Nov 22 2016

L’ANTIFILOSOFIA DELLA STORIA DI KARL MARX

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Karl Marx

 

 

Di Raffaele Ventura

 

“Il faut une exposition, un noeud et un dénouement dans une histoire, comme dans une tragédie.”  Voltaire

 

Marx senza fine

 

Uccidere la Storia. Porre fine alla fine.

Se Karl Marx ha inteso un senso al suo cammino filosofico, era nient’altro che questo. Un cammino che partiva da Hegel, certo – ma per scappare il più lontano possibile. Lasciare lì morto il padre crudele che l’ha cresciuto a cinghiate di metafisica, e mai più tornare sul luogo del delitto.

 

Ma sul luogo del delitto si torna continuamente. E la cosa peggiore è che quando sulla scena arrivano i testimoni, nessuno crede alla confessione, mista di orrore e fierezza. – Si, l’ho ucciso io! – Ma no, si calmi, lei è sotto shock, non ricorda, ha fatto il possibile, ma ora è troppo tardi: Hegel è morto. – Certo che si, l’ho ucciso io! – Suvvia, se ne vada, lei intralcia le indagini. Questo è un lavoro da professionisti. E pensano: dovevano fare fuori anche lei. – Guardate almeno, le mie mani lorde del suo sangue, e guardate come l’ho rovesciato, con la testa in giù. [1] – La testa in giù? E loro tranquillamente: ma certo, per la circolazione. Un uomo rovesciato resta pur sempre lo stesso uomo.[2] – Lo stesso uomo, si; però morto.

 

Alcuni furono così commossi dalla vicenda che dedicarono la vita a dimostrare l’innocenza di Karl Marx, e l’amorevole cura con la quale aveva accudito il padre morente, tenendo viva la fiamma della dialettica hegeliana. Presero il nome di marxisti. Marx aveva scritto il Capitale pensando a loro: aveva scritto un tomo bello grosso, così che fosse doloroso da ricevere sui denti. Ma era davvero troppo grosso, e si faceva fatica ad armeggiarlo. Sicché i marxisti restarono integri, fecero la rivoluzione, e aspettarono con fiducia la fine della Storia – la fine che avrebbe “ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza”, come da lettera ai Corinzi. Marx aveva fondato scientificamente il cristianesimo paolino! Oggettivamente dimostrato il mito del progresso! La fiamma della dialettica hegeliana era in buone mani.

 

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Nov 21 2016

CIAO GILBERTO, TI RICORDIAMO PER AVERCI FATTO RISCOPRIRE LA STORIA

Category: Padania e dintornigiorgio @ 06:52

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di GIANFRANCESCO RUGGERI

 

Oggi, 20 novembre,  ricorre il primo anniversario dalla scomparsa di Gilberto Oneto e durante questi mesi la sua mancanza si è fatta sentire, i suoi saggi consigli ci sarebbero stati infatti estremamente utili in questo complicato periodo.

 

Oggi Gilberto verrà ricordato in vari modi, ci sarà chi ricorderà l’uomo, chi ne riproporrà le idee, chi parlerà del paesaggista, chi elencherà i suoi tanti libri invitando a leggerli e rileggerli, cosa sacrosanta e doverosa: io credo invece che il miglior modo per ricordarlo sia quello di applicare il cosiddetto “metodo Oneto”.

 

Come sapete Gilberto da solo ha riscoperto il patrimonio identitario, linguistico, culturale e storico di un intero popolo, in pratica tutto quello che sappiamo sulla Padania ce l’ha insegnato lui, dopo averlo riscoperto. Nel corso degli anni con pazienza ha sollevato il velo di italianità, ha soffiato via quella polvere tricolore che abbiamo lasciato depositare su di noi e sulla nostra terra, ha riscoperto l’essenza padana dei nostri luoghi e delle nostre tradizioni, di noi stessi.

