costanza, che figura in atti daranno 1357 all’anno 1368.  Questi sulla fine dell’ episcopato di Pietro e per autorizzazione di lui sottrasse le monache di S. Francesco al Corso ai canonici di S. Marco e le assoggettò all’ ordine di S. Benedetto. Questa traslazione fu poi approvata e confermata dal pontefice Urbano VI col breve 8 maggio 1388.(11)

 

Il Biancolini attribuisce a Pietro Scaligero il merito di aver fatto fabbricare la campana detta Squilla, con la quale si chiamano i canonici e gli altri ecclesiastici all’ufficiatura della cattedrale.

 

La caduta degli Scaligeri naturalmente fu fatale anche per il vescovo Pietro Scaligero; il quale, o sulla fine del 1387 o sul principio del 1388, dovette fuggire da Verona.

Buon per lui che poté avere il vescovado di Lodi: nel breve 8 maggio 1388 da Urbano VI è detto vescovo « Laudensis, tunc Veronensis ». Stette a Lodi tutto il 1389, giacché di lui abbiamo tre documenti di investitura dati appunto in quest’anno a Lodi.(12)  Ma anche di là dovette fuggire, pare per calunnie sparse contro di lui, e si ritirò a Mantova, dove morì l’anno 1393.(13)

 

Partito lo Scaligero, pare sia sottentrato per breve tempo un vescovo di nome Adelardo od Aleerdo, come lo dice Panvinio.  Secondo il Cenci egli morì nel marzo 1388; e non figura nella serie dei nostri vescovi data dallo Stato personale.

 

Intanto Giangaleazzo Visconti si adoperava a tutt’uomo, perché fosse vescovo di Verona un suo famigliare ed amico intrinseco. Questi fu Jacopo De Rossi, parmense, che nella serie dei nostri vescovi è il nonagesimo nono, e, nominato vescovo nostro il 20 aprile 1388, tenne la sede di Verona per circa diciotto anni (1388-1406); cioé, per tutto il tempo della Signoria dei Visconti.

 

Naturalmente Jacopo fu tutto per i Visconti. Con un decreto 6 ottobre 1389 dichiarò decaduti Alberto e Mastino Della Scala e i loro eredi da ogni possesso, feudo, avvocheria, proprietà, giurisdizione e diritto, goduti nelle diocesi di Verona e di Brescia. Indi con altro decreto del successivo 18 ottobre concesse a Giangaleazzo l’investitura di tutti i beni e diritti appartenenti al vescovado veronese e già goduti dalla famiglia Della Scala.(14) Quanto al regime spirituale della diocesi, sappiamo che con un’atto del 26 gennajo 1401 emanò alcune regole per la clausura delle monache.

 

Del resto il vescovo De Rossi fu troppo spesso assente da Verona; sia perché egli molto si occupava degli interessi dei Visconti, sia perché vedeva come fosse in odio ai veronesi la dominazione dei Visconti, e perciò quanto vacillasse anche la posizione sua. Troviamo suoi vicari in Verona Bartolomeo di Vicenza, Ambrogio vescovo di Concordia, Benvenuto vescovo di Masina.

 

Cessata nel 1405 la dominazione dei Visconti, il vescovo De Rossi non si ritirò tosto dalla sede di Verona: ma nell’anno seguente, officiato dalle autorità veneziane, dalla sede di Verona passò a quella di Luni nella Liguria,(15) intanto i nuovi Signori fecero sì che a vescovo di Verona fosse nominato un patrizio veneto, Angelo Barbarigo, nipote di Angelo Corario, che fu poi il pontefice Gregorio XII. (a)

 

Angelo Berberigo, nominato vescovo di Verona, dal Pontefice Innocenzo VII, è il centesimo nella serie dei nostri vescovi, (1406-1408).

