Set 17 2016

DAI SUMERI AD OGGI : “GLI ANUNNAKI – NEFILIM – I CREATORI DELL’UOMO”

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Anunnaki  Creazione Dell’ Uomo

 

 

Il fatto, registrato e trasmesso per la prima volta dai Sumeri, che l’Uomo era stato creato dai Nefilim, sembra a prima vista fare a pugni sia con la teoria evoluzionistica sia con i precetti ebraico-cristiani basati sulla Bibbia. In realtà, però, i dati contenuti nei testi sumerici – e solo quei dati – affermano tanto la validità della teoria dell’evoluzione quanto la veridicità del racconto biblico, mostrando che non vi è alcuna contraddizione tra l’una e l’altro.

Nel racconto epico Quando gli dèi come gli uomini, in altri testi specifici e in riferimenti sparsi, i Sumeri hanno descritto l’uomo sia come creatura derivante da un atto deliberato degli dèi sia come un anello della catena evolutiva che cominciò con gli eventi celesti descritti nell’Epica della Creazione.

Partendo dal presupposto che la creazione dell’uomo fu preceduta da un’epoca in cui la Terra era abitata soltanto dai Nefilim, i testi sumerici riferivano numerosi avvenimenti (come l’incidente tra Enlil e Ninlil, per esempio) che si erano verificati «quando l’uomo non era ancora stato creato, quando Nippur era abitata solo da dèi». Al tempo stesso i testi ci parlano della creazione della Terra e dello sviluppo di piante e animali in termini che corrispondono alle attuali teorie evoluzionistiche.

Quando infatti i Nefilim giunsero sulla Terra, non esisteva ancora sul nostro pianeta alcuna forma di coltivazione di cereali o frutta, né di allevamento del bestiame. Anche la Bibbia colloca la creazione dell’uomo nel sesto “giorno” del processo evolutivo. Il Libro della Genesi afferma poi che nel precedente stadio evolutivo:

 

Nessuna pianta del campo era ancora sulla Terra,

nessuna erba mai piantata era ancora cresciuta…

E non c’era ancora l’uomo a lavorare il suolo.

 

Tutti i testi sumerici affermano che gli dèi crearono l’uomo perché questi facesse il loro lavoro. Con parole attribuite a Marduk l’Epica della Creazione così spiega la decisione:

 

Io produrrò un umile primitivo;

“Uomo” sarà il suo nome.

Creerò un lavoratore primitivo;

egli avrà in carico il lavoro degli dèi,

affinché essi non si stanchino.

 

I termini stessi con i quali i Sumeri e gli Accadi chiamavano l'”uomo” mettono in evidenza la sua condizione e la sua funzione: egli era un lulu (“primitivo“), un lulu amelu (“lavoratore primitivo“), un awilum (“faticatore“).

Che l’uomo fosse stato creato per essere un servitore degli dèi non stupiva affatto i popoli antichi. In epoca biblica, infatti, la divinità era “Signore“, “Sovrano“, “Re“, “Maestro“. Anche il termine che viene comunemente tradotto con “adorazione” significava in realtà “lavoro” (avod): perciò l’uomo antico, l’uomo biblico, non “adorava” il suo dio, ma lavorava per lui. Non appena la Divinità biblica, così come gli dèi sumerici, ebbe creato l’uomo, fece anche un giardino e lo assegnò all’uomo perché lo lavorasse:

 

E il Signore Dio prese l'”uomo”

e lo pose nel giardino dell’Eden

perché lo coltivasse e lo curasse. 

 

Più avanti, la Bibbia descrive la Divinità che «passeggia in giardino alla brezza del giorno», ora che il nuovo essere aveva cura del Giardino dell’Eden. Ma è così lontana questa versione dai testi sumerici che descrivono la protesta degli dèi e il loro desiderio di affidare ad altri “lavoratori” il loro oneroso compito, in modo da potersi riposare? Le fonti sumeriche ci dicono che la decisione di creare l’uomo venne presa collettivamente da tutti gli dèi riuniti in assemblea.

Anche il Libro della Genesi, tuttavia, pur esaltando apparentemente l’impresa di un’unica divinità, usa significativamente il plurale Elohim (letteralmente, “dèi”) per indicare “Dio” e gli attribuisce una ben strana affermazione:

 

Ed Elohim disse:

«Facciamo l’uomo a nostra immagine,

a nostra somiglianza».

 

Sembrano esservi un po’ troppi plurali in questa frase! A chi stava parlando questa divinità unica ma plurale (Elohim), e a immagine e somiglianza di chi (“nostra”) intendeva creare l’uomo? Il Libro della Genesi non dà risposta a questa domanda.

Poi, quando Adamo ed Eva mangiarono il frutto dell’Albero della Conoscenza, Elohim pronunciò un altro avvertimento, rivolgendosi sempre a imprecisate entità simili a lui:

«Ecco, l’Uomo è divenuto uno di noi, e conosce il bene e il male».

Poiché il racconto biblico della creazione, come anche le altre vicende iniziali della Genesi, ha un’origine sumerica, la risposta è evidente: condensando i molti dèi in un’unica Divinità Suprema, il racconto biblico non è che una rivisitazione della versione sumerica delle discussioni nell’assemblea degli dèi.

 

L’Antico Testamento si preoccupa di chiarire che l’uomo non è un dio, né proviene dal cielo.

«I Cieli sono i Cieli del Signore, all’umanità Egli ha dato la Terra».

Il nuovo essere fu chiamato “l’Adamo” perché era stato creato dall’adama, il suolo della Terra: egli era, in altre parole, “il Terrestre”. Ad Adamo, dunque, mancava una certa “conoscenza” e un arco di vita “divino”; per il resto, egli era stato creato a immagine (seleni) e somiglianza (dmut) del suo Creatore (o dei suoi creatori, a seconda delle versioni).

L’uso congiunto dei due termini “immagine” e “somiglianza” doveva servire a chiarire che l’uomo era simile a Dio (o agli dèi) dal punto di vista sia fisico sia emotivo, esternamente e internamente. In tutte le antiche raffigurazioni pittoriche di dèi e uomini, tale somiglianza fisica appare evidente.

Sebbene il divieto biblico di adorare immagini pagane avesse fatto pensare che il Dio ebraico non avesse “né immagine né somiglianza“, in realtà non soltanto la Genesi, ma anche altri brani biblici attestano il contrario.

Il Dio degli antichi ebrei si poteva vedere faccia a faccia, si parlava con lui e lo si ascoltava; egli aveva testa e piedi, mani e dita. Il Dio biblico e i suoi messaggeri avevano l’aspetto di uomini e come uomini si comportavano, perché gli uomini erano stati creati appunto per sembrare dèi e comportarsi come loro.