 

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Nov 20 2016

L’ULTRALEGGERO…

Category: Veja migiorgio @ 17:04

 

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Valeggio sul Mincio…girava l’anno 2010 nel dì 2 giugno

L’aereo….un ultraleggero un po’ piccolo

La potenza  del motore…. un po’ bassa

la pista…. un po’  corta

Il peso… un sovraccarico  garantito!

Il decollo … un lungo e interminabile sospiro….

 

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Bravo Maurizio Perissinotto

 


Nov 19 2016

EL ME DOTOR… (IL MIO DOTTORE)

Category: Monade satira e rattatuje,Salute e benesseregiorgio @ 06:04

paziente

 

 

Al dotor,

se sa,

a qualunque ora se pol telefonar!

 

Parchè, el dotor:

nol magna

nol dorme

nol va a far la  spesa

no el se lava

nol neta

nol fa l’amor e gnanca a va a pissar!

 

El dotor  el gha  da aspettar  ci gha da telefonar!

El dotor  nol pol averghe orari,

e si mi sto  mal?

Come pol-lo lu  averghe altro da far?

 

Insoma

a’sti dotori

quei che sa tuto lori

a tute le ore se por romperghe… i maromi!!!

 

(el me dotor)   Laura Avesani 

 


Nov 13 2016

ITALIANI BRAVA GENTE?

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L’ultimo libro di Angelo Del Boca

 

 

IL FALSO MITO  DEGLI “ITALIANI BRAVA GENTE” CRIMINI ED IMPRESE DELITTUOSE DEGLI ITALIANI IN PATRIA E ALL’ESTERO IN 150 ANNI DI STORIA NAZIONALE

 

Gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi”. Questa è solo una delle tante testimonianze raccolte durante l’occupazione delle truppe italiane in Slovenia, tra l’aprile del 1941 ed il settembre del 1943. Era contenuta in un rapporto “riservatissimo” di un funzionario civile indirizzato all’alto commissario per la provincia di Lubiana. Nell’arco appena di due anni, nel solo territorio di Lubiana, furono almeno 1000 gli ostaggi fucilati dall’esercito italiano, 8000 le persone eliminate, 3000 le case incendiate e 800 i villaggi completamente devastati, 35.000 i deportati in Italia nei campi di concentramento, tra loro moltissime donne e bambini. Nel solo lager di Arbe perirono di fame in più di 4500. Sono le cifre spaventose e crudeli di un tentata “bonifica etnica” che ha visto protagonista il nostro paese, documentata da Angelo Del Boca nel suo ultimo libro “Italiani, Brava gente?” (Neri Pozza Editore, 318 pagine, 16 euro).

 

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Nov 12 2016

ETIOPIA: ITALIANI, GENTE NON TANTO BRAVA

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Morti etiopi ammassati dopo l’attacco di Graziani

 

 

Nel monastero di Debre Libanos, dove sessantotto anni fa gli uomini del maresciallo Graziani massacrarono a sangue freddo forse duemila fra monaci e pellegrini per vendetta.

 

Di Emiliano Bos

 

Debre Libanos. Inerpicarsi nella stagione delle piogge sui monti Entoto, alle spalle di Addis Abeba, è come essere catapultati in una cartolina delle Highland scozzesi. Cielo plumbeo e un caleidoscopio di tonalità di verde. Abbandonate le ultime baracche della capitale, la strada si attorciglia in tornanti, porta a un valico che spalanca gli altipiani dello Scioà, culla degli imperatori d’Etiopia.  All’alba, una teoria infinita di donne, adolescenti e anziane – a piedi nudi – scende in senso opposto verso la città. Sulla testa, il fardello di fascine di legna: moneta di scambio dell’economia informale al mercato di Addis Abeba, distante ancora un’ora di cammino.  Qualche chilometro più in là ci si rende conto dell’interminabile salita che queste sherpa etiopi hanno percorso insieme ai loro muli prima di svalicare in discesa verso la capitale. Lo stradone ora s’allarga: l’antica direttrice – che conduce ai santuari ortodossi a nord del Paese e alla valle del Nilo – porta le cicatrici del periodo coloniale. Conduce a uno dei luoghi della memoria più tristi dell’occupazione fascista tra il 1935 e il `41: il monastero di Debre Libanos, dove un numero ancora imprecisato di monaci, diaconi e pellegrini – di certo oltre 1.400, probabilmente più di 2.000 – venne massacrato per rappresaglia all’attentato cui scampò nel 1937 ad Addis Abeba il maresciallo Rodolfo Graziani, Viceré d’Etiopia.