Fece il suo solenne ingresso per la porta del Vescovo il 2 settembre 1406, e tenne la sede per circa due anni (1406-1408). Secondo un nostro storiografo, col suo nome portò a Verona costumi angelici; fornito di bontà singolare e distinta, portò la pace fra gli ecclesiastici, cosicché in breve si riposero in ordine le cose della chiesa.(16)Fu breve l’episcopato del Barbarigo; poiché creato pontefice Gregorio XII,  questi, mentre si trovava a Siena, lo creò cardinale(17); ed allora rinunziò alla sede vescovile per mettersi al seguito dello zio nei tempi burrascosi del concilio di Pisa. Tuttavia lo troviamo ancora a Verona, e precisamente « in episcopali palacio » il giorno 17 marzo del 1409, col titolo « Cardinalis Commendatarius Ecclesiae Veronensis ».(18) In tale circostanza egli decideva a favore del monastero di S. Nazaro una controversia relativa alle decime di Corliano.  Di poi troviamo sempre il nipote al seguito dello zio al sinodo di Pisa, indi a quello di Aquileja e finalmente a quello di Costanza, in cui Gregorio XII rinunziava al soglio pontificio. Angelo Barbarigo morì a Ginevra l’anno 1418.

 

Con Angelo Barbarigo ha principio la serie di vescovi veneziani, quali sono tutti i vescovi del secolo XV. Successore di lui fu Guido Memo, che da Pola fu traslato a Verona dal pontefice enigmatico Alessandro V; con lui nella crisi dello scisma occidentale tentennò qualche poco anche la chiesa veronese.

 

 

NOTE

 

 

1 – Diamo in compendio quanto narra diffusamente CIPOLLA, Storia di Verona XII, XIII

 

2 – Pare le abbia pubblicate nell’anno 1376. Ma alcuno dubita se esse devano attribuirsi a Pietro Scaligero I. od a Pietro Scaligero II. CIPOLLA, Incunabuli dell’arte della seta in Verona, pag. 14.

 

3 -UGHELLI, Italia sacra, Tomo V. col. 885-896.

 

4 – BIANCOLINI, Chiese di Verona, VII. pag. 232, segg.

 

5 – BIANCOLINI, Chiese III, pag.  120-124.

 

6 – BIANCOLINI, Chiese III, pag. 202-204.

 

7 – BIANCOLINI, Chiese IV, pag. 771-777.

 

8 – BIANCO LINI, Chiese IV, pag. 557, segg.

 

9 – BIANCO LINI, Chiese III, pag. 206.

 

10 – BIANCOLINI, Chiese I. pag. 212, III, 113.

 

11 – BIANCOLINI, Chiese III, pag. 108.

 

12 – CIPOLLA, Briciole di storia Scaligera, pag. 15 segg. (Bergamo 1897).

 

13 – CAPPELLETTI, Chiese d’Italia X. P. II, pag. 774, XII. Pag. 370; CARLI, Istorie di Verona, VI. pag. 12.

 

14 – ROMANO, La cartella del notajo Cristiani, in Archivio storico Lombardo. Vol. XVI. Pag. 681 (Milano 1889).

 

l5 – Già dal 31 luglio del 1405 aspirava alla sede vescovile di Verona un fra Giovanni Domenicano. CAPPELLETTI, Chiese d’Italia XP. II, pag. 672.

 

16 – UGHELLI, Italia sacra. Tomo V, col. 906.

 

17 – Sui particolari, SALEMBIER, Scisma occidentale, pag. 321.

 

18 – BIANCOLINI, Chiese. V. P. II, pag. 97.

 

 

ANNOTAZIONI AGGIUNTE AL CAP. XIX (a cura di Angelo Orlandi)

 

 

Va osservato che il capitolo in gran parte riprende la materia riguardante l’ultimo vescovo Scaligero. Quanto alle costituzioni da lui pubblicate, si auspica una pubblicazione critica di ciò che è stato conservato nei manoscritti Capitolari.

Circa il tramonto della signoria Scaligera si vedano i volumi indicati nei capitoli precedenti.

 

a) Per il vescovo Angelo Barbarigo si indicano questi studi: G. GUALDO, Angelo Berberigo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 6, Roma 1964, pp. 56-58.; P.P. BRUGNOLI, Il primo vescovo veneziano sulla cattedra di San Zeno, in Atti e Memorie della Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona, S. VI, vol. XX (1968-69), pp. 25 (estratto).

 

 

Fonte:  srs di Giovanni Battista Pighi, da CENNI STORICI SULLA CHIESA VERONESE, volume II

 

 

 

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