Ma dietro questa semplicità si nasconde un grande mistero. Com’è possibile che una nuova creatura fosse una copia fisica, mentale ed emotiva dei Nefilim? Come fu creato, allora, l’uomo?

Il mondo occidentale è stato a lungo abituato a pensare che l’uomo, creato con un atto volontario, fosse stato messo sulla Terra per assoggettarla e per avere una posizione di predominio su tutte le altre creature. Poi, nel novembre 1859, un naturalista inglese, Charles Darwin, pubblicò un trattato intitolato Sull’origine delle specie per mezzo della selezione naturale, o sulla conservazione delle razze favorite nella lotta per la vita. Riassumendo trent’anni di studi, l’opera completava il precedente concetto di evoluzione naturale aggiungendovi quello di selezione naturale come conseguenza della lotta di tutte le specie – animali e vegetali – per la sopravvivenza.

 

La concezione cristiana del mondo aveva già subito una prima scossa quando, dal 1788 in poi, alcuni geologi avevano cominciato ad avanzare l’ipotesi che la Terra fosse molto antica, molto di più dei circa 5.500 anni calcolati secondo il calendario ebraico.

Nemmeno il concetto di evoluzione in quanto tale aveva fatto tanto scalpore: in realtà già in precedenza gli scienziati ne avevano parlato e, fin dal IV secolo a.C. gli studiosi greci avevano raccolto dati sull’evoluzione della vita animale e vegetale.

La vera “bomba” fatta esplodere da Darwin fu la sua conclusione che tutti gli esseri viventi, compreso l’uomo, erano prodotti dell’evoluzione. L’uomo, dunque, al contrario di quanto si era fino ad allora creduto, non si era affatto generato spontaneamente.

Inizialmente la reazione della Chiesa fu violenta. Poi, via via che vedevano la luce gli studi sulla vera età della Terra, sull’evoluzione, la genetica e altri argomenti di biologia e antropologia, le critiche della Chiesa si affievolirono.

Alla fine furono proprio le parole dell’Antico Testamento, considerate in maniera più attenta e più critica, a confutare la visione d’insieme fino a quel momento dominante: come era possibile, infatti, che un Dio che non aveva corpo e che era unico e solo avesse detto: «facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza!».

Ma è proprio vero che noi non siamo altro che “scimmie nude”? Che dalle scimmie ci separa, dal punto di vista evolutivo, solo una spanna e che dunque questi nostri “progenitori” non sono che degli umani che non hanno ancora perso la coda e acquisito la stazione eretta?

Come abbiamo dimostrato all’inizio di questo libro, gli scienziati moderni tendono ormai a diffidare di queste teorie del tutto lineari. L’evoluzione può spiegare il corso generale degli eventi che portarono alla formazione della vita e ai suoi sviluppi sulla Terra, dalle più semplici creature unicellulari all’uomo.

Ma l’evoluzione non può rendere conto della nascita dell’Homo sapiens, che apparve praticamente da un giorno all’altro, in rapporto ai milioni di anni che il passaggio da uno stadio evolutivo all’altro dovrebbe comportare; e per di più apparve senza che vi sia traccia di stadi precedenti che indichino un mutamento graduale dall’Homo erectus. L’ominide del genere Homo è un prodotto dell’evoluzione.

L ‘ Homo sapiens, invece, è il prodotto di un evento improvviso, rivoluzionario: esso apparve inspiegabilmente circa 300.000 anni fa, milioni di anni troppo presto rispetto ai normali ritmi evolutivi. Gli scienziati non sanno spiegare questo fenomeno. Noi sì. E lo spiegano anche i testi sumerici e babilonesi. E anche l’Antico Testamento.

L’Homo sapiens – l’uomo moderno – fu creato dagli antichi dèi.

 

Quanto all’epoca di questa creazione, per fortuna i testi mesopotamici contengono dati abbastanza chiari. Il racconto delle fatiche e del conseguente ammutinamento degli Anunnaki ci informa che «per 40 periodi essi dovettero subire il lavoro, notte e giorno»; e per sottolineare il dramma di questa grande fatica, i versi si ripetono angosciosi.

 

Per 10 periodi essi patirono la fatica;

Per 20 periodi essi patirono la fatica;

Per 30 periodi essi patirono la fatica;

Per 40 periodi essi patirono la fatica.

 

I testi antichi usano il termine ma per indicare il periodo, e quasi tutti gli studiosi hanno sempre tradotto questa parola con “anno“. In realtà, però, quel termine indica «qualcosa che si completa e si ripete»: per gli uomini e per la Terra un anno equivale a un’orbita completa attorno al Sole, ma, come abbiamo già visto, l’orbita del pianeta dei Nefilim si completa in uno shar, cioè 3.600 anni terrestri.

Quaranta shar, o 144.000 anni terrestri, dopo il primo atterraggio gli Anunnaki protestarono al grido di «Adesso basta!».

Se dunque i Nefilim atterrarono per la prima volta, come noi riteniamo, circa 450.000 anni fa, allora la creazione dell’uomo deve essere avvenuta circa 300.000 anni fa.

I Nefilim non crearono i mammiferi o i primati o gli ominidi.

“L’Adamo” della Bibbia non è il genere Homo in quanto tale, ma l’essere che rappresenta il nostro diretto progenitore, il primo Homo sapiens. E l’uomo moderno, come noi lo conosciamo, a essere stato creato dai Nefilim.

La chiave per capire questo fatto cruciale sta nel racconto di Enki, che viene svegliato nel cuore della notte con la notizia che gli dèi avevano deciso di dar forma a un adamu, e che affidavano a lui il compito di trovare i mezzi. Egli rispose:

«La creatura di cui avete pronunciato il nome esiste già!».

e aggiunse:

«Legatele sopra» – sulla creatura che già esiste – «l’immagine degli dèi».

 

Ecco, dunque, la risposta all’enigma: i Nefilim non hanno “creato” l’uomo dal nulla; hanno preso, invece, una creatura già esistente e l’hanno un po’ cambiata, «legandole addosso l’immagine degli dèi». L’uomo è il prodotto dell’evoluzione; ma l’uomo moderno, Homo sapiens, è il prodotto degli “dèi”. Infatti, circa 300.000. anni fa, i Nefilim presero l’uomo-scimmia (Homo erectus) e gli “impressero” la loro immagine e somiglianza.

 

La teoria evoluzionistica e i racconti provenienti dal Vicino Oriente sulla creazione non sono in conflitto: anzi, si spiegano e si completano a vicenda. Senza l’intervento creativo dei Nefilim, infatti, l’uomo moderno sarebbe ancora lontano milioni di anni nel percorso evolutivo.

