Mar 30 2016

STORIA DELLA CHIESA ANTICA : 1 – CONTESTO AMBIENTALE DELLA GIUDEA – LA CHIESA ORIGINE E DIFFUSIONE

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cristo

 

 

Primo ciclo filosofico – I° Anno ( 2009-2010 ): Appunti vari

 

Cercheremo ora di focalizzare la nostra attenzione sull’ambiente giudaico-palestinese al fine di comprendere il contesto ambientale più stretto in cui la Chiesa nacque

 

AMMINISTRAZIONE ROMANA DELLA GIUDEA AL TEMPO DI CRISTO

 

Sorvolo sull’ascesa di Erode I il Grande (37 a.C. – 4 d. C.), i suoi rapporti con Augusto e le sue traversie familiari. Sorvolo anche sulla divisione che il regno erodiano subì dopo la sua morte (la spartizione avvenne tra i figli Erode Filippo (4 a. C. – 34 d. C.), Erode Antipa (4 a. C. – 39 d. C.) e Archelao (4 a. C. – 6 d. C.).

Con la destituzione di Archelao da parte di Augusto (causa le proteste presentate a Roma dalle classi superiori della Giudea e della Samaria in seguito alla sua tirannide), la Giudea-Samaria diventa un’unica procura (= provincia minore) amministrata dal sommo sacerdote e sottoposta all’autorità di un prefetto (divenuto “procuratore” sotto l’imperatore Claudio).

Il prefetto della Giudea, che risiede a Cesarea, ha a sua disposizione solo milizie ausiliarie. Il legato di Siria può intervenire con le sue legioni, quando la situazione lo richieda.

 

Compiti del prefetto.

 

  1. a) Difesa militare del territorio.

Il prefetto di Giudea in questo caso ha a sua disposizione cinque coorti di truppe ausiliarie (quattro a Cesarea e una a Gerusalemme), 2-3000 uomini in tutto, formati da soldati reclutati in Siria e in Palestina senza cittadinanza romana (ma estranei alla popolazione giudaica, la quale era esente dal servizio militare). In occasione delle grandi feste egli sale a Gerusalemme accompagnato da una coorte.

 

  1. b) Svolge anche funzione giudiziaria.

Essa è suprema per i soldati a lui sottoposti, ma circoscritta in ambito civile sebbene gli si riconosca il jus gladii: il diritto di infliggere pene capitali (1). (1: Era questa infatti la fondamentale differenza tra prefetto e procuratore: al prefetto era riconosciuto il jus gladii al procuratore no. )

È importante precisare che l’esercizio della giustizia, essendo regolato secondo la legge giudaica che era riconosciuta come legge di stato per tutti i giudei dell’Impero, era lasciato al sinedrio: le sue decisioni avevano vigore di legge su tutto il territorio giudaico, compresa la diaspora e i tribunali locali, che per le cause correnti si pronunciavano uniformandosi al diritto tradizionale. Tuttavia per i casi che comportavano sentenze di morte, il jus gladii era riservato al governatore romano. Quindi la giurisdizione romana era soggetta a limiti. Il giudizio sui cittadini romani, avendo questi la possibilità di appellarsi all’Imperatore, non entra nelle competenze del prefetto o procuratore.

 

  1. c) Forse il compito più importante è il controllo delle finanze. Egli è l’agente finanziario dell’Imperatore. Al fine di agevolare tale incarico, la procura di Giudea è divisa in undici distretti.

Il sinedrio è il responsabile pratico della riscossione delle imposte. Imposte: il tributum soli (= patrimoniale) cioè l’imposta fondiaria; il tributum capitis data dalla somma dell’imposta sulla persona fisica (uguale per tutti) e da un’imposta sulla ricchezza mobile. Il valore delle singole imposte viene determinato nel corso dei censimenti periodici sulla base della dichiarazione dei singoli contribuenti. Ci sono poi altri tributi (tasse sulla professione, sugli schiavi, sull’eredità) che vi provvedono, per conto del procuratore, società locali o singoli privati (appaltatori fiscali). Sono i cosiddetti “pubblicani” del Nuovo Testamento, disprezzati soprattutto dai farisei perché collaboratori di Roma e ladri.

 

Ai tempi di Gesù, prefetto della Giudea era Ponzio Pilato (26-36). Fu destituito dal governatore di Siria, Lucio Vitello che in quel momento godeva di poteri speciali, in seguito ad un massacro di samaritani (che avevano messo in atto la rivolta del monte Garizim) perpetrato da Pilato. Gli successe Marullo (37-44), dopo un breve interregno di Marcello (36-37) sotto la cui amministrazione fu martirizzato s. Stefano.

 

L’amministrazione ebraica e i partiti

 

Il Sinedrio. Gli ebrei della procura di Giudea conservano nelle questioni interne un’ampia autonomia. Nei singoli distretti (2) (2: Cesarea e Sebaste col loro circondario ottengono, come città ellenistiche, un’amministrazione propria.) le funzioni giuridiche e amministrative sono svolte dai cosiddetti sinedri costituiti da sette a ventidue membri secondo la grandezza della località.

