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	<description>Gio da Batiorco...la voce del bifolco...vivi libero o muori...</description>
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		<title>Verona &#8211; Chiesa San Zeno: Sarcofago di  C. Gavio</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 22:04:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e dintorni]]></category>
		<category><![CDATA[Verona storia e arte]]></category>
		<category><![CDATA[Epigrafia]]></category>

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		<description><![CDATA[Sarcofago  di G. Gavio C . GAVIO . C . F . QVI VIXIT . ANN . XIIII .  M . X C · GAVIVS .  MENODORVS • FILIO . PIISSIMO . PATER INFELlX . AEQVIVS . ENIM . FVERAT ·VOS HOC . MIHI . FECISSE ET · SIBI (3627) . Trascrizione di  Panvinivs  anno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/san-zeo-sarcofago-c.gavi_.750.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11141" title="san-zeo-sarcofago-c.gavi.750" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/san-zeo-sarcofago-c.gavi_.750.jpg" alt="" width="450" height="338" /></a></p>
<p><em><span style="font-family: 'Times New Roman';">Sarcofago  di G. Gavio</span></em></p>
<p><strong>C . GAVIO . C . F . QVI</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>VIXIT . ANN . XIIII .  M . X</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>C · GAVIVS .  MENODORVS • </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>FILIO . PIISSIMO . PATER </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>INFELlX . AEQVIVS . </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>ENIM . FVERAT ·VOS</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>HOC . MIHI . FECISSE </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>ET · SIBI</strong></p>
<p><strong><span id="more-11139"></span><br />
</strong></p>
<p><strong>(3627)</strong></p>
<p><strong>.</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/panvinivus.750.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11143" title="panvinivus.750" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/panvinivus.750.jpg" alt="" width="464" height="373" /></a></strong></p>
<p><em><span style="font-family: Cambria;">Trascrizione</span> di  Panvinivs  anno 1648</em></p>
<p><em>-</em></p>
<p><em><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/traduzione-franzoni.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11155" title="traduzione-franzoni" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/traduzione-franzoni.jpg" alt="" width="445" height="244" /></a></em></p>
<p><em>Trascrizione   di Lanfranco Franzoni anno  1986</em></p>
<p><em>.</em></p>
<p><em><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/descrizione.700.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11158" title="descrizione.700" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/descrizione.700.jpg" alt="" width="441" height="296" /></a></em></p>
<p>L&#8217;attuale trascrizione&#8230;..Ma ?!!</p>
<p>.</p>
<p>Da San Zeno fu trasferito a Palazzo Forti nel 1938.</p>
<p>Grande sarcofago in calcare rosso di S. Ambrogio di ValpoliceiIa.</p>
<p>II Iato frontale è interamente occupato dalla  tabella epigrafica colle appendici di due grandi anse  triangolari.</p>
<p>II coperchio a doppio spiovente è percorso   nel senso della pendenza da tre allineamenti di finti coppi, mentre alle estremità emergono i quattro acroteri angolari senza alcun ornato.</p>
<p>Anche i fianchi sono privi di qualsiasi decorazione.</p>
<p>Nelle anse triangolari si legge la dedica agli Dei Mani, a cui si collega il testo della tabella, che prosegue:</p>
<p>«<strong>di Gaio Gavio Quintiano, figlio di Gaio, di anni 14 e mesi 10. Fece Gavio Menodoro, padre infelice, al figlio ed a se stesso.  Più giusto sarebbe stato che voi faceste questo per me</strong>».</p>
<p>La produzione di sarcofagi in calcare rosso è una delle attività più tipiche riferibili alla Valpolicella di età romana. La tipologia prevede sostanzialmente due aspetti: quello a tabella ansata, come il sarcofago in esame, e quello con tabella fiancheggiata da due specchiature ad arco, più spesso a campo liscio, oppure occupato da due geni funebri rivolti verso il centro. La produzione di questi sarcofagi ha interessato il II ed il III secolo d. C. e contrastò nel veronese la diffusione dei più pregevoli, e costosi, sarcofagi marmorei delle officine aquileiesi e ravennati. Del resto gli stessi sarcofagi veronesi ebbero un&#8217;area di diffusione lungo la Val D&#8217;Adige, come ha segnalato il Rebecchi (1978).</p>
<p>II sarcofago in esame corrisponde al IV tipo dei sarcofagi cispadani secondo la classificazione del Rebecchi, che lo data alla metà del III secolo.</p>
<p>FRANZONI L., 1964, pp. 35 ss. PAIS A., 1967, pp. 115 ss. GABELMANN H., 1973, p. 82. REBECCHI F., 1977 SS.</p>
<p>REBECCHI F., 1978, pp. 201 ss.; in particolare pp. 206-207.</p>
<p>Fonte: srs di <strong>Lanfranco Franzoni</strong> da Annuario Storico Zenoniano 1986</p>
<p>Trascrizione di Panvinivs anno 1648</p>
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		<title>Necropoli di Piazza Corrubbio: appunti di studio di Alberto Solinas</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Sep 2010 07:35:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Verona archeologia e dintorni]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo scavo di Piazza Corrubbio al  13 aprile 2010 Oggi ho sentito telefonicamente Solinas  sul contenuto di un articolo apparso sul Corriere della Sera di giovedì 2 settembre 2010,  relativo allo scavo della necropoli  “paleocristiana”  di Piazza Corrubio.  Alla fine della telefonata Alberto, con la  sua solita  disponibilità ha aggiunto: “Se vuoi, ti invio gli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/scavo-piazza-corrubio-13-aprile-2010.750.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11130" title="scavo-piazza-corrubio-13-aprile-2010.750" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/scavo-piazza-corrubio-13-aprile-2010.750.jpg" alt="" width="450" height="338" /></a></p>
<p><em>Lo scavo di Piazza Corrubbio al  13 aprile 2010</em></p>
