Gen 04 2010

Romani in America

Category: Archeologia e paleontologiagiorgio @ 01:38

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di Osvaldo Carigi

La scoperta nel 1886 in Texas di un antico natante romano e la presenza nello stesso territorio di monete imperiali romane dello stesso periodo suggerirebbero un antico contatto tra romani e nativi americani nel IV secolo d.C. Un incontro le cui tracce resterebbero nell’antica lingua dei Karankawa, la tribù del posto oggi estintasi.

Nel giugno e agosto del 1886 alcune tempeste erosero una considerevole parte della spiaggia di Galveston Island, in Texas. Quanto restava di un antico relitto venne alla luce e ritrovato. Il Galveston Daily News nell’edizione del 9 Luglio 1886 riportò che: «la  sua poppa, o ciò che si suppone possa essere la sua poppa, è assemblata in maniera tale da contraddire ogni ragionevole supposizione che appartenesse ad un vascello risalente almeno al 16° secolo. Essa venne costruita con la più solida e massiccia quercia di almeno sei o sette pollici di spessore e i pezzi poggiavano a forma di croce l’uno sull’ altro, assicurati con grossi chiodi di ferro, in maniera totalmente diversa dai dettami dell’ attuale ingegneria navale».

Quella nave certamente non era stata costruita dai nativi americani ed essendo molto antica lasciava irrisolti un’infinita serie di interrogativi. Interrogativi che hanno negli anni riportato a galla l’annosa questione di possibili contatti transoceanici tra l’America e il Vecchio Mondo in epoche di molto antecedenti la colonizzazione europea ad opera degli spagnoli.

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Valentine Belfiglio

Di questa scoperta si è occupato il professor Valentine Belfiglio della Texas Woman’s University, pluripremiato studioso. Belfiglio, è certo che il relitto sia quello di una nave romana sbarcata nelle Americhe intorno al IV secolo d.C. Il contatto sarebbe avvenuto accidentalmente, in quanto il mercantile sarebbe naufragato sulle coste del Texas trasportato dalle correnti oceaniche, forse durante un viaggio con destinazione Canarie. Negli anni il professor Belfiglio ha accumulato indizi probatori che non si limitano ai resti del natante ma che investono anche la linguistica, la numismatica e l’archeologia. Indizi che aiutano a costruire una tesi, quella degli antichi romani in Texas, oggi sempre più solida. Dunque, davvero l’equipaggio di una nave romana toccò terra per venire a contatto con una tribù oggi estinta? Belfiglio ne è certo e l’intervista che segue è la cronaca della sua interessante e inedita (in Italia) ricerca.

Osvaldo Carigi: Prof. Belfiglio, davvero antichi romani sbarcarono in Texas?

Valentine Belfiglio: «Il ritrovamento di artefatti Romani datati prima del IV sec. d.C. e la somiglianza di molte parole della tribù nativa dei Karankawan con quelle latine offrono evidenze circostanziali dello sbarco di un gruppo di romani nel sud-est del Texas nel IV secolo».

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Nave veneta

O.C.: Nel suo articolo “Circumstantial Evidence in Support of an Encounter Between Indian Texans and Ancient Romans” lei ha scritto che Caio Giulio Cesare nel De Bello Gallico, Libro III, descrisse una nave simile a quella naufragata a Galveston, ma Cesare si riferiva a una nave dei veneti non romana. Cosa ci può dire in proposito?

V.B.: «Il mio scopo nel riportare la descrizione di una nave dei veneti fatta da Cesare è stato quello di dimostrare che i pragmatici romani adottarono le abilità tecniche di costruzione navale di altri popoli adattandole alle proprie navi commerciali e da guerra. Precedentemente la Prima Guerra Punica, i romani non avevano una tradizione marinara. Polibio ci dice che usarono una nave cartaginese tirata a riva come progetto per la costruzione di una flotta. Lo stesso Cesare comprese, nel corso della sua prima ricognizione in Britannia, che le sue navi erano inadeguate a navigare in alto mare. Egli ordinò una migliore versione delle galee che descrisse nella sua seconda campagna contro i britanni (De Bello Gallico). Le navi usate da Agrippa durante la battaglia di Azio nel 31 a.C. erano molto più evolute tecnicamente di quelle usate da Cesare. Anche le navi mercantili continuarono ad evolversi, diventando più robuste delle galee usate in battaglia. E’ mia convinzione che i romani usarono disegni di navi dei veneti per effettuare e apportare migliorie nelle loro navi commerciali. A dimostrazione di ciò, potrebbe essere dilettevole leggere Luciano, Navigium,5-6. Verrete a sapere che la soluzione per trasportare grandi quantità di carico comportò l’uso di navi mercantili di stazza superiore al normale, a cominciare parzialmente intorno alla metà del II sec. d.C. Dal IV sec. d.C. le navi dei veneti furono lo stimolo per le successive evoluzioni di navi mercantili descritte da Luciano e altri tardi scrittori».

