Dic 13 2009

IL 2012 DEGLI ANTICHI ROMANI. PAGANI E CRISTIANI IN UN’EPOCA DI ANGOSCIA

Category: Religioni e rasiegiorgio @ 19:06

mitra bassorilievo

Nel suo saggio – diventato ben presto un classico della storia religiosa romana – “Pagani e cristiani in un’epoca di angoscia”, lo studioso Eric Dodds nel 1970 mostrava come già all’inizio del I sec. d. C. la società romana, compresa quella italiana e dell’Occidente mediterraneo, fosse pervasa da una diffusa crisi spirituale e religiosa che in un clima di ansia e paure materiali ed esistenziali portò alla sfiducia e alla decadenza delle divinità e dei riti tradizionali, persino di molti centri oracolari, e all’adesione sempre più massiccia al culto di nuove divinità provenienti dall’oriente: Iside, Cibele, Mitra, e naturalmente Cristo. Già prima, e al di fuori, della diffusione del Cristianesimo, la società antica venne presa da un diffuso pessimismo, nonché da un disprezzo del mondo e della vita materiale che portarono anche a scelte radicali ed estreme, come l’ascesi, il ritiro ad una vita eremitica e addirittura anche ad episodi di automutilazione ed autocastrazione. I librai dell’epoca facevano circolare un gran numero di testi magici, religiosi, astrologici, ma anche oracolari che alimentavano il diffuso pessimismo e la convinzione di una imminente palingenesi cosmica di tipo apocalittico sia a livello fisico che spirituale. Dallo storico Svetonio veniamo a sapere che Augusto stesso ordinò la distruzione di più di duemila copie di libri del genere, facendo quasi presagire che la questione religiosa si sarebbe dimostrata uno dei più grossi problemi di tutta la successiva storia romana.

Problemi concreti e materiali di una gravità tale da giustificare in maniera più che sufficiente tale atteggiamento pessimistico non mancarono nel mondo romano sin dalla tarda età repubblicana: guerre civili, crisi finanziarie ed economiche, corruzione politica a tutti i livelli, carestie, epidemie (come quelle sotto Marco Aurelio e Gallieno), e non meno grave, anche la perenne minaccia dei barbari, rendevano insicura la vita di chiunque e quantomai incerto il proprio futuro. Ad astrologi, indovini ed oracoli gli uomini e le donne del tempo ripetevano frequentemente le stesse domande: “mi ridurrò a mendicare?”, “avrò il mio salario?”, “sarò venduto schiavo?”, e via di questo tenore. L’esigenza di un futuro più sicuro era talmente diffusa e pressante da alimentare in chiunque quella che gli storici dell’antichità chiamano “un’ aspettativa soteriologia”, cioè di salvezza, legata in primo luogo alla figura dell’imperatore, in teoria garante della giustizia, della sicurezza militare dell’Impero ed anche suprema autorità religiosa (pontifex maximus).

Eppure sia Dodds che altri studiosi (come ad esempio Rostovzev) erano convinti negli anni ’70-’80 del secolo scorso che nessuno dei summenzionati problemi materiali, per quanto grave, potesse essere considerato fondamentalmente responsabile della crisi, non solo delle coscienze dei singoli individui posti di fronte alle proprie paure, ma persino di quella politica e militare dell’Impero romano, crollato in definitiva – secondo l’opinione di Rostovzev – a causa di un radicale mutamento nella visione della vita e dell’universo subentrata nei primi secoli dell’era cristiana. La crisi religiosa e spirituale sarebbe stata insomma la causa di tutti i problemi politici, economici e militari, e non il contrario. Affermazioni di questo genere che apparivano isolate nel panorama degli studiosi di storia antica di trenta o quarant’anni fa, possono adesso essere riprese ed esaminate in tutto il loro interesse alla luce di alcune recenti e rivoluzionarie osservazioni di tipo astronomico relative ad un culto religioso diffusosi con successo all’interno dell’impero romano, ovvero quello di Mitra.