<p>Oggi ho sentito telefonicamente Solinas  sul contenuto di un articolo apparso sul Corriere della Sera di giovedì 2 settembre 2010,  relativo allo scavo della necropoli  “paleocristiana”  di Piazza Corrubio.  Alla fine della telefonata Alberto, con la  sua solita  disponibilità ha aggiunto: “Se vuoi, ti invio gli appunti che mi ero preparato a proposito”. “Molte grazie!  Li  posso pubblicare sul blog?”  “Ma si, fai pure”.</p>
<p>Per poter parlare di antiche zone cimiteriali, non si possono  trascurare le strade principali, in quanto le tombe si ponevano fuori dalle mura cittadine.</p>
<p><span id="more-11128"></span></p>
<p>Nel nostro argomento l’Arco dei Gavi, si può dire, era una porta monumentale; da esso si dividevano due strade principali:  la Postumia per Villafranca e la Gallica per Peschiera.</p>
<p>Per evitare le piene dell’Adige la prima strada  passava sotto la porta del Calzaro, costruita da Cangrande, oggi Bastioni Santo Spirito, perciò la Postumia passava sotto l’Ospedale militare.</p>
<p>La Gallica, invece, da San Zenetto  giungeva alla Chiesa  San Giuseppe,  all’inizio  di via San Giuseppe, dove deviava  ad angolo retto passando per via Scarsellini  imboccando la Porta Scaligera  di San Massimo,  su cui oggi esiste il Cavaliere di San Massimo;  perciò non passava sotto Piazza Corrubio.</p>
<p>Lungo la Postumia, tra porta Palio e la Spianà, sono state trovate 1361 tombe romane: il 90% di defunti cremati, il resto inumati.  Le tombe sono state datate tra la fine del primo secolo e il IV secolo d.C. (50 a.C al 400)</p>
<p>Ricordiamo intanto che Gaio Valerio Diocleziano (284-305), per frenare la pressione dei barbari, divide in due l’impero, e Milano, dal 286 al 402, è la capitale dell’impero d’Occidente.</p>
<p>A  Verona forse arriva il primo vescovo, San Euprepio,  e viene sepolto a San Procolo. Seguono altri 10 vescovi anche loro sepolti a San Procolo, infine c’è San Lucidio che muore nel 389.</p>
<p>Ritorniamo alle necropoli.  A Porta Palio – Spianà, se non mi sbaglio, i pochi inumati sono deposti  in tombe formate da embrici, cioè grossi tegoloni;  non dovrebbero esistere le sepolture di bambini nelle anfore e l’uso del lastame di pietra di Prun, usata attualmente per lastricare  anche i marciapiedi.</p>
<p>Mentre a Piazza Corrubio abbiamo solo inumati  e non esistono  i cremati;  tombe con embrici, in anfore  e con pietra di Prun. Tutte sepolture del Periodo Paleocristiano, dal IV al VII  secolo (300-700)</p>
<p>Come fa notare l’archeologo inglese dott. <strong><a href="http://www.veja.it/?p=3807" target="_blank">Peter Hudson</a></strong><a href="http://www.veja.it/?p=3807" target="_blank">,</a> che  scava il sottosuolo archeologico  di Verona dal lontano 1978;  per lo  scavo dell’ area dell’abbazia di San Procolo, terminato  nel 1994, precisò  che mancavano i depositi archeologici che andavano dal VII fino XVII secolo.  E concluse l’archeologo con una battuta:  anche qualcosa più recente, del tipo Richard Ginori. (L’Arena  di Verona 23 marzo 1994)</p>
<p>Come possiamo  notare oggi a Piazza Corrubio,  la necropoli è unita con quella di San Zeno-San Procolo, e di via Da Vico, formando così una vastissima  necropoli  che racconta 450 anni  di storia veronese.</p>
<p>La prima tomba di epoca  Longobarda è stata rinvenuta nel cortile  di Palazzo  Miniscalchi, in via Garibaldi, perciò in pieno centro storico, nel 1906.</p>
<p>Il corredo della defunta era ricchissimo di anelli, orecchini d’oro con pietre preziose, compresa una croce in lamina d’oro decorata a sbalzo con figure di animali fantastici: la croce doveva essere fissata al velo funerario ed è datata  al 600 – 625.</p>
<p>Nel territorio veronese mancano completamente le necropoli con le tombe monumentali delle persone illustri.</p>
<p>Per comprendere dove si trovava questa importantissima  necropoli,  bastava poco.</p>
<p>Difatti  il monaco <strong>Onofrio Panvinio</strong> nella sua <strong>Antiquitatvm</strong> <strong>Veronensivm,</strong> nel 1648 scrisse  che dal cimitero di San Procolo  proviene  il sarcofago di rosso di Sant’Ambrogio – oggi nel chiostro  di San Zeno-, di <strong>C. Gavio</strong>…. cioè di un ragazzino  di anni 14 e mesi 10. Quest’ultimo era un giovane della famiglia Gavi dell’Arco sulla via Postumia.</p>
<p><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/sarcofago-C.Gavio_.750-.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11134" title="sarcofago-C.Gavio.750-" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/sarcofago-C.Gavio_.750-.jpg" alt="" width="461" height="346" /></a></p>
<p><em>Chiostro di San Zeno, sarcofago di C. Gavio</em></p>
<p>Il materiale archeologico  funebre era tale  che l’ Amministrazione civica di allora voleva fondare all’interno dell’Abbazia un Museo Lapidario, come quello esistente al Maffeiano.</p>
<p>Ancora nel 1820 <strong>Da Persico</strong> aveva individuato, nell’area di San Zeno, il luogo del cimitero monumentale romano.</p>
<p>Dopo 170 anni (26 aprile 1986), il direttore del Museo archeologico prof. <strong>Lanfranco Franzoni</strong>, riproponeva questo museo lapidario nell’Abbazia restaurata.</p>
<p>Oggi a Piazza Corrubio  sono apparse le fondamenta dei monumenti funebri romani, riutilizzati dai cristiani per costruire le loro tombe.</p>
<p>28 luglio 2010:  sul giornale ufficiale di Verona -L’Arena- appare l’articolo: “Scavi archeologici verso la conclusione.  A settembre si aprono i cantieri per realizzare le fondamenta”.</p>
<p>Alberto Solinas</p>
<p>.</p>
<p><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/leoni-adige.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11136" title="leoni adige" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/leoni-adige.jpg" alt="" width="194" height="217" /></a></p>
<p>PS</p>
<p>I due leoni trovati nell’Adige vicino all’arsenale, che provengano dalla necropoli di San Zeno?</p>
<p><a href="http://www.veja.it/?p=3807">http://www.veja.it/?p=3807</a></p>