Spostiamoci ora indietro nel tempo, e cerchiamo di visualizzare le circostanze e gli eventi così come essi si svolsero.

La grande fase interglaciale che cominciò circa 435.000 anni fa, portò, con l’addolcimento del clima, una proliferazione di cibo e di animali, e accelerò anche la comparsa e la diffusione di un primate avanzato, simile all’uomo, l’Homo erectus.

 

Quando i Nefilim si guardarono intorno, videro, in mezzo al gran numero di mammiferi, i primati, e in particolare questo tipo più avanzato, simile all’uomo.

Possiamo supporre che i branchi vaganti di Homo erectus fossero incuriositi e si avvicinassero a osservare gli oggetti luminosi che apparivano in cielo. E non può essere che i Nefilim, a loro volta, abbiano osservato, incontrato, magari perfino catturato qualcuno di questi primati così interessanti?

Che i Nefilim e i primati simili all’uomo si siano effettivamente incontrati è attestato da numerosi testi antichi. In un racconto sumerico che tratta di eventi primordiali si legge:

 

Quando gli uomini furono creati,

non conoscevano il pane da mangiare,

né le vesti per coprirsi;

mangiavano erba e piante con la bocca,

come pecore;

bevevano l’acqua dai fossi.

 

Questi esseri “umani” simili a bestie si ritrovano anche nell’Epica di Gilgamesh. Il testo descrive come appariva Enkidu, colui che era “nato nelle steppe” prima di divenire civilizzato:

 

Tutto il suo corpo è irsuto di peli,

egli ha lunghi capelli come una donna…

non conosce popolo né terra;

è abbigliato come uno dei campi verdi;

con le gazzelle si nutre nell’erba;

con le bestie selvatiche si abbevera

nelle pozze d’acqua;

delle creature che pullulano nell’acqua

il suo cuore si rallegra.

 

Il testo accadico non si limita a descrivere questo “uomo animalesco”, ma parla anche dell’incontro con questo essere:

 

Ora un cacciatore, colui che tende le trappole,

se lo trovò davanti all’abbeveratoio.

Quando il cacciatore lo vide,

il suo viso si fece immobile…

Il suo cuore ne fu turbato e il volto si rannuvolò,

l’angoscia era entrata in lui.

 

Non era soltanto paura quella che assalì il cacciatore alla vista del “selvaggio”, questo “barbaro individuo che proviene dal cuore della steppa”; il “selvaggio”, infatti, interferiva anche con le attività del cacciatore:

 

Egli riempì i fossi che avevo scavato,

strappò le trappole che avevo teso;

le bestie e le creature della steppa

mi ha fatto sfuggire dalle mani.

 

Non potremmo trovare una descrizione migliore dell’uomoscimmia: peloso, ispido, un nomade che «non conosce popolo né terra», vestito di foglie, che si nutre d’erba e vive in mezzo agli animali. E tuttavia non manca di un certo grado di intelligenza, dal momento che sa come strappare le trappole e riempire i fossi scavati per catturare gli animali. In altre parole, egli protegge i suoi amici animali dalle mire dei cacciatori. Sono stati rinvenuti molti sigilli cilindrici che raffigurano questo irsuto uomo-scimmia circondato dai suoi amici animali.

 

Pertanto, di fronte alla necessità di procurarsi della manodopera, decisi a ottenere un lavoratore primitivo, i Nefilim adottarono una soluzione già pronta: addomesticare l’animale che sembrava più adatto allo scopo.

L'”animale” c’era, ma l’Homo erectus poneva qualche problema; esso era infatti troppo intelligente e selvatico per divenire una docile bestia da lavoro, e inoltre il suo fisico non era molto adatto allo scopo: se doveva sostituire i Nefilim per il lavoro nei campi e nelle miniere, doveva essere capace di afferrare e utilizzare i loro strumenti, camminare e chinarsi come loro. Doveva avere un “cervello” più complesso, non come quello degli dèi, ma abbastanza per capire le parole e gli ordini che gli venivano impartiti. Insomma, doveva avere abbastanza intelligenza e capacità di comprensione da essere un obbediente e utile amelu – un servo.

 

Se, come persino la scienza moderna sembra confermare, le forme di vita sulla Terra derivavano da quelle del Dodicesimo Pianeta, allora l’evoluzione sulla Terra deve aver seguito un corso più o meno analogo a quello che aveva seguito sul pianeta dei Nefilim.

Vi saranno state senza dubbio variazioni, accelerazioni e ritardi dovuti alle diverse condizioni ambientali, ma il codice genetico e la “chimica della vita” erano gli stessi, e perciò il percorso evolutivo non deve essere stato molto differente.

 

Osservando le varie forme di vita sulla terra, i Nefilim e il loro maggiore scienziato, Ea, non ci misero molto a capire ciò che era avvenuto: durante la collisione celeste, il loro pianeta aveva fecondato la Terra con il suo seme di vita. Quindi, l’essere sul quale essi puntavano era davvero simile ai Nefilim, anche se in una forma meno evoluta. Un graduale processo di addomesticamento attraverso generazioni e generazioni di allevamento e selezione era, naturalmente, fuori discussione. Ciò che occorreva ora era una procedura rapida, che permettesse una “produzione di massa” di questi nuovi lavoratori. Il problema venne dunque sottoposto a Ea-(Enki), il quale individuò subito la soluzione: “imprimere” l’immagine degli dèi sull’essere che già esisteva.

Il procedimento che Ea consigliò per ottenere un rapido progresso evolutivo dell’Homo erectus fu, a nostro avviso, la manipolazione genetica. Oggi noi sappiamo che il complesso processo biologico mediante il quale un organismo vivente si riproduce, creando una progenie simile ai genitori, è reso possibile dal codice genetico.

 

Tutti gli organismi viventi, animali o vegetali – un verme, una felce, l’uomo – contengono nelle loro cellule dei cromosomi, minuscole particelle all’interno delle quali si trova l’intero patrimonio ereditario di quel particolare organismo. Quando la cellula maschile (polline, sperma) feconda quella femminile, le due serie di cromosomi si combinano e poi si ridividono a formare nuove cellule, che a loro volta contengono tutte le caratteristiche ereditarie delle cellule che le hanno generate. L’inseminazione artificiale è oggi una pratica alquanto diffusa anche tra gli esseri umani. La vera sfida è quella della fecondazione incrociata tra famiglie diverse all’interno della stessa specie, o addirittura tra specie differenti.