Fino a qualche decennio fa si riteneva che il Mitraismo non fosse nient’altro che una religione originaria della Persia la cui figura divina insieme ai riti di tipo solare avesse preso il posto dei tradizionali numi romani ai quali sempre meno persone prestavano fiducia. Congiurava anche il fatto che le fonti antiche parlavano poco di questo culto praticato normalmente in luoghi sotterranei e riservati a pochi iniziati – i “Mitrei” – e dunque sin dalla fine dell’Ottocento si continuava a seguire la tradizionale interpretazione datane dallo studioso belga Franz Cumont: il Mitra venerato riservatamente a Roma e nel resto dell’impero, uccisore in una caverna del toro primordiale e dispensatore della bevanda dell’immortalità, preparata col medesimo sangue del bovino sacrificato, era assimilabile al Mithra venerato in Persia da almeno mille e quattrocento anni, anche se la versione iranica del dio si limitava ad essere una divinità solare nonché giudice delle anime dopo la morte, mentre per il resto lasciava in pace anche i poveri tori. A partire dagli anni settanta del secolo scorso tuttavia fra gli studiosi cominciarono a sorgere i primi dubbi, chiaramente espressi ad un Congresso di storici a Manchester nel 1971, dove si giunse alla conclusione che il dio persiano e quello romano, pur avendo il medesimo nome, non avevano per il resto nulla a che spartire. Seguendo tale linea di pensiero parecchi anni dopo, nel 1989, lo studioso David Ulansey propose una convincente e rivoluzionaria soluzione ai tanti aspetti enigmatici della vicenda.

La quasi totalità delle raffigurazioni della divinità giunte sino a noi e presenti originariamente nei mitrei di ogni parte dell’Impero – affreschi, gruppi marmorei, mosaici, ecc. – mostrano la stessa identica scena: una figura maschile identificabile col dio Mitra nell’atto di trafiggere con la spada un toro, mentre il suo volto è rivolto dalla parte opposta. Sotto il bovino uno scorpione gli punge i genitali, mentre completano il quadro anche le figure di un cane, un serpente, un corvo, un leone e una coppa. Più che una scena mitologica insomma sembra uno di quei misteriosi rebus carichi di simbolismi che si incontrano talvolta in certe raffigurazioni rinascimentali di ispirazione magico-alchemica.

Qualcuno in precedenza aveva suggerito che potesse trattarsi della rappresentazione di una mappa celeste, ove le singole figure – Mitra, il Toro, Lo Scorpione, il Corvo, ecc. – fossero in realtà altrettante costellazioni, ma le coincidenze alla fine erano sempre inferiori a tutti gli altri elementi che non riuscivano a quadrare. Ulansey identificò per prima cosa Mitra con la costellazione del Perseo, il mitico uccisore della Medusa, provvisto anch’esso di un copricapo frigio come il dio “torero”. Le altre figure zoomorfe insieme alla Coppa erano poi facilmente identificabili con le corrispondenti costellazioni, ma – qui la grande intuizione dello studioso – non come erano disposte in cielo in epoca romana, bensì un paio di millenni prima, all’epoca del passaggio dall’era zodiacale del Toro a quella dell’Ariete, intorno al 2000 a. C. E’ bene ricordare infatti che per effetto del cosiddetto “movimento precessionario”, l’asse terrestre si sposta in maniera lentissima (un grado ogni 72 anni) puntando in una differente zona del cielo e quindi anche a stelle differenti: in questa maniera ad esempio anche le stelle sopra i poli cambiano nel corso dei millenni, e se oggi il Polo Nord Celeste è occupato dalla Polaris dell’Orsa Minore, in passato era identificato da Vega, Thuban, ed altre stelle ancora. Poco più di ogni duemila anni, il sole si trova a sorgere all’equinozio di primavera sullo sfondo di una costellazione differente: prima del 2000 a. C. passò da quella del Toro all’Ariete, intorno al I secolo dell’era cristiana, dall’Ariete ai Pesci, ed ai nostri giorni il punto equinoziale è sul punto di spostarsi in Acquario.

Questo particolare fenomeno astronomico di lunghissima durata (precessione degli equinozi) venne ufficialmente scoperto intorno al 117 a. C dall’astronomo greco Ipparco di Rodi (ma nato a Nicea nel 185 a. C.) dopo aver studiato una gran mole di osservazioni sulle stelle effettuate dagli astronomi babilonesi nel corso dei millenni passati. Basandosi su queste fonti Ulansey sostenne in primo luogo che il Mitraismo fosse stato in realtà un culto di tipo astronomico nato poco tempo dopo la scoperta della precessione degli equinozi nella scuola stoica della città cilicia di Tarso in Asia Minore: i filosofi stoici, sempre secondo Ulansey, avrebbero riconosciuto alla locale divinità, Perseo, il potere di governare e muovere le stelle, assimilandolo in seguito alla divinità persiana Mitra. Il motivo poi della rievocazione in quel I secolo a. C., tramite la scena figurativa delle costellazioni e dell’uccisione rituale dell’animale, del passaggio dall’era zodiacale del Toro a quella dell’Ariete, avvenuta duemila anni prima, anziché dell’imminente passaggio dall’Ariete ai Pesci (come sarebbe stato più logico), lo si dovrebbe cercare, sempre secondo Ulansey, in un errore di calcolo dello stesso Ipparco, convinto che il sole dovesse trovarsi ancora nel pieno dell’Era dell’Ariete, e non al suo termine.