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		<title>Verona. La necropoli paleocristiana di Piazza Corrubbio</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Sep 2010 16:02:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Verona archeologia e dintorni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il libero ricercatore Alberto Solinas: «Quelle tombe, l&#8217;anello mancante della nostra storia» VERONA – Il sottosuolo di piazza Corrubbio nasconde una vastissima necropoli «che racconta 450 anni di storia veronese». Mentre stanno per iniziare i lavori veri e propri per realizzare il parcheggio sotterraneo, pur con nuovi ritardi (vedi articolo sopra), c&#8217;è chi non si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/alberto-solinas-2010.750.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11122" title="alberto-solinas-2010.750" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/alberto-solinas-2010.750.jpg" alt="" width="450" height="338" /></a></p>
<p>Il libero ricercatore Alberto Solinas: «Quelle tombe, l&#8217;anello mancante della nostra storia»</p>
<p>VERONA – Il sottosuolo di piazza Corrubbio nasconde una vastissima necropoli «che racconta 450 anni di storia veronese».</p>
<p>Mentre stanno per iniziare i lavori veri e propri per realizzare il parcheggio sotterraneo, pur con nuovi ritardi (vedi articolo sopra), c&#8217;è chi non si stanca di richiamare l&#8217;attenzione su quello che gli scavi hanno finora portato in superficie. E su quello che ancora potrebbe emergere.</p>
<p><strong>Alberto Solinas</strong>, archeologo autodidatta che conosce molto bene la storia di Verona, sostiene che «bastava poco» per indovinare cosa celasse il sottosuolo della piazza.</p>
<p><span id="more-11120"></span></p>
<p>«Già il monaco <strong>Onofrio Panvino</strong> nella sua <strong>Antiquita Veronenses</strong> nel 1648 scrisse che dal cimitero di San Procolo proviene il sarcofago in pietra di rosso di San Ambrogio di <strong>C. Gavio</strong>, della famiglia dei Gavi dell&#8217;arco», ricorda.</p>
<p>Tanto era il materiale funebre proveniente da San  Zeno: nel 1820 <strong>Da Persico</strong> vi aveva individuato il cimitero monumentale romano, mentre l&#8217;allora direttore del museo archeologico <strong>Lanfranco Franzini</strong> (era il 1986) propose un nuovo museo lapidario nell&#8217;abbazia restaurata.</p>
<p>Qual è il collegamento con piazza Corrubbio?</p>
<p>«Lì &#8211; spiega Solinas &#8211; sono apparse le fondamenta dei monumenti funebri romani, riutilizzati dai cristiani per costruire le loro tombe».</p>
<p><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/fontamenta-tombe-romane-.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11125" title="fontamenta--tombe-romane-" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/fontamenta-tombe-romane-.jpg" alt="" width="450" height="338" /></a></p>
<p><em>Le fondamenta monumentali  dei monumenti funebri romani, riutilizzati dai cristiani per costruire le loro tombe.</em></p>
<p>Finora, la più grande necropoli rinvenuta a Verona è stata quella di  Porta Palio &#8211; Spianà, emersa durante i lavori per i mondiali anni 90. Un totale di 1361 tombe romane, datate tra la fine del primo secolo a.C. e il quarto secolo d.C.</p>
<p>Dove vennero sepolti i veronesi nel periodo successivo, agli albori del cristianesimo? Proprio nell&#8217;odierna piazza Corrubbio, sostiene Solinas.</p>
<p>A differenza della Spianà, dove la gran parte dei defunti erano cremati:</p>
<p>«a piazza Corrubbio abbiamo solo inumati e non esistono i cremati, tombe con embrici, in anfore di pietra di Prun. Tutte sepolture del <strong>periodo paleocristiano</strong>, dal quarto al settimo secolo (300-700)».</p>
<p>Più antiche, quindi, della prima tomba longobarda rinvenuta all’inizio del novecento nel cortile di palazzo Maniscalchi, in via Garibaldi, contenente un prezioso corredo di gioielli d&#8217;oro e datata intorno al 600-625 d.C. Le tombe di piazza Corrubbio sarebbero insomma l&#8217;anello mancante &#8211; secondo Solinas &#8211; che permettono di far luce sui secoli bui dei primissimi anni degli insediamenti cristiani a Verona. «<strong>Ma a pochi giorni si apriranno i cantieri</strong>»  conclude amaro.  (AC)</p>
<p>Fonte: da il <strong>Corriere della Sera</strong> edizione “Verona” di giovedì 2 settembre 2010.</p>
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		<title>Verona Park Corrubio. Manca il sovrintendente e slitta il via libera per l’inizio dei lavori</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 22:04:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Verona società e politica]]></category>

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		<description><![CDATA[L’appello dei residenti: fate preso. Cittadini esausti «Il quartiere sta cambiando volto». Delusi anche i cinesi. VERONA &#8211; Fumata nera per il parcheggio di  piazza Corrubbio.  Ieri doveva essere il giorno decisivo in cui la Sovrintendenza avrebbe dovuto concedere alla ditta Rettondini il via libera per Partire con gli Scavi e la realizzazione dell&#8217;opera contestata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/piazzale-del-park-corrubio.500.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11116" title="piazzale-del-park-corrubio.500" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/piazzale-del-park-corrubio.500.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></p>
<p>L’appello dei residenti: fate preso. Cittadini esausti «Il quartiere sta cambiando volto». Delusi anche i cinesi.</p>
<p><span id="more-11114"></span></p>
<p>VERONA &#8211; Fumata nera per il parcheggio di  piazza Corrubbio.  Ieri doveva essere il giorno decisivo in cui la Sovrintendenza avrebbe dovuto concedere alla ditta <strong>Rettondini</strong> il via libera per Partire con gli Scavi e la realizzazione dell&#8217;opera contestata da molti residenti. Tuttavià la decisione è stata rimandata «Nessun disguido &#8211; spiega l&#8217;assessore al Commercio Enrico Corsi &#8211;  ma all&#8217;incontro non ha potuto essere presente il sovrintendente <strong>Andrea Alberti</strong>, perciò abbiamo aggiornato la riunione alla settimana prossimi!». II funzionario della Sovrintendenza ai Beni Arhitettonici  l&#8217;architetto <strong>Gianna Gaudini</strong>, e il direttore  <strong>Giuliana Cavalieri Menasse</strong>, hanno comunque partecipato al tavolo. «Il  Confronto è   stato utile &#8211; prosegue l&#8217;assessore &#8211; perché sono emersi alcuni dettagli che possono essere meglio definiti entro questa settimana. Sono fiducioso che alla prossima riunione arriverà il nulla ostas».</p>