 

«La pagina più odiosa del colonialismo italiano»,  la bolla Angelo Del Boca, storico e giornalista, studioso di quel periodo.

 

Cento km d’asfalto

 

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Nov 12 2016

I DEPORTATI LIBICI IN ITALIA NEGLI ANNI 1911- 1912

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Omar El Mukhtar, capo della resistenza libica, dopo l’arresto e prima dell’esecuzione

 

 

Intervista a Angelo Del Boca «La guerra del 1911 crimine della nostra storia.». Domani ( 29 ottobre 2007) un convegno a Roma

 

I danni di guerra sono stati rimborsati con taccagneria. Resta aperto il contenzioso con la Libia di Gheddafi che si aspetta a saldo dei suoi 100mila morti non promesse materiali ma il riconoscimento del loro sacrificio negato 29 ottobre 1911, alle Tremiti e a Ustica sbarcano i primi 2.975 esiliati. Presi a caso per le strade di Tripoli, stivati a forza nelle navi, senza alcuna prova di colpevolezza. Fra di loro bimbi in tenera età, donne e vecchi. Molti non sopravvivranno

 

Tommaso Di Francesco

 

Si apre domani, 29 ottobre, all’Archivio centrale di stato (ore 10, piazzale degli Archivi, 27) il convegno «I deportati libici in Italia negli anni 1911- 1912».

La data del 29 ottobre è stata scelta perché è quella dell’arrivo della prima nave di esiliati libici nelle Isole Tremiti. Il Comune del piccolo arcipelago è il promotore dell’iniziativa. Che ha il patrocinio del Ministero degli esteri italiano, la collaborazione dell’Ambasciata libica, dell’Isiao, insieme alla collaborazione dei comuni di Favignana, Ponza e Ustica, che hanno avuto il triste primato di avere ospitato i luoghi di detenzione dove si è consumata la vita di centinaia e centinaia di disperati. Abbiamo rivolto alcune domande ad Angelo Del Boca storico del colonialismo italiano.

 

L’avventura coloniale italiana in Libia (1911-1943) mostra da subito particolari forme di repressione: rappresaglie, uso di gas asfissianti proibiti e bombe incendiare contro i civili, i primi campi di concentramento per civili del ventesimo secolo.  Perché questa violenza rabbiosa e diffusa, tanto che lei nelle sue opere parla di genocidio?

 

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Nov 10 2016

ITALIANI BRAVA GENTE? STORIA DI UN MITO ATTRAVERSO I MASSACRI TRICOLORI

Category: Società e politica,Storia moderna e revisionismogiorgio @ 00:15

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Grecia: civili uccisi per rappresaglia

 

 

Come si sa, i sogni muoiono all’alba. I falsi miti, invece, che a differenza dei sogni possono servire a qualcosa, sono più duri a morire.

E infatti, fra le maledizioni che ci accompagnano e che puntualmente si ripresentano quando ci si vuole impedire di ragionare, c’è il vecchio, stantio, insopportabile mito del fante italiano buono e generoso che, a differenza dell’odioso e crudele nemico, sarebbe sempre un modello di umanità, ricco di buoni sentimenti e ottime intenzioni. Insomma, l’avrete capito, la solita solfa dell’italiano brava gente.