Un’importanza particolare ha il sinedrio di Gerusalemme, al cui vertice si trova il sommo sacerdote nominato dal procuratore romano. Il sommo sacerdote, dunque, non rappresenta il popolo solo nelle questioni di ordine religioso, ma è anche a capo dell’amministrazione autonoma giudaica, di cui è responsabile di fronte al prefetto o procuratore. La sua dipendenza da Roma si esprime simbolicamente nel fatto che la veste del sommo sacerdote viene custodita nella cittadella Antonia, sede ufficiale del procuratore a Gerusalemme. Il sinedrio di Gerusalemme conta, oltre al sommo sacerdote, altri diciassette membri, e si articola in tre gruppi:

 

1) Il primo gruppo può essere concepito come una specie di concistoro, che il Nuovo Testamento spesso chiama semplicemente “sommi sacerdoti“. A questo settore appartengono il sommo sacerdote in carica e il suo sostituto il “sovrintendente del tempio”; quest’ultimo è un sommo sacerdote di nobile famiglia che comanda anche la polizia del tempio. Altri sacerdoti di estrazione nobiliare, generalmente cinque, in parte sommi sacerdoti non più in carica, sovrintendono al culto e alla giustizia, mentre tre o quattro laici (uomini d’affari), o anche sacerdoti, curano l’economia della città e del tempio. Complessivamente questo gruppo comprende una decina di membri.

 

2) Gli “anziani, secondo settore del sinedrio, comprendono elementi della nobiltà sacerdotale o terriera. Essi rappresentano le posizioni conservatrici dei sadducei.

 

3) Il terzo gruppo è formato dagli “scribi” o “rabbini“. Si tratta di laici di formazione teologica, qualificati attraverso una vera e propria ordinazione, che per la loro conoscenza della Scrittura e della tradizione orale godono di grande stima presso il popolo. Sono considerati i successori dei profeti, che insegnando, giudicando e predicando annunciano la volontà di Dio. Gli scribi esercitano spesso anche un mestiere manuale e appartengono in massima parte al partito dei farisei. Circa il rapporto numerico fra gli anziani e gli scribi nel sinedrio non si hanno dati precisi.

 

Il partito dei sadducei. Sulla natura di questo partito non siamo molto bene informati. La stessa origine del nome è controversa. Bisogna farlo derivare da Sadoc che fu sommo sacerdote al tempo di Salomone, o semplicemente dall’aggettivo ebraico sadduq che significa “giusto”? La presenza di questo partito incomincia a essere segnalata a partire dalla seconda metà del II secolo a. C. La sua influenza nel sinedrio è grande, ad esso appartengono i sommi sacerdoti e gli anziani e nella prima procura forma il partito di governo. I suoi sostenitori provengono soprattutto dalla nobiltà laica e sacerdotale. Come esponenti della classe padronale hanno in politica una posizione conservatrice: si adoperano per mantenere l’ordine sociale esistente e per moderare ogni attacco contro i poteri costituiti. Dando prova di realismo politico, sostengono, sia in teoria che in pratica, la sovranità dell’Imperatore Romano, l’autorità dell’aristocrazia ebraica e la disciplina popolare.

La legge scritta della Torah è per essi la sola norma giuridica. In contrasto con i farisei, rifiutano la tradizionale interpretazione ed elaborazione della legge nella forma di una casistica sofisticata. Essi perciò sostengono una posizione più rigida riguardo al sabato e ad altre questioni giuridiche e rituali. Così, ad esempio, i sadducei vorrebbero uccidere gli apostoli, mentre il fariseo Gamaliele propone di rilasciarli (At 5,33-38).

Anche in materia di dogmatica rifiutano ogni evoluzione. Negano la sopravvivenza nell’aldilà, ogni forma di immortalità personale, il giudizio finale e la risurrezione dei morti. L’uomo deve scontare le sue colpe già in questa vita terrena.

Secondo Giuseppe Flavio (la cui testimonianza, però, come oppositore dei sadducei, non è sempre oggettiva) essi sostengono una visione deistica del mondo: Dio non interviene nella storia universale né si occupa dei singoli individui. Felicità e infelicità hanno la loro origine solo nella libera volontà dell’uomo. Anche la dottrina degli spiriti (At 23,8) è considerata dai sadducei come estranea alla genuina tradizione ebraica. I sadducei condannano a morte Gesù insieme ai farisei e consentono più tardi la lapidazione di Giacomo (il parente di Gesù). Con la distruzione del Tempio e parte di Gerusalemme, scompaiono dalla storia senza lasciare traccia.

 

Il partito dei farisei. Il nome va fatto risalire all’ebraico faras: separare, isolare. È probabile che derivi dall’ambiente dei “separati”, e potrebbe qualificarli in senso spregiativo come un gruppo settario. In effetti i farisei si considerano la santa comunità di Dio, che evita il contatto con ogni forma di impurità, e si separa da coloro che non osservano la legge secondo il loro spirito.

Gli inizi del movimento farisaico risalgono al secolo II a.C. e il loro precursore sembra essere il gruppo degli hassidim, menzionato in 1Mac 7, 13. All’inizio del sec. I a.C., e forse anche prima, i farisei sono già organizzati in una habura: associazione, dove sono rese concrete le disposizioni legali contenute nella Torah e adattate alle circostanze. I loro membri provengono solo in piccola parte dai circoli sacerdotali; essi sono principalmente artigiani, commercianti, agricoltori, appoggiati da rappresentanti della cultura e dell’erudizione biblica. L’ammissione tra i farisei avviene dopo un periodo di prova e un esame delle conoscenze sulle prescrizioni per evitare l’impurità e sull’obbligo delle decime.