<p>Dopo lo stop al cantiere, che è rimasto completamente fermo in agosto a causa delle ferie, Corsi ha inviato la settimana scorsa una  lettera di Sollecito sia alla Sovrintendenza sia alla ditta, per sbloccare una situazione che ha portato i residenti all&#8217;esasperazione. «Cosa Vuole che  <span style="font-size: 13.3333px;">le dica &#8211; commenta laconico Pierluigi, titolare dell’immobiliare San Zeno – è un anno che vanno avanti a scavare con il  pennellino. A questo punto spero che i lavori partano e che finiscano in fretti!».</span></p>
<p>I disagi sono molti: «Ci vorrebbe un vigile per fare la multa ai ciclisti che non smontano dalla bici nell&#8217;area di cantiere. Ci vorrebbero le telecamere, perché la sera succede di tutto». Ci vorrebbe il ritorno alla normalità: «Arriva la puzza delle fognature, la polvere degli scavi. Le barriere di plexiglass fanno da cassa di risonanza, per cui sentiamo i discorsi di chi sta al bar. Non c&#8217;è niente di buono».</p>
<p>La gravità della situazione è resa evidente dal numero sempre crescente di negozi che abbassano le serrande. Dopo un anno di cantiere, quella che era una zona turistica, è diventata un’area disagiata «La settimana scorsa &#8211; protesta la signora Mara della merceria &#8211; è entrato un malintenzionato col borsone che ha iniziato a rovistare nei cassetti. Gli ho gridato che poteva anche aprire la cassa e svuotarla Perché tanto non c&#8217;era niente dentro. Io però ho paura e adesso che arriva l&#8217;inverno ho deciso di aprire solo la mattina, la sera mi sento abbandonata».</p>
<p>Di sicuro chi sta fuggendo sono i baristi italiani.  Luca dello Snack Bar Centrale è uno dei Pochi rimasti: «Il Du de Spade, el Canton e l&#8217;ex Totem sono già stati comprati dai cinesi, ma so che ci sono altri esercizi in trattativa». Lui stesso non ha molta voglia di tenere duro: « Sto solo aspettando che mi facciano l’offerta giusta e mollo anch’io».</p>
<p>Ancje i cinesi non sono molto sofdifbatti : «E’ da un anno che è tutto fermo – sbotta la titolare del Du de Spade – avevano detto che i lavori sarebbero durati due anni, ma ho gia capito che ne avremmo almeno per quattro o cinque».</p>
<p>Fonte srs di <strong>Davide Pyriochos</strong>, da il <strong>Corriere della Sera</strong> edizione “Verona” di giovedì 2 settembre 2010.</p>
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		<title>Marano di Valpolicella. Il tempio di Minerva ora svela i suoi segreti</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 22:05:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Verona archeologia e dintorni]]></category>

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		<description><![CDATA[MARANO. Gli scavi sul monte Castelon danno i primi frutti e mostrano le forme del manufatto. Dalle prime indagini è emersa la pianta pressoché quadrata dell’edificio pagano che risale al primo secolo dopo Cristo Sono iniziati sul monte Castelon gli scavi alla ricerca del tempio di Minerva e subito ci sono le prime scoperte sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/marano-scavo-tempio-minerva.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11110" title="marano scavo tempio minerva" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/marano-scavo-tempio-minerva.jpg" alt="" width="358" height="302" /></a></p>
<p>MARANO. Gli scavi sul monte Castelon danno i primi frutti e mostrano le forme del manufatto. Dalle prime indagini è emersa la pianta pressoché quadrata dell’edificio pagano che risale al primo secolo dopo Cristo</p>
<p>Sono iniziati sul monte Castelon gli scavi alla ricerca del tempio di Minerva e subito ci sono le prime scoperte sulla forma e le dimensioni del tempio.</p>
<p><span id="more-11108"></span></p>
<p>Il monte Castelon potrebbe infatti diventare un parco archeologico: il tempio di Minerva è solo il primo passo alla ricerca di interessanti testimonianze archeologiche sul monte che divide la valle di Marano da quella di Fumane. Sull’antico tempio pagano risalente al primo secolo dopo Cristo si sta concentrando il progetto di scavo che ha avuto inizio il 2 agosto scorso per volontà del sindaco Simone Venturini e condotto dal nucleo operativo della Soprintendenza ai Beni Archeologici del Veneto diretto da <strong>Brunella Bruno</strong>.</p>
<p><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/marano-scavo-tempio-minerva-a.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11111" title="marano scavo tempio minerva a" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/marano-scavo-tempio-minerva-a.jpg" alt="" width="357" height="358" /></a></p>
<p>Gli scavi si sono potuti avviare grazie a un importante finanziamento della Regione, in aggiunta ai 40mila euro destinanti dall&#8217;amministrazione comunale, ottenuto in virtù delle incoraggianti scoperte del primo saggio di scavo del 2007.</p>
<p>Già nella prima giornata di lavoro tre anni fa, erano emersi i resti della pavimentazione e dei muri del tempio e durante la stessa campagna erano state rilevate anche testimonianze della presenza di un Castello fortezza di epoca scaligera. Questo aveva confermato le molte testimonianze di studiosi dell&#8217;antichità, che avevano posto la loro attenzione in passato su quest&#8217;area particolarmente promettente dal punto di vista archeologico. La zona infatti conserva tracce della presenza dell&#8217;uomo fin dall&#8217;epoca preistorica e a testimoniarlo ci sono i numerosi rinvenimenti di materiale archeologico.</p>
<p>Fin dagli inizi dell&#8217;Ottocento il conte <strong>Giovanni Girolamo Orti Manara</strong>, figura di spicco e studioso di antichità locali, avanzò l&#8217;ipotesi di un&#8217;eventuale relazione tra il toponimo Minerbe, antico nome della località, e la presenza di un luogo sacro dedicato alla dea romana.</p>
<p>Le indagini dell&#8217;epoca permisero di scoprire resti murari, alcuni manufatti architettonici e reperti mobili, su cui emergevano una decina di dediche a Minerva. Ciò confermò le supposizioni dello studioso: la presenza intorno al primo secolo dopo cristo di un santuario che fungeva da riferimento per la comunità locale, votato alla divinità a cui si attribuivano doti profetiche e taumaturgiche.</p>
<p>Infatti sulle diverse iscrizioni sacre rinvenute il tempio viene ripetutamente definito «fanum» e cioè santuario extraurbano.</p>