La scienza moderna ha fatto molta strada dallo sviluppo del primo ibrido di cereale, o dell’accoppiamento di cani d’Alaska con lupi, o della “creazione” del mulo (l’unione tra una cavalla e un asino): oggi, infatti, riusciamo a manipolare persino la riproduzione dell’uomo.

Un processo chiamato “clonazione” (dal greco klon, “rametto”) applica agli animali lo stesso principio per cui, tagliando una parte di una pianta, si possono riprodurre centinaia di piante simili. Applicata agli animali, questa tecnica fu illustrata per la prima volta in Inghilterra, dove il Dr. John Gordon sostituì il nucleo di un ovulo fecondato di una rana con del materiale nucleico prelevato da un’altra cellula della stessa rana. Ne nacquero girini perfettamente normali, il che dimostrò che l’ovulo continua a svilupparsi, a suddividersi e a dare origine a una nuova creatura, quale che sia il punto da cui trae la serie corretta di cromosomi abbinati.

Gli esperimenti compiuti dall’Institute of Society, Ethics and Life Sciences di Hastingson-Hudson, nello stato di New York, dimostrano l’esistenza di tecniche di clonazione di esseri umani.

Oggi è possibile prendere il materiale nucleico di qualunque cellula umana (non necessariamente dagli organi sessuali) e, introducendo la sua serie di 23 coppie di cromosomi nell’ovulo femminile, arrivare al concepimento e alla nascita di un individuo “predeterminato”.

Nel concepimento normale, i cromosomi del “padre” e della “madre” si fondono e poi si ridividono, secondo una combinazione casuale, per tornare a formare 23 coppie di cromosomi, che saranno dunque abbinate diversamente da quelle dei genitori; di conseguenza anche il nuovo individuo sarà diverso dai suoi genitori.

Nella clonazione, invece, il nuovo individuo è una copia esatta di chi lo ha generato, perché presenta la stessa sequenza di cromosomi.

Possediamo già, dunque, come scrisse il Dr. W. Gaylin in «The New York Times», «la spaventosa conoscenza che occorre per fare copie esatte degli esseri umani» – un numero infinito di Hitler o Mozart o Einstein (se avessimo conservato i loro nuclei cellulari).

 

Le possibilità dell’ingegneria genetica, però, spaziano in più direzioni. Ricercatori di vari Paesi hanno messo a punto un procedimento chiamato “fusione cellulare”, per il quale è possibile fondere cellule piuttosto che combinare tra loro cromosomi all’interno di un’unica cellula. Il risultato è che cellule provenienti da fonti diverse possono essere fuse in un’unica “supercellula”, che racchiude in sé due nuclei e una doppia serie di coppie cromosomiche.

Quando questa cellula si scinde, il complesso di nuclei e cromosomi può dividersi secondo uno schema diverso da quello che caratterizzava ciascuna delle due cellule prima della fusione. Può risultarne, quindi, la formazione di due nuove cellule, ognuna delle quali geneticamente completa, ma ognuna con una serie completamente nuova di codici genetici rispetto alle due cellule originarie.

Che cosa significa tutto questo? Significa che cellule appartenenti a organismi fino a quel momento incompatibili – come una gallina e un topo, per esempio – possono essere fuse per formare cellule nuove con composizioni genetiche del tutto nuove, che producono animali nuovi che non sono né galline né topi, così come noi li conosciamo. Ulteriormente perfezionato, il procedimento può anche consentire di selezionare quali caratteristiche dell’uno e dell’altro organismo impartire alla cellula combinata o “fusa”. Tutto ciò ha portato allo sviluppo del vasto campo dei “trapianti genetici”.

Oggi è possibile prelevare da un certo batterio un singolo gene specifico e introdurre quel gene in una cellula animale o umana, per aggiungere una particolare caratteristica alla nuova creatura.

 

Dobbiamo partire dal presupposto che i Nefilim – i quali già 450.000 anni fa erano capaci di viaggiare nello spazio – fossero altrettanto avanti, rispetto a noi, nel campo delle scienze biologiche. Essi conoscevano le diverse alternative che consentivano di combinare due serie preselezionate di cromosomi per ottenere un risultato genetico predeterminato; e, che si trattasse di un processo affine alla clonazione, alla fusione cellulare, al trapianto genetico o ad altri metodi che ancora non conosciamo, essi erano in grado di applicare questo procedimento non solo in laboratorio, ma anche sugli stessi organismi viventi.

 

Riferimenti a una sorta di “mescolanza” tra due fonti di vita si ritrovano anche nei testi antichi. Secondo Beroso, la divinità Belo (“signore”) – chiamata anche Deus (“dio”) – generò diversi «esseri orribili, prodotti da un doppio principio»: 

Apparvero uomini con due ali, alcuni con quattro e due facce. Avevano un corpo solo ma due teste, una di uomo, l’altra di donna; analogamente, anche molti altri loro organi avevano una parte maschile e una femminile. Altre figure umane avevano zampe e corna di capra, oppure piedi come cavalli. Altri, simili a ippocentauri, avevano la parte posteriore come cavallo, mentre davanti erano come uomini. Vi erano poi tori con testa di uomini, e cani con quattro corpi e una coda di pesce. Vi erano anche cavalli con testa di cani; e uomini e altri animali con testa di cavallo e coda di pesce. Vi erano, insomma, creature con membra di diverse specie di animali… Di tutti questi esseri erano conservate raffigurazioni nel tempio di Belo a Babilonia.

 

È possibile che gli strani dettagli del racconto nascondano un’importante verità. È alquanto verosimile che prima di ricorrere alla creazione di un essere a propria immagine e somiglianza, i Nefilim abbiano tentato altre vie per ottenere la forza lavoro di cui avevano bisogno: per esempio la creazione di un ibrido tra un uomo-scimmia e un altro animale. Tali creature artificiali potevano forse sopravvivere per un po’, ma certo non potevano riprodursi. Quegli strani uomini-toro e uomini-leoni (sfingi) che adornavano i templi dell’antico Medio Oriente forse non erano prodotti della fervida fantasia di un artista, ma riproduzioni di vere e proprie creature che uscivano dai laboratori biologici dei Nefilim – esperimenti non riusciti ma immortalati dall’arte.

 

Anche i testi sumerici parlano di esseri umani deformi creati da Enki e dalla Dea Madre (Ninhursag) nel corso dei loro tentativi di mettere a punto un perfetto “lavoratore primitivo”. Un testo riferisce che Ninhursag, che aveva il compito di «legare sul miscuglio lo stampo degli dèi», si ubriacò e «gridò a Enki»:

 

«Com’è il corpo dell’Uomo, buono o cattivo? Come il mio cuore mi suggerisce, io posso rendere buono o cattivo il suo destino».

