Giu 10 2009

Verona vista da Marin Sanuto

Di Vittorio Zambaldo

STORIA. RISTAMPATI GLI «ITINERARI» DEL CRONISTA VENEZIANO, RESOCONTO DEL VIAGGIO NEL TERRITORIO DELLA SERENISSIMA COMPIUTO NEL 1483

DA MARIN SANUTO

«Boteghe 12 de pani bianchi infiniti; le altre viene per questi afitade; et è murata atorno con mure alte et si sera; qui s’è molti pani, adeo che tuti qui vieno a comprar si per il bon mercado qual per la bontà. Et oltra le altre cosse bellissime in questa cità, le becharie sono monde, et sopra l’Adexe». Così appare al giovane veneziano Marin Sanuto, nel 1483, il centro di Verona, con «dodici botteghe di pane bianco in infinite forme e gusti ed altre vengono affittate grazie al movimento che queste procurano; la zona è recintata da alte mura e alla notte si chiude; si possono trovare tanti tipi di pane, cosicché tutti vengono qui a comprare sia per il buon prezzo sia per i buoni prodotti. Oltre alle altre cose bellissime, in questa città le macellerie sono pulite e tutte sulla riva dell’Adige».

È il 15 aprile quando Marin si mette in viaggio dalla città lagunare e compirà un mese dopo 17 anni. Parte per l’Itinerarium cum syndicis terrae firmae, come titolerà il suo meticoloso diario compilato in «sermon materno», cioè nella lingua veneta di allora. Accompagna il cugino Marco Sanuto, veneziano, Giorgio Pisani detto Pilade, bresciano e Pietro Vittori, padovano, tre sindaci-giudici chiamati «auditori nuovi alle sentenze», incaricati per 16 mesi di percorrere l’intero territorio della Serenissima come una corte d’appello itinerante a cui è affidato il compito di giudicare l’operato degli amministratori non su controlli interni al governo, ma da denunce, anche anonime, fatte da qualsiasi cittadino, celebrando il processo seduta stante, prima di dirigersi verso la località successiva.

Marin Sanuto è figlio di Leonardo e di Letizia Venier, appartiene a una famiglia non ricca ma patrizia, detta «apostolica» perché esisteva al momento dell’elezione del primo doge Santuccio Anafesto nel 697 e che ha dato tre dogi alla Repubblica. È orfano di padre dall’età di 11 anni, ma gode di un’istruzione erudita perché a 14 anni scrive già un libro di poesie e pubblica un codice in latino con storie mitologiche. Di lui, oltre all’Itinerario, restano diverse opere minori e I diarii, cronaca in 58 libri che raccolgono trent’anni di vita dal 1496 al 1533, tre anni prima della morte avvenuta il 4 aprile 1536.

Oggi l’Itinerario è un volume prezioso, in grande formato, di quasi 400 pagine, illustrato con gli schizzi dello stesso Sanuto e centinaia di altre immagini tratte da carte e mappe dell’epoca. È stato ripubblicato dall’associazione artistico culturale padovana Terzo Millennio, a cura di Roberto Bruni e Luisa Bellini, con la supervisione di Marco Pasa e la collaborazione di Aldo Ridolfi e Roberto Longhin. Riporta sulla pagina di sinistra il testo originale e su quella di destra la corrispondente traduzione in italiano. Quando Marin Sanuto parte è doge Giovanni Mocenigo e Venezia è già molto «casizada» (costruita) con San Marco e il suo campanile come li vediamo oggi, mentre il Palazzo Ducale è ancora quello precedente all’incendio del 1486. C’è la guerra tra Venezia e Ferrara, mentre è papa Sisto IV, a Firenze governa Lorenzo il Magnifico e Leonardo è già alla corte di Lodovico il Moro intento a dipingere la Vergine delle Rocce. L’idea del mondo è ancora quella di Tolomeo, ben descritta dalla mappa di Leardo del 1448, con la terra che sembra una torta, con al centro Gerusalemme, il Paradiso terreste a Oriente, a Settentrione il «Dixerto dexabitado per fredo» e a Meridione quello «dexabitado per caldo». Ancora una decina d’anni e Sanuto assisterà alla rivoluzione della geografia e della scienza empirica come oggi siamo abituati a intenderla.

Ma intanto i suoi diari e cronache di viaggio trasmettono oltre ai fatti anche le atmosfere e i sentimenti a cui ben riesce con l’utilizzo della lingua volgare piuttosto del più aulico latino, perché non dovendo mediare, non stende delle descrizioni ma delle raffigurazioni con brevi tratti, schizzi della società veneta del Rinascimento che vanno ben oltre la cronaca di viaggio.

Gli obiettivi che i curatori dichiarano nella premessa sono di «contribuire a dare a Marin Sanuto la celebrità che merita e tentare di dare al lettore, soprattutto giovane, una rappresentazione reale, perché basata sulla cartografia dell’epoca, di come poteva essere il territorio e la vita alla fine del ‘400 constatando che poi, a ben vedere, poco è cambiato».

L’Itinerario di Marin Sanuto comincia il 15 aprile 1483 e finisce il 3 ottobre dopo 1200 miglia (1800 chilometri) di cui 900 a cavallo e 300 in barca, toccando 60 località sede di tribunale, partendo da Venezia e ritornandovi per mare dall’Istria dopo aver attraversato 6 regioni e 17 delle attuali province e nominato 600 località.

Il viaggio entra nel Veronese a Legnago, provenendo da Ferrara, prosegue per Peschiera e torna a Verona dopo essere entrato in Lombardia e Trentino. Fa sosta successivamente a Soave e Cologna prima di inoltrarsi nel Vicentino.

Legnago «à una rocha fortissima et inexpugnabille sopra l’Adexe, et l’aqua li bate dentro». Passando da Sanguinetto ricorda di avervi abitato nel 1478 “nel tempo dil morbo” e di Villafranca scrive che «è bellissima, à una rocha con molte caxe dentro, era habitade de Judei».

A Peschiera va in barca sul lago e pesca con la fiocina quattro tinche da 8 lire l’una.

Verona «a Sem figlio di Noè edificata, et Hierusalem menor vocitata» l’affascina per le sue chiese, per la sua antichità e del territorio scrive «ch’è bellissimo et è suave di colecini (colli) et amenità, pascoli, pischation, venatione, oxelar et di formento pienissimo et tuto lavorato, de vini prestanti amplissimo, di olgio gran copia, pomi de ogni generazione et lana in abondantia et qui l’aere è saluberrimo».

Anche di Soave dice che è «terra amenissima; era una villa suavissima et li signori tyrani di la Scalla, che in quel tempo gubernava Verona, a suavità di questo loco edificarono uno castello, et nominò Soave».

L’accoglienza a Cologna, ultimo possedimento in terra veronese, è entusiasta: «Quando vi fui, alcuni puti con lance in mano, cridando Marco in honor de la Sublime Signoria nostra, et dimostrando laude al suo juxto pretore».

Poi aggiunge una nota galante: «Qui ne son done belle qual in altro loco vidi, unde miror (quindi le ammiro)».

Ora a oltre mezzo millennio da quell’Itinerario l’intento dei curatori è di tentare un più dettagliato studio del territorio, riproponendo lo stesso percorso e con gli stessi mezzi, un viaggio nel paesaggio umano le cui radici si trovano ancora vive sulle stesse strade. V.Z.

Fonte: srs di Vittorio Zambaldo;   da L’Arena di Verona del Martedì 09 Giugno 2009, cultura, pag. 57

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