Molti hanno obiettato a Ulansey come fosse poco probabile che nel giro di così poco tempo un nuovo culto appena nato potesse diffondersi rapidamente in tutto il mondo romano. Lo studioso ha tuttavia ricollegato la diffusione iniziale del mitraismo all’opera dei potenti pirati della Cilicia, regione dell’Asia Minore, che secondo la testimonianza di Plutarco adoravano la nuova divinità. Allorché nel 67 a. C. vennero sconfitti da Pompeo e deportati come schiavi in tutto il mondo romano avrebbero diffuso automaticamente anche la loro nuova religione. Di tutta la ricostruzione proposta da Ulansey – nel complesso niente affatto da buttare – quest’ultima parte però convince poco. Appare più probabile semmai che fossero i legionari romani di ritorno dalle campagne in Oriente a provare simpatia per un dio che ai loro occhi doveva apparire simile al guerriero Marte, tanto più che una caratteristica del Mitraismo fu quella di essere un culto prettamente maschile. Studiosi, come ad esempio Giulio Magli, esprimono inoltre le loro riserve anche sulla convinzione che la precessione degli equinozi sia stata scoperta nel 117 a. C., anzi, è molto probabile che il lento fenomeno astronomico fosse già conosciuto in Oriente ben prima che Ipparco lo rendesse pubblico. Le lunghe liste di osservazioni astronomiche relative alle stelle compiute nel corso di almeno i duemila anni precedenti in Mesopotamia, in Egitto e in India (per citare solo le civiltà più vicine a Roma) comprese le correzioni delle loro coordinate celesti nel corso dei secoli, dimostrano infatti che, per lo meno in teoria, gli astronomi antichi avrebbero potuto raggiungere la piena conoscenza della precessione, e probabilmente anche tenerla segreta come una verità esoterica. Molti edifici costruiti in diverse parti del Mediterraneo molto prima di Ipparco – alcuni templi di Malta, i nuraghi sardi, piramidi e templi in Egitto – dimostrerebbero inoltre come i loro costruttori fossero ben consapevoli del lento spostamento delle stelle nel corso dei secoli, orientando così le loro costruzioni nella maniera più corretta. Che il culto di Mitra in versione romana comunque fosse legato o meno sin dall’inizio alla “scoperta” di Ipparco, c’è il forte sospetto che l’antico transito dall’Era del Toro a quella dell’Ariete dovesse suscitare grande interesse anche prima del 117 a. C. e in luoghi anche ben lontani dall’Oriente. Nel 1880 venne ritrovato in Danimarca un grosso piatto circolare in argento, noto come “Calderone di Gundestrup” e oggi conservato al Museo di Copenhagen. Datato tra il II ed il I secolo a. C., ed attribuito alla cultura celtica, esso presenta in rilievo diverse raffigurazioni, alcune tipiche della religione locale, quali il dio Cernumnos, altri addirittura di ispirazione orientale (elefanti), mentre al centro presenta una scena per tanto tempo avvolta nel mistero, ma da pochi anni interpretata in senso archeo-astronomico: un toro morente circondato da altre immagini quali una figura maschile, un cane, un’orsa e un rettile simile ad una lucertola. Lo studioso francese Paul Verdier ha anche qui riconosciuto una simbologia zodiacale che si riferisce alle costellazioni come dovevano apparire nel 2000 a. C. La figura maschile sarebbe la costellazione di Orione (per altri quella del Perseo), accompagnata da quella del Cane e dell’Orsa Minore, la lucertola probabilmente la costellazione di Cetus (la babilonese Tiamat), ed il Toro morente ovviamente la corrispondente era zodiacale che lascia il posto a quella dell’Ariete.