O.C.: Barto Arnold del Texas Historical Commission ha affermato che la descrizione da Lei fatta della nave romana non gli, “suona” come tale. Il Dr. Fred Hocker del Nautical Archeological, Texas A&M afferma di non riconoscere la tecnica di costruzione della nave romana da Lei citata (anche se ammette che i vascelli romani erano capaci di navigare nell’Oceano.)

V.B.: «Si riferivano alle galee romane che furono il più comune mezzo di trasporto navale. Questo tipo di nave era idoneo a navigare nel Mediterraneo dove le tempeste sono relativamente miti. Un adattamento del modello di nave dei Veneti sarebbe stato molto più indicato per affrontare gli infidi mari oltre lo Stretto di Gibilterra. Ecco perché le navi di questa tribù celtica furono scrupolosamente descritte nel De Bello Gallico. Ricordi che i costruttori navali romani ebbero più di 300 anni dopo l’era di Cesare per ridisegnare e sperimentare i vascelli dei Veneti prima del probabile e non registrato viaggio verso il Texas».

O.C.: Questi romani sbarcarono in Texas a seguito di un tragico naufragio o avevano il Texas nei loro itinerari marittimi?

V.B.: «I romani erano pratici iniziarono a navigare per due scopi principali. Il primo fu quello di trasporto truppe o per battaglie navali. Il secondo era di natura commerciale. Studi condotti da Cary e Warmington (1929) provano che dal 200 d.C. i marinai romani attraversarono lo Stretto di Gibilterra e visitarono le Isole Canarie (Canaria) e Madeira (Purpuriarae). Una nave romana potrebbe aver attraversato lo Stretto ed essere portata fuori rotta dalle correnti Nord e Sud Equatoriali delle Canarie fino alle coste del Golfo del Texas. Niente nelle mie ricerche indica che i romani avevano il Texas nei loro itinerari. Devono essere stati sbattuti fuori rotta da una violenta tempesta e trasportati dalle predette correnti equatoriali fino al Golfo del Messico. Il relitto della nave ritrovato nell’isola di Galveston assomiglia molto più ad una nave mercantile piuttosto che ad una galea da guerra,

O.C.: L’equipaggio di una nave mercantile romana era composto da greci, fenici, egiziani, ecc., ben pochi dovevano essere i romani a bordo della nave naufragata a Galveston.

V.B.: «Le fonti che ho consultato non mi hanno dato indicazione circa la nazionalità dell’equipaggio. Nel IV sec. d.C. la Grecia, la Fenicia e l’Egitto erano Province dell’impero e quindi l’equipaggio potrebbe essere stato composto da cittadini romani o sudditi dell’impero a prescindere dalla loro nazionalità. Ricordiamoci che due tra i più grandi imperatori Romani, Traiano e Adriano, nacquero in una Spagna completamente romanizzata».

Il ponte romano

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Isola di Galveston

O.C.: Nell’isola di Galveston vennero anche scoperte travi di legno di un ponte apparentemente molto antico. Può essere ingegneria romana?

V.B.: «Nel 1915 durante dei lavori nell’Isola di Galveston alcuni operai scoprirono pesanti travi di legno di un ponte nella zona centro-nord dell’isola. Queste travi erano piantate lì da tanto tempo che la terra si era accumulata su di esse di almeno di 4 metri e mezzo. Questo potrebbe far risalire la costruzione del ponte ad un periodo antico. Gli indiani Karankawas, che vivevano nell’area, non avevano la necessaria abilità tecnologica per costruire una simile struttura, ma i proprio i romani potrebbero aver costruito questo ponte in quel punto».

O.C.: Per quale motivo lo avrebbero fatto?

V.B.: «E’ impossibile stabilire perchè i Romani costruirono questo ponte. Posso ipotizzare che essi intendessero attraversare uno dei molti canali che si trovano sull’isola, nello specifico quello tra Galveston Island e Pelican Island, ma, ripeto, non ci può essere nessuna certezza circa le loro intenzioni».