I libri della Bibbia sono per i farisei il testo giuridico fondamentale, ma più ancora lo è la legge tradizionale (haiaha) interpretata dagli scribi per conferirle validità nel presente. Di fatto, sono proprio quest’ultimi a godere del favore del popolo per la loro disponibilità a legalizzare le consuetudini e le credenze più amate. Nelle sinagoghe si cedono loro volentieri i primi posti, e i loro ampi filatteri, le loro lunghe frange, non sono visti come segni di un isolamento altezzoso.

Poiché i farisei danno un tale risalto all’osservanza della legge, si arriva, specie a Gerusalemme, alla formazione di un vero e proprio partito: si vorrebbe imporre un’osservanza della legge nei termini tipici di questa visuale farisaica. Il partito dei farisei rimane comunque all’opposizione fino alla fine della guerra giudaica. La grande stagione del fariseismo incomincia solo dopo la distruzione del tempio.

I farisei credono fermamente nella risurrezione dei morti e nella sopravvivenza delle anime.

Il rapporto di Gesù con i farisei non è negativo in linea di principio: egli siede a mensa con loro (Lc 7,36; 11,37; 14,1) e, secondo Lc 13, 31, proprio i farisei lo avvisano che Erode intende farlo arrestare. Ad ogni modo, Gesù si pone al di sopra della pratica farisaica della legge, elevando l’amore a Dio e al prossimo a norma suprema. Questo atteggiamento risulta con chiarezza dal fatto che non rispetta certe norme per evitare l’impurità e che frequenta pubblicani e peccatori. Del resto, va tenuto presente che l’atteggiamento attribuito a Gesù verso i farisei riflette sostanzialmente il contrasto della comunità delle origini con l’ambiente della sinagoga, ossia con i giudei. Negli Atti degli Apostoli colpisce il fatto che il fariseo Gamaliele si dimostri tollerante verso la giovane comunità cristiana (At 5,34 sgg.), e Paolo può ricordare con un certo orgoglio la propria origine farisaica (Gal 1,13; Fil 3,5).

 

Gli esseni (non menzionati nel N. T.) compaiono in Palestina col movimento hassidico. Il loro nome significa “devoti”. Con ogni probabilità derivano da gruppi che hanno sviluppato i loro ideali a Babilonia. Il Nuovo Testamento non ne fa menzione. Sono organizzati in comunità regolari e possono vivere in monasteri, mantenendo il celibato, o in comunità di fratelli, in cui sono consentiti il matrimonio e la proprietà privata. Qumran sul Mar Morto, per esempio, è una comunità monastica maschile. Lo studio della Scrittura, la preghiera e il lavoro manuale informano la vita quotidiana di queste comunità. Poiché nutrono sentimenti ostili verso il tempio e i suoi sacerdoti, si astengono anche da ogni forma di sacrificio. In compenso, celebrano banchetti liturgici comunitari, praticano riti di abluzione e di immersione.

Caratteristico è il loro rigido dualismo religioso: Dio e Belial (satana), figli della luce e figli delle tenebre. La loro escatologia si fonda su di un’attesa dalle tinte apocalittiche.

 

Affini agli esseni nell’atteggiamento religioso sono i terapeuti. Questi erano asceti ebrei, dediti principalmente allo studio delle Scritture. Dimoravano nel basso Egitto, nel deserto nitrico (Nitria, regione a sud di Alessandria). Di loro parla Filone nel De vita contemplativa.

 

Il movimento antiromano. Il malcontento verso Roma e i suoi procuratori incomincia a covare ai giorni del censimento (6 d. C.). Le indagini più recenti portano a distinguere in questo movimento due gruppi, che differiscono tra loro per origine ed obiettivi specifici.

 

Il primo gruppo, di origine galilaica, è sostenuto dai discendenti di Giuda il Galileo. La voce popolare li designa volentieri come “sicari“; nome derivante dal piccolo pugnale (sica) che essi portano nascosto sotto il mantello. In politica aspirano a una teocrazia cioè al dominio assoluto di Jahve, e all’eliminazione di tutte le forze che si oppongono a questo disegno di potere. Tali forze sono anzitutto i romani, ma anche tanti non ebrei che “contaminano” la terra santa, e infine lo strato superiore della società ebraica, colpevole di collaborazionismo con i romani. Nella fase finale della loro lotta i sicari si frantumano in vari gruppi e i loro capi, che si considerano dei messia politici, si combattono l’un l’altro.

 

Il secondo gruppo, di origine giudaica, è quello degli zeloti, e può essere definito un “movimento di lotta sacerdotale” che si batte con zelo per difendere la purezza del tempio con la forza delle armi. Per questo motivo il loro centro è Gerusalemme. I loro attacchi sono rivolti contro i romani, che si intromettono nelle questioni del tempio, o anche contro l’aristocrazia sacerdotale, che consente i sacrifici per l’Imperatore e mantiene contatti con i romani. Come scopo ultimo si propongono l’edificazione del nuovo tempio sul modello di Ez 40-48, e l’insediamento di un sommo sacerdote sadochista legittimo. Al movimento degli zeloti aderiscono soprattutto i giovani della nobiltà sacerdotale e il basso clero; gli zeloti hanno stretti legami con i sadducei.