Ma perchè negli ultimi due secoli prima di Cristo c’era così tanto interesse per il cielo di 2.000 anni prima? Era solo positivo entusiasmo da parte degli antichi astronomi che sbagliando erano convinti di trovarsi ancora nel pieno dell’età dell’Ariete, come sostenuto da Ulansey? Oppure al contrario era il frutto di una generale e inconfessata paura per l’imminente transito dall’Ariete ai Pesci, di cui in realtà si doveva essere ben consapevoli, come testimoniato tra l’altro dalla successiva simbologia cristiana dell'”iktùs”, il pesce stilizzato? Non è escluso, a mio parere, che l’attesa del nuovo transito zodiacale fosse la reale responsabile della tremenda angoscia apocalittica vissuta dalla società romana a cavallo dei secoli dell’era cristiana, poiché gli archivi che riportavano le osservazioni astronomiche di Babilonesi ed Egizi parlavano anche di una grande catastrofe avvenuta proprio 2000 anni prima, allorché non solo le stelle si “spostarono” in cielo, ma finirono per “cadere” anche sulla Terra.

Dopo la fine della Prima Guerra del Golfo, che nel 1991 portò alla liberazione del Kuwait invaso dalle forze armate irachene, il governo di Saddam Hussein avviò dei lavori di bonifica nel sud dell’Iraq. Temendo che queste attività potessero nascondere nuove minacce militari, i satelliti spia americani tennero costantemente d’occhio la zona scattando un gran numero di fotografie. Alla fine i lavori si rivelarono avere effettivamente finalità agricole e portarono al completo prosciugamento del lago di Umm Al Binni. Decaduto l’interesse militare, le foto satellitari cominciarono a circolare liberamente anche nel mondo accademico, e Sharad Master, geologo dell’Università di Witwatersrand a Joannesburg in Sudafrica si accorse che il fondo del lago una volta venuto alla luce si dimostrava essere in realtà un enorme cratere da impatto, perfettamente circolare, con un diametro di 3, 4 Km e profondo 500 metri. Master si procurò altre foto, tramite le quali escluse che il cratere potesse essere il frutto di un bombardamento militare durante il precedente conflitto, e ne concluse che in quel punto era caduto un grosso asteroide intorno al 2300 a. C. Il bolide a giudicare dagli effetti sul terreno doveva possedere un diametro di 200 m. e nel corso dell’impatto con il suolo liberò un’energia pari a decine di migliaia di bombe atomiche. A quell’epoca la zona era ricoperta dal mare, ma il fondale non era molto profondo. L’effetto nelle immediate vicinanze fu catastrofico: l’onda sismica unitamente allo spostamento d’aria dovette certamente danneggiare numerose città mesopotamiche anche dell’entroterra costiero, mentre lo tsunami scatenato in tutto il Golfo Persico sicuramente completò l’opera di devastazione. Ancora più grave tuttavia dovette risultare la crisi climatica ed ambientale che sconvolse tutta l’area geografica mediorientale, non solo l’intera Mesopotamia sumerica, ma anche l’Egitto, l’Asia Minore, e le fiorenti città commerciali siriane, facendo sentire i suoi effetti fino in Grecia, a Creta e negli altopiani iranici fino all’Indo. Chiare testimonianze di desertificazioni di interi territori prima fertili e di conseguenti carestie risalenti a quel periodo storico sono state ritrovate fin dagli anni ’50 dagli archeologi per i quali è rimasto sempre un enigma l’improvvisa e drammatica decadenza di tante città e civiltà tutte insieme. Le tavolette d’argilla ritrovate in Iraq ci hanno restituito i drammatici resoconti dei superstiti delle città sumere in gravissima crisi, che interpretarono tutto ciò come una punizione celeste del dio supremo Enlil, adirato per la profanazione di un santuario a lui dedicato a Nippur: «Il vento ululante che soggioga il paese tutto intero, il diluvio travolgente che nessuno può contrastare, Enlil poiché il suo amato tempio Ekur era stato distrutto, che cosa distruggerà per vendetta? … Gli stipiti di tutte le porte delle città del paese giacciono scardinati nella polvere, e tutti i paesi stranieri emisero amari lamenti dalle mura delle loro città… Colui che dormiva sul tetto, morì sul tetto, colui che dormiva nella casa, non ebbe una tomba, le persone a causa della fame si sbranavano l’un l’altra.»

Nel medesimo testo, la suprema divinità di Sumer viene anche ritenuta responsabile di aver scatenato contro le città mesopotamiche i barbari e spietati Gutei «un popolo che non conosce leggi, con istinti umani, ma con intelligenza canina e forme di scimmia», provenienti dalle regioni montuose a nord-est della regione, che ebbero buon gioco a sopraffare un paese devastato dalle calamità naturali e indebolito dalla carestia.