 

Purtroppo, invece, la storia del nostro esercito (come del resto la storia di tutti gli eserciti) è piena di episodi che definire infami e vergognosi è un eufemismo.

Dall’Unità di Italia in poi, se si esclude il macello della prima guerra mondiale, l’unica combattuta sul suolo italico nelle terre “irredente”, i nostri soldati hanno continuamente varcato i patrii confini per aggredire popoli e nazioni che non ci avevano neppure dichiarato guerra. E il fatto che dopo l’aggressione l’esercito dovesse quasi sempre rientrare precipitosamente (quando ce la faceva) con le pive nel sacco, lasciando marcire moltitudini di caduti sui campi di battaglia, non toglie nulla alla brutalità dei suoi “interventi”, anche perché, quasi ovunque, sia pure con maggiore o minore frequenza e intensità, si è reso responsabile di crimini di guerra rivolti contro le popolazioni civili.

E questo in tutte le fasi dello stato unitario, l’altro ieri con la monarchia liberale, ieri sotto il fascismo, oggi imperante la democrazia repubblicana.

 

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Nov 09 2016

VERONA: LÀ DOVE LE SELCI PREISTORICHE DIVENTANO BLU

Verona 17/05/2010 monumenti ed edifici storici arsenale arla adibita a deposito del museo di storia naturale photo Giorgio Marchiori foto per Pignatti

L’ala dell’Arsenale dove sono stati depositati i reperti del museo di Storia Naturale (FOTO MARCHIORI)

 

 

Arsenale, danneggiati i reperti preistorici.  I manufatti di selce del Paleolitico hanno assunto un colore bluastro, forse per il cambio di ambiente.

 

IL CASO. Potrebbero essere rovinate per sempre preziose collezioni provenienti da palazzo Gobetti. Oggi commissione in visita

 

La preistoria veronese si tinge di blu. Parlando di preistoria bisognerebbe usare il passato remoto. Ma il tempo presente, in questo caso, è più che giustificato. Già, perché i manufatti di selce, cioè di pietra, risalenti al paleolitico e conservati sino a qualche mese fa dal Museo di storia naturale a palazzo Gobetti, in corso Cavour (venduto), da quando sono stati depositati all’ex Arsenale dopo il trasloco sono diventati di colore blu. Un blu intenso, diffusosi anche su altri pezzi delle preziosissime e uniche collezioni del museo — come uno scheletro — che, almeno pro tempore dopo il trasloco, dovranno essere conservate in una sala al primo piano dell’ex caserma militare austriaca. Ma ora rischiano seriamente di essere rovinati per sempre.

 

COLLEZIONI. Gli oggetti di pietra, come asce e altri strumenti per tagliare, collocabili in un arco temporale amplissimo che va da due milioni a 10mila anni fa, costituiscono una documentazione di straordinario valore, come del resto tutto quanto fa parte del Museo di storia naturale. Sia nella sede principale di palazzo Pompei, in lungadige Porta Vittoria vicino all’ex questura, cioè il vero e proprio museo visitabile, sia del Gobetti, comprato nell’ottobre scorso da una ditta di costruzioni di San Martino Buon Albergo che l’ha pagato sei milioni 400mila euro.

 

All’ex Arsenale, precisamente in un locale al primo piano della palazzina di Comando, che dà sul parco esterno, sono state trasportate le collezioni del Gobetti, che non venivano esposte al pubblico. Cioè quelle di preistoria, botanica, zoologia e poi il museo della Romagna Pietro Zangheri, cioè rettili, pesci, anfibi, uccelli e mammiferi imbalsamati e altro materiale preistorico, compresi i fossili, donati nel 1968 al museo scaligero dallo Zangheri, il naturalista forlivese che mise insieme la più ricca e variegata raccolta della flora e della fauna della sua regione. Completano il materiale i laboratori di restauro e gli uffici per la conservazione dei reperti. I reperti, al Gobetti, erano conservati nei circa 2.000 metri quadrati del palazzo, di tre piani da 600 metri quadrati l’uno, più in un cortile da 160, un sottotetto da 446 e uno scantinato.