<p>«Gli scavi effettuati in queste prime settimane hanno confermato la dimensione completa del tempio che ha una pianta pressoché quadrata 8 metri per 7,5, dimensioni emerse dal disegno del pittore <strong>Giuseppe Razzetti</strong> redatto sulla base delle testimonianze dell&#8217;Orti Manara», spiega il sindaco.</p>
<p>«L&#8217;unica discordanza sembra essere nella forma. L&#8217;ambiente rettangolare del disegno è invece pressoché quadrato. Le misure indicate in numeri, però, sembrano corrette. Se ciò fosse vero, il colonnato a nord del tempio sarebbe a circa 5 metri, in una zona dunque dove non abbiamo mai scavato. Proseguiremo dunque verso nord. Verso ovest, dove abbiamo scavato in questi giorni abbiamo rinvenuto tutti gli elementi basali del tempio», aggiunge.</p>
<p>Dal sindaco quindi le prime incoraggianti notizie riguardo alla morfologia del tempio. Tanto incoraggianti sono le aspettative, quanto problematico risulta mettere in sicurezza il luogo, che presenta una formazione a terrazzamenti. «Il tempio si sviluppa sotto una scarpata molto ripida che va rimodellata per consentire la prosecuzione degli scavi in sicurezza. Dovremo perciò sospendere, rimodellare la scarpata e solo dopo riprendere gli scavi archeologici veri e propri. Dovremo poi cominciare a pensare a una sistemazione definitiva dell&#8217;area che ha un notevole pregio paesaggistico. La copertura del tempio, il cui pavimento in coccio-pesto va necessariamente protetto, dovrà essere sviluppata secondo gi schemi della &#8220;land architecture&#8221;. Coinvolgeremo un architetto in grado di sviluppare un approccio adeguato alla circostanza», dice <strong>Venturini</strong>.</p>
<p>Per la ricchezza delle testimonianze emerse sul Castelon l&#8217;intenzione è di mappare in maniera ampia tutta l&#8217;area, anche se per il momento il progetto si concentrerà sugli scavi di epoca romana. «I finanziamenti ottenuti da parte della direzione beni culturali guidata dalla dottoressa <strong>Bressani</strong> testimoniano che la Regione ritiene questo uno dei siti archeologici più promettenti», continua il sindaco, «Qualora i risultati degli scavi si rivelassero di rilievo, l&#8217;intento è quello di fare dell&#8217;area un parco archeologico, che comprenda anche la zona del Castello scaligero, non oggetto di questa campagna di scavo. Gli scavi, che dureranno presumibilmente un paio di mesi, riguarderanno anche zone più periferiche perché abbiamo motivo fondato di ritenere che le presenze umane lassù fossero molto più distribuite» conclude.</p>
<p>Fonte: srs di <strong>Agnese Ceschi</strong> da <strong>L’Arena di Verona</strong> di Sabato 04 Settembre 2010, PROVINCIA, pagina 27.  FOTOSERVIZIO AMATO</p>
<p>Link: <a href="http://www.larena.it/">http://www.larena.it/</a></p>
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		<title>Il giornale L’Arena di Verona e il più antico gemellaggio editoriale</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 01:25:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Media e informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il giornale  L&#8217;Arena di Verona,  sin dalle sue  origini  è stata esposto ad usi un po’  “goliardici” nella sua immagine di giornale di informazione Questa “cartolina” con pieghevole, prodotta da chi non si sa, ma che  guardando la testata  e la mancanza di  foto  ci fa capire che siamo nel primo novecento, e fa parte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/strillone-arena.500.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11103" title="strillone-arena.500" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/strillone-arena.500.jpg" alt="" width="400" height="627" /></a></p>
<p>Il giornale  L&#8217;Arena di Verona,  sin dalle sue  origini  è stata esposto ad usi un po’  “goliardici” nella sua immagine di giornale di informazione</p>
<p>Questa “cartolina” con pieghevole, prodotta da chi non si sa, ma che  guardando la testata  e la mancanza di  foto  ci fa capire che siamo nel primo novecento, e fa parte anche  della raccolta di  cartoline del  postino PINO BREANZA.</p>
<p>L’immagine riproduce uno strillone che grida un’ <strong>Arena del 14 novembre 1914</strong>, un giornalino vero apribile, che contiene una raccolta  di 10 microvedute di Verona.</p>
<p>Il giornale che tiene lo strillone sotto l’altro braccio è una copia dell&#8217;<strong>Extra Blatt «Edition Guggenheim &amp; Co, Ziirich. Depose»</strong>.</p>
<p>La “cosa”  la si può  vedere sotto un altro aspetto,  molto  più “commerciale e diffusionale”.</p>
<p>E stato il  primo e più antico <strong>gemellaggio editoriale</strong></p>
<p>Ovvero, come si vuol dire, un “gemellaggio editoriale”  tra la ridente Verona e l’austera Zurigo.</p>
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		<title>La differenza tra l&#8217;amicizia fra uomini e fra donne.</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Sep 2010 01:25:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Monade e rattatuje]]></category>

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		<description><![CDATA[La moglie passa la notte fuori casa. Al mattino seguente, spiega al marito che ha dormito a casa della sua amica. Il marito allora chiama al telefono dieci tra le amiche della moglie, ma nessuna di esse conferma la storia. Il marito passa la notte fuori casa. Al mattino seguente, spiega alla moglie che ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>La moglie passa la notte fuori casa.</strong></p>
<p>Al mattino seguente, spiega al marito che ha dormito a casa della sua amica.</p>
<p>Il marito allora chiama al telefono dieci tra le amiche della moglie, ma <strong>nessuna</strong> di esse <strong>conferma</strong> la storia.</p>
<p><strong>Il marito passa la notte fuori casa.</strong></p>
<p>Al mattino seguente, spiega alla moglie che ha dormito a casa di un amico.</p>