L’asteroide del Golfo Persico venne probabilmente accompagnato da altri corpi celesti più piccoli precipitati anch’essi nel medesimo periodo sulla Terra. In Argentina i geologi ne hanno scoperto uno con la stessa età, mentre nella stessa zona mediorientale, anche le bibliche città di Sodoma e Gomorra nel Mar Morto potrebbero essere rimaste vittime di uno o più meteoriti, come secondo alcuni studiosi si ricaverebbe dalla decifrazione di una tavoletta d’argilla assira in scrittura cuneiforme del 700 a. C.

Ancora in epoca ellenistica e romana le antiche scritture cuneiformi (sumero e accadico) venivano non solo studiate ma anche regolarmente utilizzate, come attestato dalla tavoletta più tarda ritrovata dagli archeologi e datata al 50 d. C. Gli antichi testi dovevano dunque essere ampiamente conservati e studiati nelle maggiori biblioteche dell’antichità, in primo luogo ad Alessandria d’Egitto e a Pergamo, certamente in quantità maggiore di quanto a noi pervenuto. Si può veramente escludere che la “caduta delle stelle” e le conseguenti catastrofi del 2300 a. C. fossero messe in relazione dai greci e dai romani al movimento precessionario degli astri, a questa curiosa e inquietante mobilità della volta celeste – per gli antichi -, e al passaggio in una nuova era zodiacale? Sin dal III sec. a. C. nella dinamica e convulsa età ellenistica e romana, i filosofi stoici, come Zenone, Cleante, Crisippo, e in età imperiale Seneca e Marco Aurelio, credevano che il mondo sarebbe finito in maniera drammatica con un diluvio o una grandiosa conflagrazione universale, per poi riavere tutto un nuovo inizio, come in una sorta di ciclico “Big Bang”: “…diluvio, che viene per una legge cosmica, non diversamente dall’inverno e dall’estate… un simile eccesso non sarà tuttavia accordato per sempre alle acque, ma, compiuta la distruzione del genere umano e insieme sterminati gli animali, ai cui costumi gli uomini si erano adeguati, la terra le riassorbirà di nuovo, di nuovo costringerà il mare a quietarsi o a limitare la sua furia all’interno dei propri confini, l’Oceano, ricacciato dalle nostre regioni, sarà risospinto nelle sue remote sedi, e l’antico ordine sarà ripristinato. Ogni essere vivente si originerà daccapo e alla terra toccheranno uomini incapaci di nefandezze e nati sotto migliori auspici…” (Seneca). L’astronomo caldeo Berosso profetizzava che quando tutti gli astri si sarebbero trovati allineati nel segno del Capricorno, sulla Terra si sarebbe riversato il diluvio, mentre quando all’opposto si sarebbero concentrati in Cancro il mondo sarebbe stato distrutto dal fuoco celeste. Echi di queste convinzioni apocalittiche si ritrovano oltre che nel Vecchio Testamento, anche nel Nuovo, lì ove si parla del futuro sconvolgimento dei cieli e della “caduta delle stelle”.

Quali possibili collegamenti possono esservi dunque tra il clima di angosciosa (o al contrario desiderata, come nel senso cristiano) attesa apocalittica, e l’arrivo dell’era zodiacale dei Pesci, come testimonierebbe anche il simbolo iconografico dei primi cristiani, costituito appunto da un pesce? E quanto avrebbero favorito tale clima le antiche testimonianze babilonesi sulla drammatica fine delle civiltà mediorientali “punite” dall’ira divina con il fuoco celeste? Se è vero che un gran numero di documenti, anche di epoca greca e romana, non sono giunti fino a noi, è anche vero che molti testi, tavolette, iscrizioni, di cui invece si dispone oggi devono essere ancora ben studiati ed interpretati per chiarire un problema interessante non solo dal punto di vista storico, ma anche per intendere meglio il clima spirituale dei nostri tempi, in perenne attesa apocalittica, come nell’antica Roma imperiale.

Bibliografia:

E. R. Dodds, Pagani e cristiani in un’epoca di angoscia, La Nuova Italia, Firenze, 1970.

G. Magli, Misteri e scoperte dell’archeoastronomia, Newton Compton editori, Roma 2006.

F. Capone, Civiltà perdute, in: Focus, n. 115, 5/2002, Gruner und Jahr/Mondadori.

G. Pettinato, I Sumeri, Rusconi, Milano 1994.

Si vedano anche le voci “Mitra” e “Lago di Umm Al Binni” su www.wikipedia.org

di Ignazio Bugio

Fonte: srs di  Ignazio Bugio; Da  Catania coltura. Com  (del 30 novembre 2009)

Link:  http://www.cataniacultura.com/144-mitra.htm

La  Porta del tempo

Link:  http://www.laportadeltempo.com/news.asp?ID=4946

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