 

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Nov 08 2016

L’IMMIGRAZIONE E IL DISEGNO DI CANCELLARE LA NOSTRA IDENTITÀ

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di GILBERTO ONETO

 

Lo striscione della fotografia è comparso tempo fa allo stadio di Roma e sembra sia riferito a un allenatore che proviene dalla Repubblica Ceka. Niente di male. Ma si provi a immaginare se ci fosse stato scritto roba come “Via il ghaniano”, e che magari lo stadio fosse stato – un posto non scelto a caso – quello di Busto Arsizio. Sarebbe successo il finimondo su giornali e televisioni, si sarebbero mobilitate frotte di antirazzisti e progressisti a stigmatizzare l’odioso episodio di xenofobia.

Ed è anche andata bene che ormai solo i più anziani ricordano il testo di una vecchia canzone di Dalida “Zingaro chi sei? Sei figlio di Boemia”, altrimenti anche in questo specifico caso si sarebbe scatenata la solita cagnara in difesa degli strolighi.  Invece chiedere di cacciare via un boemo è del tutto legittimo. Fosse stato un bergamasco o un cuneese sarebbe stato anche meglio e sicuramente più “politicamente corretto”.

 

È un piccolo segno, apparentemente marginale, che però da esattamente il polso di una situazione ormai malata e degenerata, di un razzismo esercitato con sistematicità contro la nostra gente dietro l’ipocrita paravento di accuse di veterorazzismo biologico che ci sono solo nella testa del peggior becerume progressista,  pieno di complessi di colpa per le sue reali e pericolose pulsioni antisemite.

 

Non è solo materia da psicanalisti, è anche l’espressione di un preciso disegno politico di annientamento della coscienza comunitaria delle popolazioni dell’Occidente europeo e più in particolare dei padani. All’interno di un più vasto progetto di demolizione della società occidentale e dei suoi valori (buoni o cattivi che siano, ma “suoi”) si sviluppa infatti il coerente e freddo disegno di distruzione  del senso di appartenenza delle comunità padane e delle loro residue capacità di reazione.

 

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Nov 07 2016

LA GRANDE GUERRA DEL 15-18: SU 5,5 MILIONI DI SOLDATI SOLO 8MILA VOLONTARI

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di GILBERTO ONETO

 

La guerra del 1915-’18 – sintomaticamente ricordata come la Grande Guerra – ha rifinito l’unità italiana: qualcuno la ricorda anche come la quarta guerra di indipendenza, con la quale si è concluso il grande e sfolgorante disegno di unificazione sotto un unico paterno Stato di tutte le parti di mondo che si trovano all’interno dei “sacri confini”, la cui definizione qualcuno attribuisce con un eccesso di autobenevolenza e con qualche acrobazia teologica al Buon Dio in persona.

 

Con scarsa coerenza patriottica ma con un insperato sussulto di buon senso non si parla più di una quinta crociata nazionale per “liberare” il Canton Ticino, Nizza, la Corsica e San Marino, irriverente foruncolo di libertà dentro al corpo della grande patria tricolore. Uno degli aspetti più sventolati del grande tormentone quindici-diciottesco è costituito dai martiri e dagli eroi, dagli esponenti della maschia gioventù che si sono lanciati nell’avventura e immolati sull’altare della riunificazione, sorta di “ultimo chilometro” di una gara iniziata tanti anni prima da Garibaldi, Mazzini e comitiva cantante.

 

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Nov 06 2016

CINQUE SPUNTI DI RIFLESSIONE PER FOTOGRAFI INSODDISFATTI DEL PROPRIO CORREDO

Category: Fotografie e immaginigiorgio @ 03:31

 

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Bisogna avere il fuoco dentro

 

 

 

Quanto sto per scrivere potrebbe apparire crudo, antipatico, fin anche scostante, ma – ahimè – come si suol dire: la realtà dei fatti non sempre è gradevole. Ma quel che conta, alla fine della lettura, è se quest’ultima possa o meno essere stata utile.