Sicari e zeloti hanno in comune la dottrina escatologica, sotto forma di attesa di un’imminente apocalisse: nella miseria presente essi scorgono le calamità degli ultimi tempi, a cui dovrà presto seguire il tempo della salvezza.

 

* * *

Quanto sopra detto, costituisce come una sintesi delle condizioni politiche e religiose della Giudea al tempo di Gesù.

Una cosa importante: il giudaismo è una religione profondamente radicata nella vita spirituale e politica della Giudea e, in genere, della Palestina, la cui espressione storica si coglie sia nella formazione e nella vita di varie sette (molto più numerose di quanto abbiamo avuto modo di dire sopra) o partiti, sia nelle scelte politiche strettamente legate a motivazioni teologiche.

Il limite intrinseco al giudaismo era quello di identificare la religione con la nazionalità. Identificazione che nei rapporti con i dominatori romani poteva portare contemporaneamente sia alla posizione estrema degli zeloti e dei sicari sia a quella più diplomatica dei sadducei e dei farisei. Ciò poteva porre queste due correnti principali le une contro le altre.

È in questo ambiente che visse ed operò Gesù e ad esso sono appartenuti i Dodici. Non deve sembrar strano quindi se molti temi dibattuti nel giudaismo del tempo abbiano influito in modo considerevole nella formazione del primo pensiero cristiano: in particolare sono state messe in luce analogie evidenti tra certi aspetti delle antiche comunità cristiane di Palestina e quelli della comunità di Qumran, infatti Daniélou ha parlato di cristianesimo rabbinico. La cosa non deve sorprendere: basti considerare che scribi convertiti evidentemente continuano la loro opera, sebbene con diverso spirito.

Vicini per alcuni elementi ad alcune delle sette giudaiche, i primi cristiani d’altra parte se ne differenziano su punti essenziali: si pensi, per toccare appena l’argomento, alla loro predicazione di un messianismo realizzato, in contrasto con gli esseni, o al loro appello indiscutibile alla autorità di Cristo, il quale spesso era venuto in conflitto netto con il potere religioso costituito, o al superamento della Legge mosaica e del culto nel Tempio, in opposizione ai farisei. Però si deve riconoscere che non si può ammettere una derivazione propriamente generica del cristianesimo da questa o da quella setta.

 

LA PRIMA CHIESA

 

La crocifissione di Gesù parve ai discepoli sancire la fine di tutte le speranze.

È una cosa che stupisce: nonostante la Croce e la frustrazione assoluta dei discepoli, tutto quello che Gesù aveva iniziato non ebbe fine con la sua tragica morte, ma bensì inizio.

I discepoli, già dispersi, si riunirono nuovamente in breve tempo ed annunciarono: «Quel Gesù che è morto in croce, vive. Egli è risorto, noi lo abbiamo visto, ed egli ritornerà». In questa fede i discepoli non si limitarono a viverla nella loro ristretta cerchia, bensì la diffusero, dando così inizio al cammino del Cristo nel mondo.

Cosa è successo in quei giorni? Cosa significa resurrezione dai morti? Do per scontato che a queste domande avrete modo di trovare ottimi docenti che nei corsi successivi sapranno darvi le risposte più appropriate. Pertanto qui non ne trattiamo. Mi limito a dire che in forza degli avvenimenti pasquali, i discepoli furono portati a riunirsi nuovamente. Storicamente non siamo in grado di definire in che modo ebbe a compiersi tale processo, ma è evidente che l’esperienza dei discepoli, vale a dire la loro fede nel Risorto, ne costituì il momento decisivo. Questa esperienza venne da loro intesa quale atto divino, ma al tempo stesso anche quale mandato missionario di annunciare questa azione salvifica di Dio agli altri uomini.

 

La comunità di Gerusalemme: i giudeocristiani palestinesi

 

Indubbiamente questa prima comunità di Gerusalemme dovette sentirsi all’inizio come un gruppo partecipante alla vita del giudaismo ufficiale, sebbene già nella predicazione della morte e della risurrezione di Gesù veniva sin da principio a delinearsi il contrasto con la comunità giudaica.

È comunque alquanto complesso descrivere l’autocomprensione di questa prima comunità cristiana, dal momento che non ne esiste alcuna testimonianza diretta. Anche qui la nostra risorsa è rappresentata dalle conclusioni deducibili dalle lettere paoline, dai vangeli sinottici e dagli Atti.

Stando a quanto riferito dalle fonti neotestamentarie si può delineare la natura di questa prima comunità. Innanzitutto essa è costituita esclusivamente da ebrei palestinesi. Tra loro vi erano dei farisei convertiti. Li possiamo definire come dei cristiani che generalmente si sentono legati alla patria giudaica, fedeli al culto del Tempio, stretti osservanti degli usi mosaici. Causa il loro zelo per la Legge, attiravano le simpatie dei farisei.

È a questo ambiente che appartengono personalmente i Dodici che, con Pietro, sono a capo della prima comunità e che verranno soppianti dalla cerchia degli “apostoli” che trovano in Giacomo “fratello del Signore” la loro guida principale (3) (3: W. SCHNEEMELCHER, Il cristianesimo delle origini, Bologna, Il Mulino, 1987, 119s.)