 

Poi, con una certa malizia, secondo i testi – ma è più probabile che fosse una conseguenza inevitabile del suo procedere per tentativi – Ninhursag creò un uomo che non sapeva trattenere l’urina, una donna che non poteva partorire figli, un essere che non aveva organi genitali né maschili né femminili. Per sei volte tentò, e per sei volte il risultato fu un essere deforme o incompleto. Né andarono molto meglio le “prove” di Enki: la prima volta ne risultò un uomo con occhi malati, mani tremanti, fegato e cuore mal funzionanti; il secondo tentativo diede vita a una creatura afflitta dai malanni della vecchiaia, e così via.

Alla fine, però, si riuscì a ottenere l’Uomo perfetto: quello che Enki chiamò Adapa; la Bibbia, Adamo; i nostri studiosi, Homo sapiens.

Era un’entità talmente simile agli dèi che un testo si spinse ad affermare che la Dea Madre aveva dato alla sua creatura, l’Uomo, appunto, «una pelle come la pelle di un dio» – una pelle, cioè, liscia, glabra, molto diversa da quella, coperta di ispido pelo, dell’uomoscimmia.

Con questo prodotto finale, i Nefilim erano geneticamente compatibili con le figlie dell’uomo, potevano sposarle e avere figli da loro. Tale compatibilità, tuttavia, poteva esistere solo se l’uomo si fosse sviluppato dallo stesso “seme vitale” dei Nefilim. Ed è infatti proprio questo che affermano gli antichi testi.

L’uomo, nella concezione mesopotamica come in quella biblica, nasceva dalla fusione di un elemento divino, sangue o “essenza” divina, con l’”‘argilla” della Terra.

Lo stesso termine lulu, che indicava l’uomo, aveva sì il senso di “primitivo”, ma letteralmente significava “uno che è stato mischiato“.

 

Chiamata a dar forma a un uomo, la Dea Madre «si lavò le mani» (una precauzione igienica che ritroviamo anche in molti altri casi in cui si parla di una creazione), «prese un pizzico di argilla e la mescolò nella steppa». I testi mesopotamici, dunque, sembrano affermare senza ombra di dubbio che il prototipo dell’uomo derivava dall’unione di “argilla” e “sangue” divino.

Uno di questi testi, raccontando come Enki fosse stato chiamato a «mettere in atto una grande opera di sapienza» – cioè di conoscenza scientifica -precisa che Enki accettò l’incarico senza vedere alcuna difficoltà: «Si può fare», annunciò. Quindi impartì queste istruzioni alla Dea Madre:

 

«Prendi un po’ d’argilla

dal cuore della Terra,

appena sopra l’Abzu –

e dalle la forma di una noce.

Io fornirò giovani dèi, bravi ed esperti

che porteranno quell’argilla alla giusta condizione».

 

Il secondo capitolo della Genesi ne offre una versione più tecnica :

 

«E Yahweh, Elohim, modellò l’Adamo

dall’argilla del suolo;

e soffiò nelle sue narici il soffio della vita,

e l’Adamo si tramutò in un’Anima vivente».

 

Il termine ebraico comunemente tradotto con “anima” è nephesh, quel vago “spirito” che anima ogni creatura vivente e pare abbandonarla quando questa muore.

Non è un caso che il Pentateuco (i primi cinque libri dell’Antico Testamento) esortassero ripetutamente a non spargere sangue umano e a non mangiare sangue di animale «perché il sangue è nephesh».

Le versioni bibliche della creazione dell’uomo, dunque, assimilano il nephesh (“spirito”, “anima”) al sangue.

 

L’Antico Testamento contiene un’altra allusione al ruolo del sangue nella creazione dell’uomo. Il termine adama (dal quale deriva il nome Adamo) in origine indicava non la semplice terra o suolo, ma, più specificamente, il suolo di color rosso scuro. Come il corrispondente accadico adamatu (“terra color rosso scuro”), il termine ebraico adama e il nome ebraico del color rosso (adom) derivano dai termini che significano “sangue”: adamu, dam.

Quando il Libro della Genesi chiama l’essere creato da Dio “L’Adamo”, utilizza un gioco di parole a doppio senso tipicamente sumerico: “l’Adamo”, infatti, poteva significare “quello della terra” (Terrestre), “quello fatto di terra color rosso scuro” e “quello fatto di sangue”. La stessa relazione tra l’elemento vitale delle creature viventi e il sangue si ritrova nei racconti mesopotamici sulla creazione.

La casa simile a un ospedale dove Ea e la dea Madre si misero a produrre l’uomo era chiamata Casa di Shimti; quasi tutti gli studiosi traducono il suo nome con “la casa dove vengono decisi i destini”. Ma il termine Shimti deriva chiaramente dal sumerico SHI.IM.TI, il quale, preso sillaba per sillaba, significa “respiro-vento-vita“. Bit Shimti significava dunque, letteralmente, “la casa dove viene soffiato il vento della vita“, e ciò, in pratica, corrisponde all’affermazione biblica. Anzi, la parola accadica con la quale in Mesopotamia si traduceva il sumerico SHI.IM.TI era napishtu – l’esatto corrispondente del termine biblico nephesh. E questo nephesh o napishtu era un imprecisato “qualcosa” che si trovava nel sangue.

 

Mentre l’Antico Testamento offriva solo magri indizi, i testi mesopotamici erano ben più espliciti al riguardo. Non soltanto affermavano che per la mistura che dava forma all’uomo era necessario il sangue, ma specificavano anche che doveva essere il sangue di un dio, sangue divino. Quando gli dèi decisero di creare l’uomo, il loro capo annunciò: «Metterò insieme il sangue, farò vivere le ossa». E aggiunse che il sangue doveva essere prelevato da un dio specifico:

 

«Modelliamo questi primitivi

secondo il suo modello», disse Ea.

Una volta scelto il dio,

Con il suo sangue diedero forma all’umanità;

imposero su di essa il servizio, e liberarono gli dèi…

Fu un’opera al di là di ogni comprensione.

 

Secondo il racconto epico Quando gli dèi come gli uomini gli dèi chiamarono allora la dea della nascita (la Dea Madre, Ninhursag) e le chiesero di compiere l’opera:

 

Mentre è qui con noi la dea della nascita,

che essa dia forma alla progenie.

Mentre la Madre degli Dèi è presente,

che essa formi un Lulu,

un lavoratore che prenda su di sé le fatiche degli dèi.

Che essa crei un Lulu Amelu,

affinché sia lui a portare il giogo.