O.C.: Ci parli ora dell’incontro tra i Romani e gli indiani Karankawa.

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Parole karankawaa

V.B.: «I Karankawa vivevano nella striscia di isole lungo la costa del Texas orientale a ovest di Matagorda Baye nella terraferma di fronte ad esse. E’ probabile che i romani li incontrarono nelle vicinanze o forse durante una battuta di caccia che gli stessi indiani intraprendevano lontano dal loro territorio. L’isola di San Josè (St. Joseph) era una delle isole dove i Karankawa vivevano e appare logico supporre che i superstiti dal naufragio, stranieri in terra straniera, cercarono aiuto e una guida dai soli nativi incontrati, seguendoli fino alla predetta isola. Le fonti da me consultate non mi hanno dato indicazioni circa la natura pacifica o meno dell’incontro tra i romani e i Karankawan. Tuttavia, esaminando le relazioni pervenute sugli incontri tra i nativi americani e gli europei durante le spedizioni di Cristoforo Colombo, si evidenzia un iniziale reazione di reciproco stupore da parte di entrambi e una successiva collaborazione spesso sfociata in un progressivo peggioramento dei rapporti. Credo che ciò possa essere accaduto anche nell’incontro tra romani e Karankawan anche perchè, se sono nel giusto, i resti della nave mercantile implica il fatto che i naufraghi erano mercanti e non guerrieri. Posso ipotizzare un iniziale reciproco scambio di doni e successivi “matrimoni” misti giacché le similarità scoperte tra il latino e la lingua dei Karankawan dimostrano inequivocabilmente una forte interazione culturale».

O.C.: Nell’articolo pubblicato su South Texas Studies afferma che un gruppo di romani potrebbe aver navigato dall’isola di St. Joseph verso Matagorda Bay e risalito il fiume Colorado a bordo di barche o a piedi fino a un punto vicino l’attuale Round Rock. Un altro gruppo potrebbe aver risalito il fiume Thinità da Galveston Bay fino a nord dell’attuale Houston? Quale fu la loro sorte?

V.B.: «Possiamo solo supporre che volessero cercare un posto migliore per stabilire una colonia permanente o siano partiti alla  ricerca di qualche vena d’oro e altre ricchezze o cercassero il contatto con altri popoli più civilizzati dei Karankawa. Quale fu la sorta di questi avventurosi esploratori? E’ difficile stabilirlo anche alla luce dei pericoli che sicuramente dovettero affrontare: tribù ostili, animali feroci e altre insidie naturali di un territorio a loro del tutto sconosciuto. Mi sembra molto più logico ipotizzare che la gran parte dei Romani rimase con i Karankawa della costa, unendosi con donne della tribù».

O.C.: Ho letto che i Karankawa, oggi estinti, erano fisicamente differenti dalle altre tribù. Potrebbe essere il risultato di unioni tra le donne di questa tribù e i Romani di Galveston?

V.B.: «In una lettera datata 30 ottobre 1888, Alice W Oliver descrive i Karamkawa come un mix di caratteristiche somatiche amerinde e caucasiche. La Signora Oliver visse in un insediamento di questi indiani per molti anni dal 1838, e scrisse che “gli uomini erano molto alti, magnificamente formati fisicamente. Non avevano una carnagione molto scura e molti di loro avevano lineamenti delicati e, senza eccezione, splendidi denti. La descrizione contrasta abbastanza quella di altre

tribù indiane che vivevano nel Texas come i Comanches, Apaches, ecc. Credo che gli antenati della gente descritta dalla Signora Oliver nel 1838 erano di sangue misto Indiano e Romano».

O.C.: Ci parli delle si milarità tra il Latino e la lingua dei Karankawa.

V.B.: «Molte parole karankawan e latine sono piuttosto simili. I Karankawas potrebbero essere stati introdotti al latino o al Vulgaris, poiché credo che pochi marinai romani conoscessero il latino classico. Come la lingue italiana, spagnola, portoghese e romena derivano dal latino così anche quella dei Karankawa potrebbe averne subito gli influssi per poter permettere a questi indiani e ai romani di poter comunicare l’uno con l’altro. I Karankawan vennero linguisticamente associati alle tribù confinanti del Texas meridionale, a loro volta associate, sempre linguisticamente, a lingue neolatine. La tabella che invio offre una selezione di dieci parole Karankawa simili nel significato o nella pronuncia al latino e deriva dai miei studi sulla similarità delle due lingue. Da considerare ciò che viene descritto, nel 1740, da Santa Ana a proposito delle lingue Indiane presenti nelle cinque missioni del Collegio de la Santa Cruz che si affacciava sul fiume San Antonio: “Ci sono quattro lingue che sono le più comuni. Per comporre la lingua di questo più grande gruppo è necessario articolare l’alfabeto alla maniera degli Italiani… Essa è ampia e bella ed è interamente pronunciabile con lo stesso accento degli Spagnoli. Santa Ana qui fa una comparazione tra la lingua Karankawa e le lingue neolatine».