 

 

  1. Il mito del corredo ideale

 

Moltissimi fotografi, principianti e non, trascorrono gran parte della propria vita fotografica alla perenne ricerca del “corredo ideale”, spesso senza neanche rendersene realmente conto o, peggio, senza volerlo ammettere, prima di tutto a sé stessi.

 

Naturalmente, tutti o quasi siamo ben consapevoli che il corredo ideale non esiste: è solo un mito, una ingenua chimera cavalcata nei decenni da un marketing tutt’altro che ingenuo verso (o meglio, contro) una ingenua clientela. E chiedendo ad ognuno, dalle risposte si potrebbe essere tentati di pensare che tale consapevolezza sia reale.

 

Tuttavia, un conto è non inseguire volontariamente una chimera, ben altra cosa è, invece, non finire col farlo inconsapevolmente. Se invece di limitarci alle risposte che ci vengono date a fronte di una domanda diretta, ci mettiamo ad osservare i comportamenti effettivi dei nostri amici e conoscenti fotografi, possiamo facilmente constatare che la gran parte di essi predica bene ma razzola davvero male.

 

Al che, dovremmo porci ragionevolmente una domanda: se così tanti sono vittime inconsapevoli di questo mito, siamo proprio sicuri di non esserne vittima anche noi stessi? Perché il fatto non è affatto trascurabile, ma comporta gravi conseguenze.

 

Infatti, continuare ad inseguire un simile mito – consapevolmente o meno, poco importa – conduce inesorabilmente ad un perenne stato di insoddisfazione, che può degenerare in vera e propria frustrazione. Tale fenomeno è molto diffuso (e non riguarda solo la fotografia, ma è comune a tanti altri settori), al punto che gli è stato dato anche un nome: “Sindrome del Santo Graal”.

 

PRIMA RIFLESSIONE PROVOCATORIA: Come si può sperare di non essere confusi sulla scelta delle attrezzature se nella nostra mente inseguiamo – consciamente o meno – un obiettivo che non è raggiungibile in quanto non esiste?

 

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Nov 05 2016

IL BAMBINO E L’AVVOLTOIO: LA VERA STORIA DI UNA FOTOGRAFIA CHE CAMBIÒ IL MONDO

Category: Fotografie e immaginigiorgio @ 00:10

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Kevin Carter fu un reporter Sudafricano che documentò per il Johannesburg Star diverse circostanze in cui le condizioni di vita in Africa erano terrificanti, immortalando pratiche come il Necklacing ma anche esecuzioni sommarie tipiche di quegli anni di guerra.

Durante la sua breve vita scattò un’immagine che avrebbe cambiato, probabilmente per sempre, la percezione dell’occidente nei confronti delle condizioni di vita in Africa.

Era il 1993 e Kevin si trovava in un recente campo ONU in Sudan vicino al villaggio di Ayod, una regione dilaniata dalla guerra civile e dalle carestie che uccidevano gli abitanti locali.

 

Carter fotografò allora un bambino in evidenti condizioni di malnutrizione che era osservato da un avvoltoio. La foto è di così grande potenza visiva che è difficile, a parole, descrivere anche solo una delle emozioni che riesce a scatenare. Carter scattò la fotografia ma non diede una spiegazione circostanziata su quello che accadde prima e quel che successe dopo il momento dello scatto.

 

 

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Nov 04 2016

DOVE C’È LIBERTÀ C’È LA MIA PATRIA

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Fiume Po, 15 settembre  1996

 

 

di GILBERTO ONETO

 

«La mia patria è ovunque si combatta la mia battaglia», sia che lo si faccia con gli strumenti pacifici della democrazia, o che ci sia bisogno di lotte molto più energiche.