 

In un corrispondente testo babilonese intitolato Creazione dell’uomo da parte della Dea Madre, gli dèi chiamano “la levatrice degli dèi, la sapiente Marni” e le dicono:

 

Tu sei il grembo materno,

quello che può creare il genere umano.

Crea dunque Lulu, fagli portare il giogo!

 

A questo punto, il testo Quando gli dèi come gli uomini e gli altri testi paralleli cominciano una dettagliata descrizione di come avvenne la creazione dell’uomo.

Accettato l’incarico, la dea (qui chiamata NIN.TI – “signora che dà la vita“) elencò tutto ciò di cui aveva bisogno, comprese alcune sostanze chimiche (“bitumi dell’Abzu”), da utilizzare per la “purificazione”, e “l’argilla dell’Abzu”. Di qualunque cosa si trattasse, Ea non ebbe difficoltà a comprendere ciò che Ninti intendeva:

 

«Preparerò un bagno purificatore.

Che un dio conceda il suo sangue…

Con la sua carne e il suo sangue,  

Ninti mescoli l’argilla».

 

Perché da questi materiali si originasse un uomo, però, occorreva anche un aiuto femminile, qualcuno che si prendesse carico della gravidanza. Enki mise a disposizione per questo la sua stessa sposa:

 

A Ninki, la mia sposa divina,

sarà affidato il travaglio.

Sette dee della nascita

le staranno vicino, per assisterla. 

Dopo l’unione di “sangue” e “argilla”, dunque,

la fase della gravidanza avrebbe completato il conferimento

di una “impronta” divina sulla nuova creatura.

Il destino del nuovo nato tu pronuncerai;

Ninki fisserà su di lui l’immagine degli dèi;

e ciò che ne nascerà sarà l”‘Uomo”. 

 

È probabile che alcune delle raffigurazioni trovate su sigilli cilindrici assiri illustrassero proprio questi testi: esse infatti mostrano la Dea Madre (il cui simbolo era l’arnese usato per recidere il cordone ombelicale) ed Ea (simboleggiato in origine dalla falce di luna) intenti a preparare le misture, a recitare le formule magiche, a farsi coraggio vicendevolmente.

Il coinvolgimento di Ninki, la sposa di Enki, nella creazione del primo modello ben riuscito di uomo richiama alla mente il racconto di Adapa, di cui abbiamo parlato in uno dei capitoli precedenti:

 

In quei giorni, in quegli anni,

il Saggio di Eridu, Ea (Enki),

lo creò come modello per gli uomini.

 

Il fatto che Adapa fosse spesso definito “figlio” di Ea è stato di solito spiegato dagli studiosi come segno del grande affetto che legava il dio alla nuova creatura. È probabile, invece, che il concetto vada inteso in maniera molto più diretta: era stata la sposa di Enki a portare dentro di sé Adapa, il “modello Adamo”, e questo creava una sorta di rapporto genealogico tra il nuovo uomo e il suo dio. Ninti benedisse il nuovo essere o lo presentò a Ea.

In alcuni sigilli si vede una dea, con a fianco l’Albero della Vita e varie provette di laboratorio, che solleva tra le braccia un essere appena nato.

L’essere così prodotto, che i testi mesopotamici definiscono più volte “uomo modello” o “stampo”, sembrava essere davvero la creatura giusta, tanto che gli dèi ne chiedevano a gran voce altre “copie”.

Si tratta di un dettaglio apparentemente poco importante, ma che invece getta nuova luce non solo sul processo di creazione del genere umano, ma anche sulle informazioni contenute nella Bibbia, che altrimenti paiono alquanto contraddittorie. Si legge nel primo capitolo della Genesi:

 

Elohim creò Adamo a Sua immagine ;

a immagine di Elohim Egli lo creò.

Maschio e femmina egli li creò.

 

Nel Libro delle Genealogie di Adamo, si afferma che:

 

Il giorno che Elohim creò Adamo,

a somiglianza di Elohim Egli lo fece.

Maschio e femmina egli li creò,

e li benedisse e li chiamò “Adamo”

il giorno stesso in cui li creò. 

 

Nella stessa frase, dunque, ci viene detto che la Divinità creò a sua immagine e somiglianza un solo essere, “Adamo”, e subito dopo, in palese contraddizione, che vennero creati contemporaneamente un maschio e una femmina.

La contraddizione si fa ancora più profonda nel secondo capitolo della Genesi, dove si afferma specificamente che Adamo restò per un po’ di tempo da solo, fino a quando Dio lo fece addormentare e, con una sua costola, creò la Donna.

Tale contraddizione, che ha assillato generazioni di scienziati e teologi, scompare se partiamo dal presupposto che i testi biblici sono in realtà un condensato delle originali fonti sumeriche.

Queste fonti ci dicono che, dopo aver tentato di creare un “lavoratore primitivo” unendo uomini-scimmia con varie specie di animali, gli dèi arrivarono alla conclusione che l’unica unione possibile era quella tra gli uomini-scimmia e gli stessi Nefilim.

 

Dopo diversi tentativi infruttuosi, venne finalmente creato un “modello Adapa”; all’inizio, quindi non vi era che un solo Adamo. Una volta accertato che Adapa/Adamo era davvero la creatura che stavano cercando di ottenere, i Nefilim lo utilizzarono come modello genetico (“stampo”) per ottenerne dei duplicati; e, a questo punto, i duplicati non furono più solo maschili, ma si differenziarono in maschi e femmine.

Come abbiamo già dimostrato, la “costola” biblica dalla quale venne creata la donna non era che un gioco di parole sul termine sumerico TI (“costola”, ma anche “vita”), che ci conferma che Eva nacque dall'”essenza vitale” di Adamo.

I testi mesopotamici ci forniscono una testimonianza diretta della prima produzione di “copie” di Adamo.

Si seguirono le istruzioni di Enki. Nella Casa di Shimti – là dove viene soffiato il vento della vita – si riunirono Enki, la Dea Madre e quattordici dee della nascita. Dopo aver ottenuto l'”essenza” di un dio, si preparò un “bagno purificatore”.

 

«Ea pulì l’argilla alla presenza di lei e continuò a recitare le formule magiche».

 

Il dio che purifica il Napishtu, Ea, parlò.

Seduto davanti a lei, la incitava.

Dopo che essa ebbe recitato le formule di rito,

si sporse per toccare l’argilla.

 

Assistiamo ora alle varie fasi del processo di creazione in massa dell’uomo. Alla presenza di quattordici dee della nascita,

 

Ninti staccò quattordici pezzi d’argilla;

sette li depose a destra,

sette li depose a sinistra.

In mezzo a loro mise lo stampo.