O.C.: E’ possibile che questa similarità derivi dall’incontro e dalla successiva interazione che i Karankawa ebbero con gli spagnoli di Cabeza de Vaca naufragati sull’Isola di Galveston nel XVI sec. e ”ufficialmente” accreditati come i primi europei ad aver avuto dei contatti con questi Indiani?

V.B.: «La similarità tra le lingue neolattine e quella dei Karankawa venne riscontrata già dai primi esploratori spagnoli, perciò è probabile che l’influenza latina era precedente all’arrivo di Cabeza de Vaca. I primi esploratori  spagnoli dovrebbero aver notarono una risonanza tra il latino e il karankawa, prima dell’insegnamento dello spagnolo ai nativi».

O.C.: Nell’articolo pubblicato sul South Texas Studies ha scritto che due divinità dei Karankawas, Mel e Pichini potrebbero corrispondere agli dei romani Picumnus e Pilumnus.

V.B.: «Sia i Karankawan che i Romani erano politeisti. Come nel caso di Picumnus e Pilumnus, Mel e Pichini furono spiriti della fertilità e dei raccolti. In materia di religione, i Romani come i Karankawan credevano nel soprannaturale, identificato dai Romani nei Numi e dai Karankawan nei Haijah. Per i romani la Luna rappresentava Diana, la dea della caccia e sembra che i Karankawan condividessero questa visione. Sia i Romani che i Karankawa attribuirono qualità spirituali alla Luna. Il riferimento alla caccia è evidente poiché il concetto di “luna del cacciatore” (la luna piena dopo la luna del raccolto) esiste tutt’ora».

Le Monete

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Moneta di Traiano

O.C.: Può parlarmi della moneta romane di St. Joseph Island?

V.B.: «Nell’Agosto e Settembre 1993, con tre altre persone, il linguista Ellie Kamron e gli studenti Kevin and Andy Navid, esplorammo l’isola di St. Joseph alla ricerca di artefatti romani. Le tre persone che mi accompagnarono erano interessate al mio progetto. Nel rapporto della spedizione; datato 10 settembre 1993, che inviai a J. Barto Arnold III, dello State Marine Archeologist  State of Texas, si legge: “Un’autentica moneta romana venne dissotterrata a 8 pollici sotto la superficie, 25 piedi dalla riva, sulla spiaggia di fronte al Golfo del Messico nella zona sud-est dell’isola. La scoperta venne fatta il 5 settembre del 1993 alle ore 10.35 da Kamron che identificò la lingua dell’ iscrizione sulla moneta come latino. La somiglianza e l’iscrizione stessa indicano che venne coniata durata il regno di Traiano (AD. 98-117). La moneta sembra essere d’argento”».

O.C.: La moneta è stata autentificata?

V.B.: «Sì. L’ho identificata come autentica. Essendo stata trovata ad una certa profondità posso ipotizzare che si trovasse là da molto tempo. La moneta recava l’effige di Traiano e quindi fu coniata tra il 98 e il 17 d.C. ma non so se avesse ancora corso legale all’epoca del naufragio. Tuttavia, era d’argento e ciò potrebbe averla resa preziosa nel corso della storia dell’Impero. Ora è al sicuro in una cassetta di sicurezza della mia banca. Un’altra moneta, un follis, fu scoperta, da un certo Duckworth, intorno al 1970 nelle dune sabbiose difronte all’Oceano. Coniata nel 270-73 d.C. nella Gallia meridionale reca l’effige di Tetricus II »

O.C.: Esiste un’altra moneta romana trovata in un mound indiano, vicino la città di Round Rock, nel Texas, giusto?