In pratica il capo degli ebrei è Giacomo, “il fratello del Signore” (Gal 1,19), da non confondere con i due apostoli che portano lo stesso nome: Giacomo il Maggiore e Giacomo il Minore (4). (4 Nuova storia della Chiesa, I: J. DANIÉLOU – H. MARROU, Dalle origini a Gregorio Magno; Torino, Marietti, 1980 (rist. della II ed.), 44. )

Da notare che negli Atti si fa appena accenno a lui. Pare che Luca abbia utilizzato delle tradizioni provenienti dai sadochiti convertiti e dagli ellenisti, lasciando nell’ombra quel che costituiva tuttavia la parte più importante della Chiesa primitiva di Gerusalemme. In sostanza Luca presenta il punto di vista di Paolo.

Ora, il partito di Giacomo è quello con il quale Paolo non ha mai cessato di essere in conflitto (Gal 2,12). Luca scrive gli Atti dopo il 70, quando il partito di Giacomo era già scomparso (prima con l’uccisione di Giacomo stesso nel 62 che causò la dispersione dei giudeo cristiani in Transgiordania e poi con la distruzione del Tempio, la scomparsa della classe sacerdotale e una prima dispersione dei giudei) (5), (5: A quanto dice Eusebio (III.5,3), prima che Gerusalemme fosse assediata dai romani, i giudeo-cristiani emigrarono (a causa del martirio di Giacomo? o a causa dell’insurrezione giudaica? non si sa) e si rifugiarono a Pella al di là del Giordano. Sempre stando ad Eusebio (III,11), dopo la morte di Giacomo, un altro parente di Gesù, Simone figlio di Clopa, gli succedette alla guida della comunità. Dal momento che sotto l’impero di Domiziano (81-96) alcuni appartenenti alla famiglia di Gesù furono probabilmente imprigionati ed interrogati (così Eusebio in III, 20, dove riporta una informazione di Egesippo) si può presumere che la comunità fosse giudeo-cristiana anche dopo il 70, e che i parenti di Gesù vi giocassero un qualche ruolo. Ma siamo nel campo delle ipotesi.) e pertanto il suo ricordo è andato cancellandosi. Ma tutto ciò falsa la storia delle origini cristiane. Sono proprio il partito di Giacomo e la Chiesa giudeocristiana di Gerusalemme ad esercitare infatti un’influenza dominante durante i primi decenni della Chiesa.

 

Di Giacomo, e relativamente a lui e alla sua chiesa, ritroviamo traccia nell’Epistola ai Galati, nell’Evangelo degli Ebrei, nell’Evangelo di Tommaso, nelle gnostiche Due apocalissi di Giacomo, in numerosi scritti pseudo-clementini (utilizzano fonti giudeocristiane ebionite): Giacomo è presentato come il più importante personaggio della Chiesa.

Eusebio di Cesarea nella sua Storia della Chiesa (6), (6: EUSEBIO DI CESAREA, Storia della Chiesa, lib. II, c. 23, par. 3-7.) utilizzando gli scritti di Egesippo (II secolo), che sembra esser stato un giudeo convertito, ci fa vedere Giacomo legato strettamente agli usi (vegetarianesimo, astinenza dal vino, rifiuto di fare il bagno e di tagliarsi i capelli, vesti di lino, costantemente in preghiera nel tempio per intercedere per il popolo, ecc.) di quello che già Daniélou ha chiamato cristianesimo rabbinico e di cui sopra abbiamo accennato. Tali aspetti, che fanno di Giacomo uno degli esponenti maggiori della chiesa giudeocristiana, traspaiono anche da quell’Epistola neotestamentaria attribuitagli dalla tradizione.

Intorno a Giacomo si radunava un certo numero di parenti del Signore, i quali occupavano un posto importante nell’ambiente degli ebrei. Essi costituivano il nucleo di un potente partito.

E dalle proteste degli ellenisti, rileviamo la loro tendenza a trascurare i cristiani che non appartenevano al loro gruppo: «In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana» (At 6,1).

Dopo la dispersione degli ellenisti, avvenuta in seguito alla lapidazione di Stefano, i cristiani di Giacomo restano padroni della Chiesa di Gerusalemme.

Sulla grandezza di questa comunità non bisogna farsi un’immagine esagerata: era un gruppo esiguo, che entro l’ebraismo proclamava il suo credo nel Risorto e nel ritorno del “Figlio di Dio”, e viveva secondo le istruzioni di Gesù. Qualsiasi ipotesi numerica è impossibile, ma si ricordi che secondo gli Atti 6,2 gli apostoli convocano la comunità (che Luca chiama “Ebrei”), che di conseguenza si raduna in uno spazio limitato.

Vale la pena di osservare che la questione dell’autocomprensione di questo gruppo è inseparabile dalla sua fede e dalla sua predicazione. Autocomprensione e storia esterna della comunità sono strettamente collegate con la cristologia. In questo senso è interessante notare alcuni termini che gli studiosi hanno fatto risalire alla comunità giudeocristiana di Gerusalemme.

I membri di questa comunità si autodesignano come “santi”, “eletti” e forse anche di “poveri” (ebionim); Gesù è denominato con l’appellativo di “Figlio dell’Uomo”, “Messia”, “Mara” (= “Signore” in aramaico); la stessa comunità come “qahal Jahwe”, che significa assemblea, comunità di Dio, e che i cristiani ellenisti chiameranno “ecclesia”. Tutti questi termini, adottati dalla comunità cristiana di Gerusalemme per designare se stessi e Gesù, sono desunti dalla tradizione apocalittico-escatologica. In tal modo questa comunità esprimeva la propria convinzione di essere la comunità santa della fine dei tempi(7). (7: SCHNEEMELCHER, Il cristianesimo, 105-7).