…i peli…

…l’arnese per tagliare il cordone ombelicale.

 

È evidente, dunque, che le dee della nascita vennero divise in due gruppi. «Il saggio e dotto aveva riunito le dee della nascita, in numero di due volte sette», prosegue il testo. Nel ventre di ciascuna la Dea Madre depose l'”argilla mescolata”. Vi sono cenni a un procedimento chirurgico: la rasatura dei peli e la preparazione di una sorta di “bisturi”.

Fatto questo, non rimaneva che attendere:

 

Le dee della nascita rimasero insieme.

Ninti sedette a contare i mesi.

Il fatidico decimo mese si avvicinava;

infine arrivò,

e con esso il momento di aprire il ventre.

Il suo volto si illuminò di comprensione:

essa si coprì la testa e fece da levatrice.

Si cinse la vita e pronunciò la benedizione.

Tracciò una forma; nello stampo c’era vita.

 

La creazione dell’uomo, a quanto pare, fu complicata da un ritardo nella nascita. La “mistura” di “argilla” e “sangue” servì a indurre una gravidanza nelle quattordici dee della nascita. Ma nove mesi passarono e il decimo mese era ormai cominciato.

«Era ormai giunto il momento di aprire il ventre».

La Dea Madre sapeva ciò che doveva fare, “fece da levatrice”.

Che essa abbia compiuto una sorta di operazione chirurgica emerge con maggiore chiarezza anche da un testo parallelo, sebbene alquanto frammentario: 

 

Ninti… conta i mesi…

Il decimo mese voluto dal destino esse chiamarono;

e venne la “signora dalla mano che apre”.

Con il… ella aprì il grembo.

Il suo volto si illuminò di gioia.

La sua testa era coperta;

…praticò un’apertura;

ciò che era nel grembo uscì.

Fuori di sé dalla gioia, la dea Madre gettò un grido.

«Sono stata io a crearlo!

Le mie mani l’hanno fatto!». 

 

Come si era compiuta la creazione dell’uomo? Il testo Quando gli dèi come gli uomini contiene un brano che ha lo scopo di spiegare perché il “sangue” di un dio doveva essere mescolato a dell'”argilla”.

L’elemento “divino” che occorreva non era semplicemente una goccia di sangue del dio, ma qualcosa di ancora più sostanziale e durevole.

Sappiamo che il dio prescelto fu TE.E.MA, una parola che le maggiori autorità in materia (W.G. Lambert e A.R. Millard dell’Università di Oxford) traducono con “personalità“, ma che in realtà indica qualcosa di molto più specifico. Letteralmente, il termine significa “ciò che racchiude quello che lega la memoria“; più tardi, lo stesso termine appare nella versione accadica come etemu, “spirito”.

In entrambi i casi abbiamo a che fare con quel “qualcosa” che, nel sangue del dio, era depositario della sua individualità. E in entrambi i casi, ne siamo certi, ci troviamo in presenza di giri di parole indiretti per definire ciò che Ea-Enki  cercava quando sottopose il sangue del dio a una serie di “bagni purificatori”: egli voleva i geni del dio.

Quanto all’unione tra questo elemento divino e quello terreno, il testo chiarisce:

 

Nell’argilla, dio e uomo saranno legati,

sempre vicini in unità;

e così fino alla fine dei giorni

la Carne e l’Anima

che in un dio sono maturate –

quell’Anima in una parentela di sangue sia legata;

come suo segno la vita proclamerà.

Affinché questo non sia dimenticato,

L'”Anima” sia legata in una parentela di sangue.

 

Sono parole forti, che non sempre gli studiosi comprendono fino in fondo.

Il testo afferma che il sangue del dio fu unito all’argilla in modo da legare geneticamente dio e uomo “fino alla fine dei giorni”: in tal modo, quindi, sia la carne (“immagine”) sia l’anima (“somiglianza”) degli dèi si sarebbero impresse sull’uomo in una parentela di sangue che nessuno avrebbe mai potuto spezzare.

 

L’Epica di Gilgamesh riferisce che quando gli dèi decisero di creare una copia del semi-divino Gilgamesh, la dea Madre mischiò dell”argilla” con l'”essenza” del dio Ninurta. Più avanti, in quello stesso testo, si attribuisce la grande forza di Enkidu al fatto che egli aveva in sé l'”essenza di Anu”, che aveva acquisito attraverso Ninurta, nipote di Anu.

Il termine accadico kisir indica un'”essenza”, una “concentrazione” che gli dèi del cielo possedevano.

Sintetizzando gli sforzi degli studiosi per cercare di capire l’esatto significato della parola, E. Ebeling sostenne che «La sostanza del termine, o qualche sua sfumatura, poteva essere applicata alle divinità come pure ai missili che provenivano dal Cielo».

Anche E.A. Speiser conveniva che il termine indicava «qualcosa che scendeva dal Cielo», con una connotazione «non lontana da quella che si potrebbe usare in un contesto medico».

Ritorniamo dunque a una piccola, semplice parola: gene. Ciò che i testi antichi, tanto quelli mesopotamici quanto quelli biblici, sembrano suggerire è che nel fondere due serie di geni – i geni di un dio e quelli dell’Homo erectus – si siano utilizzati i geni maschili come elemento divino e i geni femminili come elemento terreno.

Dopo aver ripetutamente affermato che la Divinità creò Adamo a sua immagine e somiglianza, il Libro della Genesi passa a descrivere la nascita del figlio di Adamo, Seth:

 

E Adamo visse centotrenta anni,

ed ebbe un figlio

a sua immagine e somiglianza;

e lo chiamò Seth. 

 

La terminologia, come si può vedere, è assolutamente identica a quella utilizzata per descrivere la creazione di Adamo per opera della Divinità.

Eppure Seth nacque certamente in seguito a un processo biologico: lo sperma di Adamo fecondò un ovulo femminile, determinando il concepimento, la gravidanza e infine la nascita.

La terminologia identica sembra quindi nascondere un identico processo, per cui dobbiamo concludere che anche Adamo fu generato dalla Divinità attraverso la fecondazione di un ovulo femminile da parte dello sperma di un dio.

Se l'”argilla” alla quale il gene divino fu mischiato era un elemento terreno – come sostengono tutti i testi allora l’unica conclusione possibile è che lo sperma del dio (cioè il suo materiale genetico) fu immesso nell’ovulo di una donna-scimmia!

Il termine accadico che indica l’argilla è tit, che significa anzi, più precisamente, “argilla modellante”.

La grafia originaria della parola era TI.IT (“ciò che è con la vita”).