V.B.: «Sì. La scoperta è avvenuta nel 1964 ed è particolarmente importante. Si tratta di una moneta romana, coniata tra il 313 e il 314 d.C., ritrovata un metro circa sotto la superficie di un fino ad allora intatto mound indiano, datato all’incirca 800 d.C., accanto ai resti di un nativo americano. Il terreno dell’area attorno al sito è roccioso, gli oggetti metallici non affondano profondamente nel suolo perfino dopo molti anni e i roditori non scavano in profondità per la presenza di roccia, perciò la moneta deve essere stata intenzionalmente o accidentalmente sepolta nel mound durante il periodo pre-colombiano. Le antiche popolazioni indiane del Texas costruirono queste colline sopra una sepoltura. La zona comprendente l’odierna città di Round Rock era situata nell’area di caccia e pesca dei Karankawa.

Il Dallas Morning News si occupò della scoperta nel dicembre del 1976 con due articoli. In uno viene riportata la descrizione della moneta fatta dal prof Epstein: “il reperto che ha le dimensioni di una moneta d’argento da dieci centesimi di dollaro, mostra l’effige di un giovane imperatore che indossa una corona d’alloro, una corazza e un mantello. Le iscrizioni si riferiscono all’Imperatore  Costantino e al suo figlio Augusto e all’invincibile Sole compagno dell’Imeratore”

O.C.: C’è l’assoluta certezza che il ritrovamento di questa moneta romana non sia uno scherzo?

V.B.: «La certezza proviene da un eminente antropologo, Jeremiah F. Epstein. Vi è una fonte meno certa, ma che supporta la scoperta, da parte di Patsy Watkins »

O.C.: Un articolo di Jeremiah Epstein su Current Anthropology affermava che la moneta romana fu lasciata sulla superficie del mound in tempi post-colombiani e franò all’interno per l’azione di roditori e radici di alberi. Lei, afferma però il contrario.

V.B.: «La discussione riguardo l’articolo di Epstein fa ovviamente parte del lavoro stesso. Ho visitato il sito di Round Rock, in quanto mi posi le sue stesse domande. Il suolo attorno al sito in questione è realmente estremamente roccioso. La moneta, quindi, deve essere stata intenzionalmente o accidentalmente deposta nel mound in epoca pre-Colombiana e coloro che la pensano diversamente potrebbero non aver mai visitato il sito. Fu dopo aver letto l’articolo di Epstein, pubblicato nel 1980, che mi venne in mente di iniziare il mio lavoro di ricerca effettuando spedizioni condotte nel 1992 e 1993. Lei ed io siamo perfettamente consci delle difficoltà di portare alla luce accurate e attendibili prove di ricostruzione di eventi storici e tutte le nuove innovazioni storiche sono soggette a scetticismo e alla sfida. È stato e sempre sarà così. Il mio compito è quello di esplorare e trarre conclusioni sull’accaduto».

O.C.: Dunque i romani conoscevano l’esistenza del continente americano?

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Correnti atlantico

«La mia ricerca non è finalizzata alla conoscenza o meno dell’America da parte dei Romani. La mia supposizione è che la nave mercantile romana fu spinta fuori rotta da una tempesta, arrivando nel  sud-est del Texas».

O.C.: Qual’è l’opinione degli studiosi americani circa la sua teoria?

V.B.: «Non ho avuto molte reazioni dagli studiosi americani. Molti di loro sono indifferenti al mio lavoro, non hanno abbastanza conoscenza o coraggio per mettere in dubbio le mie conclusioni. Ecco perché è importante per me veder pubblicato il mio lavoro in Italia così che un sincero, significativo confronto possa aver luogo» .

Non è la prima volta, e non sarà certamente l’ultima, che si parla di tracce lasciate da antichi romani sul suolo  americano in epoche pre-colombiane.

Nel caso specifico, come abbiamo visto si tratterebbe “soltanto” del naufragio di una nave proveniente da una zona dell’Impero Romano e non la tragica fine di un volontario contatto transoceanico, come ha precisato il prof. Belfiglio. Le prove che porta a conforto della sua tesi non hanno trovato credito tra gli studiosi “ortodossi” e ciò non meraviglia affatto essendo tale reazione quasi da copione per ciò che concerne situazioni fuori dagli schemi ufficiali della storia.