<p>La moglie allora chiama al telefono dieci tra gli amici del marito. Sette di loro <strong>confermano</strong> la storia e i tre restanti, oltre che confermarla, dicono che <strong>lui si trova ancora là</strong>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Intervista al ricercatore sardo Leonardo Melis.</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 21:35:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Persone e personaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Benvenuto su U.R.N. Sardinnya, La scienza, le arti e le culture in generale richiedono una dimensione ideale che nella ricerca (sia essa giusta o sbagliata) trova lo stimolo per il progresso. Senza ricerca dunque non c’è evoluzione e senza il relativo dibattito non c’è il miglioramento delle valutazioni (come nel campo archeologico) sui contorni storici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/leonardo-melis.500.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11094" title="leonardo melis.500" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/leonardo-melis.500.jpg" alt="" width="450" height="674" /></a></p>
<p><strong>Benvenuto su U.R.N. Sardinnya,</strong></p>
<p>La scienza, le arti e le culture in generale richiedono una dimensione ideale che nella ricerca (sia essa giusta o sbagliata) trova lo stimolo per il progresso. Senza ricerca dunque non c’è evoluzione e senza il relativo dibattito non c’è il miglioramento delle valutazioni (come nel campo archeologico) sui contorni storici del nostro passato. Quando ha capito nella sua vita che il suo interesse per la Sardegna si sarebbe tradotto nella sua opera di divulgazione?</p>
<p><em>La mia preparazione con gli studi classici effettuati presso il Collegio Salesiano di Lanusei (dove studiarono Lussu, Lilliu e tante altre teste pensanti di illustri Sardi) mi diede la necessaria preparazione per poter affrontare un ulteriore approfondimento della nostra Storia, andando oltre i testi selezionati dal periodo fascista esclusivamente indirizzati alla gloria di Roma e della Storia Classica Greco-Romana. Il mio successivo vagare per il mondo, grazie anche al mio lavoro, mi aiutò a confermare i miei sospetti che qualcosa ci era stato nascosto. La scoperta di siti e di testi tutt’oggi vietati nelle scuole italiche fecero il resto.</em></p>
<p><em><span id="more-11092"></span><br />
</em></p>
<p>Nel 2002 la pubblicazione del suo libro “Shardana: I Popoli del Mare” per la PTM Editrice di Mogoro, nonostante il buon successo editoriale, ha inaugurato una trafila di dure polemiche nel mondo accademico Sardo. Quali sono i motivi di questi attacchi al suo lavoro?</p>
<p><em>In Francia ho presentato lo scorso anno la versione francese: “Shardana – les Peuples de la Mer”, e questa è stata una delle domande più frequenti. Anche all’estero sanno di questa diatriba, che del resto traspare dai miei scritti. Il motivo scatenante? Intanto il proliferare di autori che scrivono su questo argomento, dopo il 2002. Il maggior indiziato è comunque Leonardo Melis. Indiziato di cosa? Del fatto che ha ribaltato tutti i concetti espressi fin’ora dalla storiografia e archeologia ufficiale.</em></p>
<p><em>I Sardi NAVIGATORI, e non “con le spalle rivolte al mare”. I Sardi DOMINATORI e non da sempre dominati. I Sardi con una SCRITTURA e non analfabeti da sempre. I Sardi veri protagonisti di quei periodi storici indicati come Fenici o Cartaginesi. Lo smascheramento dei Fenici, popolo inventato di sana pianta dai Greci prima e dagli archeologi poi.</em></p>
<p><em>La scoperta di documenti scritti e di siti sconosciuti, come la piramide a gradoni di Pozzomajore e il relativo documento scritto. Che cancella definitivamente un’ipotesi di colonizzazione e presenza “Fenicia” in Sardinia.</em></p>
<p><em>La denuncia, nel 2005, sull’occultamento delle Statue di Monti Prama. Denuncia poi ripresa da giornali e movimenti di opinione a tutti i livelli.</em></p>
<p><em>Ed a proposito di denunce, è stata inviata ai Parlamentari Sardi e al governatore della Regione, oltre che alle sovrintendenze, con più di 1000 firme, la denuncia della sparizione di 4 documenti scritti, fra cui il “mio” documento di Pozzomajore.</em></p>
<p><em>Volete che con questi fatti, gli amici “Archeobuoni”, come li chiamo affettuosamente, non ce l’abbiano con Leonardo Melis? Sapete cosa hanno fatto alla notizia della scoperta della Ziqqurat di Pozzomajore? Sono piombati al Comune infuriati “perchè la notizia non era stata data a loro prima che alla stampa”. Aggiungendo che avrebbero pubblicato una smentita sull’identificazione di quello che per loro era ed è un protonuraghe. Un protonuraghe QUADRATO e a GRADONI? Infine hanno allertato il nucleo speciale dei Carabinieri, pare.</em></p>
<p>Ha senso studiare la Civiltà Nuragica senza studiare i cosiddetti “Popoli del Mare” che nell’antichità solcavano le nostre acque?</p>
<p><em>Questa è una domanda che mi mette un poco in difficoltà. Perché personalmente non ho dati riferiti a un popolo “Nuragico” in un periodo storico e non vi è traccia nei testi antichi di un popolo con questo nome e caratteristiche. Quindi? Quindi penso che l’unica risposta è che i nuraghi siano più antichi di quanto crediamo…di un periodo non storico, ma precedente</em>.</p>
<p>L’Egitto rimane uno dei più grandi esempi dove l’industria turistica ha subito una forte spinta propulsiva grazie all’imponente patrimonio storico-monumentale che si affaccia sul Mediterraneo. In Sardegna potremmo sperare di intraprendere analogo processo di valorizzazione e quindi di sviluppo?</p>
<p><em>Personalmente ho stretti contatti con il Governo Egiziano, grazie a Patrizia Pasquarella che sta patrocinando attualmente un legame Sardegna-Governatorato di Luxor. Loro ci riescono, perché i Beni Archeologici sono gestiti da Egiziani. Da noi il 90% degli addetti ai lavori (con pieni poteri) sono NON-Sardi. I beni archeologici dovrebbero tornare alla Regione Sarda. Ed essere gestiti da Sardi. Di laureati nel settore ne abbiamo a sufficienza. Purtroppo sono lì a seguire i dictat di chi è loro superiore e li costringe a raccontare ai turisti le tremende storielle di “Sardi pastori e cavernicoli” e di Fenici dominatori e portatori di civiltà. Potrei raccontare di ragazzi coraggiosi che hanno tentato di presentare tesi di laurea innovative ma, scoraggiati da chi li doveva esaminare, hanno dovuto far marcia indietro e scrivere le solite castronerie.</em></p>
<p><em>Spesso questi ragazzi si sono rivolti anche a me per ottenere consigli e informazioni. Ecco perché conosco queste storie.</em></p>