In ebraico, tit significa “fango“, ma il suo sinonimo è bos, che ha la stessa radice di bisa (“palude”) e besa (“uovo”).

La storia della Creazione è piena di giochi di parole. Abbiamo già visto i doppi e tripli significati di Adamo-adama-adamtu-dam.

L’appellativo della Dea Madre, NIN.TI, significava sia “signora della vita” che “signora della costola“.

E allora, non potrebbe darsi che bos-bisa-besa (“argilla-fangouovo”) sia una sorta di gioco di parole per indicare l’ovulo femminile? L’ovulo di una femmina di Homo erectus, fecondato dai geni di un dio, venne poi impiantato nel grembo della sposa di Ea; una volta ottenuto il primo “modello”, se ne ottennero altre copie impiantando altri ovuli fecondati nel grembo delle dee della nascita.

 

Il saggio e dotto

aveva riunito le dee della nascita

in numero di due volte sette.

Sette partorirono maschi,

le altre sette partorirono femmine.

La Dea della Nascita portò

il vento del soffio di vita.

A coppie essi furono prodotti,

a coppie furono prodotti in sua presenza.

Le creature erano umane –

creature della Dea Madre.

Era stato creato L’Homo sapiens. 

 

La compatibilità tra miti e leggende antiche, dati contenuti nella Bibbia e moderne scoperte scientifiche è evidente anche sotto un altro aspetto. Gli antropologi moderni hanno scoperto che le origini dell’uomo sono da ricercarsi nell’Africa sudorientale, proprio come suggerivano i testi mesopotamici che, come abbiamo visto, collocavano la creazione dell’uomo nell’Apsu, in quel Mondo Inferiore in cui si trovavano le miniere. Tuttavia, oltre ad Adapa, il “modello” di uomo, alcuni testi citano anche «la sacra Amama, la donna della Terra», che abitava anch’essa nell’Apsu.

Nel testo La creazione dell’uomo, Enki impartisce le seguenti istruzioni alla Dea Madre:

«Prendi un po’ d’argilla dal cuore della Terra, appena sopra l’Abzu».

Un inno alle creazioni di Ea, «che fece dell’Apsu la sua dimora», comincia affermando:

 

Il divino Ea nell’Apsu

prese un pezzo d’argilla,

creò Kulla per restaurare i templi.

 

L’inno passa poi a elencare tutti gli operai, gli specialisti in edilizia e quelli che dovevano occuparsi degli «abbondanti prodotti della montagna e del mare»: tutti erano stati creati da Ea con pezzi di “argilla” staccati dall’Abzu – la terra delle miniere nel Mondo Inferiore. Dai testi risulta chiaro che nell’Abzu Ea costruì una casa adorna di pietre preziose e d’argento.

È qui che l’uomo, la sua creatura, ebbe origine:

 

Il Signore dell’AB.ZU, il re Enki…

costruì la sua casa d’argento e lapislazzuli;

argento e lapislazzuli, come luce splendente,

il Padre modellò con arte nell’AB.ZU

le creature dall’aspetto luminoso, che uscivano dall’AB.ZU,

stavano tutte vicino al Signore Nudimmud. 

 

Dalla lettura dei vari testi si può comprendere che la creazione dell’uomo provocò un certo tumulto tra gli dèi. Sembra infatti che, almeno all’inizio, questi “lavoratori primitivi” fossero confinati nella Terra delle Miniere: perciò, gli Anunnaki che lavoravano a Sumer non traevano alcun beneficio dall’avvento di questa nuova manodopera.

Uno strano testo che gli studiosi hanno chiamato Il mito del piccone documenta appunto gli avvenimenti in seguito ai quali gli Anunnaki che stavano a Sumer agli ordini di Enlil riuscirono a ottenere anch’essi un aiuto dal nuovo “popolo dalla testa nera“. Nel tentativo di ristabilire l’ordine, Enlil decise di tagliare ogni contatto tra il “Cielo” (il Dodicesimo Pianeta o le navicelle spaziali) e la Terra e intraprese una drastica azione contro il  luogo “dove nasceva la carne”. 

 

Il Signore, fece accadere ciò che è giusto.

Il Signore Enlil,

le cui decisioni sono immutabili,

in verità si affrettò a separare il Cielo e la Terra

in modo che i Creati potessero venire avanti;

in verità si affrettò a separare la Terra dal Cielo.

Nel “legame Cielo-Terra” aprì uno squarcio,

affinché i Creati potessero salire

dal luogo dove nasceva la carne.

 

Contro la “Terra del piccone e del Canestro Enlil mise a punto un’arma soprannaturale chiamata AL.A.NI (“ascia che genera forza”). L’arma era munita di un “dente” che, “come un unicorno”, poteva attaccare e distruggere le mura più possenti. Dalle descrizioni sembrerebbe una sorta di grossa perforatrice a motore, montata su un veicolo simile a un bulldozer che schiacciava tutto ciò che incontrava sul suo cammino: 

 

La casa che si ribella contro il Signore,

la casa che non è sottomessa al Signore,

L’AL.A.NI la fa sottomettere al Signore.

Del malvagio… schiaccia la chioma delle piante;

lacera le radici, distrugge la chioma. 

 

Munita la sua arma di uno “spaccaterra”, Enlil lanciò infine l’attacco:

 

Il Signore chiamò I’AL.A.NI e impartì i suoi ordini.

Mise lo spaccaterra come una corona sulla sua testa,

e lo guidò nel luogo dove nasceva la carne.

Nel foro c’era la testa di un uomo;

da terra, la gente usciva e si dirigeva verso Enlil.

Egli osservava con piglio deciso quelli dalla testa nera.

 

Con molta riconoscenza, gli Anunnaki chiesero di poter avere anch’essi i lavoratori primitivi che stavano arrivando e si affrettarono a metterli al lavoro: Gli Anunnaki si avvicinarono a lui e alzarono le mani in segno di saluto, placando il cuore di Enlil con le loro preghiere. Chiedevano di avere quelli dalla testa nera. E a quelli dalla testa nera diedero in mano il piccone.

Anche dal Libro della Genesi si capisce che Adamo venne creato in qualche posto a ovest della Mesopotamia e poi venne portato verso est, in Mesopotamia, per lavorare nel Giardino dell’Eden:

 

E il Dio Yahweh

piantò un frutteto nell’Eden, a oriente…

E prese Adamo

e lo pose nel Giardino dell’Eden

perché lo lavorasse e ne avesse cura.

 

 

Fonte: da scritti di Zecharia Sitchin

Link: http://altragenesi.blogspot.it/2015/12/dai-sumeri-ad-oggi-gli-anunnaki-nefilim.html#

 

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