Il Prof. Belfiglio non è “un dilettante allo sbaraglio” svegliatosi la mattina con in testa la bizzarra idea di dimostrare la presenza di naufraghi romani sulle coste sud-orientali del Texas, ma un serio studioso, in possesso di una dignità professionale di tutto rispetto che, certamente, non avrebbe mai messo a repentaglio se non sicuro di proporre una teoria che egli stesso, umilmente, vorrebbe confrontare in special modo con chi rifiuta a priori ogni dialogo considerando assurdo quanto affermato dal loro collega. Ma è così assurdo quanto acclarato dal professore italo-americano? Esaminando i documenti portati da Belfiglio a corredo dell’intervista, si possono notare delle assonanze di interpretazione della vicenda che depongono a suo favore.

Il prof. Epstein non esclude affatto che una nave romana possa essere naufragata sulle coste texane con un carico di monete, e possa essere stata abbandonata dal suo equipaggio con un susseguente commercio di quegli strani oggetti rotondi da parte dei nativi indiani. Orbene, che cosa afferma il prof. Belfiglio se non la possibilità che una nave romana portata fuori rotta da una tempesta sia naufragata sulle coste texane? .

Fonte: srs di  Osvaldo Carigi  da  Hera

(VR 04 dicembre 2010)

8 Risposte a “Romani in America”

  1. LionSPQR scrive:

    Tutto molto interessante, se fosse non solo vero, ma “provabile”. Il nodo centrale è: dove sono i resti della nave? e quelli del ponte?
    capisco che all’epoca del ritrovamento della nave la fotografia non fosse comunque quanto oggi, ma le travi del ponte avrebbero potuto e dovuto essere adeguatamente fotografate al momento della scoperta, e comunque entrambi i resti avrebbero dovuto essere preservati quanto più possibile e adeguatamente studiati. Da questo articolo invece non si evince minimamente quale sia stata la loro fine.

  2. Rotericus scrive:

    quoto lionSPQR.
    La scienza richiede prove tangibili esaminabili da più soggetti qualificati.

  3. Nerviaflumen scrive:

    E’ possibile che navigatori europei e mediterranei siano giunti in America, anche nel 500 a.C., epoca dei viaggi dei Cartaginesi Annone e Imilcone, se si studiano le correnti atalantiche.
    Scoprire una nuova terra è tutt’altro! Annone, Imilcone, Posidonio ed infine Colombo hanno scoperto nuove terre perchè sono tornati, le hanno descritte e tracciato una rotta ripetibile.
    Anche i Vichinghi sono andati in America, ma non sappiamo se soano tornati ed abbiano ripetuto il viaggio.
    In archeologia tutto è possibile, una scoperta, sempre “casuale e fortunata” può sempre mettere in discussione le certezze scientifiche della nostra “Cultura Ufficiale”. Scignuria (Saluti).

  4. Galileo Ferraresi scrive:

    un piccolo contributo:
    nell’anno 998 Leif Eriksoss impiantò un villaggio nel Vinland poi tornò in Groellandia
    due ani dopo sua sorella Gudrum chiese ad Erik il permesso di utilizzare le sue capanne ed andò nel Vinland assieme al marito e ad altri vichinghi, in tutto tre navi
    Nel Vinland Gudrum partorì e i vichinghi si scontrarono più volte con i nativi poi, due anni dopo, tornaron in Groellandia.
    Durante il ritorno il marito di Gudrum morì e così la sorella di Erik, rimasta vedova, una volta che il figlio fu grande lasciò il nord per Roma dove si fece suora. Un nipote di Gudrum divenne vescovo di Norvegia. Nel 1300 il papa scrisse al vescovo di norvegia: “che fine hanno fatto le nostre terre del Vinland?” perchè da alcuni anni il tesoro di Pietro non riceveva più doni dal Vinland. Nel 1550 ca partì da Roma una spedizione per il Vinland; sappiamo che raggiunse la Norvegia, l’Islanda e la Groellandia.
    Dunque, usando una definizione di Nerviaflumen, l’America, o almeno il nord America, fu “scoperta” prima di Colombo.
    Forse non a caso negli Usa il 12 ottobre è il Columbus Day e il giorno prima è il Leif Eriksos Day?
    Galileo Ferraresi

  5. matteo scrive:

    Dove sono esposti i resti della Nave? Il professor Valentine Belfigliose parla di alcune fonti che pero’ non nomina, perche’? E’ chiaro che esiste la possibilita’ che una nave romana si sia trovata dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, probabilmente per errore, ma tutto cio’ mi sembra una leggenda, l’archeologia ha bisogno di prove, dove sono queste prove?

  6. Simonetta scrive:

    Scusate ma in Latino è DOMUS non casa…

  7. Simonetta scrive:

    anche “ac” non mi torna

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