 

Abbiamo detto sopra che il gruppo dominante nella comunità gerosolimitana era il gruppo degli “apostoli”. Questi non sono da confondersi con i Dodici, a cui subentrarono nella direzione della comunità. Comunque oggi non si è più in grado di ricostruire gli elementi che portarono alla costituzione di questa cerchia. È possibile che la qualifica di “apostolo” tenda a designare quei cristiani che si applicavano già ad una attività missionaria, anche se ciò si concilia di più con concezioni più vicine al cristianesimo ellenistico che a quello giudeocristiano di matrice apocalittico-escatoligica. Siamo anche qui nel campo delle ipotesi(8). (8: Cfr. SCHNEEMELCHER, Il cristianesimo, 119.)

 

Gli ellenisti (9) (9: SCHNEEMELCHER, Il cristianesimo, 123-33.)

 

Abbiamo finora parlato della comunità giudeocristiana di lingua aramaica che viveva a Gerusalemme. Accanto a questa comunità che si caratterizzava per una forte accentuazione dell’apocalittica troviamo un giudeocristianesimo di matrice ellenista. In questi giudeocristiani di lingua greca è riconoscibile ancora un legame così profondo con antiche idee giudaiche, da non lasciarsi inquadrare in modo puro nel cristianesimo ellenistico, con cui si suole designare quella corrente di cristianesimo primitivo che è largamente sciolta dal giudaismo ed è contrassegnata dalla provenienza pagana.

Quindi la primitiva comunità era costituita da due gruppi differenti tra loro, indicati negli Atti come “Ebrei” ed “Ellenisti”. Essi si distinguevano non solo per la lingua, ma anche per le concezioni teologiche, anche se entrambi credevano alla salvezza in Cristo e lo proclamavano come il Risorto.

Sulle origini degli ellenisti non abbiamo dati sufficienti. La prima citazione sull’esistenza di questo gruppo la troviamo in Atti 6,1-7: nella comunità sorge un conflitto tra i due gruppi per una questione relativa all’assistenza delle vedove. I «Dodici» intervengono e, convocando l’intera «moltitudine di discepoli», procurano che vengano scelti sette uomini, a cui affidare l’incarico di assistere i bisognosi. I nuovi eletti vengono solennemente ordinati dai Dodici. Il brano conclude con un accenno all’incremento ulteriore della comunità.

Dal racconto però emergono alcuni problemi. Questa comunità che Luca in precedenza aveva finora rappresentato molto unita, adesso improvvisamente compaiono in essa due gruppi, divisi dal nome e da una controversia. Chi fossero e donde venissero questi «Ellenisti», così improvvisamente introdotti nella narrazione senza ulteriori spiegazioni, non viene detto. Il nome li rivela ebrei di lingua greca ed è ovvio pensare a ebrei della diaspora ellenizzati, che si dichiaravano seguaci di Cristo. Sorprende inoltre che nella comunità, dove tutti possedevano tutto in comune, si verifichino difficoltà nell’assistenza alle vedove.

Ancora più stupefacente è, poi, il fatto che per rimediare all’inconveniente, i «Dodici» facciano eleggere sette uomini quali assistenti dei poveri, che a giudicare dai nomi, provengono dalla cerchia degli «ellenisti». Si potrebbe avanzare l’ipotesi che di qui nascesse fra gli «ebrei» un forte risentimento.

Da come poi agiscono alcuni di questi “sette”, si ha l’impressione che non avessero nulla a che fare con l’assistenza dei poveri. Due di essi, Stefano e Filippo, compariranno ancora nel corso degli Atti in narrazioni da cui emerge che essi erano, come Pietro definisce gli apostoli, «ministri della parola», cioè evangelisti o apostoli. Naturalmente ciò non esclude che costoro si occupassero di beneficenza e di assistenza, anche se non erano i loro compiti precipui. E allora quale legame tra l’ordinazione dei sette e la questione delle mense? Forse al tempo in cui Luca scrive si era verificata una sovrapposizione dei fatti: lista dei sette nomi, controversia legata a questa lista e questione dei poveri. D’altronde è inverosimile che il dissidio di Gerusalemme sia scoppiato per la questione dell’assistenza alle vedove, e non piuttosto per motivi molto più profondi di dissenso.

Una cosa sembra essere del tutto certa: il penoso dissidio ha rilevato che la primitiva comunità di Gerusalemme non era un’unità compatta, ma constava di due gruppi, che non solo il fattore linguistico contribuiva a distinguere. Sembra che alla base di questo dissenso vi sia stata una forte critica al giudaismo – così come Stefano ebbe a formularla nel suo discorso – che non solo vanificava il servizio al Tempio, ma che emergesse già la questione della Legge e della sua validità.

Oltre a ciò, si può avanzare l’ipotesi, destinata a rimanere indimostrabile, che la posizione di Gesù nei confronti della Legge abbia esercitato un suo influsso sugli “ellenisti” provenienti dalla Galilea. Aspetti questi che dovettero essere conseguenti al problema se la predicazione evangelica potesse limitarsi a Israele e se quindi la comunità dovesse continuare ad essere un gruppo interno al giudaismo. Può essere che gli «ellenisti» abbiano colto molto presto la valenza universale del messaggio del Risorto. Non possiamo provarlo, ma il fatto che furono proprio loro ad avviare la missione per i pagani, sostiene questa supposizione. Di conseguenza diventa superfluo rilevare che in questo modo era posta la questione della validità della Legge mosaica e del Tempio.