La battaglia per la libertà e per l’indipendenza dei popoli si combatte oggi un po’ dappertutto, dal Quebéc ai Paesi Baschi, dal Darfour al Tibet. Ovunque ci sia qualcuno che lotta per la libertà, l’identità e l’indipendenza,  là – in termini ideali – “è Padania”.

Ma c’è una modalità tutta europea di lotta, una sorta di indipendentismo post-moderno che ha caratteri tutti propri e che avvicina ancora di più fra di loro tutte le nazioni negate del vecchio continente, che sono per questo, ancora “più Padania.

 

L’oppressione europea degli ultimi decenni non è quasi mai esplicita o brutale, non è l’imposizione conclamata di una etnia, di una religione o di un gruppo umano su un altro. Si tratta quasi sempre di oppressioni striscianti e subdole, che si nascondono dietro il paravento della legalità, del riconoscimento democratico (ma limitato) delle alterità. Sono fatte in nome di un interesse superiore, di identità inventate di Stati inventati; sono nascoste dietro il paravento di processi storici che cercano rispettabilità nella loro antichità, sono acquattate dietro a grandi ideali di solidarietà imposte in nome di valori etici. A farne le spese sono comunità civili, evolute, economicamente avanzate, che in genere sono la parte più ricca dello Stato che devono sostenere.

 

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Nov 03 2016

VENEZIA HA IL SUO 121° DOGE, ELETTO ALBERTO GARDIN

Category: Veneto e dintornigiorgio @ 00:12

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Albert Gardin

 

 

Sono convinto che abbiamo compiuto un autentico miracolo politico”.

Albert Gardin, esponente indipendentista della prima ora, è stato eletto Doge. Proprio così: secondo chi sogna una Venezia di nuovo Capitale di una Repubblica autonoma, sabato è stato un giorno cruciale. Per altri, invece, è stato solo un giorno in cui ricordare l’annessione di quella che fu la Serenissima al Regno d’Italia. Per altri ancora, invece, sarà un giorno da ricordare soprattutto per l’intervento della Digos all’interno del Palazzo Ducale.

 

E’ lì, nella sala del Maggior Consiglio, come tradizione vuole, che meno di una decina di indipendentisti nel pomeriggio di sabato si è intrufolata, pagando regolarmente il biglietto.

L’intento era chiaro: eleggere il nuovo doge di Venezia, riprendendo il filo di un discorso concluso il 12 maggio 1797 con Ludovico Manin. Gli indipendentisti, “grandi elettori”, come riportano i quotidiani locali, hanno pagato regolarmente il biglietto, poi hanno iniziato la cerimonia di voto. Nel frattempo, com’era inevitabile, è intervenuta la Digos, che ha identificato tutti i presenti. Gli operatori erano già sul posto, visto che in riva degli Schiavoni dalle 15 in poi di sabato si è trovato un gruppo di poco più di un centinaio di indipendentisti, gonfalone di San Marco in mano, per protestare nei confronti dell’annessione di Venezia al Regno d’Itaia.

 

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Il Doge Albert Gardin

 

Una tappa storica vissuta come un lutto per quanti sono poi entrati in Palazzo Ducale:Ringraziamo la Digos di Venezia, intervenuta impropriamante a disturbare pesantemente la proclamazione e investitura del Doge – dichiara Albert Gardin su Facebook – Hanno dimostrato scarsa professionalità o una professionalità non da paese civile. Non c’erano ragioni per tentare di impedire una cerimonia civile. Perché hanno preteso di identificarci? Per quale ragione? Quale contravvenzione avremmo commesso? Il loro intervento è comunque servito a registrare, verbalizzare i fatti. La polizia italiana ci è testimone che l’elezione del 121° Doge è avvenuta“.

 

Fonte: da Rischio Calcolato, del 23 ottobre 2016

Link: http://www.rischiocalcolato.it/blogosfera/venezia-ha-il-suo-121-doge-eletto-alberto-gardin-214922.html

 


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