<p>Qualche volta si ha l’impressione che il carsico dibattito attorno al tema della Lingua Sarda abbia sottratto una buona dose di attenzione ad un’altro grande problema: l’assenza della Storia Sarda dalla Pubblica Istruzione regionale. Lei cosa ne pensa al riguardo?</p>
<p><em>Penso che la cosa dovrebbe essere presa a cuore dagli organi preposti. Io sono spesso chiamato come “Docente Esterno” esperto della materia presso le Scuole Superiori. Ma si tratta di iniziative di singoli insegnanti di buona volontà. Un Leonardo Melis, un Gigi Sanna, Bruno Vacca e qualche altro studioso innovatore. Sto appunto parlando della Storia Antica come la intendo io, non la classica Storia della “Sardegna Fenicia” o Romana o Cartaginese, Pisana… La storia dei Sardi, degli Shardana appunto.</em></p>
<p>Lei fu tra gli estensori della legge regionale per il riconoscimento formale della bandiera dei 4 Mori. Le ipotesi sulle origini di questo simbolo in cui oggi i Sardi si riconoscono sono diverse, qual’è la sua opinione?</p>
<p><em>Purtroppo vi è poca informazione. Assurdamente, io fui contestato da chi avrebbe dovuto sostenermi. Parlo delle aree dell’Indipendentismo Sardo. Il motivo? I “battor Moros” sarebbero d’importazione. Spagnola nella fattispecie. Ciò è assolutamente non vero e posso provarlo. I “Mori Bendati” erano presenti in tutte le famiglie nobili d’Europa già ai tempi delle Crociate. Il gran maestro dei Templari (il primo) Hugo de Payns, aveva come stemma i Mori Bendati. Il numero non era importante. A Cagliari vi è uno stemma nel palazzo Brondo con cinque Mori. Il moro bendato stava ad indicare che quella famiglia o reame poteva gloriarsi di un antenato Crociato. La stessa Eleonora d’Arborea è rappresentata con una veste ornata di Croci Templari. I Judikes Sardi erano Templari. Gonario di Torres era Templare, amico di Bernardo di Clairvaux, l’ispiratore dell’Ordine. I Templari facevano sosta in Sardinia quando salpavano da Aigue Mortes per andare in Terrasanta.</em></p>
<p><em>Ipotizziamo quindi di conseguenza che i Mori bendati fossero appartenuti ai nostri Judikes. Questo non esclude che comunque si fregiassero anche di altri simboli, fra cui l’Albero Sradicato (altro segno Templare).</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>La scoperta della scrittura “nuragica” potrebbe ribaltare molti convincimenti della storiografia ufficiale. In base alle sue valutazioni, ci sono seri fondamenti al riguardo?</p>
<p><em>La mia stessa scoperta del documento di Pozzomajore aumenterà questi “seri fondamenti”. Lo stesso amico Gigi Sanna mi dice che si tratta del “Documento definitivo”. La prova probante dell’esistenza di una scrittura “Nuragica” dice lui. SHARDANA dico io. Sarda comunque.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Kum Salude.</em></p>
<p>La ringraziamo per il suo contributo.</p>
<p>A cura di Bomboi Adriano – Luglio 2010.</p>
<p>U.R.N. Sardinnya ONLINE – Nazionalisti Sardi</p>
<p><a href="http://www.sanatzione.eu/">www.sanatzione.eu</a></p>
<p>urn.mediterraneo@gmail.com</p>
<p>Per reperire le pubblicazioni dell&#8217;autore:</p>
<p><a href="http://www.ptmeditrice.com/">www.ptmeditrice.com/</a></p>
<p><a href="http://www.librisardi.it/">www.librisardi.it/</a></p>
<p><a href="http://www.shardana.org/">www.shardana.org/</a></p>
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		<title>Ginevra Serego degli Aligheri e Virginio Orsini: Una delle piu’ drammatiche e crudeli storie d’amore</title>
		<link>http://www.veja.it/?p=11080</link>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 05:52:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Persone e personaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Il castello di Illasi Sono stata solo una lacrima nel vento Castello di Illasi di Verona: Girolamo II  Pompei, uomo d’armi della Serenissima, nel 1591 sposa la contessa Ginevra Serego degli Alighieri, figlia  di Angela Giusti e del conte Pier Alvise  Serego discendente diretto del sommo poeta Dante Alighieri. Purtroppo lo spirito da don Rodrigo, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/castello-di-illasi.750.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-11083" title="castello-di-illasi.750" src="http://www.veja.it/wp-content/uploads/2010/09/castello-di-illasi.750.jpg" alt="" width="405" height="304" /></a></p>
<p><em>Il castello di Illasi</em></p>
<p>Sono stata solo una lacrima nel vento</p>
<p>Castello di Illasi di Verona:<strong> Girolamo II  Pompei,</strong> uomo d’armi della Serenissima, nel 1591 sposa la contessa <strong>Ginevra Serego degli Alighieri,</strong> figlia  di Angela Giusti e del conte Pier Alvise  Serego discendente diretto del sommo poeta Dante Alighieri.</p>
<p>Purtroppo lo spirito da don Rodrigo, di manzoniana memoria, faceva, del Girolamo, più a suo agio in campagne d’armi contro i turchi che fra le mura domestiche e lasciava, non curante, la giovane  Ginevra “ad amirar le stelle”.</p>
<p>Le pulsioni d’amore del governatore di Verona<strong> Virginio Orsini</strong>, ospite assiduo del feudo <strong>d’Illasi, </strong>fecero a poco a poco breccia nell’intimo di <strong>Ginevra</strong>, suggellando una travolgente passione.</p>
<p><span id="more-11080"></span></p>
<p>Malgrado la fedele complicità  del servitore di Ginevra, il fedele<strong> Gregorio Griffo</strong>, il loro amore  non passò inosservato, tanto che, nel dicembre 1592,  al ritorno da una delle sue  missioni guerresche, il Girolamo ne fu prontamente informato. Abituato a combattere contro i turchi, sistemò la questione a suo modo.</p>
<p>Girolamo chiamò subito Ginevra a rispondere sulle voci di quel rapporto da amanti, ed ella stessa, dando in mano la spada al marito perché la uccidesse, confessò l&#8217;infedeltà.</p>
<p>Girolamo fece subito chiamare il Griffo  per confermare  la versione.</p>
<p>Il Griffo fu costretto a confessare e venne ucciso a pugnalate: fin sulla strada «<strong>si sentì il sassinamento et una voce che disse “o Jesu”&#8230; et il Conte lo fece strapegar nel brolo fuori della corte.</strong>..».</p>
<p>Epilogo della vicenda fu la morte dell&#8217;amante <strong>Virginio</strong> <strong>Orsini</strong> che riuscito a fuggire a Roma, fu in seguito catturato dalle truppe  pontificie e venne poi decapitato per “questioni politiche”.</p>
<p>L’uccisione del Griffo non passo’  comunque  inosservata, tanto che la  Serenissima decise di indagare sulla questione.</p>