La persecuzione di questo gruppo, con l’uccisione di Stefano e l’inevitabile abbandono di Gerusalemme mentre gli “ebrei” rimasero incolumi, dimostra come i giudei trattassero palesemente in modo tanto diverso i due gruppi. Contemporaneamente veniva così a sancirsi la contrapposizione tra gli «ellenisti» e gli «ebrei», il gruppo di giudeocristiani caratterizzato dall’apocalittica.

Le conseguenze della dispersione degli «ellenisti» da Gerusalemme, diede l’avvio al conflitto con il giudaismo ellenistico della Sinagoga, accelerando così il distacco dal giudaismo, che porterà alla missione fra i non-ebrei.

All’inizio anche questi cristiani si consideravano un gruppo all’interno del giudaismo, precisamente come il vero Israele, e si adoperarono nella Sinagoga per far prevalere la loro fede.

Ma la critica alla Legge e al Tempio non solo segnò la differenza rispetto ai «Dodici», bensì preparò anche la separazione dalla Sinagoga. È merito di Stefano e dei suoi seguaci, se la comunità dei discepoli di Gesù non finì per diventare, alla stregua di molte altre, una setta giudaica.

Possiamo chiederci se questi «ellenisti» non intendessero meglio l’aspirazione universale di Gesù più degli «ebrei». Il problema non è di facile soluzione. Così pure non sappiamo se in questa cerchia siano state già tradotte le parole di Gesù in lingua greca. Molti indizi sembrano suggerire che effettivamente in questa prima fase del Cristianesimo ci sia stata una traduzione.

L’uscita di questo gruppo dalla comunità di Gerusalemme sancisce un nuovo capitolo nella storia della Chiesa, il quale, caratterizzato dalla fondazione di nuove comunità fuori di Gerusalemme, è informato alla coscienza degli «ellenisti» di essere il nuovo popolo di Dio. Dal momento che tale autocomprensione rimase propria anche dei giudeocristiani di Gerusalemme, si mantenne il collegamento tra le nuove comunità e la città stessa e perdurò – nonostante talune crisi – fino alla guerra giudaica. La separazione degli «ellenisti» da Gerusalemme non fu una spaccatura all’interno della Chiesa, ma costituì il primo passo del cammino del Vangelo nel mondo.

 

Il Concilio apostolico di Gerusalemme.

 

Come sopra detto, il passo decisivo fuori Gerusalemme e contemporaneamente anche fuori dalla ristretta cerchia del giudaismo, lo fecero gli «ellenisti» dispersi, cioè gli appartenenti alla cerchia di Stefano, che si erano dati alla fuga. Significativo a proposito è At. 8,4: «Ma quelli che si erano dispersi se ne andavano da un luogo all’altro annunziando il Vangelo».

Oltre all’occasione cruenta data agli ellenisti da questo primo rifiuto violento dei giudei gerosolomitani del loro messaggio, le ragioni della dilatazione della Chiesa consistono nel fatto che il cristianesimo ellenistico delle origini (pre-paolino, paolino ed ellenistico non paolino), discende ampiamente dalla sinagoga ellenistico-giudaica della diaspora e ad essa poteva allacciarsi nella sua missione. L’ebraismo di questo periodo era una religione missionaria. Il fatto che quasi il 7% della popolazione dell’Impero Romano fosse costituita da ebrei, non da ultimo è da ricondurre ai successi missionari della sinagoga. Inoltre nell’ebraismo ellenistico si compì in misura sorprendente l’adattamento all’ellenismo (vedi per es. Filone di Alessandria), ove giocarono un ruolo determinante la traduzione dell’Antico Testamento in lingua greca e la sua interpretazione secondo le regole dell’esegesi greca.

D’altro canto anche i farisei stessi svolgevano un’opera di conversione verso i pagani nella prospettiva di imporre ai proseliti tutta la legge inclusa la circoncisione (cfr. Mt 23,13).

La sinagoga ellenistica della diaspora nei riguardi della massiccia cerchia dei timorati di Dio aveva rinunciato a una rigorosa osservanza della legge ed anche alla circoncisione, accontentandosi in tal modo di imporre alcune direttive di fondo (monoteismo; osservanza del sabato; alcune regole alimentari, ecc.). Si osserva che già nell’ambito della missione giudaica fra i pagani esistevano due correnti diverse e contrastanti sulla questione della circoncisione, una proveniente dalla diaspora (più liberale) e l’altra facente capo a Gerusalemme (più rigida).

Alla propaganda in sé molto varia dell’ebraismo, potevano allacciarsi i missionari cristiani, i quali provenivano in parte da queste cerchie medesime. Sicuramente essi evangelizzarono qualche pio pagano, che era sì «timorato di Dio» ma non voleva compiere il passo verso la circoncisione. Ciò era divenuto possibile soltanto dopo che il cristianesimo si fu liberato da quella forma di fede apocalittica nel Messia, così come veniva rappresentata dalla cerchia più antica di Gerusalemme. Ma il problema della legge e della sua validità, tuttavia, permase dal momento che non si negava la continuità tra l’antica e la nuova alleanza e non si voleva mettere a repentaglio la comunione con i giudeocristiani di Gerusalemme.

Paolo è colui che cercò di superare teologicamente tale problema, che fu rilevante anche nelle restanti comunità della cristianità ellenistica, soprattutto in quelle miste. Egli era consapevole di essere stato chiamato per predicare il Vangelo al mondo intero e quindi ai giudei e ai gentili. Le sue comunità comprendevano nel primo periodo cristiani di origine sia ebraica che pagana, sebbene i cristiani provenienti dal paganesimo arrivassero ben presto a rappresentare la stragrande maggioranza. L’apostolo era convinto che attraverso Cristo la legge fosse stata abolita e destituita del suo significato salvifico. I suoi oppositori giudaizzanti presero a odiarlo particolarmente per questo e tentarono in vari modi di riassoggettare alla legge le sue comunità.

Contro siffatto tentativo Paolo poté richiamarsi al Concilio apostolico di Gerusalemme nel quale erano stati riconosciuti uguali diritti alla cristianità proveniente dal paganesimo affrancata dalla legge. Tale Concilio rappresenta quindi una tappa importante nel cammino di Paolo e della Chiesa dei gentili. Nel contempo esso fu la premessa del lavoro missionario, che Paolo sviluppò in modo autonomo dopo la sua partenza da Antiochia.

Durante il Concilio apostolico si tentò, trascinati dall’eco dei successi della missione paolina affrancata dalla legge, di trovare una soluzione che salvaguardasse l’unità della Chiesa di giudei e gentili.

 

Il Concilio Apostolico di Gerusalemme. Sull’avvenimento sono a disposizione due racconti: Atti 15 e Gal 2,1-10.

 

Neg1i Atti 15,6-21 viene esposto il corso delle trattative, valendosi – come suole far Luca – dei due discorsi di Pietro e di Giacomo, collegati tra loro dalla breve notizia sul rapporto di Barnaba e Paolo. Entrambi gli oratori si riferiscono alla conversione di Cornelio (Atti 10), per mostrare che Dio vuole la missione evangelica fra i pagani. Paolo e Barnaba possono alludere ai segni ed ai prodigi che si compiono tra i pagani e Giacomo cita Amos 9,11ss. come argomento scritturistico.

Tutto confluisce nella decisione riportata dagli Atti 15,22-29: gli agitatori intrusi vengono condannati e la missione fra i pagani viene riconosciuta senza necessità di circoncisione. Soltanto alcune esigenze della legge devono essere osservate dai cristiani provenienti dal paganesimo: viene richiesta l’astensione dalle carni immolate agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalla fornicazione (in questo contesto significa divieto di certi matrimoni tra consanguinei). Una delegazione formata su decisione degli Apostoli e degli anziani ritorna con tale messaggio ad Antiochia, dove ci si rallegrò di quella esortazione (Atti 15,30-33).

Comunque, l’esatto decorso del Concilio Apostolico non si lascia ricostruire esattamente. Dalle indicazioni di Paolo è possibile concludere che ci furono controversie e discussioni (Gal 2,4 ss.), cosa per altro comprensibile, visto la portata del tema. Il risultato fu un accordo di cui non abbiamo il testo letterale, ma che Paolo riassume in termini concisi così: «noi fra i Gentili, essi fra i circoncisi» (Gal 2,9). In breve, la decisione del Concilio significa piuttosto: nella missione fra pagani voi potete rinunciare alla circoncisione, mentre noi, giudeocristiani di Gerusalemme, continuiamo ad osservarla.

In seguito a tale decisione, le tensioni non diminuirono certamente, anche perché non si veniva a risolvere il problema inerente alla convivenza tra i cristiani gentili (non circoncisi) e quelli provenienti dall’ebraismo osservante. Quanto cadde ad Antiochia, successivamente alla celebrazione del Concilio Apostolico, descritto da Paolo in Gal. 2,1-14. Ma nonostante questi attriti, bisogna riconoscere che l’unità della Chiesa fosse coscientemente cara a tutti. Infatti Paolo non si risparmiò di fronte all’appello rivoltogli dalla chiesa di Gerusalemme afflitta dalle necessità e si dispose a raccogliere una colletta presso le chiese da lui fondate; colletta che egli medesimo consegnò. Né Pietro né la comunità antiochena furono da lui totalmente messi in disparte (cfr. 1Cor 9,5ss.; Atti 18,22), poiché entrambe le parti rimasero fedeli all’unità della Chiesa di Gesù Cristo.

La storia della comunità di Gerusalemme nel periodo tra il Concilio apostolico e la distruzione di Gerusalemme è oscura. Gli Atti e le epistole paoline offrono in proposito ben scarse indicazioni.

L’immagine che di Gerusalemme traccia Luca sulla fine del I secolo, rivela quanto elevata fosse la valutazione di questa comunità delle origini. D’altra parte, però, lo sviluppo della Chiesa camminò ulteriormente nei binari del cristianesimo ellenistico, dimostrandosi ancor più efficiente di quanto aveva potuto essere con Paolo, e naturalmente più vitale del giudeocristianesimo della comunità di Gerusalemme, che, dopo il Concilio apostolico, non ebbe più influsso determinante.

 

(Fine prima parte)

 

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