<p>Ginevra e  Girolamo vennero coinvolti in un lungo processo, ma, visti gli scarsi risultati inquisitori, la confessione fatta da Ginevra stessa al marito, le deposizioni del fratello della contessa, <strong>Brunoro Serego</strong>, di <strong>Francesco Pompei</strong> e di altri testimoni, e le inevitabili ingerenze  politiche, venne messa una pesante pietra sopra sull’ intera vicenda.</p>
<p>La giovane Ginevra, oramai segregata nel castello, scomparve misteriosamente dalla scena non più in là di tre anni dall’omicidio del Griffo, poco prima dell’autunno 1595, quando i nobili vicentini <strong>Stefano</strong> e <strong>Leonoro Gualdo</strong>, due fratelli della contessa <strong>Lucrezia</strong> <strong>Gualdo</strong>, varcarono la soglia del palazzo Pompei in Illasi, per offrire, con la promessa di una cospicua dote, la mano di  sposa della propria sorella al “<strong>condottier di gente ed armi della repubblica veneta</strong>”.</p>
<p>Di lei non si seppe piu’ nulla, ma nella valle d’Illasi le grida portate dal vento sussurravan  voci che ella, la bellissima Ginevra, fosse morta d’inedia, murata viva in una segreta del castello.</p>
<p>Di essa rimase solo il profilo di una bambina che le sopravvisse la figlia  <strong>Faustina</strong>,  che, crescendo nel ricordo di una madre che si era “suicidata”, ne ridisegnava e ricordava sempre di piu’ le belle fattezze.</p>
<p>Suo padre il <strong>27 febbraio 1604,</strong> ne costituiva la dote monacale ed ella  il <strong>5 aprile</strong> <strong>1605,</strong> accompagnata da  un corteo di autorità religiose, civili e militari, varcava, come Sposa di Cristo, la porta del   convento di Santa Caterina da Siena in Contrada San Nazzaro di Verona,  prendendo il nome di  <strong>Suor</strong> <strong>Lucrezia</strong>, in ricordo dalla sua matrigna, la contessa  Lucrezia Gualdo, la quale, per procura del marito assente, perché relegato dalla Serenissima dal <strong>26 gennaio 1601</strong> in quel di <strong>Zara</strong> per scontarvi un bando di  cinque anni per essere il mandante di due omicidi, ratificava e confermava le donazioni al convento di Santa Caterina da Siena, compresi i beni della defunta madre contessa Ginevra Serego degli Alighieri.</p>
<p>Padrino della cerimonia, fu il conte <strong>Giordano Serego</strong>, fratello di <strong>Pier Alvise</strong> e figlio di <strong>Marco Antonio</strong>, nonno di Faustina.</p>
<p>Testimoni della monacazione furono il capitano <strong>Gio. Batta de Turchi</strong> dell’ Isolo di Sotto, della contrada stessa dei Pompei, e il notaio <strong>Ottavio de’ Magnini</strong>.</p>
<p>Nelle  veci di vicario generale  il canonico del Vescovado di Verona, <strong>Florio Pindemonte</strong>.</p>
<p>Le porte si aprono alla presenza del <strong>Padre Costantino Gandini</strong>, priore del monastero di S. Anastasia.</p>
<p>Gli esaminatori della professa, tutti suoi consanguinei, un rappresentante per ciascun ramo: il conte <strong>Gio. Batta Pompei di Francesco</strong>, il nobile <strong>Alessandro di Federico</strong>, e il conte <strong>Adriano</strong> figli del suddetto Gio. Batta.</p>
<p>L’atto venne sanzionato da Marcantonio “Fomalenus  judex ordinarius ad officium Draconis Palatii, iuris Comuniis Veronae sub preatura M. D. Julij Contareno dignis.mi Potestatis Veronae et eius districtus pro Seren. Duc&#8230;”</p>
<p>Pubblicato in Arengo il 28 maggio 1605 da <strong>Bernardino Fracanzano</strong> notaio “deputatus ad conciones”. <em> </em></p>
<p><strong>Il ritrovamento di Ginevra</strong></p>
<p>Agli inizi dell’900, nel corso di alcuni lavori di restauro, venne abbattuta una parete nelle segrete del castello e si scoprì lo scheletro, ancora incatenato, di una giovane donna: rivelazione di come si fosse effettivamente conclusa la vicenda.</p>
<p>Le ossa, il piccolo teschio e le  tre catene, di varie  lunghezze ad anelli sottili oblunghi e sferici,  serrate ai tre lati di un piccolo triangolo di ferro, furono raccolti dal conte <strong>Antonio Pompei</strong> e custoditi in un’ urna di vetro posta in una camera buia dell’ala del palazzo  Pompei di Illasi, fatto costruire dal conte Girolamo II, marito di Ginevra, nel 1615.</p>
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		<title>MONS. GIOVANNI BATTISTA PIGHI</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Aug 2010 21:35:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>giorgio</dc:creator>
				<category><![CDATA[Chiesa veronese]]></category>
		<category><![CDATA[Persone e personaggi]]></category>

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		<description><![CDATA[Sacerdote, canonico della Cattedrale di Verona e Vicario Generale della diocesi dal  1913 al 1923. Nacque a Quinzano nel 1847. Accolto  nel collegio di Don Mazza  nel 1858, vi rimase fino al 1865, compiendo gli studi ginnasiali e liceali alle scuole del Seminario Vescovile. Entrato in Seminario per i corsi teologici, venne inviato a Roma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sacerdote, canonico della Cattedrale di Verona e Vicario Generale della diocesi dal  1913 al 1923.</p>
<p>Nacque a Quinzano nel 1847. Accolto  nel collegio di Don Mazza  nel 1858, vi rimase fino al 1865, compiendo gli studi ginnasiali e liceali alle scuole del Seminario Vescovile.</p>
<p>Entrato in Seminario per i corsi teologici, venne inviato a Roma al Collegio Capranica e conseguì la laurea in Teologia all&#8217;Università Gregoriana.</p>
<p>Ordinato sacerdote nel 1871, fu poi chiamato all&#8217;insegnamento della Storia Ecclesiastica  e della Teologia  Morale nel Seminario, ove, prestò la sua attività per 40 anni.</p>
<p>Frutto del suo insegnamento, furono le <em>Institutiones  Historiae Ecclesiasticae</em> e il <em>Cursus Theologiae Moralis</em>.</p>
<p>Ma accanto a queste  pubblicazioni vennero collocarsene  molte altre di varia mole, fino al numero si  oltre 20.</p>
<p>Tra queste  va ricordata  la monografia <em>Gian Matteo Giberti, Vescovo dì Verona</em> e i <em>Cenni storici sulla Chiesa Veronese </em>comparsi a puntate nel <em>Bollettino Ecclesiastico Veronese</em> ed ora qui raccolti.</p>
<p>Mons. Pighi si spense il 23 febbraio 1926</p>
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